Preghiera del giorno, Invocazione

SALMO RESPONSORIALE (Sal 85)
Rit: Signore, tendi l’orecchio, rispondimi.

Signore, tendi l’orecchio, rispondimi,
perché io sono povero e misero.
Custodiscimi perché sono fedele;
tu, Dio mio, salva il tuo servo, che in te confida. 

Pietà di me, Signore,
a te grido tutto il giorno.
Rallegra la vita del tuo servo,
perché a te, Signore, rivolgo l’anima mia. 

Tu sei buono, Signore, e perdoni,
sei pieno di misericordia con chi t’invoca.
Porgi l’orecchio, Signore, alla mia preghiera
e sii attento alla voce delle mie suppliche.

Il Vangelo del giorno: Marco 5,21-43

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 5,21-43.

Essendo passato di nuovo Gesù all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare. 
Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi e lo pregava con insistenza: «La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva». 
Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. 
Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». 
E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male. 
Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?». 
I discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?». 
Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. 
E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. 
Gesù rispose: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Và in pace e sii guarita dal tuo male». 
Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». 
Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, continua solo ad aver fede!». 
E non permise a nessuno di seguirlo fuorchè a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». 
Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. 
Presa la mano della bambina, le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico, alzati!». Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. 
Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare. 

Meditazione del giorno: 
Beato Giovanni Paolo II (1920-2005), papa 
Discorso ai giovani cileni, 2 aprile 1987 – Copyright © Libreria Editrice Vaticana 
«La bambina non è morta, ma dorme»

Cari giovani, da voi dipende il futuro, da voi dipende il termine di questo Millennio e l’inizio del nuovo. Non siate, dunque, passivi; assumetevi le vostre responsabilità in tutti i campi a voi aperti nel nostro mondo!… Assumetevi le vostre responsabilità! Siate disposti, animati dalla fede nel Signore, a dare ragione della vostra speranza (cf. 1 Pt 3, 15). … Qual è il motivo della vostra fiducia? La vostra fede, il riconoscimento e l’accettazione dell’immenso amore che Dio continuamente manifesta agli uomini…Gesù Cristo, «è lo stesso ieri, oggi e sempre» (Eb 13, 8), continua a mostrare per i giovani lo stesso amore che descrive il Vangelo quando si incontra con un giovane e una giovane.

Così possiamo contemplarlo nella lettura biblica che abbiamo ascoltato: la resurrezione della figlia di Giairo, la quale – puntualizza San Marco – «aveva dodici anni» (Mc 5, 42)….Giairo con franchezza espone al Maestro la sua pena, l’infermità di sua figlia e con insistenza supplica la sua guarigione: «La mia figlioletta è agli estremi: vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva» (Mc 5, 23). «Gesù andò con lui» (Mc 5, 24). Il cuore di Cristo, che si commuove di fronte al dolore umano di quest’uomo e della sua giovane figlia, non resta indifferente di fronte alle nostre sofferenze. Cristo ci ascolta sempre, ma ci chiede che ricorriamo a lui con fede. … Tutti i gesti e le parole del Signore esprimono questo amore.

Vorrei soffermarmi particolarmente sulle testuali parole uscite dalla bocca di Gesù: «La bambina non è morta, ma dorme». Queste parole, profondamente rivelatrici, mi inducono a pensare alla misteriosa presenza del Signore della vita in un mondo che sembra soccombere all’impulso distruttore dell’odio, della violenza e dell’ingiustizia; ma no. Questo mondo, che è vostro, non è morto, ma dorme. Nel vostro cuore, cari giovani si avverte il forte palpito della vita, dell’amore di Dio. La gioventù non è morta quando è vicina al Maestro. Sì, quando è vicina a Gesù: voi tutti siete vicini a Gesù. Ascoltate tutte le sue parole, tutte le parole, tutto. Giovane, ama Gesù, cerca Gesù. Incontrati con Gesù.

Ricordo di David Maria Turoldo

Scritto da Mons. Ravasi, a quasi vent’anni dalla morte.
La vita che mi hai ridato / ora te la rendo / nel canto
.
Con questa sigla autobiografica, padre David Maria Turoldo aveva firmato i “Canti Ultimi” (Garzanti) la raccolta di liriche – in assoluto tra le più alte del suo lungo itinerario poetico – generata da un lungo inverno di sofferenza, culminato nella morte avvenuta a Milano il 6 febbraio di venti anni fa. Aveva ragione Carlo Bo quando, presentando il “Grande Male” che in germe conteneva la fioritura dell’ultima stagione turoldiana, aveva scritto: «Padre David ha avuto da Dio due doni: la fede e la poesia. Dandogli la fede, gli ha imposto di cantarla tutti i giorni». Per decenni Turoldo ha cantato, attuando inconsciamente un motto della tradizione giudaica mistica che invitava il fedele a «un canto ogni giorno, a un canto per ogni giorno». Dell’uomo e credente Turoldo tutto possiamo sapere attraverso la continua confessione delle sue liriche, disponibili nel filo d’oro dispiegato di “O sensi miei…” (Rizzoli), una vasta raccolta antologica da lui stesso elaborata sulla sua immensa produzione poetica dal 1948 al 1988 e soprattutto i citati “Canti Ultimi”, che possono essere considerati non solo il suo testamento ma anche il suo capolavoro.
È facile sentire nei suoi versi il sapore delle zolle friulane delle sue origini e sognare coi suoi occhi infantili e chiari davanti all’affresco del sacrificio di Isacco dipinto nella parrocchiale della sua piccola Coderno. Oppure, percorrendo soprattutto le strofe della maturità, intuire il rigore magmatico (un ossimoro adatto alla sua poetica) della sua mente addestrata in giovinezza alla filosofia, alla scuola di Gustavo Bontadini. È difficile restare indifferenti al suo delicato amore per la Vergine Maria, tra i cui Serviti aveva scelto la sua strada religiosa. Oppure non fremere con lui nella lotta antifascista, allorché con gli amici stendeva le pagine di quel foglio clandestino dal titolo emblematico “L’Uomo”, o ancora non partecipare al suo sdegno per l’ingiustizia, rifiutando ogni genuflessione nei confronti del potere. Nelle sue righe poetiche disseminate in anni e anni  di attività si riverberano i bagliori delle sue prediche nel Duomo di Milano, l’appassionata partecipazione al sogno di don Zeno e della sua Nomadelfia, l’orizzonte luminoso delle amicizie umili e grandi, la sua parola detta e scritta attraverso tutte le vie della comunicazione, giornalistica, teatrale, televisiva e persino cinematografica col film “Gli ultimi”.
Ecco poi balenare l’ardore conciliare, il ritiro per nulla eremitico a Sotto il Monte, il suo costante schierarsi, magari sporcandosi le mani e la fama nel “grumo nero” della storia, alla ricerca non certo di un consenso né di un puro e semplice dissenso ma solo di un senso, come padre David amava ripetere a suggello di quegli anni. Il suo è stato sempre il desiderio di urlare e di pregare anche «da una casa di fango», come faceva il suo “Giobbe” del 1951. È forse abusato e inesatto parlare di “profezia” per definire il genere letterario e spirituale turoldiano. Non lo è, però, nel senso genuino del termine. Il profeta non è un preveggente né tanto meno un elaboratore di oroscopi per la storia, è invece un uomo di fiera contemporaneità. Ed è proprio in questa attenzione fremente ai segni del tempo che egli anticipa il futuro, i suoi segni, le sue epifanie celate già nell’opacità del presente. In questa luce si può iscrivere anche i testi di Turoldo nel genere “profetico”.
Ma il vero volto spirituale e poetico di padre David ha bisogno di un altro lineamento. La sua figura sanguigna, imponente, da cui fuoriusciva una voce da cattedrale o da deserto, vanamente temperata dall’invincibile sorriso degli occhi chiari, aveva nella “Parola” biblica il suo cuore. Non tanto la parola affidata a una voce potente, anche quando era affievolita dalla malattia; voce che, pur in mezzo a una turba vociante e distratta, sapeva creare spazi vasti di silenzio, di ascolto affascinato, di sorpresa. Centrale in Turoldo era la Parola maiuscola, esterna a lui, donata, di cui la sua possente voce era solo «conchiglia ripiena». «Servo e ministro sono della Parola», si era un giorno autodefinito. Per lui era vero senza riserve il folgorante verso di un altro grande poeta religioso novecentesco, il rosminiano Clemente Rebora: «La Parola zittì chiacchiere mie». Scopo e ragion d’essere della sua poesia è stato quello di far cantare la Parola divina.
E’ questa anche la radice del mio incontro personale con Turoldo, divenuto poi amicizia profonda e anche “co-operazione” in senso stretto, soprattutto attraverso la ripresa poetica di tre libri biblici di cui padre David s’era veramente innamorato: il Salterio, ritrascritto per l’ultima volta nel volume “Lungo i fiumi…” (San Paolo); il Cantico dei Cantici, «la sublime allegoria», e Qohelet, lo «scandaloso» sapiente anticotestamentario che aveva generato quella piccola “Deide” postuma dedicata al cardinale Martini, allora arcivescovo di Milano, e intitolata “Mie notti con Qohelet” (Garzanti). Ma in realtà, Turoldo aveva cantato tutta la Bibbia, dalla Genesi all’Apocalisse, in un flusso continuo e in una vera e propria lotta con la Parola, anche quando essa tace. E fu appunto il silenzio di Dio, anzi, il misterioso intreccio-incontro tra Dio e il nulla a scompaginare l’enfasi della voce, a spettinare per l’ultima volta i pensieri e i versi di Turoldo, quelli appunto dei “Canti ultimi”: «Dio e il Nulla – se pure l’uno dall’altro si dissocia…/ Tu non puoi non essere/ Tu devi essere,/ pure se il Nulla è il tuo oceano». Questo groviglio di luce e di tenebra ha la sua raffigurazione emblematica nel Cristo crocifisso («Fede vera è il venerdì santo/ quando Tu non c’eri lassù») e padre David ne è stato attratto come da un gorgo avvinghiante. Già lo era stato nelle liriche precedenti. «E Tu, Tu, o Assente, mia lontanissima sponda… Mio Dio assente lontano… Ma Lui, Lui sempre lontano, invisibile… La tua assenza ci desola… All’incontro cercato nessuno giunge… Notte fonda, notte oscura ci fascia – nera sindone – se tu non accendi il tuo lume, Signore!… Ma tu, Signore, sei bianca statua di marmo nella notte… Un Dio che pena nel cuore dell’uomo…».
Negli ultimi scritti, però, Turoldo si mette in viaggio verso questa Gerusalemme capovolta in modo deciso, pellegrino del Nulla e del Tutto. Passa in mezzo a silenzi astrali, scivola nel «cratere» del Dio incandescente, naviga «nei fiordi della speranza» e percorre «tunnel sottomarini» in cui baluginano luci giallastre, inseguito sempre dallo sguardo di Dio «come di un falco appollaiato sul nido». E alla frontiera tra essere e nulla Turoldo incontra Dio, come Giacobbe dopo la lotta al fiume Jabbok o come Giobbe dopo il lungo grido tenebroso. Su quella linea di demarcazione non c’è un Dio imperatore impassibile e onnipotente, bensì un Dio sofferente, perché «ogni creatura ti muore tra le braccia nel mentre che si forma e si fiorisce». Un Dio che, nel creare, ha sperimentato il Nulla, il suo antipodo, «Tua e nostra frontiera», e che in Cristo ne ha bevuto il calice di morte.
Sulla scia di questa fede combattuta che conosce anche la sconcertante salita del monte Moria ove il volto di Dio si rivela «amato e crudele», fin contraddittorio, per diventare poi persino Assenza, vorrei concludere evocando quella poesia che ho scelto di porre quasi a emblema del Cortile dei Gentili, spazio dedicato dal Pontificio Consiglio della Cultura al dialogo tra credenti e non credenti, «nobilmente pensosi»:
«Fratello ateo, nobilmente pensoso, 
alla ricerca di un Dio
che io non so darti, 
attraversiamo insieme il deserto. 
Di deserto in deserto andiamo oltre 
la foresta delle fedi,
liberi e nudi verso
il Nudo Essere 
e là
dove la parola muore
abbia fine il nostro cammino».

Il Vangelo del giorno: Marco 5,1-20

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 5,1-20.

Intanto giunsero all’altra riva del mare, nella regione dei Gerasèni. 
Come scese dalla barca, gli venne incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo. 
Egli aveva la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre spezzato le catene e infranto i ceppi, e nessuno più riusciva a domarlo. 
Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. 
Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi, e urlando a gran voce disse: «Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». 
Gli diceva infatti: «Esci, spirito immondo, da quest’uomo!». 
E gli domandò: «Come ti chiami?». «Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti». 
E prese a scongiurarlo con insistenza perché non lo cacciasse fuori da quella regione. 
Ora c’era là, sul monte, un numeroso branco di porci al pascolo. 
E gli spiriti lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». 
Glielo permise. E gli spiriti immondi uscirono ed entrarono nei porci e il branco si precipitò dal burrone nel mare; erano circa duemila e affogarono uno dopo l’altro nel mare. 
I mandriani allora fuggirono, portarono la notizia in città e nella campagna e la gente si mosse a vedere che cosa fosse accaduto. 
Giunti che furono da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. 
Quelli che avevano visto tutto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. 
Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio. 
Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo pregava di permettergli di stare con lui. 
Non glielo permise, ma gli disse: «Và nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ti ha usato». 
Egli se ne andò e si mise a proclamare per la Decàpoli ciò che Gesù gli aveva fatto, e tutti ne erano meravigliati. 

Beato Charles de Foucauld (1858-1916), eremita e missionario nel Sahara 
Meditazioni sul Vangelo, in Opere spirituali, (1958)
«Mentre Gesù risaliva sulla barca, colui che era stato indemoniato lo pregava di permettergli di stare con lui. Non glielo permise»

La vera, l’unica perfezione non sta nel condurre questo o quel genere di vita, ma nel fare la volontà di Dio; sta nel condurre il genere di vita che Dio vuole, dove egli vuole, e nel condurlo come l’avrebbe condotto lui stesso.  Quando egli lascia la scelta a noi stessi, cerchiamo di seguirlo passo passo più perfettamente possibile, di condividere la sua vita come è stata, come hanno fatto gli apostoli durante la sua vita e dopo la morte: l’amore ci spinge a questa imitazione. Se Dio ci lascia questa scelta, questa libertà, è proprio perché vuole che spieghiamo le vele al vento del puro amore e, spinti da lui, «corriamo dietro a lui alla fragranza dei suoi profumi» (Can 1,4 LXX) in una perfetta imitazione, come San Pietro e San Paolo…

E se un giorno Dio vuole portarci via, per un po’ o per sempre, da questa strada così bella e perfetta, non siamo turbati né meravigliati. I suoi disegni sono imperscrutabili: può fare per noi, a metà o alla fine del percorso, ciò che ha fatto per il  Geraseno all’inizio. Obbediamo, facciamo la sua volontà…, andiamo dove vorrà, conduciamo il genere di vita che la sua volontà ci indicherà. Ma ovunque avviciniamoci a lui con tutte le nostre forze e siamo in qualsiasi stato, in qualsiasi condizione, come lui stesso sarebbe stato, si sarebbe comportato, se la volontà del Padre lo avesse messo là dove mette noi.

Memoria di Sissel

Una bella intervista di Lucia Bellaspiga di Avvenire.
«Mia sorella Sissel a 8 anni diventò vento»
Sissel (in lingua yiddish “dolce”) ha otto anni e una testa di ricci d’oro, quando – alla fine del 1943 – è con mamma e papà alla stazione di Sondrio e ingenuamente chiede a voce alta: «Quanto staremo in Svizzera?». Una domanda che, sentita da orecchie sbagliate, pone fine alla loro fuga. Prima li gettano tutti e tre nel carcere di San Vittore a Milano, poi, il 30 gennaio 1944, li caricano su un treno in partenza dal famigerato Binario 21, destinazione Auschwitz. Nella loro casa di Firenze nel maggio del ’45 tornerà solo suo papà. Daniel Vogelmann è il fratello di Sissel, nato da stesso padre nel 1948.
Lei parla di nostalgia per una sorella mai conosciuta…
La nostalgia più struggente è quella per le cose mai avute. Sissel è la mia sorellina mancata, cui ho dedicato poesie piene di tenerezza. Io sono nato perché lei è morta, la mia vita non era prevista: quando nostro padre Schulim tornò dal lager e si trovò solo al mondo, si sposò con mia madre Albana, anche lei ebrea e vedova a Firenze. Pure mia mamma aveva alle spalle il suo dramma: il marito era morto poco prima dell’8 settembre e lei, che aveva un bimbo piccolo, mio fratello, trovò rifugio in un convento di suore, che salvarono entrambi. Le diedero un vestito da monaca e al bimbo insegnarono a dire un nome falso non ebraico, ma per fortuna in quel monastero non ci furono irruzioni di nazisti come in altri.
Lei nacque dopo l’orrore. Come lo raccontava suo padre?
Come si trovano parole adatte per spiegare quello che aveva vissuto? Non ne parlò mai. Ad Auschwitz arrivò con sua moglie Anna e la mia sorellina il 6 febbraio del 1944, e già quel giorno tutte e due finirono nelle camere a gas. Oggi sono nel vento. Dopo il ritorno a Firenze, papà qualcosa provò a raccontare, ma un conoscente gli rispose che anche a lui i tedeschi avevano ammazzato il cane… Da quel giorno tacque. E d’altra parte allora si tendeva a rimuovere, anche per sopravvivere, la gente diceva «basta, è ora di guardare avanti». Se pensiamo che “Se questo è un uomo” di Primo Levi fu rifiutato da Einaudi e uscì solo grazie a una piccola casa editrice…
Perché suo padre Schulim si salvò?
Prima perché era un ottimo tipografo e ai tedeschi era utile per stampare sterline, esattamente come si vede nel film “Il falsario”, poi perché incontrò Oskar Schindler: fu l’unico ebreo italiano a entrare nelle sue famose liste.
Proprio in onore di suo padre è nata la sua casa editrice Giuntina.
L’ho chiamata come la tipografia di Firenze in cui lavorava prima della deportazione e ho edito 520 libri di cultura ebraica. La fondai per pubblicare in italiano “La notte”, il capolavoro sulla Shoah dell’ex deportato e premio Nobel per la Pace Elie Wiesel, che negli altri Paesi circolava da decenni.
Passa il tempo e i testimoni sono sempre meno. Presto toccherà a voi figli raccontare.
Vado già per le scuole, ma è così difficile… Poi sarà mio figlio Shulim, che ha 33 anni, e poi sua figlia Alma, un anno e mezzo. Alma in ebraico vuol dire “fanciulla”, in latino “che nutre”, in spagnolo “anima”, in turco “mela”: c’è tutta la simbologia e un destino già segnato. È lei il volto della speranza che non muore.

La leggenda della merla…

Tradizione vuole che le ultime tre giornate del mese di gennaio (29, 30 e 31) vengano riconosciute come “Giorni della Merla“, ossia il periodo più freddo dell’inverno.

Secondo la leggenda una merla e i suoi piccoli (originariamente di colore bianco), per ripararsi dal freddo, trovarono dimora in un comignolo. Quando poi arrivò febbraio, uscirono fuori, tutti colorati di nero per la fuliggine. E’ per questo che ora i merli sono neri, narra la storia.

Altri invece raccontano di una merla perseguitata dal mese di gennaio, che allora aveva 28 giorni. Gennaio, infatti, trovava divertente aspettare che la merla uscisse dal nido per cercare cibo, e ricoprire la terra di freddo e gelo. La merla, stanca di questo vile comportamento, decise di fare provviste per tutto il mese, ritirandosi poi nel suo nido. Il 28 la merla, credendo di aver ingannato Gennaio, uscì e iniziò a cinguettare per prenderlo in giro. L’offesa arrecata fu tale che il primo mese dell’anno chiese tre giorni in prestito a Febbraio e li utilizzò per scatenare bufere di neve, vento gelido e pioggia.

La povera merla dovette trovare riparo in un camino, dove rimase fino a febbraio. Quando uscì dal suo nascondiglio si ritrovò con le piume tutte rovinate e annerite dal fumo e da allora tutti i merli nascono neri.