Globe Theatre

Ieri Antonella ed io abbiamo visto Pene d’amor perdute. Attori bravissimi e solita magia del Globe.

Ferdinando, re di Navarra, decide di dedicare tre anni di vita all’erudizione, stilando un patto con tre uomini di corte – Berowne, Longaville e Dumaine – nel quale sottoscrivono la condizione di porsi in una condizione ascetica e rigorosa per tutta la durata scelta da Ferdinando. La decisione, che implica l’astensione dalle donne e addirittura la loro vicinanza alla corte di Navarra a non meno di un miglio, lascia perplesso Berowne che, tuttavia, accetta di stilare l’accordo. Tra i pochi divertimenti concessi a corte, vi sarà il cantastorie Don Adriano de Armado accompagnato dal paggio Tignola. Nel momento della sottoscrizione Berowne lascia intendere che il patto non potrà essere rispettato a causa dell’imminente visita della Principessa diFrancia con tre dame al seguito: la donna è diretta da Ferdinando in vece del padre morente per discutere del possesso dell’Aquitania contesa nella guerra dei cent’anni.

Entrano in scena Tonto, un ufficiale, e Zucca, un campagnolo, che aprono una parentesi comica. Tonto ha ricevuto una missiva di Armado nella quale si confessa, in toni maccheronicamente pomposi e altisonanti ma del tutto fuori luogo, di aver visto Zucca in compagnia di Giacometta, una ragazzotta di campagna, e si chiede una punizione per tali atti di manifestata scelleratezza. La restrizione imposta da Ferdinando abbraccia difatti tutta la corte, e Zucca viene così costretto a pane e acqua per una settimana, non senza aver inutilmente e comicamente tentato di difendersi.

La lettera di Armado nasconde in realtà l’amore che l’uomo ha provato a prima vista per Giacometta ma che non può enunciare a causa dell’editto reale di astensione per tre anni. Armado si confida con Tignola, il quale gli mostra degli esempi storici di uomini innamorati continuando la vena comica della scena precedente. Entra Tonto che lascia Zucca alla custodia di Armado, ma mentre questi lo va per rinchiudere passa Giacometta alla quale fa intendere il suo amore.

Il secondo atto si apre con l’arrivo in Navarra della Principessa assieme alle tre dame Maria, Rosalina e Caterina, in compagnia di due nobili e di Boyet. L’uomo viene mandato in ambascia al re per chiedere accoglienza e, nel mentre, le dame confessano alla principessa di conoscere gli uomini della corte. Maria ha incontrato Longaville durante una festa, rimanendo particolarmente colpita dalla sua arguzia e lingua tagliente. Caterina sa invece di Dumaine e Rosalina di Berowne, del quale ammira lo spirito e la capacità di rendersi interessante nella conversazione.

Il ritorno di Boyet è accompagnato dal re con i tre uomini di corte e, mentre il benvenuto alla principessa è regale, l’accoglienza lo è meno in quanto il re, citando il suo giuramento, la prega di accamparsi sotto la corte evitando di entrarvi, meritandosi lo sdegno e lo stupore di lei. La donna consegna una missiva al re nella quale si parla di un rimborso di centomila corone per le spese sostenute da Navarra per la guerra: tale somma servirebbe di riscatto per l’Aquitania, che Ferdinando tiene come garanzia di pagamento. Ferdinando nega di aver ricevuto il rimborso, al seguito del quale sarebbe anche disposto a rinunciare ai diritti sulla regione, ma non è possibile verificare le quietanze di pagamento poiché i plichi che le contengono sono destinati ad arrivare a corte solo il giorno seguente. Non rimane alle donne che accamparsi in attesa dei documenti, non prima che Berowne abbia confessato il suo amore a Rosalina e che Longaville e Dumaine non abbiano chiesto a Boyet i nomi di Maria e Caterina. Boyet confida alla principessa di aver notato negli uomini tutti, re compresi, i languori dell’amore, ma sia lei che le dame non sembrano prestargli ascolto.

Il terzo atto riporta in scena Armado che, sospirante d’amore, chiede al paggio Tignola di liberare Zucca per usarlo come corriere d’amore nei confronti di Giacometta, per la quale ha perso la testa. Gli consegna una missiva nel mentre di una serie di battute e lazzi guidati da Tignola che prende apertamente in giro Armado, troppo scemo per capire di essere oggetto delle continue burle del più furbo paggio.

Avuta l’epistola, Zucca si imbatte in Berowne che gli chiede un favore simile: consegnare a Rosalina una lettera d’amore. Berowne tenta di dissuadere se stesso dall’amore che prova: Rosalina ha anche dei difetti, in fondo…ma il suo sentimento è troppo forte e non riesce a farsene una ragione concreta. Avvilito e perso d’amore, esce di scena.

Il quarto atto vede le donne occupate in una battuta di caccia in compagnia di Boyet e dei nobili francesi. Arriva Zucca, il quale consegna per errore alla principessa la lettera di Armado per Giacometta, alla cui lettura si scatena l’ilarità della compagnia, divertita dagli strafalcioni altisonanti del povero Armado. Nel mentre Sir Nathaniel e Oloferne si accompagnano a Tonto in una battuta di caccia al cervo, impegnandosi in discorsi che il maestro Oloferne condisce di citazioni e parole in lingua latina. Arriva Giacometta con la lettera ricevuta da Armado per mano di Zucca e prega Sir Nathaniel di leggerla a causa del suo analfabetismo. La lettera che Nathaniel legge è in realtà quella inviata da Berowne a Rosalina nella quale l’uomo dichiara il suo amore, e il curato, letta l’intestazione, prega Giacometta di portarla al re.

A corte Berowne si rode il fegato per quanto ha fatto scrivendo una lettera quando, nascosto, scopre che persino il re e gli altri compari hanno scritto lettere d’amore da inviare alle loro amate. Scopertisi e rivelatisi a vicenda, i tre ammettono i loro sentimenti mentre Berowne, che non ha lettere in mano, dà loro dei traditori. A ribaltare la sua posizione ci pensa Giacometta che, arrivata con Zucca a corte, consegna la lettera di Berowne al re, rivelandogli la verità: sono tutti e quattro innamorati. Congedati Giacometta e Zucca i quattro parlano della loro condizione fino a un monologo di Berowne che convince tutti a lasciarsi andare alle gioie dell’amore, rompendo il patto del re.

E così, sarà: Armado viene incaricato da Ferdinando di preparare un intrattenimento per le donne al fine di divertirle e l’uomo, coinvolti Zucca, Tignola, Sir Nathaniel e Oloferne, decide di preparare una rappresentazione teatrale. I quattro nobiluomini decidono di mascherarsi da russi e di conquistare le giovani fanciulle, mentre spediscono loro, per dono, accalorate lettere d’amore e un dono ciascuna. Boyet, nascosto nel bosco, ascolta l’intento dei quattro di travestirsi per passare una serata d’amore con le donne che, alla confessione di Boyet, decidono di ribaltare le sorti della burla: saranno anche loro ad essere mascherate, e ognuna indosserà il regalo di un’altra al fine di rendere ridicola la corte di ognuno degli innamorati.

Inizia la festa, con il re e i baroni vestiti da moscoviti intenti a corteggiare la dama sbagliata, sviati dallo scambio dei doni che le donne hanno compiuto. Introdotti da un prologo di Tignola, con lingua salace le ragazze sviano la corte degli uomini e li costringono ad andarsene con la coda tra le gambe. La beffa è fatta e le donne hanno volto a loro favore il raggiro degli uomini. Boyet consiglia alle donne, ora, di attendere il ritorno degli uomini e di svelare loro che la beffa ai loro danni era stata scoperta e ritorta a loro sfavore. I quattro nobiluomini, difatti, tornano chiedendo udienza alle donne, che li accolgono smettendo le maschere e con ognuna i doni rispettivamente ricevuti. Gli uomini le invitano a corte ma la principessa rifiuta, ponendo come scusa il non voler risultare la causa della rottura di un giuramento. Nel corso della conversazione le ragazze confessano di aver capito l’inganno del travestimento da moscoviti e si burlano apertamente degli uomini, che tentano di spiegare il loro comportamento e di dichiarare il loro amore.

Nel mezzo della discussione si apre la parentesi comica con l’ingresso di Zucca che annuncia la tanto attesa recita. Sir Nathaniel, Oloferne, Tignola e Tonto, coadiuvati da Zucca, mettono su una rappresentazione di personaggi eroici, nove prodi della storia, che si rivela sconclusionata e sgangherata, provocando i commenti ilari di tutti gli astanti. Il momento di gioia è interrotto dall’ingresso del messo Marcade, che consegna alla principessa un urgente messaggio: il re, suo padre, è morto. La principessa chiede congedo al re Ferdinando e dà ordine di prepararsi per la partenza, ma le suppliche degli uomini le fanno capire che la corte che veniva fatta a lei e alle compagne era sincera e non un passatempo. Gli uomini riescono finalmente a dichiarare pienamente il loro sentimento d’amore, che le donne avevano preso alla leggera, considerando le smanie degli spasimanti come meri modi di rimpinzare il tempo votato all’ascetismo e all’erudizione. Rapite dal sincero amore degli uomini, le donne chiedono di pazientare un anno per piangere il lutto del re, dopodiché attenderanno ancora la dichiarazione ognuna del proprio spasimante: se questa verrà, sarà ricambiata da ognuna con la promessa d’amore eterno.

12 ceste avanzate…

Matteo 14,13-21

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. 
Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». 
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. 
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Mi viene da pensare che le 12 ceste avanzate sono il cibo che noi, opulenti ed avari, buttiamo quotidianamente nei nostri cassonetti. Poi le immagini vanno alla Somalia, ai confini del Kenya. E mi vergogno, anche se mangio poco, differenzio, cerco di evitare gli sprechi, tuttavia sono di questa parte del mondo, e ne sento tutta la responsabilità.

Il mondo, l’umanità, oggi, ha ancora parecchia fame.
Fame di cibo, di pane, innanzitutto. Al mondo ci sono 854 milioni di persone che soffrono la fame e il numero non è mai calato dal 1990. Nel 1996 oltre 180 capi di Stato e di governo si erano riuniti a Roma per il Vertice mondiale sull’alimentazione e avevano firmato una Dichiarazione con la quale si impegnavano a dimezzare il numero degli affamati entro il 2015 e portarlo a 412 milioni. Per onorare l’impegno preso al vertice, si dovrebbe ridurre il numero dei sottonutriti di 31 milioni l’anno da oggi sino al 2015, mentre la tendenza attuale è al contrario di un aumento al ritmo di quattro milioni l’anno. Per questo motivo, l’impegno è stato definitivamente dichiarato “archiviato”.
E nonostante ciò i Paesi donatori hanno ridotto in modo consistente gli aiuti al settore agricolo e alimentare. Inoltre i Paesi del Nord del mondo adottano tutta una serie di azioni economiche che frenano la produzione agricola dei Paesi sottosviluppati e l’esportazione dei loro prodotti. E’ un po’ come dire che s’individua l’agricoltura come il motore principale per la ripresa dei Paesi sottosviluppati, ma poi questo motore lo si frena in tutti i modi.
Un altro dato preoccupante è quello della pessima distribuzione della ricchezza: il 10% delle famiglie italiane possiede quasi il 45% del patrimonio totale del paese. Non così lontano dalla disumana situazione mondiale, dove il 2% della popolazione più ricca possiede il 50% delle ricchezze della terra. L’altra metà se la spartisce il 98% delle persone. Questo vuol dire che la fame nel mondo, oggi, è qualcosa che riguarda tutti, anche i paesi più ricchi, e non più solamente il Sud del mondo.
Ma non è l’unica fame del mondo, quella di cibo. C’è pure fame di giustizia. Fame di diritti fondamentali della persona che vengono puntualmente calpestati.
“Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti”: nel 2010 in Italia sono morte 127 donne per violenza, 58 delle quali subite da parte dei loro mariti e compagni. Solo a Milano, ogni giorno viene violentata una donna (secondo i dati delle denuncie).
“Nessuno sarà sottomesso a torture, o a pene e trattamenti crudeli, disumani e degradanti”: a oggi, la tortura è ancora “legalmente” praticata in 81 paesi.
“Tutti sono uguali di fronte alla legge ed hanno, senza distinzione, diritto a essere ugualmente protetti dalla legge”: sono ancora 54 i paesi che celebrano giudizi sommari senza alcuna garanzia giuridica, e laddove si celebrano legalmente (come in Italia) i ritardi sono abissali, e soprattutto c’è la possibilità di convertire una pena in una sanzione amministrativa. Per cui, chi paga è libero, anche se colpevole. Chi non riesce a pagare, rimane in carcere, magari a volte nonostante sia innocente. Questa sarebbe giustizia?
E non c’è sicuramente bisogno di dati per descrivere un’altra fame, forse la meno evidente, quella che fa meno notizia, ma non per questo meno drammatica, ovvero la fame di Dio. Una grandissima parte dell’umanità muore senza riuscire a dare un significato alla propria esistenza, e questo indipendentemente dal professare una religione o un’altra, dall’essere stati o meno battezzati: è un problema di senso della vita, è l’incapacità a cogliere che nella nostra vita ci sono dei semi di Assoluto che vanno piantati, coltivati, irrigati, fatti crescere.
Questa mancanza di senso lascia l’uomo impoverito, come denutrito, affamato, appunto: affamato di un Dio, di un Assoluto che può dare senso al suo affannarsi sulla terra e che, quanto più ricchi si è materialmente, tanto meno si riesce ad avvertire. Si tratta di una fame anomala, proprio perché non si fa sentire eppure poco a poco logora, svuota, impoverisce, uccide. E non si fa sentire semplicemente perché la si zittisce con tutta una serie di comportamenti e di scelte di vita che la soffocano, la narcotizzano, la addormentano. Poi però le grandi domande esistenziali della vita di fronte al senso della malattia, della sofferenza, del dolore, dell’ingiustizia e, in definitiva, della morte, la fanno emergere in maniera drammatica con conseguenze che spesso portano l’individuo a non ritrovare più quel filo che lo può condurre fuori dal labirinto dell’esistenza.
Il Vangelo di oggi ci ricorda l’interesse e la sollecitudine di Dio per la fame nel mondo: la fame di pane materiale, la fame di giustizia e la fame di Lui. Quello che però maggiormente colpisce è che Dio non ci chiede di invitare i nostri fratelli che hanno fame ad andare in cerca di una soluzione: vuole che “noi stessi diamo loro da mangiare”. Rimbalza su di noi, che ci diciamo suoi discepoli, la risposta a questo problema, che spesso gli presentiamo come insormontabile e per noi di difficile soluzione. Quante volte anche noi, come i discepoli del Vangelo, diciamo al Signore: “Mandali via, che vadano a comprarsi da mangiare, che vadano a risolversi i loro problemi, che cerchino da soli il modo di dare delle risposte alle loro situazioni di indigenza”? E per di più, giustifichiamo le nostre affermazioni rinfacciando al Signore le nostre incapacità: “Abbiamo solo cinque pani e due pesci! Non siamo in grado, ci vogliono strutture, persone e programmi adeguati!”.
Il Signore ci vuole invitare a capire che la risposta alla fame di gran parte dell’umanità sta nell’assunzione delle nostre responsabilità, nonostante la pochezza dei nostri mezzi. Il nulla che abbiamo, se condiviso, può diventare molto, perché ci pensa Lui, il Signore, a farlo diventare tale.
Ecco, allora, la nostra missione di discepoli, oggi come sempre: saziare l’umanità attraverso atteggiamenti di solidarietà e di condivisione.
Pensare di fare qualcosa per sfamare i bisogni alimentari delle persone indigenti con uno stile puramente assistenzialista, oggi non serve se non a generare ulteriore povertà: occorre far prendere coscienza ad ogni uomo che i cinque pani e i due pesci che possiede, ovvero quel poco col quale purtroppo si ritrova a vivere, non devono essere un elemento di disperazione, ma un punto di partenza, sia pur minimo, per costruire il proprio futuro. È relativamente facile, ma certamente inutile, fare un gesto di generosità dando molti soldi in un colpo solo a una persona povera: è più difficile, ma è certamente più proficuo, fare lo sforzo insieme con lei, di accompagnarne il progetto di sviluppo, seguendolo, esortandolo, facendogli sentire che gli siamo vicini nella misura in cui si sforza di costruire il proprio futuro.
Lottare per ricostruire situazioni giuste laddove la giustizia è calpestata serve a poco, se questo avviene solo attraverso denuncie, lotte, battaglie per la difesa dei diritti usurpati, magari attraverso atteggiamenti che spesso generano ulteriore violenza, risentimento, odio. Servono anche le lotte, senza dubbio: ma si creano situazioni di vera giustizia e quindi di vera pace laddove si aiuta un popolo o una persona a prendere coscienza dei propri diritti e insieme anche dei propri doveri, perché sia lui, e non le nostre più o meno positive ideologie, a prendere in mano la propria situazione di ingiustizia e rovesciarla a suo favore.
E infine, la risposta alla fame di Dio che l’umanità continua ad avere, passa attraverso la coscienza che oggi l’annuncio del Vangelo non è più “portare qualcosa che manca a qualcuno”, ma creare comunione, reciprocità, scambio arricchente tra le diverse espressioni di fede. Anche solo parlando della fede in Cristo, dobbiamo essere ben coscienti che i paesi di antica tradizione cristiana, come i nostri, sono in netta minoranza rispetto alle Chiese giovani del sud del mondo, sia numericamente che qualitativamente. Ci sono esperienze di Chiesa nei paesi in via di sviluppo che sono di una ricchezza che qui nemmeno riusciamo a immaginare. Ci sono, nel sud del mondo, cristiani che non si preoccupano, come noi, di difendere la loro identità cristiana, ma di essere coerenti con il loro vissuto cristiano, e questo spesso avviene in situazioni di difficoltà, di contrasto, se non addirittura di persecuzione. E questo insegna molto a noi che, pur trovandoci in situazione di relativa serenità e tolleranza nei confronti della fede, facciamo fatica a essere coerenti con ciò in cui diciamo di credere.
Il Signore ci aiuti a prendere coscienza che il poco che abbiamo può essere molto, se questo poco lo sappiamo condividere con i nostri fratelli più poveri.

Preghiera del mattino

Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne (Ezechiele 36,26)

Signore Gesù, tu che battezzato nel Giordano ricevesti l’unzione dello Spirito Santo, donaci di essere guidati, oggi e sempre, dalla grazia del tuo Spirito.

Rassegna stampa energia, venerdì 29 luglio

Sul Sole24Ore cartaceo, a pagina 15 si parla di stoccaggio della CO2 (L’Italia adotta le regole europee). Qualenergia apre con l’utopia possibile del 100% di rinnovabili.

Diverse notizie poi a tematiche regionali: Altro Adige terra di elezione per le FER (Energia24) Boom del FV in Emilia Romagna (+230% in 6 mesi – Zeroemission), Nasce Rinnovanet, la rete pugliese per le Aziende delle rinnovabili (ancora Zeroemission).

Lo scandalo dei piccoli

Mc 9,42-50

42Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. 43Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. [4445E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. [4647E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna,48dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue. 49Ognuno infatti sarà salato con il fuoco. 50Buona cosa è il sale; ma se il sale diventa insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri».

COMMENTO DI GIOVANNI

Lo scandalo è un’aggressione, e nella Parola di Dio è sempre un’aggressione alla “piccolezza”: si può scandalizzare la piccolezza e si possono scandalizzare i piccoli, così come ci si può scandalizzare della piccolezza e dei piccoli. La piccolezza è sempre in ogni modo presente. Ora la piccolezza è elemento delicatissimo della vita e della sua interpretazione, perchè la piccolezza, in Gesù, è diventata la “misura” di Dio! Questo termine “scandalo” usato spesso con tranquilla spregiudicatezza e magari con qualche compiacimento, è diventato termine delicatissimo non solo e non tanto come problema morale, ma prima di tutto perchè la “piccolezza” si è pienamente rivelata come volto sostanziale del mistero stesso di Dio!

Ed ecco allora, nella Parola che oggi il Signore ci regala, la piccolezza come sostanza e volto del credente! Credere non è prima di tutto un fatto intellettuale, ma una condizione e un’esperienza della vita. A motivo di Gesù, il credente in Lui è, proprio per la relazione che lo unisce a Gesù, un “piccolo”! Il ver.42 ci regala in modo mirabile questo legame tra fede e piccolezza: i “piccoli che credono in me” non sono solo e non sono tanto dei bambini, ma sono i “credenti”. Il discepolo di Gesù è costituito in piccolezza proprio perchè è discepolo del Signore che si è fatto piccolo per noi e tra noi. Lo scandalo è dunque un’aggressione alla evangelica piccolezza del credente.

Per questo, è importante il “passaggio” dal ver.42 ai versetti successivi: lo scandalo dei piccoli credenti diventa lo scandalo del piccolo credente che è in ognuno di noi: se la tua mano “ti è motivo di scandalo” dice la nuova traduzione che potrebbe indicare sempre uno scandalo inflitto ad altri. Il testo propriamente dice “se la tua mano “ti” scandalizza…se il tuo piede “ti” scandalizza….se il tuo occhio “ti” scandalizza..”, uno scandalo dunque che si può provocare in altri, ma che scandalizza prima di tutto il “piccolo credente” che è in ogni discepolo. La richiesta diretta ed esplicita di Gesù è quella di “mortificare” la sorgente dello scandalo, mano o piede o occhio che sia. Non si può perdere il dono che abbiamo ricevuto e che immerge la nostra umile vita nella vita del Figlio di Dio che nell’obbedienza al Padre si fa piccolo fino alla croce.

Così mi pare si possano intendere i vers.49-50. Il sale e il fuoco – essere salati con il fuoco – mi pare descrivano in modo straordinario la vita e la fisionomia profonda del credente – “questi piccoli che credono in me” -la cui vita è la vita nuova visitata e condotta dallo Spirito del Signore. Il fuoco dice appunto il dono dello Spirito a Pentecoste, e il sale dice un cammino di purificazione che esige il nostro incessante morire-risorgere in Lui e con Lui e quindi la nostra perenne conversione alla Pasqua di Gesù: bisogna che il sale non diventi insipido! Questo sale di fuoco – “ognuno sarà salato con il fuoco”(ver.49) – è il principo della pace, come ascoltiamo dal ver.50: “Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri”.

L’energia in stampa, 28 luglio 2011

Sul Sole24Ore, alle pagine 1 e 17, la notizia dell’approvazione, da parte della Conferenza Stato-Regioni, del piano per l’efficienza energetica per il 2011 che verrà presentato a Bruxelles. In Finanza e Mercati, a pagina 34, si parla dell’acquisizione di Nuon Belgium da parte di ENI.

Nel supplemento Casa al giornale, si parla di energia a pagina 14 (libri sulla certificazione energetica) e 15 (presentazione della stazione di Porta Susa costruita con tecnologie di efficienza energetica e coperture fotovoltaiche).

Su Energia24 si commenta l’intervento di Assosolare in materia di Registro dei Grandi Impianti. Qualenergia parla dei prezzi in picchiata nel comparto FV.

Segnalo infine su Zeroemission l’intesa tra Regione Toscana ed Uncem sulle biomasse.