Come olivo verdeggiante (Salmo 51)

Io invece come olivo verdeggiante †
    nella casa di Dio. *
Mi abbandono alla fedeltà di Dio
    ora e per sempre.

Voglio renderti grazie in eterno *
    per quanto hai operato;
spero nel tuo nome, perché è buono, *
    davanti ai tuoi fedeli.

Fiorente come un olivo
chi si abbandona in Dio.

Il Vangelo del giorno – Luca 4,38-44

Dal Vangelo secondo Luca (4,38-44)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. Si chinò su di lei, comandò alla febbre e la febbre la lasciò. E subito si alzò in piedi e li serviva.
Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi affetti da varie malattie li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. Da molti uscivano anche demòni, gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era lui il Cristo.
Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse via. Egli però disse loro: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato».
E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea.

Come è significativa questa attenzione personale di Gesù per ciascuno! Egli dirà più tardi: “Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”; il buon pastore “chiama le sue pecore per nome”, le conosce una per una.

Occuparsi personalmente di ogni singola persona è certamente una grande fatica. Gesù l’affrontava generosamente. Si capisce quindi facilmente che quando, il giorno seguente, egli andò altrove, “le folle lo cercarono e, raggiuntolo, lo volevano trattenere perché non se ne andasse via da loro”. Gesù aveva suscitato la gratitudine, la stima, l’ammirazione. ~ suo ministero aveva ottenuto pieno successo. La reazione naturale sarebbe di approfittarne, cedendo al desiderio della gente. Gesù invece non cede, non accetta di fermarsi a Cafarnao.

Dichiara: “Bisogna che io annunzi il regno di Dio anche nelle altre città”. Con questa risposta corre il rischio di deludere la gente; però egli è consapevole di avere una missione più ampia. Non è venuto per cercare il proprio successo, bensì per fare la volontà del Padre, che l’ha mandato in cerca delle pecore smarrite, dovunque si trovino.
Con questo atteggiamento dinamico Gesù rivela al mondo la stupenda generosità di Dio. L’amore divino è sconfinato, non accetta limiti, cerca di salvare tutti, va incontro anche ai propri nemici, per proporre la riconciliazione e l’unione.

A questo proposito possiamo osservare una grande differenza tra il ministero di Gesù e quello di Giovanni Battista. La vocazione del Battista, infatti, non fu di andare in cerca della gente. Egli si mise a predicare non in una città, ma in un luogo disabitato. Non andava verso la gente; era la gente a venire da lui. Gesù invece prese ad annunziare il regno di Dio dove stava la gente; si muoveva, “andava predicando nelle sinagoghe della Giudea”. Anche san Matteo dice: “Percorreva tutte le città e i villaggi, predicando il Vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità” (Mt 9,35). Così Gesù mise in moto “la missione”: è stato il primo missionario. Risorto, estese questa missione al mondo intero.

Agli undici Apostoli disse: “Andate e ammaestrate tutte le nazioni” (Mt 28, 19); “Andate intutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura” (Mc 16, 15). Apparve poi a Paolo sulla strada di Damasco per fare di lui l'”Apostolo delle nazioni”  Nella prima lettura di oggi vediamo che Paolo si rallegra della diffusione del Vangelo che “in tutto il mondo fruttifica e si sviluppa” (Col 1, 6).

Il dinamismo straordinario della missione cristiana parte, lo dobbiamo capire, da una esigenza dell’amore. Gesù ci ha rivelato, a parole e ancor più con i fatti, che il vero amore è universale. Se vogliamo essere uniti a lui nell’amore, dobbiamo aprire sempre più il nostro cuore.

Lascia o Signore che il tuo servo…

Luca 2,25-30

25Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. 26Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. 27Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, 28anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:

29«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
30perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
31preparata da te davanti a tutti i popoli:
32luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».

Predicazione di Eric Noffke su Luca 2,25-30 in ricordo di Giorgio Girardet
Roma, 24 agosto 2011

Care sorelle e cari fratelli, care Hilda, Marina e Cristina, carissimi parenti tutti,
Giorgio era una persona che amava profondamente la vita. Chi lo ha conosciuto è rimasto certamente colpito dalla mille cose che faceva, dalla sua capacità di stare al passo coi tempi, di essere l’avanguardia della nostra chiesa in molti ambiti. Era un uomo coraggioso, che non aveva paura del confronto e non evitava le scelte, anche quelle difficili. Era un teologo curioso, che andava a guardare ai confini più avanzati della teologia per vedere che cosa succedeva di interessante. Era un pastore e un giornalista sempre in dialogo con gli eventi contemporanei, inserito in una rete incredibile di contatti. Era un credente che sapeva cogliere nel presente gli stimoli più interessanti, per utilizzarli nella testimonianza evangelica: si pensi soltanto al fatto che Giorgio era già su internet, quando noi, suoi studenti, cominciavo appena a scrivere con il computer, senza neanche lontanamente comprenderne le possibili applicazioni nell’ambito dell’evangelizzazione. Era anche un professore, non solo quando lo fu di fatto presso la Facoltà, dove ha insegnato teologia pratica, ma un po’ in tutta la sua carriera, grazie alla sua capacità di divulgare, di comunicare al grande pubblico le novità della ricerca: quanti nuovi credenti hanno letto i suoi libri che introducono alla Bibbia, alla fede, alla storia dei protestanti…
Certo, sovente è stato contestato, e di questo era contento: la grandezza di un maestro non sta soltanto nel contenuto del suo insegnamento, ma anche nella capacità di stimolare tante persone a varcare nuove frontiere. Neppure la vecchiaia e la malattia lo hanno fermato: quando ho visto Giorgio l’ultima volta, agli inizi dell’estate, mi parlava del suo desiderio di scrivere ancora su Riforma, perché aveva qualche cosa da dire sulla questione dell’evoluzione… Non si fermava mai; come ha detto un collega, non ha mai smesso di pensare.
Per ricordare una persona così, oggi ho scelto questo passo che forse vi potrà apparire un po’ strano: come mai una parola biblica di commiato e di congedo dalla vita, per una persona così piena di voglia di vivere? Io credo che proprio nella profonda voglia di vivere ed agire di Giorgio si debbano cercare il senso ed il valore della coscienza della fine della vita, ed il suo riconoscimento in senso positivo.
Tu ora lasci andare il tuo servo… così prega Simeone nel racconto di Luca che abbiamo letto insieme quest’oggi. Una frase che contiene due parole indicanti un vincolo (“lasciar andare” e “servo”), le quali ci riconducono ad una grande verità, valida per ogni credente, ad un fatto che traspare chiaramente anche dalla vita e dall’opera di Giorgio: ogni grande personalità cristiana trae ispirazione da una parola che Dio ci rivolge e dalla quale nasce una storia nuova, una vera e propria passione. Noi cristiani crediamo che questa relazione con Dio, con il creatore dei cieli e della terra, costruisca un dialogo fondamentale con qualche cosa di più grande di noi, collocando la fragilità della nostra esistenza in un contesto più ampio e riempiendola, così, di senso. La parola che riceviamo suscita un profondo amore, una passione vincolante, quasi imprigionante, tanto che alla fine della sua vita, quando vede definitivamente compiuta la promessa di Dio, Simeone esclama: Tu lasci andare il tuo servo! Egli sa di aver ricevuto una promessa, e che questa ha dato fin dall’inizio un senso nuovo alla sua vita; ora che essa si è realizzata, la sua esistenza terrena può anche finire. Proprio questa fiducia nel grande progetto di Dio e nelle sue promesse muove uomini e donne della statura di Giorgio nella loro esistenza così ricca e arricchente.
Simeone, poi, si riconosce come servo. A noi questo termine oggi non piace, ma qui serve molto bene a sottolineare la forza del nostro rapporto personale con Dio: è un amore che ci lascia asserviti, permettendoci così di prendere coscienza del nostro posto davanti a Lui. Pur con tutta la libertà che il Signore ci concede e ci dona, noi restiamo a sua disposizione, e non il contrario. Giorgio ci ha dimostrato, lungo tutto l’arco della sua esistenza, quanto arricchente e liberante sia questo servizio. Adoperarsi per una causa giusta non può che emanciparci da tutti i vincoli e dalle le frustrazioni che viviamo nell’essere asserviti a cause fasulle oppure a noi stessi. Chi crede di rimanere libero avviluppandosi intorno a sé, in realtà rimane schiavo di una vita soffocata: uccide la creatività, l’amore, la passione, la fantasia, la curiosità… Solo chi sa aprire la sua esistenza al grande spazio dell’amore di Dio è veramente libero di esprimersi valorizzando tutti i suoi doni e le sue qualità.
A questo punto sorge una domanda: perché Simeone chiede al suo Signore di lasciarlo andare in pace proprio ora che ha visto l’edempimento della sua promessa? Non è adesso che tutto inizia? La risposta è chiaramente negativa: è l’esistenza di Simeone alla luce della fede nella promessa ad essere l’elemento fondamentale. La conferma finale è quasi superflua: Simeone la conosceva già per fede, essa serve piuttosto al lettore, per avere una conferma che quel bambino è straordinario. Proprio nel momento in cui il percorso di una vita di testimonianza e di affetti si è completato, Simeone rende la sua ultima testimonianza su Gesù e può accettare che i suoi giorni abbiano termine. Giorgio, ugualmente, ha vissuto intensamente, la sua voglia di vivere non è mai venuta meno e proprio qui sta il punto: chi ha veramente vissuto può anche capire che il tempo è giunto e che è ora di chiedere al Signore di lasciarlo andare nella pace. Giorgio ha fatto tutto quello che ha compreso come sua vocazione: ha scritto, insegnato, pubblicato; ha avuto delle figlie e dei nipoti che ha amato; ha avuto una superba compagna di vita e di azione, Maria. Nella pienezza della sua vita, dunque, l’ha potuta lasciare con serenità.
Tu lasci il tuo servo andare in pace è, dunque, un modo per dire: – Ho visto la Tua gloria, ho sperimentato il Tuo amore, ho reso la mia testimonianza. Ora riconosco che il momento di tornare alla pace è giunto. – Dopo una vita di impegno e di lotta, è giunto il tempo del riposo. Noi non sappiamo che cosa accada di noi al momento della morte. Possiamo dire le cose più belle e le cose più terribili su di essa. Possiamo lasciarci trascinare dalla tragicità del nulla, e lasciare che la vita si svuoti del suo significato; oppure possiamo affidarci alla divina promessa di vita eterna e farci arricchire da essa. Io vorrei che oggi fosse proprio la parola pace ad esserci da guida fedele nell’affrontare la morte di una persona amata, stimata, onorata: giorno per giorno viviamo la vocazione alla vita che abbiamo da Lui ricevuto, e questo dà un senso pieno ad ogni nostro giorno. Quotidianamente amiamo, lavoriamo, lottiamo. Ma poi giunge la fine, e se la vita è stata veramente vissuta, possiamo trovare quella pace che Giorgio ha sperimentato e ci ha mostrato insieme a sua moglie Maria. Noi riceviamo questa testimonianza e, con spirito di gratitudine e di amore, affidiamo questo nostro fratello al suo meritato riposo, alla pace ultima che viene da Dio.
Amen

Eric Noffke

Il Vangelo del giorno (Luca 4,31-37)

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 4,31-37.

Poi discese a Cafarnao, una città della Galilea, e al sabato ammaestrava la gente. 
Rimanevano colpiti dal suo insegnamento, perché parlava con autorità. 
Nella sinagoga c’era un uomo con un demonio immondo e cominciò a gridare forte: 
«Basta! Che abbiamo a che fare con te, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? So bene chi sei: il Santo di Dio!». 
Gesù gli intimò: «Taci, esci da costui!». E il demonio, gettatolo a terra in mezzo alla gente, uscì da lui, senza fargli alcun male. 
Tutti furono presi da paura e si dicevano l’un l’altro: «Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti immondi ed essi se ne vanno?». 
E si diffondeva la fama di lui in tutta la regione. 

Meditazione del giorno: 

Baldovino di Ford ( ?-circa 1190), abate cistercense, poi vescovo 
Sesto trattato : PL 204, 451-453

« Parlava con autorità »

« La Parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio » (Eb 4, 12). L’Apostolo mostra con queste parole, tutta la grandezza, la fortezza e la saggezza della Parola di Dio, a coloro che cercano Cristo, parola, fortezza e saggezza di Dio. Questa Parola era in principio presso il Padre, eterna con lui. Essa fu rivelata a suo tempo agli apostoli, annunciata da loro, e ricevuta umilmente dal popolo dei credenti…

È viva questa parola a cui il Padre ha concesso di avere la vita in se stessa, come Egli la possede in se stesso. (Gv 5, 26). Perciò, essa non è soltanto viva, ma è pure vita, come è scritto : « Sono la via, la verità e la vita » (Gv 14, 6). Essendo vita, è viva e vivificante, perché « come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole » (Gv 5, 21). È vivificante quando chiama Lazzaro fuori dal sepolcro e gli dice : « Vieni fuori » (Gv 11, 43). Quando questa Parola viene proclamata, la voce che la pronuncia, risuona fuori con una forza che, percepita dentro, fa rivivere i morti, e (svegliando la fede) suscita veri figli ad Abramo (Mt 3, 9). Sì, è viva questa Parola, viva nel cuore del Padre, nella bocca di chi la proclama, nel cuore di chi crede e ama.

Vargas Llosa sulla GMG

GMG, Vargas Llosa: “Tutti credenti e non, dobbiamo rallegrarci per Madrid”

(fonte: http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/vaticano/dettaglio-articolo/articolo/gmg-2011-7614/)

«Credenti e non credenti, tutti dobbiamo rallegrarci di quanto è accaduto a Madrid in quei giorni in cui Dio sembrava esistere e il cattolicesimo sembrava essere la religione unica e vera». Così lo scrittore Mario Vargas Llosa, premio Nobel per la letteratura 2010, commenta la Giornata mondiale della gioventù svoltasi nella capitale spagnola, in un articolo apparso ieri su El Pais e pubblicato dall’Osservatore Romano nell’edizione di domani, in cui a proposito della Gmg di Madrid parla di «netta smentita di un arretramento del cattolicesimo nel mondo di oggi. Bello spettacolo quello di Madrid invasa da centinaia di migliaia di giovani venuti dai cinque continenti per assistere alla Giornata mondiale della gioventù, presieduta da Benedetto XVI, che per diversi giorni ha trasformato la capitale spagnola in una affollata Torre di Babele – scrive l’autore peruviano -. Tutte le razze, lingue, culture, tradizioni si sono mescolate in una gigantesca festa di ragazze e ragazzi adolescenti, studenti, giovani professionisti venuti da ogni angolo della terra per cantare, ballare, pregare e proclamare la loro adesione alla Chiesa cattolica e la loro “dipendenza dal Papa (“Somos adito a Benedicto”, “Siamo dipendenti da Benedetto, è stato uno degli slogan più ricorrenti)».

Il Nobel per la letteratura parla di «due letture possibili» dell’evento, definito «il più grande raduno di cattolici nella storia della Spagna». «La prima – osserva – vede in esso un festival, più di superficie che di spessore religioso, dove i giovani di mezzo mondo hanno colto l’occasione per viaggiare, fare del turismo, divertirsi, conoscere gente nuova, vivere qualche avventura: l’esperienza intensa ma passeggera di una vacanza estiva». La seconda «lo interpreta come una netta smentita delle previsioni di un arretramento del cattolicesimo nel mondo di oggi, come la prova che la Chiesa di Cristo conserva la sua forza e la sua vitalità, che la barca di san Pietro attraversa, senza correre pericoli, le tempeste che volevano farla affondare».

Secondo Vargas Llosa la «graduale diminuzione del numero dei fedeli della Chiesa cattolica, invece di essere un sintomo della sua inevitabile rovina ed estinzione, è piuttosto fermento della vitalità e dell’energia che quel che resta di essa – ossia decine di milioni di persone – ha dimostrato, soprattutto durante i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI».

Rassegna stampa sull’energia, martedì 30 agosto 2011

Poco da segnalare oggi. Sul sito di Quale Energia si apre con un articolo sul contributo che la fonte energetica eolica può dare in Europa.

Scenari futuri sono invece quelli disegnati dall’International Energy Agency (IEA) guardando al 2060 come un anno in cui domina l’energia solare, specie quella prodotta con i sistemi a concentrazione, su cui anche noi di Convert Italiasiamo attivi (vedi il nostro sistema MX1 CPV).

L’articolo lo trovate su Zeroemission.

 

Ricordo di Luigi

Fratello e amico in Seminario. Venerdì non potrò essere a San Romano ma ci sarò con la preghiera ed il ricordo.

Venerdi 9 Settembre alle ore 18.30 presso la Parrocchia S. Romano Martire in Roma, S. E. Mons. Giuseppe Marciante presiederà la S. Messa in suffragio di don Luigi Parrone, in occasione del suo Trigesimo. I sacerdoti e i diaconi che desiderano partecipare sono invitati a portare camice e stola viola.

Voci nel deserto

Nel giorno in cui molti fratelli e sorelle commemorano il Martirio di San Giovanni Battista, ricordiamoci, nella preghiera, di coloro che, a causa del loro essere “voce che grida nel deserto” in difesa della giustizia e degli ultimi, sono uccisi, perseguitati, torturati, costretti all’esilio.
Ricordiamo anche coloro che sono discriminati, perseguitati e denigrati quotidianamente a causa della loro appartenza razziale, religiosa, del loro orientamento sessuale o identità di genere, ecc.
Preghiamo il Signore perchè si faccia presente ai loro cuori col tocco della tenerezza e della vicinanza.
Su di noi invochiamo lo Spirito Santo perchè “dall’Alto” ci giunga la forza di “gridare” nel deserto dell’ingiustizia, dell’oppressione e del pregiudizio, impegnandoci in prima persona, con amore e fermezza, con i mezzi che sono propri della nostra condizione e del nostro stato di vita, a saziare la “fame e sete di giustizia” di tutti i nostri fratelli e di tutte le nostre sorelle inchiodati dal ( o al) Male.

(preghiera di madre Maria Vittoria Longhitano)

Riconciliazione

Dio, Padre di misericordia,
che ha riconciliato a sé il mondo
nella morte e risurrezione del suo Figlio,
e ha effuso lo Spirito Santo
per la remissione dei peccati,
ti conceda, mediante il ministero della Chiesa,
il perdono e la pace.

E io ti assolvo dai tuoi peccati
nel nome del Padre e del Figlio +
e dello Spirito Santo.