Giovanni 16,20 di Massimo Marottoli

Dalla tristezza alla gioia
di Massimo Marottoli
«…voi piangerete e farete cordoglio, e il mondo si rallegrerà. Sarete rattristati, ma la vostra tristezza sarà cambiata in gioia»
(Giovanni 16/20) 
Mentre riflettevo sul versetto giovanneo mi sono tornate alla mente le parole de La buona novella di Fabrizio De André, a mio avviso una delle liriche più alte del poeta genovese.
Ai piedi della croce (delle croci, ben tre) non è solo Maria – la madre di Gesù – a piangere. Insieme a lei piangono altre donne e tra queste, le madri dei ladroni Tito e Dimaco (nomi che De André ricava dalla lettura dei testi apocrifi. Il vangelo arabo dell’infanzia parla di Tito e Dumaco).
Per De André, la vita ha un valore assoluto; che sia la vita di un ladro, o quella di un “santo”, o di un profeta, non fa alcuna differenza… e non c’è un vivere o morire che valga più di un altro vivere o morire. De André tuttavia, alle madri di Tito e di Dimaco riconosce il diritto di …piangere un po’ più forte… perché quelle due donne, ai piedi delle “loro” croci, non vedranno i figli tornare dalla morte. Il cantautore genovese pensa che anche Maria pianga suo figlio, come le altre, e che lo pianga quale uomo, frutto del suo ventre; che ne pianga le braccia magre, la fronte, il volto… E la conclusione che esprime questo sentire profondo – viscerale – di Maria è di una drammaticità resa musicalmente in modo eccelso dagli archi, che ne sottolineano il momento, mentre sale al cielo il grido della madre di Gesù, nella frase forse più celebre della canzone deandreana: Non fossi stato Figlio di Dio, ti avrei ancora per figlio mio.
Fin qui, De André. Ed è difficile immaginare come poter rendere il senso del nostro testo a queste donne. Come figurarsi tale cambiamento dalla tristezza alla gioia davanti all’immagine (simbolo di mille altre immagini di umiliazione estrema dell’umanità) appena ripresa dall’opera di De André?Il testo di Giovanni non dà risposta a questa domanda, né è stato scritto con l’intento di potervi rispondere. Esso tuttavia ci aiuta a comprendere un termine capace di far luce sul significato più profondo di tale passaggio dalla tristezza alla gioia.
Il testo greco rende tale cambiamento con il futuro di un verbo, la cui radice (ghen) vuol dire nasco, ma anche diventoe sono. Quel cambiamento della tristezza in gioia è dunque come il nascere; un nascere e così, un essere, annunciato nella vita del risorto. La radice del verbo usato comunica una tensione interna, tale per cui quel nascere (la resurrezione di Gesù-gioia-dei discepoli) è un venire ad essere che sottolinea la radicale novità del passaggio annunciato. La resurrezione segnala una rottura con il tempo e il mondo in cui, nel cuore dell’uomo, tristezza e gioia si alternano nella loro contiguità. La trasformazione di cui parla il nostro testo, pertanto, è anche l’abbandono della tristezza al suo destino. La tristezza non contenderà più il tempo alla gioia perché in gioco, con il risorto, è il nuovo essere non più sottoponibile alla ineluttabilità della morte. Dalla gioia non si torna indietro, esattamente come dal suo essere venuto alla vita – dalla morte – Gesù non torna indietro. Egli non torna indietro e anzi, come dire (?), procede oltre su questa linea, va in alto: ascende al Padre e lì porta l’essere gioia dei suoi. La gioia si caratterizzerà come esperienza determinante l’esistenza dei discepoli.
Ma quella gioia, che è la realtà stessa del Cristo risorto, si contrappone al …si rallegrerà del mondo. L’essere gioia del Cristo risorto, che avrà in comunione con sé coloro che sono stati rattristati dalla morte di croce metterà in crisi le ragioni del rallegrarsi del mondo.

Perché il mondo si rallegrerà? Si rallegrerà perché avrà potuto sbarazzarsi di un incomodo. Il mondo avrà piacere perché avrà potuto finalmente sbarazzarsi di Dio; ma l’annuncio del cambiamento della tristezza dei discepoli (per la morte di Gesù), in gioia per l’essere-vita di Gesù nella resurrezione, sta a significare ora come sia illusoria l’azione del mondo che sta per crocifiggere Gesù, che sta per sbarazzarsi di Dio.

Con ciò, l’autore del testo vuol dire che qui non si tratta solo di una contrapposizione temporanea e formale tra Dio emondo, ovvero di una contrapposizione che nasce e finisce nelle condizioni ambientali, culturali e religiose dell’epoca. Il testo di Giovanni – della fine del primo secolo – in fondo vuol dirci che quella contrapposizione definisce una realtà di conflitto e di respingimento più profonda, che rimane tale e perciò…di un continuo rallegrarsi del mondo per la crocifissione di Gesù, e di un continuo – quanto incomprensibile al mondo – gioire di coloro ai quali ora è promessa la vita. Ma così – in quanto il testo fa convergere le linee della nostra riflessione sul rilievo secondo cui quella gioia è la realtà stessa del Cristo risorto -, ciò di cui il mondo si sbarazza è la gioia, e per questo il rallegrarsi del mondo è vuoto e tale condizione del suo rallegrarsi è ben evidenziata da un dolore reale, duro, dalla sua storia!

Nel crocifiggere Gesù e nel rallegrarsi per questo, il mondo espunge Dio; intende espungere Dio dal mondo e dalla storia. E questa, che a prima vista è una esplicitazione, già cristiana, del tema della secolarizzazione (cioè, in parole povere, di un’emancipazione dell’uomo dall’invadenza del sacro, che però è la religione, non la Parola che è diventata carne) è un passaggio che fa luce sul punto di connessione tra tutte le problematiche relative alla debolezza (!) della testimonianza delle chiese. Tale rilievo richiama a una concentrazione, libera da moralismi e da arroccamenti denominazionali, su quanto, del mondo, alligni tra i testimoni dell’evangelo; su quanto, delle realtà che chiamiamo chiese, sia gioia effimera, pianto e tristezza durevoli (perché il Dio di Gesù Cristo – gioia dei discepoli -, di cui il mondo si sbarazza sarà scomodo per tutti, anche per i discepoli, e se non sarà scomodo sarà un idolo, un’immagine, in cui la religione – il sacro – sarà confusa con la rivelazione) e quanto invece è realtà perfusa di quest’annuncio: la vostra tristezza sarà cambiata in gioia.

E’ un annuncio che non può essere né atteso, né ricevuto se si tende a minimizzare il conflitto tra Dio e mondo, o se, d’altra parte, si tende a prescrivere la gioia, quasi fosse una necessità-rimedio al rallegrarsi del mondo per la crocifissione di Dio (…e appunto non è una necessità, perché la gioia che Gesù annuncia ai discepoli è dono, cioè contingenza), perché il rallegrarsi del mondo che non regge la prova e si tramuta invece in desolante tristezza è quello di chi si è svincolato/a dalla presenza scomoda di Dio nel mondo, per rientrare in un luogo dove il mondo è più al sicuro, ovvero dove ha mantenuto il simulacro di Dio: la religione. Ma a tutti è annunciato questo evangelo: ai popoli in guerra, al mondo desolato e devastato dalla non-lungimiranza umana nella gestione delle risorse, a chi piange e fa cordoglio, a chi ha perso qualcosa di vitale per la sua vita, alle madri di Tito e Dimaco e ovunque v’è tristezza umana: sarete rattristate, ma la vostra tristezza sarà cambiata in gioia, perché questa è la realtà del Cristo risorto, per il mondo morto nel peccato e vivificato in Cristo.