Confidate per sempre nel Signore

Confidate per sempre nel Signore, perché il Signore, è la roccia dei secoli (Isaia 26,4)

Una simile fiducia noi l’abbiamo per mezzo di Cristo presso Dio (II Corinzi 3,4)

Confidate per sempre nel Signore. Mentre mi preparo, ci prepariamo, Antonella ed io, a ricordare, domani, 27 settembre, la benedizione ricevuta dall’Eterno sulla nostra unione nella Sua chiesa, preghiamo (e chiediamo a voi di pregare) perchè la nostra fede, questa confidenza assoluta che abbiamo in Lui, nella sua provvidenza, nel bene e nel male (perchè il Signore c’è, ci è vicino anche quando ci sembra di non riuscire a vederlo, o quando le cose umane non vanno come secondo noi dovrebbero!), non ci venga mai meno.

Accresci Signore la nostra fede, Amen, Amen.

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Rosh haShana 5777

Rosh haShana (in ebraico ראש השנה, letteralmente capo dell’anno) è il capodanno religioso, uno dei tre previsti nel calendario ebraico.

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Rosh haShana è il capodanno cui fanno riferimento i contratti legali, per la cura degli animali e per il popolo ebraico. La Mishnah indica in questo capodanno quello in base al quale calcolare la progressione degli anni e quindi anche per il calcolo dell’anno sabbatico e del giubileo.

Nella Torah vi si fa riferimento definendolo “il giorno del suono dello Shofar” (Yom Terua, Levitico 23:24). La letteratura rabbinica e la liturgia descrivono Rosh haShana come il “Giorno del giudizio” (Yom ha-Din) ed il “Giorno del ricordo” (Yom ha-Zikkaron).

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Nei midrashim si racconta di Dio che si siede sul trono, di fronte a lui i libri che raccolgono la storia dell’umanità (non solo del popolo ebraico). Ogni singola persona viene presa in esame per decidere se meriti il perdono o meno.

La decisione, però, verrà ratificata solo in occasione di Yom Kippur. È per questo che i 10 giorni che separano queste due festività sono chiamate i 10 giorni penitenziali. In questi 10 giorni è dovere di ogni ebreo compiere un’analisi del proprio anno ed individuare tutte le trasgressioni compiute nei confronti dei precetti ebraici. Ma l’uomo è rispettoso anche verso il proprio prossimo. Ancora più importante, allora, è l’analisi dei torti che si sono fatti nei confronti dei propri conoscenti. Una volta riconosciuto con sé stessi di aver agito in maniera scorretta, occorre chiedere il perdono del danneggiato. Quest’ultimo ha il dovere di offrire il proprio perdono. Solo in casi particolari ha la facoltà di negarlo. È con l’anima del penitente che si affronta lo Yom Kippur.

La festa dura 2 giorni sia in Israele che in diaspora, ma è una tradizione recente. Esistono infatti testimonianze di come a Gerusalemme si festeggiasse solo il primo giorno ancora nel XIII secolo. Le scritture recano il precetto dell’osservanza di un solo giorno. È per questo che alcune correnti dell’ebraismo, tra le quali i Karaiti, festeggiano solo il primo. L’ebraismo ortodosso e quello conservativo, invece, li festeggiano entrambi.

Nel 2016 il Capodanno Ebraico sarà la notte tra il 2 ed il 3 Ottobre, momento dal quale iniziano i 10 giorni penitenziali durante i quali tutti gli Ebrei prendono coscienza delle proprie azioni dell’anno appena terminato e chiedono perdono a Dio.

Sarà il capodanno Ebraico n° 5777.

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Tra le altre usanze legate al Capodanno ebraico c’è il Tashlich (nel pomeriggio precedente al primo giorno): gli ebrei lanciano degli oggetti vecchi in uno specchio d’acqua per liberarsi dai peccati.

La cena della prima sera di Rosh haShana è detta Seder di Rosh haShanà; durante questa cena, assieme alla recitazione di piccole formule di preghiera, si usa consumare sia qualcosa di dolce (tipica la mela intinta nel miele), sia cibi che diano l’idea di molteplicità, come il melograno, per augurarsi un anno dolce e prospero.
Tra i vari piatti che si servono durante questa cena, differenti nelle varie tradizioni, è una costante la presenza di qualche parte di animale che faccia parte della testa, a simboleggiare il capo dell’anno. Solitamente viene portata in tavola anche una forma di pane (challa) tonda, a simboleggiare la circolarità dell’anno.

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Nel pasto della seconda sera, col secondo Seder come il primo, vengono servite più varietà possibili di frutta, perché vengano incluse nella benedizione di shehecheyanu (la benedizione che si recita la prima volta che si assaggia qualcosa nell’anno).

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Essere grandi nel Suo Nome (Luca 9:46-50)

46 Poi cominciarono a discutere su chi di loro fosse il più grande. 47 Ma Gesù, conosciuto il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo pose accanto e disse loro: 48 «Chi riceve questo bambino nel nome mio, riceve me; e chi riceve me, riceve Colui che mi ha mandato. Perché chi è il più piccolo tra di voi, quello è grande».

49 Allora Giovanni disse: «Maestro, noi abbiamo visto un tale che scacciava i demòni nel tuo nome, e glielo abbiamo vietato perché non ti segue con noi». 50 Ma Gesù gli disse: «Non glielo vietate, perché chi non è contro di voi è per voi».

(Luca 9)

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Il monaco Giovanni Cassiano commentava così questa pericope evangelica:

Giovanni Cassiano (ca 360-435)
Conferenza, n°15, 6-7; SC 54, 216
« Venite e imparate da me » (Mt 11,29)

I grandi nella fede non si vantavano affatto del loro potere di compiere meraviglie. Professavano che il loro merito non contava nulla, ma che la misericordia del Signore aveva fatto tutto.
Se qualcuno ammirava i loro miracoli, rifiutavano la gloria umana con parole prese in prestito agli apostoli: «Fratelli, perché vi meravigliate di questo e continuate a fissarci come se per nostro potere e nostra pietà avessimo fatto camminare quest’uomo?» (At 3,12).
Ritenevano infatti che nessuno dovesse essere lodato per i doni e le meraviglie di Dio…

Tuttavia a volte capita che uomini portati al male, riprovevoli riguardo alla fede, scaccino i demòni e compiano prodigi nel nome del Signore.
Di questo gli apostoli si lamentavano un giorno: «Maestro, abbiamo visto un tale che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non è con noi tra i tuoi seguaci».
Per ora Gesù risponde: «Non glielo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi» (Lc 9,49-50).
Ma quando, alla fine dei tempi, costoro diranno: «Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?», egli attesta che risponderà: «Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità» (Mt 7,22-23).

A coloro che lui stesso ha gratificati con la gloria dei segni e dei miracoli, Il Signore raccomanda di non innalzarsi sopra gli altri per questo motivo.
«Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20).
L’autore di tutti i segni e miracoli chiama i suoi discepoli ad accogliere la sua dottrina
: «Venite, dice loro, … e imparate da me» – non a sciacciare i demòni con la potenza del cielo, né a guarire i lebbrosi, né a rendere la vista ai ciechi, e nemmeno a risuscitare i morti, bensì egli dice: «…imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 28-29).

In qualche modo è un sunto dei principi della Riforma questo commento! Non c’è infatti, sottolinea Cassiano, nessun merito dell’uomo, nè nella conversione, nè nei segni e prodigi. Tutto avviene per la sola grazia di Dio e tutto avviene solo e soltanto per rendere solo a Dio la gloria.

Questo è vero a tal punto che, sottolinea Cassiano, ma prima ancora e soprattutto sottolinea l’Evangelo, lo stesso Gesù dirà “Non vi conosco“, a chi pure avrà cacciato demoni nel Suo Nome. Quello che importa veramente è accogliere la Sua dottrina, accogliere quanto dice la sola Scrittura, credere al solo Cristo, con la forza della sola fede.

Amen.

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Suggerimenti per la preghiera e la lettura biblica della settimana

Ricevo dal fratello pastore Elpidio Pezzella

La vigna del Signore

«Voglio cantare per il mio diletto un cantico del mio amico circa la sua vigna. Il mio diletto aveva una vigna su una collina molto fertile». Isaia 5:1

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Nel libro di Isaia (5:1-7) un cantico descrive la vigna del Signore, con un parallelismo descrittivo richiamante il popolo d’Israele e che oggi potrebbe rappresentare il popolo spirituale di Dio. Il testo narra dell’amore che Dio ha non solo collettivamente per il Suo popolo, ma per ogni persona senza alcuna distinzione. Egli dà a tutti egual valore, a prescindere dalla carica o dal compito svolto. Infatti, Gesù ha versato il Suo sangue indistintamente per tutti. Un racconto dei padri del deserto dice che se un nostro fratello sta toccando il cielo con le mani bisogna afferrarlo per i piedi e riportarlo sulla terra, suggerendo che dobbiamo camminare tutti fianco a fianco.

Nel canto sono elencate tre attività rappresentative dell’opera che Egli compie in ognuno: ha posto una siepe, ha tolto le pietre, vi ha poi piantato delle viti di ottima qualità. Nessuno di noi, nemmeno la chiesa sarà la vigna perfetta. Gesù ha proclamato sé stesso la vite da cui viene ottimo vino al cospetto del Padre. Il vino che Dio vuole dalla Sua vigna siamo noi, quel raccolto che al cospetto del Padre sarà la gloria del Figlio, poiché noi siamo l’uva prodotta dalla morte di Gesù, quel seme che si è immolato per noi. È da Lui, la vite cui siamo collegati, che porteremo frutto per la Sua gloria.

La vigna e la vite

Nel greco del Nuovo Testamento un unico termine – àmpelos/àmpelon – designa sia la vigna sia la vite. La vigna o vigneto indica un terreno dedicato alla coltura della vite. L’immagine biblica della vite/vigna è caratterizzata da una ricchezza simbolica che percorre svariati testi biblici, tra cui quello appena letto del profeta Isaia. Nella Bibbia la vigna/vite si presenta prevalentemente come simbolo del popolo di Israele. Nei frutti prodotti grazie alle solerti cure del vignaiolo, o in assenza di questi frutti a motivo dell’incuria e dell’abbandono, la Bibbia vede il progressivo realizzarsi di Israele o la sua progressiva decadenza fino ad estinguersi sotto il severo giudizio di Dio. Una vigna curata e florida, infatti, è l’immagine di tutto Israele che cammina alla luce della Parola del suo Dio. Mentre una vigna abbandonata e distrutta è invece l’immagine del severo giudizio di Dio che “sradica” dalla terra promessa il popolo a Lui infedele. Sarà Giovanni nel suo Vangelo ad applicare al discepolo di Gesù (e al cristiano) questo duplice valore dell’immagine della vigna/vite (Giovanni 15:1-11).

Lettura della Bibbia

26 settembre Isaia 65-66; Giovanni 7-8

27 settembre Geremia 1-2; Giovanni 9-10

28 settembre Geremia 3-4; Giovanni 11-12

29 settembre Geremia 5-6; Giovanni 13-14

30 settembre Geremia 7-8; Giovanni 15-16

01 ottobre Geremia 9-10; Giovanni 17-18

02 ottobre Geremia 11-12; Giovanni 19-20

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Conoscere, amare, desiderare (Luca 9:18-22)

18 Mentre egli stava pregando in disparte, i discepoli erano con lui; ed egli domandò loro: «Chi dice la gente che io sia?» 19 E quelli risposero: «Alcuni dicono Giovanni il battista; altri, Elia, e altri, uno dei profeti antichi che è risuscitato». 20 Ed egli disse loro: «E voi, chi dite che io sia?» Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». 21 Ed egli ordinò loro di non dirlo a nessuno, e aggiunse:
22 «Bisogna che il Figlio dell’uomo soffra molte cose e sia respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, sia ucciso, e risusciti il terzo giorno».

(Luca 9)

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Egli stava pregando in disparte. Luca inizia la sua narrazione oggi  notando, come spesso fa, un piccolo ma indicativo particolare. Il Figlio era in intimità con il Padre. Questo è il senso del pregare in disparte.

I discepoli erano con lui ed egli domandò loro. Ora il Figlio si rivolge ai discepoli, e porge loro una domanda che vuole verificare che grado di intimità essi hanno con Lui. Consideriamo la domanda rivolta a noi. Egli vuole verificare che grado di intimità noi abbiamo con lui.

Chi dice la gente che io sia?  Questa la prima parte della domanda, generica, che mira, direi, in un certo senso, a togliere di mezzo le risposte inesatte o imprecise. «Alcuni dicono Giovanni il battista; altri, Elia, e altri, uno dei profeti antichi che è risuscitato». Sono le risposte che, anche oggi, potrebbe darvi molta della gente che vi circonda, se vi prendeste la briga di chiederglielo. Per alcuni Gesù è un sapiente, per altri un profeta o il più grande tra essi, per altri ancora un avatar del Signore dell’universo e roba simile.

Perchè ho scritto “se vi prendeste la briga di chiederglielo”? Perchè sono pochi quello che lo fanno. Perchè è scomodo, perchè subito dopo si verrebbe interrogati sulla propria di fede, e lì potrebbero sorgere problemi. Perchè verrebbe subito dopo la domanda: “E chi è per te Gesù?”.

Nel Vangelo, tolta di mezzo la prima parte delle risposte, arriva, “puntuale come una cambiale” la seconda parte della domanda in cui Gesù mette in mezzo la “nostra” fede. Non quella di un altro, o del mondo, ma la nostra, la propria fede in lui.

«E voi, chi dite che io sia?»

Luca ci riporta la risposta di Pietro, che, così recita la maggior parte dei titoli dati a questo gruppo di versetti evangelici, “riconosce” Gesù. Conosce Gesù per quello che effettivamente è.

Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».

Ma, contrariamente a quello che forse ci aspetteremmo, Gesù dice a Pietro ed a tutti loro di non dire nulla a nessuno, perchè «Bisogna che il Figlio dell’uomo soffra molte cose e sia respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, sia ucciso, e risusciti il terzo giorno».

Perchè? Bisogna intendersi sul significato di quello che vuol dire conoscere Gesù, riconoscerlo per Colui che è. Conoscere non è un verbo qualsiasi nella Bibbia. Non è il verbo come solitamente lo intendiamo noi, legato alla pratica scientifica. Noi studiamo botanica, studiamo gli alberi, studiamo il loro modo di fruttificare, e quando vediamo una mela diciamo: “questa è una mela”. Tutti possiamo farlo, sia quelli che amano mangiare le mele, sia quelli che non si sognerebbero mai di farlo. Conoscere nella nostra cultura ha un significato in un certo senso neutro. Non è questo il tipo di conoscenza, di ri-conoscenza che vuole da noi Gesù.

Conoscere in senso biblico significa amare l’altro, desiderare l’altro fino a perdersi e ritrovarsi in lui. Non a caso la Scrittura lo usa nel senso del rapporto sessuale, della propria fusione con l’altro o l’altra da sè che il Signore ti ha messo accanto. Così all’inizio della Genesi, al capitolo 4, versetto 1, sta scritto che, dopo che entrambi si erano persi nel giardino, a causa del loro peccato, si ritrovano vicini e si coprono riscoprendosi e riconoscendo l’immagine di Dio che era in loro.

Adamo conobbe Eva, sua moglie, ed ella concepì e partorì.

Ovvero Adamo ebbe un rapporto sessuale, intimo, non con qualcuno a caso, ma con Eva (chiamata per nome), sua moglie (prescelta per lui da Dio per crescere e moltiplicarsi, non solo in senso numerico…). La desiderò e le volle bene a tal punto che questa concepì (ovvero divenne, ad immagine di Dio, datrice di vita, assieme ad Adamo) e partorì (l’amore della conoscenza è così grande da provocare la nascita di altro amore, la nascita del primo figlio della coppia umana).

La conoscenza biblica, la conoscenza in senso biblico è questa, non altra. L’amare un altra persona fino a considerarla essenziale per sè stessi, per la propria compiutezza come essere umano, come creatura umana. Gesù perciò dice ai discepoli di non dire a nessuno perchè sa che essi a quel momento, pur dando una risposta “esatta”, diciamo così, dal punto di vista “scientifico” non erano arrivati al punto di considerarlo essenziale per la loro esistenza. Non desideravano perdersi in lui, non lo amavano con la stessa bellissima disperazione con cui Adamo ed Eva si conobbero fondendosi tra loro! Tanto è vero che nel momento del culmen, la Passione, fuggirono uno dopo l’altro, per primo lo stesso Pietro che qui pare rispondere per benino… addirittura lo rinnegò per tre volte, rifiutò per tre volte di essere congiunto anche semplicmente con il suo ricordo.

Non lo conosco! Non conosco quell’uomo! 

Di nuovo il verbo conoscere. Non è un caso! Nulla è lasciato al caso nella Scrittura di Dio! Gesù dice ai discepoli di tacere per ora. Dopo, dopo si che lo riconosceranno, dopo sì che diverranno capaci di dare la vita per lui, di perdersi per lui, fino a morire con lui e per lui.

Badate, questo è il significato delle promesse matrimoniali che ci scambiamo in chiesa, di fronte a Dio. Finchè morte non ci separi… in ricchezza è povertà… in salute e malattia…  sono espressioni che significano che io scelgo di perdermi in te e tu in me. Che io scelgo di riconoscere te, mia moglie, mio marito, che mi sei stato affidato o affidata dal Signore, come qualcuno in cui perdermi per ritrovare me stesso, e se è il caso morire. E quella meraviglia che è la sessualità umana, correttamente vissuta, significa esattamente questo! Con te io scelgo di vivere sino a morire, sia simbolicamente, all’apice del piacere, sia veramente, fisicamente, quando ad entrambi ed a ciascuno sarà chiesto.

Perciò dopo il verbo amare nel titolo, viene il verbo desiderare. ?erchè questo amare noi non sappiamo dove comincia nè dove finisce. Non sappiamo perchè ci siamo ri.conosciuti oggi e non piuttosto dieci o vent’anni fa, non sappiamo nè mai potremo sapere in anticipo quando e dove e perchè finirà, se finirà…

Perciò l’amare non basta. Perchè siamo creature finite, e quindi abbiamo bisogno di un continuo rinnovare questo maore, abbiamo bisogno di mantenere vivo, sveglio, desto il desiderio…

Ricordate Gesù che parla a Pietro, verso la fine del Vangelo di Giovanni? Simone di Giovanni mi ami? Mi mami davvero? mi ami tu più di costoro? Pietro si schernisce, quasi si offedne, ma è esattamente questo che vuole fargli capire Gesù. Gli dice, non ti accontentare mai dell’amore, non ti basti mai dire “ti amo” alla tua compagna e poi darlo per scontato. L’amore va costantemente rinnovato, aumentato, incrementato, desiderato! Vale per l’uomo verso la donna, per la moglie verso il marito, per i genitori verso i figli e viceversa.

Ma vale anche per l’uomo, per la creatura umana verso Dio. Devo rinnovare il mio desiderio, il mio amore per Dio, la mia tensione non solo razionale, ma ideale, sentimentale, tutto, verso di Lui.

Non basta studiare una volta la Parola di Dio e poi darla per scontata. Perchè non si tratta di banale conoscenza, si tratta di amore! Di amore che ti avviluppa, di amore che ti prende e ti riprende di nuovo. O non ci sarebbe, nellanostra fede, c’è solo nel cristianesimo!, un rapporto che comprende il proprio, il nostro e di ciascuno compartecipare del Corpo e del Sangue di Cristo. Non ci sarebbe il mangiare ed il bere, il nutrirsi dell’Altro da noi! Fatreci caso, la SantaCena o Eucaristia è assieme al Battesimo l’unico sacramento riconosciuto come tali da tutti, ma proprio tutti i cristiani. Non è un caso!

Attenti, allora, oggi, a come leggete o intendete questo brano nella preghiera! La preghiera deve essere incessante come incessante deve essere il desiderio del Cristo. La professione di fede di Pietro e la nostra non possono essere solo la semplice confessione di una verità scoperta, che “Gesù è il Figlio di Dio”, ma devono far diventare la nostra vita un continuo desiderio di Dio. Così come, nella vita di ogni giorno di due sposi, la vita non è più semplicemente la sommatoria di due vite distinte, ma due vite che si fanno una, la ricerca di un unico piacere, uno per l’altra, una per l’altro, entrambi con Dio.

Allora si che il nostro piacere non avrà fine. Perchè inizio e fine, Alfa ed Omega, si congiungeranno. Stavolta per sempre.

Amen.

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Il terrore del potere (Luca 9,7-9)

7 Erode, il tetrarca, udì parlare di tutti quei fatti; ne era perplesso, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risuscitato dai morti»; 8 altri dicevano: «È apparso Elia»; e altri: «È risuscitato uno degli antichi profeti». 9 Ma Erode disse: «Giovanni l’ho fatto decapitare; chi è dunque costui del quale sento dire queste cose?» E cercava di vederlo.

(Luca 9)

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Erode, il potere, è terrorizzato. E’ spaventato da Gesù, da quell’uomo di Nazareth, che con il suo ministero, con il suo instancante annunciare la Parola di Dio, ribadire la Legge di Dio senza sconti per nessuno, ne mette in crisi l’effimero ma forte regno sui corpi e sulle asservite coscienze della gente del suo tempo. Non bastava il Battista? Aveva dovuto farlo decapitare. Così come gli antichi rappresentanti del popolo, così detti, meglio rappresentanti del proprio interesse, non si erano fatti scrupoli ad eliminare un profeta del Signore dopo l’altro. Ma questo era diverso, persino Erode lo percepiva…

Sia chiaro. Non c’è possibilità di convivenza tra un potere fine a sè stesso, asservito ai propri interessi, e la Signoria assoluta di Dio sulla vita del mondo e di ogni uomo. Al potere perciò vanno bene i predicatori all’acqua di rose, i preti ed i pastori asserviti alle ideologie dominanti, o che le disturbano il meno possibile, i credenti che sono tali al massimo due o tre ore alla settimana, la Parola di Dio diluita come se fosse camomilla concentrata, il messaggio biblico ed evangelico ridotto a tre o quattro frasette di senso comune.

Ma il profeta no! Il profeta disturba, il profeta richiama, il profeta sveglia le coscienze. A partire dalla propria, tanto che persino il profeta stesso a volta si mette paura del messaggio di cui è portatore (vedi Giona, o Geremia, o la ritrosia di Isaia).

E se disturba il profeta, figuriamoci il Cristo. Lo metteranno in Croce, credendo di fermarlo, ma in realtà ne amplificheranno la voce e la portata del messaggio, come se avessero alzato in alto un altoparlante che nessuno sarà mai in grado di far tacere.

Annunciamo il messaggio del Cristo, annunciamo la Sua Parola, non ci vergogniamo, non ci mettiamo paura, gridiamo con forza senza tacere, senza aver paura del potere. Del potere umano alla fine non resta traccia, come di tutti i potenti, i dittatori, quelli che si credono grandi. Finiscono nella tomba, nella polvere, frantumano le loro statue, sputano sulle loro effigi, devastano le loro tombe, quei vigliacchi dei loro consimili, dopo che sono morti. Dice Qohelet:

Vanità delle vanità, tutto è vanità. … Non resta più ricordo degli antichi, ma neppure di coloro che saranno si conserverà memoria presso coloro che verranno in seguito.

Ma il Signore Gesù dalla Croce ha trionfato per sempre, il Signore Gesù è Risorto, il Signore Gesù è con noi, se gridiamo quell’Evangelo che ci ha affidato.

Gridiamolo allora, facciamo terrore al potere, mettiamogli spavento. Gli Erode di questa terra ci perseguiteranno, ma la vittoria è del Signore. E di nessun altro.

Amen.

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20 settembre, il “conosciversario”

20 settembre 1977, trentanove anni fa, primo giorno di liceo, IV ginnasio (allora così si chiamava il primo anno di liceo classico) presso la succursale del Liceo “Manara”, a Monteverde Vecchio, a Roma.

Lo chiamo il nostro “conosciversario” perchè è il primo giorno in cui ci siamo visti Antonella, mia moglie, ed io. Ad essere sinceri, per quei cinque anni non ci siamo parlati un granchè, eravamo simpatici uno all’altro ma più di tanti non ci filavamo.

Ma evidentemente il Signore aveva comunque un progetto con noi e su di noi, perchè quando, dopo i cinque anni di liceo (maturità 1982), e dopo tanti altri anni, ci siamo ritrovati, in un momento molto delicato per la vita di entrambi, abbiamo scoperto di essere fatti l’uno per l’altra.

Ti amo, Antonella, e grazie di esistere. E grazie al Signore che ci ha permesso di ritrovarci uno sul sentiero dell’altro. Spero di avere ancora tanti e tanti anni da trascorrere assieme.

Amen, perchè ci sta…

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Roma, 27 settembre 2014, Piazza San Bernardo, vicino alla Chiesa Metodista di Roma di Via XX settembre, dove ci siamo uniti in matrimonio

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Mia madre e i miei fratelli (Luca 8,19-21)

19 Sua madre e i suoi fratelli vennero a trovarlo; ma non potevano avvicinarlo a motivo della folla. 20 Gli fu riferito: «Tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori, e vogliono vederti». 21 Ma egli rispose loro: «Mia madre e i miei fratelli sono quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

(Luca 8)

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Chi sono mia madre (la chiesa) e chi sono i miei fratelli (i discepoli)?

Egli rispose loro: «Mia madre e i miei fratelli sono quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

Perciò, scrivevo ieri commentando quanto scritto da un conoscente valdese, non mi preoccupo più di tanto della sopravvivenza della chiesa valdese (o di altre chiese e/o confessioni) in particolare. Perchè se viene a mancare la fede biblica, se viene a mancare la fede nel principio della Sola Scriptura, se viene a mancare il rapporto vivo, vitale, quotidiano con la Parola di Dio, viene a mancare quello con Cristo.

E chi si stacca da Cristo è come un virgulto che si stacca dalla vite, inevitabilmente prima lentamente avvizzisce e poi muore.

La scelta è se lasciarsi cambiare, convertire, se necessario stravolgere dalle richieste della Parola di Dio o se, al contrario, illudersi di poter fare, noi, il contrario, ovvero credere di poter mutare a nostro piacimento la Parola ed i comandi immutabili di Dio.

Se la scelta è la prima siamo riconoscibili come madre (la comunità, la confessione, la chiesa) e come fratelli, figli nel Figlio (i singoli credenti) di Gesù.

Se la scelta è la seconda, beh, personalmente non mi interessa di viverla. Non ho alcun interesse a far parte o a vivere in una comunità che pensa di poter trattare la Parola di Dio come i poteri di questo mondo trattano tutto il resto, girando parole, discorsi e fatti secondo il loro interesse del momento.

Prego per la conversione di questa chiesa, prego e mi impegno per una sua rinnovata fedeltà alla Parola di Dio, ma, come i profeti, indurisco la faccia, cerco di rafforzare il mio piede e le mie mani, e proseguo per il sentiero antico su cui il Signore mi ha detto di camminare, la via stretta che conduce alla vita. E che il Signore mi aiuti.

Amen.

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Suggerimenti per la preghiera e la lettura biblica della settimana

A cura del fratello pastore Elpidio Pezzella.

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La fede è azione

«Non ti ho detto che se tu credi, vedrai la gloria di Dio?» (Giovanni 11:40).

Dinanzi alla sfida della parola di Dio tendiamo a voler dare spiegazioni e giustificazioni, perché quando Dio viene incontro alla nostra esistenza noi restiamo essere umani ed in quanto tali, ci relazioniamo da esseri finiti che si lamentano per gli sforzi vani diretti ad applicarla nel concreto, ma spesso con insuccesso. Se la nostra fede, invece, ascoltasse molto di più la Sua parola e non i medici gli analisti economici e tanti altri portatori di infauste notizie, saremmo come Simone il quale affermò “Alla tua parola calerò le reti”. È questo quello che sta venendo meno! Ascoltiamo, ma facciamo fatica ad obbedire alla parola del Maestro quando ci dice gettare le reti. La fede non cerca spiegazioni o scuse, ma azioni! Gesù, nel Suo discorso con la sorella di Lazzaro le disse: «Non ti ho detto che se tu credi, vedrai la gloria di Dio?» (Giovanni 11:40). Anche il centurione di Capernaum è per noi di esempio, quando disse a Gesù che non era necessario che si recasse a casa sua per guarire il suo servo ammalato. Era persuaso che con una sola Sua parola sarebbe guarito.

La pappagallina Trilly

Una storia vera raccolta dai diretti interessati.

Circa tre mesi addietro Trilly, la femmina dei due pappagallini dei nostri figli, Michele e Davide, è scappata. Michele è davvero caduto nello sconforto… Quando prima di consumare i pasti invitavo Michele a ringraziare Dio, lui chiedeva al Signore con insistenza e a voce rotta di fare tornare Trilly. Io e mia moglie lo guardavamo con tenerezza, consapevoli che le probabilità di sopravvivenza all’aperto di un volatile cresciuto in cattività sono pochissime. Stamattina, mentre ci trovavamo in una piccola proprietà rurale a quasi dieci km di distanza da casa, abbiamo assistito all’impossibile. Un esemplare femmina di colorito della stessa taglia e dello stesso piumaggio di Trilly si è posato sulla gabbia dove si trovava l’altro nostro pappagallino. Con circospezione abbiamo aperto la porticina della gabbia e lei è entrata cominciando ad amoreggiare con Pablo. Gli unici a non essere stupiti sono stati i nostri figli. Michele, in particolare, vedendomi particolarmente sorpreso mi ha semplicemente detto: “Papà hai visto? Dio ha ascoltato la mia preghiera!”

Lettura della Bibbia

19 settembre Isaia 51-52; Luca 17-18

20 settembre Isaia 53-54; Luca 19-20

21 settembre Isaia 55-56; Luca 21-22

22 settembre Isaia 57-58; Luca 23-24

23 settembre Isaia 59-60; Giovanni 1-2

24 settembre Isaia 61-62; Giovanni 3-4

25 settembre Isaia 63-64; Giovanni 5-6

Lunedì 21 è la Giornata Internazionale della Pace, si levi una preghiera affinché la pace regni in Gerusalemme e sulla terra tutta, mentre su ogni cuore si levi il vessillo del Principe della Pace.

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Nessun domestico può servire due padroni (Luca 16:1-13)

Domani, domenica 18 settembre 2016, Giorno del Signore, per il lezionario comune riformato è la XVIII domenica dopo la Pentecoste, ciclo C; per il lezionario cattolico è la XXV domenica del tempo ordinario, ciclo C.

I testi per la liturgia della Parola sono gli stessi, ma il lezionario comune riformato permette una doppia scelta per le letture prese dall’Antico Testamento. La riporto di seguito.

READINGS FOR THE COMING WEEK
Proper 20 (25) (September 18, 2016)

First reading and Psalm
Jeremiah 8:18-9:1
Psalm 79:1-9

 

Alternate First reading and Psalm
[Letture scelte dal lezionario cattolico]
Amos 8:4-7
Psalm 113

 

Second reading
[1 Timoteo 2:1-8 per il lezionario cattolico]
1 Timothy 2:1-7

 

Gospel
Luke 16:1-13

Il racconto evangelico è spesso titolato nelle nostre Bibbie e nei nostri commentari come la”Parabola del fattore infedele” o dell’ “Amministratore disonesto”. Il testo segue-

1 Gesù diceva ancora ai suoi discepoli:

«Un uomo ricco aveva un fattore, il quale fu accusato davanti a lui di sperperare i suoi beni. 2 Egli lo chiamò e gli disse: “Che cos’è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore”. 3 Il fattore disse fra sé: “Che farò, ora che il padrone mi toglie l’amministrazione? Di zappare non sono capace; di mendicare mi vergogno. 4 So quello che farò, perché qualcuno mi riceva in casa sua quando dovrò lasciare l’amministrazione”. 5 Fece venire uno per uno i debitori del suo padrone, e disse al primo: “Quanto devi al mio padrone?” 6 Quello rispose: “Cento bati d’olio”. Egli disse: “Prendi la tua scritta, siedi, e scrivi presto: cinquanta”. 7 Poi disse a un altro: “E tu, quanto devi?” Quello rispose: “Cento cori di grano”. Egli disse: “Prendi la tua scritta, e scrivi: ottanta”. 8 E il padrone lodò il fattore disonesto perché aveva agito con avvedutezza; poiché i figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce.

9 E io vi dico: fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste; perché quando esse verranno a mancare, quelli vi ricevano nelle dimore eterne. 10 Chi è fedele nelle cose minime, è fedele anche nelle grandi; e chi è ingiusto nelle cose minime, è ingiusto anche nelle grandi. 11 Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà quelle vere? 12 E, se non siete stati fedeli nei beni altrui, chi vi darà i vostri?

13 Nessun domestico può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona».

(Luca 16)

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In questa parabola nessuno dei protagonisti è da prendere ‘da esempio’. Non il fattore, che è comunque un disonesto; un disonesto intelligente, come tanti, troppi protagonisti delle cronache dei nostri giorni, ma comunque un disonesto. Uno che ruba agli altri ed al padrone. E neppure il padrone, l’uomo ricco, quello che accumula i suoi beni senza sapere che non li raccoglierà è da prendere ad esempio. Tantomeno perchè, alla fine dei conti, finisce per lodare il servo che lo ha derubato! Anche di cose come queste le nostre cronache quotidiane sono piene. Di arricchiti disonesti che fanno fare soldi e carriera sempre agli stessi, di ladri di risorse in grande che aiutano ladri di risorse in piccolo. E di onesti che, cito sempre la Scrittura, si impoveriscono ed hanno fame.

Niente di nuovo sotto il sole, direbbe il sapiente Qohelet.

Gesù non loda nè l’uno nè l’altro quindi, nè il fattore nè il ricco padrone, ma esorta il credente a guardare: dove ha il proprio cuore? Quali ricchezze cerca? Quale padrone serve? Le ricchezze del mondo infatti non sono, mai!, le ricchezze di Dio. Le ricchezze del mondo sono le ricchezze di Mammona, ricchezze che perdono e ci fanno disperdere, ricchezze che ci fanno dissipare la vita che abbiamo, il tempo che abbiamo, i respiri che mai potremmo contare o di cui mai potremmo disporre. Non sapremo mai quando il soffio di vita che Dio ci dona in questo mondo si interromperà. Ma si interromperà, questo è certo, ed allora saremo esaminati dal Signore, Giusto Giudice su come avremo impiegato il nostro tempo, come avremo usato il nostro respiro, quale tesoro avremo nel nostro cuore.

Siamo un domestico, un servo inutile, un servo senza pretese. Perchè che pretese potremmo mai avere verso Colui al quale siamo debitori di tutto? Di che utilità potrebbero essergli le nostre umane costruzioni? Cosa altro di sensato potremmo fare con la nostra vita se non servirlo, e sperare di poter rimanere in Eterno nella Sua casa, la santa dimora verso cui ci dicono di camminare i Salmi?

Non illudiamoci! Mai potremo essere servitori di due padroni. Le cose, i fatti, le sensazioni e le passioni del mondo non ci schiavizzino, non lasciamo che ci seducano e ci dicano loro cosa fare. Quella è la disonesta ricchezza! E noi, lo ripeto, non siamo chiamati a fare i furbi con questa, sperando, con la stessa vacua vaghezza con cui molti credono, crediamo, di riuscire alla fine a scamparla, ma a rifiutarla ed a cercare il vero tesoro che è la volontà del Signore, come è rivelata, solo e soltanto nella Sua Parola.

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