Conferenza Nazionale sull’Efficienza Energetica / 2

Il programma di domani.

La seconda giornata è dedicata al dibattito sui due principali temi all’ordine del giorno sull’efficienza energetica: i decreti attuativi del Dlgs 28 e la proposta di nuova direttiva europea sull’efficienza energetica. Nella mattinata, oltre alle proposte delle principali associazioni di operatori che hanno aderito all’iniziativa degli Amici della Terra (FIRE, Assolterm, AIRU, CoAer, Italcogen, AGESI, ANIE, Assocarta), saranno presentate le misure del Piano nazionale per l’Efficienza energetica (Romani, ENEA-UTEE), lo stato dei lavori sui decreti attuativi (Sara Romano, MSE) e le nuove linee guida per i certificati bianchi (Pavan, AEEG). Nel pomeriggio, si terrà un dibattito sul ruolo delle politiche di efficienza e sulle proposte della nuova Direttiva quadro europea (Ancora obblighi o nuove opportunità per l’Italia?), con la partecipazione di imprese (Enipower, Wartsila Italia, E.ON, ENEL, Turboden, A2A), di esperti (ENEA, Università di Padova), della Presidente di Amici della Terra, Filippini, dei parlamentari Saglia, Fluttero, Testa, Zamparutti.

Conferenza Nazionale sull’Efficienza Energetica

Domani sono anche io tra i partecipanti, a Palazzo Rospigliosi, vicino al Quirinale. Questi che seguono sono stati i temi della prima giornata.

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Questa mattina, a Roma, in apertura della Conferenza nazionale sull’efficienza energetica, Andrea Molocchi, responsabile dell’ufficio studi degli  Amici della Terra,  ha illustrato nella propria relazione, le principali osservazioni degli Amici della Terra ai decreti attuativi in corso di predisposizione (rinnovabili termiche, cogenerazione a biomasse e riforma dei Certificati Bianchi). Le riportiamo da comunicato AdT.

Decreto sulla riforma dei TEE
Il decreto ministeriale “di raccordo” dei TEE con la normativa comunitaria sull’efficienza energetica, previsto fin dal 2008, costituisce la priorità per il successo delle politiche di efficienza energetica in atto. Gli Amici della Terra auspicano che gli obblighi di risparmio energetico siano stabiliti per un periodo sufficientemente lungo, ovvero fino al 2020, in maniera tale da introdurre un quadro di maggiore certezza nel mercato dell’efficienza energetica. Altri auspici riguardano: la conferma delle nuove linee guida per i TEE, appena approvate dall’AEEG; il potenziamento delle strutture per la gestione e regolazione del meccanismo; l’introduzione nel decreto di chiari indirizzi per l’applicazione del meccanismo dei TEE ai settori di “confine” (come ad esempio i progetti di efficienza energetica nell’ambito dei trasporti ferroviari, aerei e marittimi; o i progetti di sviluppo del trasporto intermodale di sostituzione modale -dalla strada alla rotaia o alle autostrade del mare).

E’ inoltre auspicabile che il Decreto contenga previsioni riguardanti le misure di accompagnamento dei progetti di efficienza energetica, in particolare con riferimento ad un’adeguata informazione del pubblico mediante campagne generali sull’efficienza energetica o puntuali su singole tipologie d’intervento. In una logica di sistema, i programmi d’azione relativi alle misure di accompagnamento potrebbero essere finanziati tramite componenti aggiuntive all’interno delle medesime leve di finanziamento dei meccanismi vigenti. Il fabbisogno di risorse perché il nostro paese si doti di un programma adeguato di misure di sensibilizzazione e informazione di cittadini e imprese sull’efficienza energetica è dell’ordine del 5% degli incentivi generati dai certificati bianchi; ma non si tratterebbe di un onere necessariamente aggiuntivo, dato che questi costi aumentano la consapevolezza della convenienza intrinseca di molte tecnologie e verrebbero prontamente ripagati attraverso un’accelerazione del tasso naturale di efficienza energetica, riducendo in realtà il fabbisogno complessivo di incentivazione economica.

Decreto sui contributi per gli interventi di piccoli dimensioni ex art. 28 Dlgs
Non è chiaro il destino di questo provvedimento, dato che le Detrazioni del 55% (in scadenza entro l’anno), che si sovrappongono per campo d’applicazione e che sembravano destinate ad essere sostituite dall’art 28 del Dlgs 28/2011, continuano a rimanere all’esame del Governo.
Va giudicata positivamente la struttura della bozza di Decreto: per l’inclusione di entrambi gli ambiti d’intervento previsti (efficienza e rinnovabili termiche), per la chiara distinzione fra interventi tecnologici ricadenti nell’una o nell’altra categoria, e per l’ampliamento dell’ambito di applicazione degli incentivi sull’efficienza energetica rispetto alle detrazioni del 55% (es. inclusione di enti pubblici).

Nella fissazione dei livelli di incentivazione occorre evitare un ulteriore grado di penalizzazione delle rinnovabili termiche rispetto a quelle elettriche (ulteriore rispetto alla drenaggio di risorse operato dai vari conti energia per il fotovoltaico, ma anche dallo stesso Dlgs, là dove stabilisce che il periodo di diritto degli incentivi annui “in conto energia” può arrivare a 20-30 anni nel caso delle rinnovabili elettriche (intera vita utile dell’impianto), mentre nel caso delle termiche è limitato a non oltre 10 anni;

Il problema maggiore riguarda il solare termico, che con 45 euro/mq, erogati per un periodo di soli 5 anni, non riesce assolutamente a coprire i costi dell’impianto (arrivando al massimo al 20-30% dei costi d’investimento, mentre al fratello fotovoltaico è riconosciuto un recupero dei costi superiore al 100%). Se il decreto fosse approvato nella versione attuale, verrebbe  disatteso il criterio della equa remunerazione dei costi per il solare termico, sancito dall’art. 28 del dlgs per tutte le rinnovabili termiche. Questo comporterebbe, fra l’altro, il mantenimento della grave distorsione di convenienza (a favore del fotovoltaico) su quali impianti installare sui tetti degli edifici, mentre invece bisognerebbe adottare come minimo un criterio di parità di trattamento incentivante. La parità di trattamento non è questione di principio, è un’esigenza concreta:  in moltissimi casi, per ottimizzare il risparmio energetico degli edifici, i progettisti raccomandano di abbinare il solare termico con altre tecnologie ad alta efficienza energetica (caldaie a condensazione, pompe di calore)  per soddisfare in maniera ottimale i fabbisogno di riscaldamento, raffrescamento e acqua calda sanitaria.

Per quanto riguarda le pompe di calore di piccole dimensioni, il periodo di incentivazione di 5 anni è del tutto insufficiente, visto che la vita tecnica di queste tecnologie arriva normalmente a 20 anni. Dato che il dlgs consente di arrivare a 10 anni di incentivazione e dato che l’ostacolo alla competitività di queste tecnologie sono gli elevati costi delle tariffe, si auspica un uso pieno almeno dei 10 anni consentiti dalla legge. Spicca, inoltre, la disparità di incentivo unitario fra pompe di calore a gas e quelle elettriche, nonostante le prestazioni di efficienza energetica in termini di energia primaria evitata siano del tutto analoghe, ed anche sotto il profilo industriale vi siano identiche  motivazioni di equità nel sostegno incentivante;

Nel caso delle caldaie a biomassa, l’incentivo ipotizzato è trascurabile; sarebbe più opportuno incrementare il livello di incentivazione limitandolo alle caldaie a maggiore efficienza energetica e con abbattimento spinto delle emissioni, tecnologicamente più avanzate e più onerose.

Contributi per l’efficienza energetica: i criteri scelti dal decreto, ovvero incentivo calcolato su una data percentuale dell’investimento iniziale (mutuato dalle detrazioni fiscali) abbinato  a un periodo fisso di 5 anni di rateizzazione dell’incentivo, sono completamente diversi e troppo semplificati rispetto a quelli di legge: rischiano di non trasmettere all’utente la necessaria informazione all’utente sulla relazione fra incentivo ed efficienza energetica della tecnologia, provocando penalizzazioni e premi impropri (ad esempio, le caldaie a condensazione di piccola taglia, col 39% sul’investimento, sembrano penalizzate rispetto a quelle di grande taglia, che fruirebbero invece di un incentivo del 52%).

Decreto rinnovabili elettriche – Cogenerazione di elettricità e calore a biomasse
Esaminando i dati sulla cogenerazione mediante bioenergie, si osserva unapercentuale di elettricità da cogenerazione del 34% (3,3 su 9,4 TWh), molto piùbassa di quella del complesso degli impianti termoelettrici a combustibili fossili (49%). Le mediocri prestazioni di cogenerazione riguardano soprattutto gli impianti a biomasse solide (2,3 TWh, di cui il 32% cogenerativi) e gli  impianti a ”oli vegetali grezzi” (2,7 TWh, di cui il 34% di elettricità cogenerativa).

Si auspica che il Decreto attuativo del Dlgs riguardante gli incentivi per le rinnovabili elettriche, introduca meccanismi di premio attenti all’uso energeticamente efficiente delle biomasse usate per la produzione di elettricità, scoraggiando gli impianti destinati esclusivamente alla  generazione di elettricità e privi di recupero del calore. A questo scopo, la componente incentivante sulla produzione combinata di calore dovrebbe essere all’altezza dell’incentivo per la componente elettrica, o comunque parametrata sugli indicatori di rendimento di primo principio e di risparmio primario di energia, utilizzati nella cogenerazione ad alto rendimento.

(da comunicato Amici della Terra)

Carità è aiutare a vivere

Massimo rispetto per l’uomo, che peraltro tanto tempo fa ho conosciuto di persona, per il suo dolore. Speranza che la sua anima trovi riposo e pace. Ma la vera carità è aiutare a vivere, non certo a morire.

(Articolo di Marina Corradi per il quotidiano “Avvenire”)

Un uomo di 79 anni in una sera d’autunno parte da Roma. È un venerdì, ma non ha in programma un weekend. Va verso la Svizzera. Lo immaginiamo su un Frecciarossa che corre a duecento all’ora, così veloce che le case e i campi sono forme quasi indistinguibili, fuori dal finestrino. Il viaggiatore, benché anziano, è un bell’uomo; ha occhi chiari, e l’aria di chi ha letto e studiato, e scritto, per tutta la vita. È solo e assorto, fra le chiacchiere dei passeggeri, fra i trilli dei cellulari che squillano. Oltrefrontiera lo aspetta un medico suo amico. Già una volta c’è andato, ed è tornato. Non ha saputo decidersi, non è stato capace di dire: voglio morire. Ma questa volta l’uomo è più determinato. Con la morte della donna che amava è sprofondato in una depressione buia, impenetrabile. Quel lutto ha trascinato con sé tutto, tutta una vita di passioni e battaglie.Lucio Magri, uno dei fondatori del Manifesto, comunista eretico scomunicato dal Pci ai tempi della Primavera di Praga, maestro di pensiero della sinistra italiana, è stanco. Ci sono giovani che lo guarderebbero con deferenza, come uno che ha combattuto per intero la sua battaglia. Che vita piena, per quel ragazzo precocemente sceso nell’agone politico: nella sinistra Dc a vent’anni, poi comunista, ma presto intollerante dell’acquiescenza del partito sui carri armati a Praga, e radiato. Poi l’avventura di un giornale che vuol essere libero. Un passionale, uno che ha lottato, che per cinquant’anni ha condiviso la sua battaglia con fedeli amici. Ha scritto un libro, dicono, importante, una storia del Pci italiano. Titolo, «Il sarto di Ulm», dall’apologo di Brecht su un sarto secentesco che credeva d’avere inventato la macchina per volare, e si schiantò giù dal campanile della città. Che titolo amaro, per una storia intrecciata con la propria biografia. Quasi la storia di una speranza naufragata. Mentre nel mondo che gli è cresciuto attorno Magri sembra spaesato: come se il tempo del Grande Fratello, del chiasso mediatico, smentisse malamente ciò in cui uno come lui ha creduto.

E su quel treno su cui lo immaginiamo è così solo. Le case, le città passano via veloci e irriconoscibili. Ci sono solitudini impenetrabili anche agli amici di una vita. Gli dicono: «Non sei contento, che ora traducano il tuo libro in inglese?». Ma lui è lontano, e ogni successo gli pare senza senso. Lei non c’è più; e a quasi ottant’anni età e dolore possono coagularsi, e travolgere. Perché dalla depressione ci si può curare, ma dal lutto, dal fallimento delle proprie speranze, è difficile. Può venire un tempo, con la vecchiaia, in cui tutti i sogni di un uomo sembrano un mucchio di cenere.

Il treno va, il viaggiatore tace, già così distante dalle parole spensierate di chi gli è attorno. Non sappiamo del suo sbarcare in Svizzera, nel freddo di novembre, né se c’era qualcuno, ad aspettarlo. Una clinica, infermiere gentili, passi discreti nei corridoi. Potrebbe tornare indietro, ancora. Ma quel dolore addosso fa più paura perfino della morte. Il lunedì chiama Roma: ho deciso, dice. Poi una telefonata annuncia agli amici che, davvero, è finita. E ora forse qualcuno vorrà usare la storia di un uomo come una bandiera, come il vessillo di un “diritto” a morire. Diranno: sapete quanti vecchi sconosciuti, soli, magari malati, farebbero ciò che ha fatto Magri, se la legge lo consentisse? L’ansia di aiutare a morire sembra la declinazione post moderna della carità: appare compassionevole, e pietosa. Noi, però, continuiamo a credere che carità è aiutare a vivere. È stare accanto a un malato grave, o al più solo dei vecchi in un ospizio. Testimoniando con le nostre povere facce di uomini che non siamo soli, e non siamo polvere. E di questa tragica storia ciò che ci colpisce non è tanto la determinazione dell’ultimo giorno, ma l’essere, la volta precedente, Magri tornato indietro. Come incapace di dire spontaneamente sì alla morte, come se questo contraddicesse una umana natura. Ci colpisce e ferisce quel giorno in cui quell’uomo tornò indietro, come cercando, vanamente, ancora.

La sinfonia della vita cristiana: Romani 12, 3-8

(N.B.: grassetti e corsivi sono miei)

Romani 12,3-8

3Per la grazia che mi è stata data, io dico a ciascuno di voi: non valutatevi più di quanto conviene, ma valutatevi in modo saggio e giusto, ciascuno secondo la misura di fede che Dio gli ha dato. 4Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, 5così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri. 6Abbiamo doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi: chi ha il dono della profezia la eserciti secondo ciò che detta la fede; 7chi ha un ministero attenda al ministero; chi insegna si dedichi all’insegnamento; 8chi esorta si dedichi all’esortazione. Chi dona, lo faccia con semplicità; chi presiede, presieda con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia.

COMMENTO DI GIOVANNI

I primi due versetti di questo capitolo hanno fondato il cammino cristiano sulla relazione con Dio. Il senso profondo della vita è l’offerta della vita stessa, attraverso l’incessante rinnovamento del nostro pensiero per un abbandono crescente alla volontà del Signore.

Su questo fondamento, sulla potenza del dono ricevuto da Dio, la grazia della fede, si edifica l’esistenza cristiana. Ribadiamo con forza che il buon comportamento non è da considerare la gara per conseguire il premio, ma piuttosto il frutto della grazia divina, la fecondità della nostra vita in Lui. Non è solo il nostro sforzo di adeguarci alle norme evangeliche, ma è prima di tutto la “celebrazione” in noi del mistero e della persona di Gesù.

Sono molto attratto dal fatto che la Parola che oggi ci viene regalata riguardi primariamente la nostra vita di relazione. La nostra vita insieme! La responsabilità che ognuno ha di giocare bene la sua parte. C’è un dono comune a tutti, ed è appunto il fondamento della fede. Questo dono agisce in ciascuno e chiede a ciascuno una risposta e un adempimento corrispondente al volto e alla modalità che in ciascuno ha preso il comune dono della fede.

Ecco allora la responsabilità di ognuno nel valutare la “misura di fede” che gli è stata data. Potremmo dire forse “quanti talenti?”, non perché importi la quantità, ma piuttosto perché ognuno possa agire in proporzione del dono che gli è stato affidato. Ecco dunque come il dono di ciascuno viene subito posto in riferimento e in relazione con i doni degli altri. La vita cristiana è da paragonarsi più alla “sinfonìa” di un orchestra che all’esecuzione di un solista. Ecco quindi il paragone con il corpo di cui siamo parte, e l’affermazione forte che “siamo membra gli uni degli altri”: questa immagine non propone solo l’armonìa delle diverse membra, ma anche la loro interdipendenza. E questo esige che siamo anche servi l’uno dell’altro.

Ed ecco allora, ai vers.6-8, la descrizione di diversi doni e del loro esercizio. Notate come più volte sia indicato per ogni compito un esercizio che ne conferma semplicemente la sostanza: “chi ha un ministero attenda al ministero; chi insegna si dedichi all’insegnamento; chi esorta si dedichi all’esortazione”(ver.7). Mi sembra un modo semplice per mostrare che il dono ha già in sé la sostanza del suo esercizio e della sua fecondità. In generale mi sembra che tutte le indicazioni contengano un’attenzione comune, che è quella di porgere il dono ricevuto dal Signore come un dono offerto al fratello e ai fratelli. Non un dono che si stravolga in forme di ambizione e di tornaconto personale, ma che continui ad essere e a crescere come dono di Dio. E’ la via per confermare che non si tratta di “doti personali”, ma sempre e solo del dono di Dio. Tale dono è quindi il dono fondamentale e comune della fede. Fede che assume nelle diverse situazioni e nei diversi compiti un volto particolare.

Mercoledì, memoria degli Apostoli

Noi, come loro, come Andrea, portiamo un immenso tesoro, in vasi di creta…

Noi portiamo questo tesoro in vasi di creta.
       Noi portiamo questo tesoro in vasi di creta.

Se siamo tribolati da ogni parte,
non siamo schiacciati.

Noi portiamo questo tesoro in vasi di creta.

Se siamo sconvolti,
non siamo disperati.

Noi portiamo questo tesoro in vasi di creta.

Se siamo perseguitati,
non siamo abbandonati.

Noi portiamo questo tesoro in vasi di creta.

Se siamo colpiti,
non siamo portati alla morte.

Noi portiamo questo tesoro in vasi di creta.

Perché tutti viviamo
la potenza senza fine di Dio.

Noi portiamo questo tesoro in vasi di creta.

Il Vangelo del 30 novembre – Andrea Apostolo

Alleluia, alleluia, alleluia !
Se moriamo con lui, vivremo con lui
se perseveriamo con lui, con lui regneremo.
Alleluia, alleluia, alleluia !

Dal vangelo di Matteo 4,18-22

Mentre camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, poiché erano pescatori. 

E disse loro: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”. Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, che nella barca insieme con Zebedèo, loro padre, riassettavano le reti; e li chiamò. Ed essi subito, lasciata la barca e il padre, lo seguirono. 

Alleluia, alleluia, alleluia !
Se moriamo con lui, vivremo con lui
se perseveriamo con lui, con lui regneremo.
Alleluia, alleluia, alleluia !

La Chiesa oggi fa memoria dell’apostolo Andrea, il primo dei chiamati, protocleto. Questa memoria ci ricorda che il cristiano è anzitutto un discepolo, ossia un uomo, una donna, che ascolta il Signore e lo segue. L’anno liturgico che abbiamo appena iniziato non è altro che un anno di sequela di Gesù, un anno di ascolto del Vangelo per crescere nell’amore del Signore e dei fratelli. Per questo la storia del primo chiamato – secondo la narrazione di Giovanni – continua ad essere esemplare. Andrea, figlio di Giona e fratello di Simon Pietro, era originario di Betsaida ed esercitava il mestiere di pescatore, assieme al fratello. Fu chiamato da Gesù mentre stava riassettando le reti; le lasciò immediatamente e seguì quel Maestro. Secondo la tradizione, Andrea annunciò il Vangelo in Siria, in Asia Minore e in Grecia e morì a Patrasso, crocifisso come il suo Maestro. L’Ortodossia lo venera come il primo vescovo della Chiesa di Costantinopoli. Il Vangelo di Marco lo unisce ai primi quattro chiamati. Tutti, in effetti, dopo l’incontro con Gesù si misero alla sua sequela. La Chiesa, ogni comunità cristiana, ogni esperienza religiosa, inizia sempre con un incontro. Ma non si tratta di saluti frettolosi, né di intrattenimenti salottieri. Quante volte riempiamo il tempo con le nostre chiacchiere oppure sprechiamo fiumi di parole! Qui c’è un invito semplice e chiaro di Gesù: “Venite dietro a me; vi farò diventare pescatori di uomini”. Andrea e Simone, chiamato Pietro, ascoltano questo invito, lasciano le reti e lo seguono. Perché seguirlo? È difficile spiegare il futuro di Dio a chi, come noi, è analfabeta della sua parola e del suo amore. E quel Maestro spiega il futuro di Dio nell’unico modo che quei pescatori possono capire, forse nell’unico modo che può entusiasmarli: “Voi sarete ancora pescatori, ma di uomini”. Per questa pesca bisogna lasciare la barca di sempre e mettersi a camminare non più sull’acqua ma sulla terra degli uomini, forse ancor più mobile e incerta delle acque di quel lago. Non è più il mare d’acqua, è il mare di uomini e di donne, è la folla di persone che come un mare li assorbirà e li travolgerà: Andrea, assieme agli altri tre, accoglie l’invito di Gesù. Non sei tu che scegli, è un altro che ti guarda, ti ama e ti chiama. In verità è Gesù il primo “pescatore di uomini”, e chiama quei poveri pescatori. Non spetta a noi giudicare se siamo o non siamo degni, o se qualcun altro lo sia; questi giudizi sono legati ad una logica mondana. Nella prospettiva evangelica a noi spetta solo ascoltare l’invito, accoglierlo e rispondere, come fecero quei quattro. Seguire Gesù non è una scelta da eroi o da spiriti eletti. I primi quattro erano semplici pescatori: ascoltarono Gesù, si fidarono e lo seguirono. È tutto qui il segreto della fede e della stessa Chiesa.



Parola del Signore

Nessuno tocchi Caino!

Questo blog e chi lo gestisce, aderisce alla campagna contro la pena di morte della Comunità di Sant’Egidio. Di seguito metto il link alla relazione di Mario Marazziti al congresso internazionale dei ministri della Giustizia che si è tenuto oggi a Roma:

http://www.santegidio.org/index.php?pageID=3&id=4321&idLng=1062

L’appuntamento per domani?

Roma – “Cities for Life – Città per la vita. Per un mondo senza pena di morte”.
La città illumina il Colosseo – Appuntamento Metro Colosseo, ore 19.00 

Abbiamo la vita per donare la vita!

(Il commento di Giovanni Nicolini a Romani 12,1-2)

12   1Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. 2Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.

COMMENTO DI GIOVANNI

Il “dunque” che incontriamo al ver.1 del brano che oggi riceviamo dal Signore per la nostra preghiera e per la nostra vita è di capitale importanza perché lega tutto quello che ascolteremo a tutto quello che abbiamo ascoltato dal principio della Lettera. Questo capovolge la concezione normale e più istintiva della vita cristiana, dove il comportamento della persona viene considerato il “mezzo” per meritare, per arrivare alla vita eterna. Qui invece si afferma che questa “vita eterna”, che è la vita stessa di Dio in noi – quella che abbiamo chiamato dono, grazia, fede – è il principio, la fonte della nostra interpretazione e della nostra condotta di vita: così, il comportamento è se mai il frutto del dono che abbiamo ricevuto. Dato il dono della fede, non possiamo più vivere come quando non avevamo tale dono.

E dice “per la misericordia di Dio”. Letteralmente è detto “per le misericordie di Dio”, e anche questo è molto importante perché la misericordia di Dio noi l’abbiamo conosciuta e sperimentata nelle molte “misericordie”, cioè nei molti doni di misericordia che da Dio abbiamo ricevuto. E’ dunque la misericordia divina così come noi l’abbiamo ricevuta nei passi della nostra vita fino ad oggi. Ed è talmente forte l’esperienza di questo dono, che noi possiamo corrispondervi non solo con un atteggiamento corretto, ma addirittura con l’offerta della nostra stessa vita! Questo è il significato dell’espressione “offrire i vostri corpi come sacrificio vivente…”. In Gesù abbiamo ricevuto il dono della vita di Dio in noi. Il senso e lo scopo della nostra vita è quello di offrire quello che abbiamo ricevuto! Si tratta dunque di un sacrificio nel quale l’offerente è anche la “vittima sacrificale”, l’offerta! Questo è il significato profondo dell’affermazione del ver.1: “E’ questo il vostro culto spirituale!”. Ci troviamo dunque nuovamente ad un punto focale del nostro cammino nella Lettera ai Romani. Tutto quello che il Signore ci dirà attraverso l’Apostolo Paolo in questi ultimi capitoli è in qualche modo la descrizione e lo sviluppo di questa vita nuova che abbiamo ricevuto dal Signore e che offriamo al Signore. E’  scoprire che abbiamo la vita per dare la vita! Così mi sembra vadano intesi gli attributi della nostra offerta: un sacrificio “vivente, santo e gradito a Dio”.

Per questo ascoltiamo dal ver.2 che non possiamo “conformarci a questo mondo”,  non possiamo lasciarci soggiogare dallo schema di questo mondo, ma veniamo trasformati: qui la lingua greca del testo usa un termine da cui deriva la parola “metamorfosi”, ed è quello che nei Vangeli è il “miracolo” della Trasfigurazione del Signore, quando la luce divina del Padre appunto lo trasfigura. E veniamo trasformati, dice Paolo, dall’incessante rinnovarsi del nostro pensiero. E’ questa la via lungo la quale possiamo “discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”. La vita morale cristiana non è un riferimento a norme fissate e ferme, ma è l’azione dello Spirito del Signore in noi. E’ un cammino, un incessante processo di rinnovamento di noi stessi per entrare sempre più nel mistero del Signore. Vedremo che questo mistero è fondamentalmente il mistero dell’Amore.

Il Vangelo del giorno: Luca 10,21-24

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 10,21-24.

In quello stesso istante Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto. 
Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare». 
E volgendosi ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete
Vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, ma non lo videro, e udire ciò che voi udite, ma non l’udirono». 

Meditazione del giorno: 
Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori, (1696-1787), vescovo e dottore della Chiesa 
3° Discorso per la novena di Natale (Bibl. IntraText, Novena del Santo Natale, III) 
“Hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli”

Oh quanto dobbiamo più noi ringraziare Dio, che ci ha fatti nascere dopo la venuta del Messia! Quanti maggiori beni abbiamo ricevuto noi dopo la Redenzione fatta da Gesù Cristo! Quanto desiderò Abramo, quanto desiderarono i profeti, i patriarchi dell’antico testamento di veder nato il Redentore! ma non lo videro. Assordarono per così dire i cieli coi loro sospiri e colle loro preghiere. Esclamavano: «Piovete, o cieli, ed inviate a noi il Giusto!… Mandate l’Agnello Signore sulla terra» (Is 45,8; 16,1 Vulg)…; e così regnerà nei cuori degli uomini, che in questa terra vivono miseramente schiavi del demonio. Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la salvezza» (Sal 84,8). «Dimostrate su presto a noi, o Dio delle misericordie, la più gran misericordia che voi ci avete già promessa, cioè il nostro Salvatore». Così dunque esclamavano e sospiravano i santi, ma con tutto ciò, per lo spazio di quattromila anni non ebbero la sorte di veder nato il Messia.

Noi sì abbiamo avuta questa fortuna. Ma che facciamo? come ce ne sappiamo avvalere? Sappiamo amare quest’amabile Redentore che già è venuto, che già ci ha riscattato dalle mani dei nostri nemici, ci ha liberati colla sua morte dalla morte eterna …, ci ha aperto il paradiso, ci ha fornito tanti sacramenti e tanti aiuti per servirlo ed amarlo con pace in questa vita e per andare poi a goderlo nell’altra… Troppo saresti ingrata al tuo Dio, anima mia, se non l’amassi, dopo che ha voluto essere legato dalle fasce, affinché tu fossi liberata dai lacci dell’inferno; dopo che si è fatto povero, per far te partecipe delle sue ricchezze, dopo che si è fatto debole, per dare a te la fortezza contro i tuoi nemici; dopo che ha voluto patire e piangere affinché le sue lacrime lavassero i tuoi peccati.

Martedì, memoria della Madre del Signore

(Canto della Comunità di Sant’Egidio)

«Com’è possibile avere un figlio,
se non conosco nessun uomo?»,
si chiede la donna turbata
all’annuncio dell’angelo di Dio.

«Com’è possibile per un uomo
nascere di nuovo se è già vecchio?»,
domanda a Gesù Nicodemo,
«Può tornare nel seno della madre?».

«Sopra di te verrà lo Spirito
e stenderà la sua ombra,
darai alla luce un figlio,
il nome di Gesù gli imporrai».

«Chi dallo Spirito non rinasce
non potrà entrare nel mio regno
come senti il vento che soffia
così ascolti lo Spirito del Padre».

«Com’è possibile tutto questo?»,
«Tutto è possibile a chi ha fede».
La madre di Dio, benedetta:
«Mi avvenga secondo la Parola».