Marco 4,21-29 – commento di Giovanni

Mc 4,21-29

Diceva loro: «Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o sotto il letto? O non invece per essere messa sul candelabro? 22Non vi è infatti nulla di segreto che non debba essere manifestato e nulla di nascosto che non debba essere messo in luce. 23Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!».

24Diceva loro: «Fate attenzione a quello che ascoltate. Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più. 25Perché a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha».

26Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; 27dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. 28Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; 29e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».

Con alcuni “passaggi” molto forti ed efficaci, il nostro testo sviluppa il tema della grande “avventura” del Vangelo nella storia. Procedendo oltre l’immagine dei diversi terreni e del loro frutto, Gesù richiama oggi la nostra attenzione sulla responsabilità del discepolo di fronte al grande evento del Vangelo. Questo Vangelo del Signore – o forse si tratta addirittura del Signore del Vangelo? – è come “una lampada che viene”!(ver.21). Viene! E viene per essere messa sul candelabro, e non sotto il moggio o sotto il letto. Così la parte, la responsabilità del discepolo è quella di mettere la lampada sul candelabro. E’ una parte importante. Essenziale! E incalza il ver.22: il Vangelo è il segreto che deve essere manifestato. E’ il nascosto che deve essere messo in luce. Ancora siamo nella grande responsabilità del discepolo! Il mistero di Dio si consegna veramente all’umanità! E dunque: “Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!”(ver.23). Riprende qui l’esortazione che al ver.9 chiudeva la fondamentale parabola del seminatore.

Così i vers.24-25 acquistano in tal modo un significato proprio, diverso da quello di testi paralleli come Matteo 13,12 e Luca 8,18. Tutto dipende da come il discepolo-testimone ascolterà lui per primo la Parola evangelica. Più avrà ascoltato, più potente ed efficace sarà la sua testimonianza. Guai invece a chi non sarà stato appassionato e costante ascoltatore della Parola che gli è affidata.

I vers.26-29 ci comunicano una parabola che il solo Marco ricorda. Propongo una lettura del testo che vede in quell’ “uomo che getta il seme sul terreno” ancora il discepolo-testimone. Se vale questa ipotesi, non si tratta più del seminatore che seminava la Parola nella parabola inziale, perchè allora il Seminatore era il Signore stesso. Qui sembra essere invece il testimone che ha adempiuto il suo compito con la diligenza e la passione richieste dai versetti precedenti. Se ha svolto bene il suo compito, sarà lui per primo spettatore stupìto della potenza della Parola annunciata! Infatti non è propriamente lui, il testimone-annnunciatore, a compiere il prodigio della fecondità dell’annuncio evangelico. Lui può anche ormai dormire! Come avvenga il prodigio della Parola nel cuore degli uomini, “egli stesso non lo sa”(ver.27)! Il seme germoglia e cresce per forza sua. E anche per quello che il terreno “produce spontaneamente”: qui non ci sono più terreni di diverse qualità!

Dunque si può pensare che oggi la Parola voglia comunicarci contemporaneamente sia l’importanza e la responsabilità del discepolo-testimone, sia la potenza interna e propria del Vangelo del Signore, che non dipende dall’opera del testimone, che pure ha un ruolo irrinunciabile nella comunicazione del dono di Dio all’umanità. E’ bello e importante per noi gioire sia per l’importanza della testimonianza sia per l’umiltà che deve accompagnarla.

Marco 4,10-12 – il commento dell’amico Giovanni

Mc 4,10-12

10 Quando poi furono da soli, quelli che erano intorno a lui insieme ai Dodici lo interrogavano sulle parabole. 11 Ed egli diceva loro: «A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, 12 affinché
guardino, sì, ma non vedano,
ascoltino, sì, ma non comprendano,
perché non si convertano e venga loro perdonato».

“Quelli che erano intorno a lui insieme ai dodici” si distinguono da “quelli che sono fuori” perchè hanno già ricevuto il dono della fede, mentre questi non l’hanno ricevuto. Preferisco questa distinzione rispetto ad un “dentro-fuori” più esterno ed esteriore. Non sempre la grazia di Dio è visibile e percepibile immediatamente. Mi capita di osservare che molte volte chi è ufficialmente “fuori”, è già stato visitato dal dono del Signore. E viceversa. Dono quindi, e non conquista o merito.

La questione che viene posta a Gesù riguarda il “perchè” delle parabole come genere letterario del suo insegnamento. Nel testo precedente ci sembrava di dover sottolineare che ogni realtà è come una parabola. E dunque, oltre al suo significato umanamente comprensibile, c’è un “mistero” che deve essere rivelato e quindi ricevuto come dono. Questo mi pare oggi il senso più vero e più semplice di quello che Gesù dice citando il testo di Isaia 6,9.

Provo a spiegarmi. La rivelazione divina non è oggetto di conoscenza come ogni altra conoscenza. E’ sempre dono di Dio. E’ sempre grazia. Dunque: è come una “parabola” che il Signore dona di cogliere e di accogliere. I discepoli, cioè quelli che il ver.10 qualifica come “quelli che erano intorno a lui insieme ai dodici”, hanno ricevuto il dono di Dio. Per questo possono comprendere la parabola della vita. Siamo dunque in un orizzonte del tutto diverso da quello in cui funzionano le qualità intellettuali e morali di ogni persona. Se così fosse, chi è più intelligente e più buono avrebbe indubbi vantaggi. Ma per le cose di Dio non è così! Alle gerarchie intellettuali o morali la rivelazione ebraico-cristiana sostituisce la gerarchia dell’elezione divina. Tu sai e fai non perchè hai capito e sei bravo, ma perchè misteriosamente l’hai ricevuto in dono. Da qui lo “scandalo” dell’elezione dei piccoli, dei poveri, dei peccatori….fino all’elezione di noi, che certo non stiamo ascoltando il Vangelo per nostra capacità e nostri meriti, ma per pura grazia di Dio!

La citazione di Isaia è per affermare – mi sembra! – tutto ciò. La salvezza è proprio salvezza! E’ opera del Signore in noi, e non opera nostra. Come già abbiamo detto, anche il fatto di accettare il dono divino…anche questo è dono! Quindi, il vedere-comprendere-convertirsi-essere perdonati è tutto regalo del Signore, davanti al quale siamo ammirati, confusi, stupiti e magari anche….un po’ spaventati.

Rendere nuove tutte le cose

Giovanni il Veggente scrive: «E colui che siede sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”» (Apocalisse 21,5)

La Parola proposta oggi per la meditazione mattutina è la stessa che ieri suggerivo ad una mia amica, in cerca di un testo significativo da leggere per il matrimonio della sorella. Le ho suggerito questa, perchè mi evoca l’apertura che il credente, ma non solo, deve avere verso la vita e le nuove dimensioni, le nuove sfide che questa propone. Non basta essere coppia, occorre diventarlo, imparare a ragionare ricordando che si è in due, avere una maggiore attenzione, una maggiore sensibilità… E con la nascita della figlia o del figlio la sfida diventa ancora più grandi, si è ancora più nuovi, ancora diversi… E’ proprio vero che la Vita, l’Amore, che è Dio, rende nuove tutte le cose…

Giovanni Nicolini commenta Marco 4,1-9

Mc 4,1-9
Cominciò di nuovo a insegnare lungo il mare. Si riunì attorno a lui una folla enorme, tanto che egli, salito su una barca, si mise a sedere stando in mare, mentre tutta la folla era a terra lungo la riva. 2Insegnava loro molte cose con parabole e diceva loro nel suo insegnamento: 3«Ascoltate. Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. 5Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; e subito germogliò perché il terreno non era profondo, 6ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. 7Un’altra parte cadde tra i rovi, e i rovi crebbero, la soffocarono e non diede frutto. 8Altre parti caddero sul terreno buono e diedero frutto: spuntarono, crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento per uno». 9E diceva: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».

L’intero cap.4 è dedicato all’insegnamento di Gesù attraverso parabole vicine tra loro come immagini e temi, orientate a cogliere il mistero del regno di Dio nella storia dell’umanità. E’ significativo che il capitolo inizi e termini con un riferimento diretto al mare, e quindi alla traversata del mare alla fine del capitolo. Questo consegna all’insegnamento del Signore l’immagine di un viaggio che deve essere intrapreso con la luce e la forza della fede.

Il nostro testo è dominato dall’ampio gesto del seminatore che semina veramente dappertutto, senza calcolare la produttività dei diversi terreni. Tra molti terreni, solo uno è “terreno buono”(ver.8). C’è dunque un’inevitabile sproporzione tra la generosità della semina e la resa dei terreni. Certo, si può anche pensare che la fecondità del terreno buono compensi la non resa degli altri.

Sottolineiamo molto volentieri l’esordio del discorso di Gesù: “Ascoltate.”(ver.2). è invito all’attenzione, ma è anche molto di più. Si potrebbe considerare questa invito come il grande titolo della parabola e persino di tutto il capitolo. Siamo nel cuore della fede dei padri ebrei: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio…”(Deuteronomio 6,4). E qui siamo nella piena rivelazione del dono della Parola. In Gesù la Parola si è fatta carne, si è fatta storia, è entrata pienamente nella vicenda dell’uomo. Nella Parola di Dio tutto è stato creato. La Parola di Dio ha condotto la storia dei nostri padri ebrei fino al Messia. Gesù è la Parola del Padre nella pienezza della sua presenza e della sua potenza. L’ascolto della Parola è l’evento che pone in comunicazione Dio con la creazione e la storia. All’uomo è stata affidato questo incontro nuziale tra Dio e la storia. Quando, come oggi, per grazia di Dio ci poniamo in ascolto della sua Parola, Dio incontra la creazione e la storia. Le illumina e le rende feconde. Con un piccolo anticipo sul seguito del testo evangelico possiamo dire che senza la Parola la creazione e la storia sono parabole non spiegate! Non illuminate! Senza la Parola non hanno senso nè direzione. Ci sono, e basta. E solo la Parola di Dio può operare questo. Nè la scienza nè la filosofia possono svelarne il mistero. Si può dire che Dio non c’è. Ma senza la Parola di Dio non si può dire perchè tutto quello che esiste esista.

Questo è dunque il compito fondamentale dell’uomo! Il suo compito sacerdotale. L’ascolto della Parola si posa sulla realtà e la illumina. Dunque, come dicevamo, in gran parte tutto resta come muto. Parabole bellissime, di certo, ce ne sono infinite. Ma solo la Parola di Dio può svelarle. In tal senso, la parabola del seminatore, come di seguito ci sarà esplicitamente detto, è fondamentale. E’ il punto di partenza per la comprensione di ogni altra parabola.

E bisogna dire che quindi la Parola del Signore non è donata da Lui solo perchè possiamo sapere che cosa dobbiamo fare. Ancor prima, la Parola è per svelarci il “mistero” che è dentro ad ogni parabola della vita. E tutto questo consente a tutta la creazione e a tutta la storia di dare lode a Dio. Tutto viene da Lui. Tutto è chiamato a ritornare a Lui. Per questo il capitolo terminerà con una perigliosa traversata verso l’altra riva.

La Parola del giorno

Di tutte le buone parole che il Signore aveva dette alla casa d’Israele non una cadde a terra: tutte si compirono (Giosuè 21,45)

La Parola di Dio, come dice il profeta Isaia in un brano famosissimo, è come la pioggia e la neve; non torna indietro senza portare il suo effetto. Fosse così anche il nostro parlare. Impegniamoci perchè, come dice Gesù, il nostro parlare sia si, si, no, no, nella verità, ed assieme nella carità verso colori ai quali è rivolto, ed anche verso noi stessi (perchè spesso siamo i primi a non aver misericordia di noi…)

Perché un testo biblico?

– ripreso da PREDICARE IL VANGELO

Continua la nuova rubrica “Predicare” in cui il pastore Bruno Rostagno ci conduce per i meandri dell’omiletica, della predicazione cristiana, concedendoci in esclusiva di ripubblicare (ampliati ed aggiornati) i capitoli del suo volume “La fede nasce dall’ascolto: guida per la predicazione”, Claudiana, 1984. Questo è il capitolo 1.2

Il predicatore o la predicatrice sa che domenica dovrà presiedere un culto. Non è pastore, non deve predicare ogni domenica; predica però abbastanza regolarmente, e lo fa con gioia. Predicare infatti è difficile, ma dà gioia. Non certo perché sia un’occasione per mettersi in mostra, per provare l’emozione di stare più in alto degli altri. Predicare è una gioia perché, fin dal momento dello studio del testo, si riceve moltissimo: la fede è arricchita e fortificata, e non c’è niente di più bello che poter trasmettere a sorelle e fratelli la forza, la convinzione, la conoscenza che il testo ci comunica. Poter predicare è una grazia di cui non saremo mai abbastanza riconoscenti.
Dunque il predicatore o la predicatrice si accinge con gioia a preparare il culto e il sermone. Può darsi che abbia già in mente qualche idea, una riflessione fatta durante la settimana, un messaggio che gli o le sembra importante comunicare. La tentazione è però di affrettarsi a sviluppare le proprie idee iniziali, cercando solo alla fine dell’elaborazione un testo biblico che serva di appoggio. Ma la predicazione non è l’esposizione dei nostri pensieri, che certamente riteniamo interessanti: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie, dice il Signore» (Isaia 55,8). La predicazione non ha lo scopo di esibire ciò che sappiamo; è un lavoro umile, in cui si tratta di servire la parola di Dio. È un discorso spirituale, nel senso preciso del termine: un discorso mosso dallo Spirito, generato dall’opera salutare di Dio che culmina in Gesù Cristo, quell’opera che è il contenuto dell’evangelo e che possiamo comprendere solo ascoltando attentamente la Bibbia.
Se sviluppasse le proprie idee, e quelle soltanto, il predicatore rimarrebbe solo con se stesso, lasciando la comunità sola con se stessa o rendendola dipendente dalla propria abilità. Il testo biblico si trova invece di fronte al predicatore o alla predicatrice, gli o le ricorda così che la parola di Dio non è in suo possesso, non è identica alle sue idee, ma gli/le viene donata. La parola dev’essere innanzitutto ricevuta, sia da chi predica, sia dalla comunità a cui viene annunciata. Chi predica è il primo a riconoscere i propri limiti, ma procede con fede nel suo tentativo di comprendere e trasmettere in modo attuale la parola, contando sulla fedeltà di Dio: «Abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia attribuita a Dio e non a noi» (II Corinzi 4,7).
Ma non sarebbe lo stesso partire da un bel testo letterario, dal pensiero di un teologo o di un filosofo, dall’osservazione di uno scienziato, da un brano poetico, da parole particolarmente significative di una canzone? No, non sarebbe lo stesso. Penetranti o commoventi, questi testi sono un’illustrazione della predicazione, non ne sono l’origine.
La Bibbia ci parla di fatti in cui Dio interviene mettendo in moto una storia; la storia attraverso cui si deve riconoscere il suo amore, la sua volontà di creare un essere umano nuovo e un mondo nuovo. In questa storia si verificano delle situazioni fondamentali, che continuano a essere le nostre, anche se le società cambiano e le culture si trasformano. La battaglia del profeta Elia contro l’idolatria rimane attuale anche per noi, pur se l’idolatria assume oggi forme diverse. La battaglia dell’apostolo Paolo contro il legalismo rimane valida, anche se si tratta di scoprire quale legalismo attenti oggi alla libertà dell’essere umano. Che cosa ha reso possibile la battaglia di Elia, la battaglia di Paolo? Un intervento di Dio che ha dimostrato la vanità degli idoli e l’infondatezza di un atteggiamento che pretende di raggiungere la giustizia mediante il legalismo. L’intervento di Dio culmina nell’azione di Gesù, che accoglie l’essere umano con la sua disperazione, con il peccato che lo aliena da Dio, da se stesso, dal prossimo, per liberarlo e rimetterlo in piedi; grazie a questo intervento, l’essere umano diventa libero di vivere per Dio e per il prossimo, trovando così il senso della propria vita.
Ora, tutto questo è di una novità tale, che nessuna trasformazione storica, nessuna rivoluzione può pretendere di superarlo o di poterne fare a meno. Per quanto avanzati crediamo di essere, Gesù sarà sempre più avanti di noi.
Ecco perché il testo biblico, che ci conduce a scoprire la novità di Gesù, è all’origine della predicazione. Rinasciamo alla fede ogni volta che un testo biblico ci si apre nella sua carica vitale. Non cerchiamo un testo biblico perché ci serva da illustrazione per ciò che abbiamo da dire; è il testo biblico ad avere il messaggio decisivo, e ci spinge a dirlo con parole nostre. Il sermone è un discorso personale e attuale; ma, nella sua essenza, è una spiegazione del testo biblico. Ha raggiunto il suo scopo quando il testo ha interpellato chi ascolta.

La Parola del giorno

Mi guiderai con il tuo consiglio e poi mi accoglierai nella gloria
(Salmo 73,24)

Che l’Eterno ci accompagni anche nel vivere questa giornata. O forse meglio, che noi ci ricordiamo che l’Eterno ci accompagna sempre, nelle nostre giornate, nelle nostre parole, nelle nostre azioni. Siamo noi, sempre, che ci scordiamo di Lui… Egli è con noi in eterno, ogni giorno, e così sarà fino alla fine dei tempi.