Auguri per gli amici… avranno bisogno di tanta energia!

Monsignor GIOVANNI TANI, 64 anni, nominato titolare della sede arcivescovile di Urbino-Urbania-Sant’Angelo in Vado. Alla guida del Pontificio Seminario Romano Maggiore gli succede don CONCETTO OCCHIPINTI, 46 anni, parroco di Santa Galla
Ne ha dato l’annuncio questa mattina a mezzogiorno il cardinale Agostino Vallini nel seminario di piazza San Giovanni in Laterano, che il neovescovo eletto ha guidato per otto anni, mentre la notizia veniva diffusa dalla Sala stampa della Santa Sede.

Il nuovo arcivescovo, monsignor GIOVANNI TANI, originario di Sogliano al Rubicone (Forlì), è nato l’8 aprile 1947. Compiuti gli studi medi nel Seminario Minore di Rimini e poi in quello regionale, a Bologna, è arrivato a Roma come studente del Maggiore frequentando la Pontificia Università Gregoriana, dove ha conseguito la laurea in Teologia spirituale. Conseguita anche la licenza in Diritto canonico alla Pontificia Università Lateranense, è stato ordinato sacerdote il 29 dicembre 1973 per la diocesi di Rimini. Dal 1974 al 1985 è stato direttore spirituale del seminario della diocesi romagnola e per i 14 anni successivi ha ricoperto lo stesso incarico nel Seminario Romano Maggiore. Nel 1999 è stato nominato parroco di Nostra Signora di Lourdes a Tor Marancia. Nel 2003 infine la chiamata a guidare il Maggiore. Dal 2003 era rettore della chiesa dei Santi Quattro Coronati, membro dei Consigli diocesani presbiterale e pastorale, presidente dei Missionari dell’Istituto Imperiale Borromeo. Cappellano di Sua Santità dal 1992, dal 2006 era assistente spirituale dell’Apostolato Accademico Salvatoriano.

Siciliano d’origine invece don CONCETTO OCCHIPINTI, nato a Modica (Ragusa) il 28 ottobre 1964 e ordinato sacerdote per la diocesi di Roma il 28 aprile 1990. È stato prima vicario cooperatore a Santa Gemma Galgani; quindi ha lavorato nell’Ufficio liturgico del Vicariato ed è stato coadiutore della basilica lateranense. Nel seminario che lo accoglie come nuovo rettore è stato prima assistente, dal 1992 al 2000, e poi direttore spirituale, dal 2000 al 2005, anno in cui è stato nominato parroco di Santa Galla a Circonvallazione Ostiense. Professore all’Istituto superiore di scienze religiose Ecclesia Mater, è rappresentante del settore Sud nel Consiglio presbiterale.

24 giugno 2011

Marco 6,6b-13 nel commento di Giovanni Nicolini

Mc 6,6b-13

Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

7Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. 8E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; 9ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. 10E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. 11Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». 12Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, 13scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

COMMENTO DI GIOVANNI

Nella strada lungo il Vangelo percorsa fino ad oggi, il Signore ci ha già posto davanti al fatto che questa Parola non è una specie di “magìa” che agisce in se stessa. La Parola è il grande incontro tra Dio e l’umanità, e come tale è esposta alla storia dell’umanità, alla vicenda di ogni persona. E’ quindi esposta all’essere accolta come ad essere respinta. Il ver.7 esprime in modo semplice e diretto il primo grande scopo di questa Parola: liberare l’uomo dal Male che lo tiene prigioniero. Gli annunciatori della Parola sono portatori di una potenza capace di vincere e di togliere il Male.

Il tesoro della Parola è strettamente connesso con il volto della povertà. Di tutte le possibili “lezioni” dei vers.8-9, mi sembra che quella essenziale sia questa connessione necessaria tra Parola e povertà. Mi limito ad affermare la cosa, senza qui poterla approfondire. Il tema è ricco e complesso. Qui mi limito a dire che la Parola di Dio esprime in se stessa quel “farsi povero” di Dio che lo porta a comunicarsi e a consegnarsi all’uomo, sino al farsi povero del Figlio che si dona fino alla Croce. Credo che questa sia la ragione prima di questo legame tra Parola e povertà. E’ chiaro che questa indicazione è radicalmente opposta alle logiche del mondo per le quali l’affermazione di un pensiero o di un progetto è intimamente legato alla potenza della comunicazione. Questo pone molte domande che tralasciamo subito.

E’ molto preziosa anche l’indicazione del ver.10. L’annuncio della Parola è il principio di una realtà nuova che coinvolge tutta la vita delle persone. Non è il “mordi e fuggi” di una pubblicità, ma è il volto nuovo di una vita nuova. Come tale esige vincoli di stabilità bene espressi dal verbo reso in italiano con “rimanetevi”. Non sarà evidentemente questione di tempi, ma certamente esigerà la fondazione di legami profondi, diretti e stabili.

Sono più esitante sul ver.11, dove mi sembra possibile interpretarlo come un giudizio che sottolinea il rifiuto nei confronti della Parola. Ma dove anche si può pensare all’attenzione a non portarsi dietro niente da dove la Parola non è veramente accolta, e il testimone possa riprendere il suo cammino con la stessa povertà con la quale si era presentato.

Non mi piace la traduzione italiana del ver.12, dove mi sembra preferibile rendere alla lettera: “Proclamavano (la Parola) affinchè si convertissero”. Non mi sembra possibile nè giusto predicare che la gente si converta. Solo l’annuncio semplice e diretto della Parola può muovere le persone verso un’altra interpretazione della loro vita.

Amen

A colui che può, mediante la potenza che opera in noi, fare infinitamente di più di quel che domandiamo o pensiamo, a lui sia la gloria nella chiesa, e in Cristo Gesù … nei secoli dei secoli (Efesini 3,20-21)

Amen.

La Parola del giorno, Luca 20,27-38

Ora, egli non è Dio di morti, ma di vivi; perché per lui tutti vivono (Luca 20,38)

In questo Vangelo Gesù parla chiaramente della prospettiva di una vita eterna per noi, e io mi domando: Questa prospettiva, quanto mi tocca, quanto condiziona il mio quotidiano? E ancora: Riesco a crederci, o ci credo solo per i miei cari defunti? Mi coinvolge emotivamente di più l’avere in tasca un biglietto della lotteria che quasi sicuramente non mi farà vincere un bel niente o l’avere la possibilità di ricevere gratuitamente una vita eterna?

Noi non abbiamo nessuna prova tangibile di questa prospettiva, se non qualche sensazione soggettiva, racconti di santi e la risurrezione di Gesù, documentata dai discepoli; ma la speranza in una qualche vita oltre la morte ci aiuta a sopportare lo scandalo e il rifiuto che abbiamo della morte.

Di fatto vediamo quanto facciamo e siamo disposti a spendere per cercare di evitare che la morte ci assorba totalmente. Fare figli, volere nipoti, costruire monumenti, libri, targhe commemorative; sono tutti tentativi di sopravvivere alla morte, perlomeno vivendo nella memoria degli altri. Anche i sette mariti di cui parla il vangelo sono un esempio di tecnica di sopravvivenza per lo meno del nome del defunto.

Ma Gesù ci propone molto di più che il semplice rimanere vivi nella memoria dei sopravvissuti. Gesù ci parla di una vita addirittura qualitativamente superiore a quella che stiamo sperimentando ora, in cui non avremmo più neanche bisogno di legare a noi mariti o mogli, perché non ci mancherà nulla. Saremo totalmente appagati dalla visione di Dio, e senza la prospettiva di una seconda scadenza. Se ci si pensa un attimo, non si può non rimanere sconvolti davanti ad una tale prospettiva, che supera di gran lunga qualsiasi prospettiva che possiamo avere o realizzare in questa vita terrena, eppure a me non mi turba più di tanto. Segno che faccio fatica a crederci.

Cosa può aiutarmi a crederci? Penso solo l’esperienza quotidiana dell’esistenza e della presenza di questo Dio nella mia vita e nella vita delle persone che ho la possibilità d’incontrare. Per ottenere questo è importante pregare sempre chiedendo al Signore il dono di questa scoperta; perché se questo Dio esiste e mi vuole bene, non vedo perché dovrebbe desiderare di perdermi dandola vinta alla morte.

Signore aiutami a credere oggi affinché io possa credere anche per il domani.

Giovanni 16,20 di Massimo Marottoli

Dalla tristezza alla gioia
di Massimo Marottoli
«…voi piangerete e farete cordoglio, e il mondo si rallegrerà. Sarete rattristati, ma la vostra tristezza sarà cambiata in gioia»
(Giovanni 16/20) 
Mentre riflettevo sul versetto giovanneo mi sono tornate alla mente le parole de La buona novella di Fabrizio De André, a mio avviso una delle liriche più alte del poeta genovese.
Ai piedi della croce (delle croci, ben tre) non è solo Maria – la madre di Gesù – a piangere. Insieme a lei piangono altre donne e tra queste, le madri dei ladroni Tito e Dimaco (nomi che De André ricava dalla lettura dei testi apocrifi. Il vangelo arabo dell’infanzia parla di Tito e Dumaco).
Per De André, la vita ha un valore assoluto; che sia la vita di un ladro, o quella di un “santo”, o di un profeta, non fa alcuna differenza… e non c’è un vivere o morire che valga più di un altro vivere o morire. De André tuttavia, alle madri di Tito e di Dimaco riconosce il diritto di …piangere un po’ più forte… perché quelle due donne, ai piedi delle “loro” croci, non vedranno i figli tornare dalla morte. Il cantautore genovese pensa che anche Maria pianga suo figlio, come le altre, e che lo pianga quale uomo, frutto del suo ventre; che ne pianga le braccia magre, la fronte, il volto… E la conclusione che esprime questo sentire profondo – viscerale – di Maria è di una drammaticità resa musicalmente in modo eccelso dagli archi, che ne sottolineano il momento, mentre sale al cielo il grido della madre di Gesù, nella frase forse più celebre della canzone deandreana: Non fossi stato Figlio di Dio, ti avrei ancora per figlio mio.
Fin qui, De André. Ed è difficile immaginare come poter rendere il senso del nostro testo a queste donne. Come figurarsi tale cambiamento dalla tristezza alla gioia davanti all’immagine (simbolo di mille altre immagini di umiliazione estrema dell’umanità) appena ripresa dall’opera di De André?Il testo di Giovanni non dà risposta a questa domanda, né è stato scritto con l’intento di potervi rispondere. Esso tuttavia ci aiuta a comprendere un termine capace di far luce sul significato più profondo di tale passaggio dalla tristezza alla gioia.
Il testo greco rende tale cambiamento con il futuro di un verbo, la cui radice (ghen) vuol dire nasco, ma anche diventoe sono. Quel cambiamento della tristezza in gioia è dunque come il nascere; un nascere e così, un essere, annunciato nella vita del risorto. La radice del verbo usato comunica una tensione interna, tale per cui quel nascere (la resurrezione di Gesù-gioia-dei discepoli) è un venire ad essere che sottolinea la radicale novità del passaggio annunciato. La resurrezione segnala una rottura con il tempo e il mondo in cui, nel cuore dell’uomo, tristezza e gioia si alternano nella loro contiguità. La trasformazione di cui parla il nostro testo, pertanto, è anche l’abbandono della tristezza al suo destino. La tristezza non contenderà più il tempo alla gioia perché in gioco, con il risorto, è il nuovo essere non più sottoponibile alla ineluttabilità della morte. Dalla gioia non si torna indietro, esattamente come dal suo essere venuto alla vita – dalla morte – Gesù non torna indietro. Egli non torna indietro e anzi, come dire (?), procede oltre su questa linea, va in alto: ascende al Padre e lì porta l’essere gioia dei suoi. La gioia si caratterizzerà come esperienza determinante l’esistenza dei discepoli.
Ma quella gioia, che è la realtà stessa del Cristo risorto, si contrappone al …si rallegrerà del mondo. L’essere gioia del Cristo risorto, che avrà in comunione con sé coloro che sono stati rattristati dalla morte di croce metterà in crisi le ragioni del rallegrarsi del mondo.

Perché il mondo si rallegrerà? Si rallegrerà perché avrà potuto sbarazzarsi di un incomodo. Il mondo avrà piacere perché avrà potuto finalmente sbarazzarsi di Dio; ma l’annuncio del cambiamento della tristezza dei discepoli (per la morte di Gesù), in gioia per l’essere-vita di Gesù nella resurrezione, sta a significare ora come sia illusoria l’azione del mondo che sta per crocifiggere Gesù, che sta per sbarazzarsi di Dio.

Con ciò, l’autore del testo vuol dire che qui non si tratta solo di una contrapposizione temporanea e formale tra Dio emondo, ovvero di una contrapposizione che nasce e finisce nelle condizioni ambientali, culturali e religiose dell’epoca. Il testo di Giovanni – della fine del primo secolo – in fondo vuol dirci che quella contrapposizione definisce una realtà di conflitto e di respingimento più profonda, che rimane tale e perciò…di un continuo rallegrarsi del mondo per la crocifissione di Gesù, e di un continuo – quanto incomprensibile al mondo – gioire di coloro ai quali ora è promessa la vita. Ma così – in quanto il testo fa convergere le linee della nostra riflessione sul rilievo secondo cui quella gioia è la realtà stessa del Cristo risorto -, ciò di cui il mondo si sbarazza è la gioia, e per questo il rallegrarsi del mondo è vuoto e tale condizione del suo rallegrarsi è ben evidenziata da un dolore reale, duro, dalla sua storia!

Nel crocifiggere Gesù e nel rallegrarsi per questo, il mondo espunge Dio; intende espungere Dio dal mondo e dalla storia. E questa, che a prima vista è una esplicitazione, già cristiana, del tema della secolarizzazione (cioè, in parole povere, di un’emancipazione dell’uomo dall’invadenza del sacro, che però è la religione, non la Parola che è diventata carne) è un passaggio che fa luce sul punto di connessione tra tutte le problematiche relative alla debolezza (!) della testimonianza delle chiese. Tale rilievo richiama a una concentrazione, libera da moralismi e da arroccamenti denominazionali, su quanto, del mondo, alligni tra i testimoni dell’evangelo; su quanto, delle realtà che chiamiamo chiese, sia gioia effimera, pianto e tristezza durevoli (perché il Dio di Gesù Cristo – gioia dei discepoli -, di cui il mondo si sbarazza sarà scomodo per tutti, anche per i discepoli, e se non sarà scomodo sarà un idolo, un’immagine, in cui la religione – il sacro – sarà confusa con la rivelazione) e quanto invece è realtà perfusa di quest’annuncio: la vostra tristezza sarà cambiata in gioia.

E’ un annuncio che non può essere né atteso, né ricevuto se si tende a minimizzare il conflitto tra Dio e mondo, o se, d’altra parte, si tende a prescrivere la gioia, quasi fosse una necessità-rimedio al rallegrarsi del mondo per la crocifissione di Dio (…e appunto non è una necessità, perché la gioia che Gesù annuncia ai discepoli è dono, cioè contingenza), perché il rallegrarsi del mondo che non regge la prova e si tramuta invece in desolante tristezza è quello di chi si è svincolato/a dalla presenza scomoda di Dio nel mondo, per rientrare in un luogo dove il mondo è più al sicuro, ovvero dove ha mantenuto il simulacro di Dio: la religione. Ma a tutti è annunciato questo evangelo: ai popoli in guerra, al mondo desolato e devastato dalla non-lungimiranza umana nella gestione delle risorse, a chi piange e fa cordoglio, a chi ha perso qualcosa di vitale per la sua vita, alle madri di Tito e Dimaco e ovunque v’è tristezza umana: sarete rattristate, ma la vostra tristezza sarà cambiata in gioia, perché questa è la realtà del Cristo risorto, per il mondo morto nel peccato e vivificato in Cristo.

La pace di Cristo, Giovanni 14,27

Cristo dice: «Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti» (Giovanni 14,27)

La pace del Cristo, quella della non violenza vera, quella gandhiana, di chi si siede, magari anche in silenzio e non obbedisce, e si lascia portar via, e poi convince un altro e un altro ancora a far la stessa cosa. La non violenza vera, non, per riprendere le parole della Scrittura, quela di chi dice di volere pace, benessere, tranquillità, ma nel suo cuore (e magari anche nel suo zaino, o nel suo tascapane, o nella sua borsa di tolfa come accadeva quando ero a scuola negli anni 70), ha la guerra (o ha il suo sanpietrino, il suo tubo di ferro, la sua molotov, per poco o nulla differente da sfollagenti o lacrimogeni). La violenza di uno, io credo, non giustifica mai la violenza in risposta di un altro. O il Cristo non avrebbe detto di riporre la spada.

Marco 5,30-34 commentato da Giovanni Nicolini

Mc 5,30-34

30E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». 31I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». 32Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. 33E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. 34Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».

COMMENTO DI GIOVANNI

E’ interessante che l’evento salvifico preceda l’identificazione delle persone. Come all’ultimo versetto del testo precedente, il ver.29, la donna percepisce la sua liberazione – “sentì nel suo corpo che era guarita dal male” – così ora Gesù si rende conto “della forza che era uscita da lui”(ver.30). E’ un motivo ricorrente questo, in tutta la Scrittura, a sottolineare come la potenza di Dio agisca nella storia e sia quindi la nuova condizione della storia ad avvertire e a cercare da dove questa novità provenga.

D’altra parte questa identificazione è essenziale! E’ essenziale cioè che si rivelino da una parte chi sè stato liberato, e dall’altra chi sia il liberatore! Quindi Gesù domanda: “Chi ha toccato le mie vesti?”. La risposta di “buon senso” datagli dai discepoli contiene però un grosso rischio: quello che chi è stato salvato non conosca Chi lo ha salvato. Si potrebbe pensare che l’annuncio del Vangelo sia sempre il dono della consapevolezza dell’evento salvifico. E’ infatti molto importante tener fermo che la Parola annunciata è già proclamazione dell’atto salvifico di Dio che ora chi  è stato salvato può riconoscere e accogliere. Per fare un esempio: l’uomo che era cieco e ora ci vede, a questo punto viene a sapere chi lo ha liberato dalle tenebre. Il dono precede in questo senso il donatore. Siamo lontani da una dottrina nella quale incamminarsi per poi vederne i risultati! Per la donna che ha toccato Gesù la vita nuova è già cominciata. Ma la sua salvezza sarà piena quando lei potrà cogliere che la sua guarigione è avvenimento che cambia tutta la sua vita e fa di lei un discepolo del Signore. La fede, quindi, è sempre un evento personale, intimo. Per molti aspetti insondabile e strettamente legato alla storia di ciascuno. Per questo è importantissimo non consegnarsi e rassegnarsi ad un “anonnimato” che potrebbe essere inevitabile se ci si arrendesse alla difficoltà posta dai discepoli. Ma il Signore Gesù cerca ciascuno dei suoi fratelli!

Qui è bellissimo che sia quindi Lui a cercare “colei che aveva fatto questo”(ver.32). Perchè lo fa? Perchè a sua volta il Signore vuole affermare che l’evento è partito dalla fede della donna! Dice al ver.34: “Figlia, la tua fede ti ha salvata”. E questo avviene perchè lei “impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne…”. Quanto prima era stata audace fino alla temerarietà – lei fonte di impurità e di contaminazione a causa della sua condizione! – ora, per il dono ricevuto, è misteriosamente consapevole di trovarsi davanti al suo Salvatore! Non è paura, ma principio del “timore di Dio”, cioè esperienza e consapevolezza che si vive alla sua presenza! E mi piace molto che il testo affermi che “gli disse tutta la verità”. Sono portato ad interpretare con rigore letterale il termine “verità”: una verità non astratta, generale e generica, ma la “sua” verità, che è la verità di Dio in Lei. La verità del Dio Amore e Salvatore!

Mi dà felicità questa specie di “cortesìa” circa l’attribuzione del merito dell’evento! Noi ringraziamo il Signore che a sua volta ci dice essere la nostra fede ad operare. E la fede è però dono suo!

La Parola del giorno

Signore, tu sei il mio Dio; io ti esalterò, loderò il tuo nome, perché hai fatto cose meravigliose (Isaia 25,1)

Ti amo, Signore, mia forza,
Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore;
mio Dio, mia rupe, in cui trovo riparo;
mio scudo e baluardo, mia potente salvezza.

Ascoltare è edificare

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 7,21-29.

Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.
Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?
Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia.
Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia.
Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia.
Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande».
Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle restarono stupite del suo insegnamento:
egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi.

Meditazione del giorno:

Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa
Discorso 179, 8-9 ; PL 38, 970-971 (Nuova Biblioteca Agostiniana)

Ascoltare e mettere in pratica

        Non ingannate voi stessi, fratelli miei, che pure siete venuti con desiderio ad ascoltare la parola ; se non mettete in pratica ciò che avete ascoltato, smentite voi stessi. Considerate che, se è attraente l’ascoltare, quanto più il realizzare. Se non ascolti, se trascuri di ascoltare, non edifichi nulla. Se ascolti e non metti in pratica, metti mano ad una rovina… Ascoltare e mettere in pratica equivale ad edificare sulla roccia. L’ascolto stesso è appunto un edificare.

        « Chi invece – dice il Signore – ascolta queste mie parole e non le mette in pratica lo rassomiglierò ad un uomo stolto che edifica ». Anche costui edifica. Che cosa edifica? Questo: Edifica la propria casa; ma per il fatto che non mette in pratica ciò che ascolta, pur ascoltando edifica sulla sabbia.

        « Quale necessità ho di ascoltare ciò che non intendo fare ? dice allora qualcuno. Ascoltando infatti e non mettendo in pratica, io metterò mano ad una rovina. Non è più sicuro non ascoltare affatto ? » In realtà, nella similitudine da lui proposta, il Signore non volle toccare questo caso, ma lo diede ad intendere. Infatti, in questa vita non hanno tregua la pioggia, i venti, i fiumi. Non edifichi sulla roccia, per non farti precipitare, se vi si abbattono ? Non edifichi sulla sabbia nell’intento che, venendo, non mandino in rovina la casa ? In conseguenza, resterai così, senza il riparo di alcun tetto se nulla ascolti…

        Considera dunque quale parte vai a scegliere. Non ascoltando, non sarai sicuro, come credi; privo di ogni riparo è di necessità che tu sia sepolto, asportato, sommerso.

 

La Parola del giorno

Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato (Gioele 2,32)

Il brano ripreso dall’autore della lettera ai Romani prosegue:
14 Ora, come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? E come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? E come potranno sentirne parlare, se non c’è chi lo annunci? 15 E come annunceranno se non sono mandati? Com’è scritto:
«Quanto sono belli
i piedi di quelli che annunciano buone notizie!»
16 Ma non tutti hanno ubbidito alla buona notizia; Isaia infatti dice:
«Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione?»
17 Così la fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo.

C’è tutta la missione del cristiano qui, ed in modo particolare la vocazione del predicatore. Che non è stupire le platee con la propria cultura biblico teologica, o con gli effetti speciali, ma è presentare con fedeltà il messaggio del Vangelo e spingere ad amare Cristo, a fare ogni giorno lo sforzo di conformare sempre meglio la propria vita alla sua. Il sermone, l’omelia che rimane è quella che ti spinge a cambiar vita, magari anche in poco, non quello che ti dona nozioni che prima non avevi. Ci sono altri momenti ed altri contesti per quello.