Memoria di Sissel

Una bella intervista di Lucia Bellaspiga di Avvenire.
«Mia sorella Sissel a 8 anni diventò vento»
Sissel (in lingua yiddish “dolce”) ha otto anni e una testa di ricci d’oro, quando – alla fine del 1943 – è con mamma e papà alla stazione di Sondrio e ingenuamente chiede a voce alta: «Quanto staremo in Svizzera?». Una domanda che, sentita da orecchie sbagliate, pone fine alla loro fuga. Prima li gettano tutti e tre nel carcere di San Vittore a Milano, poi, il 30 gennaio 1944, li caricano su un treno in partenza dal famigerato Binario 21, destinazione Auschwitz. Nella loro casa di Firenze nel maggio del ’45 tornerà solo suo papà. Daniel Vogelmann è il fratello di Sissel, nato da stesso padre nel 1948.
Lei parla di nostalgia per una sorella mai conosciuta…
La nostalgia più struggente è quella per le cose mai avute. Sissel è la mia sorellina mancata, cui ho dedicato poesie piene di tenerezza. Io sono nato perché lei è morta, la mia vita non era prevista: quando nostro padre Schulim tornò dal lager e si trovò solo al mondo, si sposò con mia madre Albana, anche lei ebrea e vedova a Firenze. Pure mia mamma aveva alle spalle il suo dramma: il marito era morto poco prima dell’8 settembre e lei, che aveva un bimbo piccolo, mio fratello, trovò rifugio in un convento di suore, che salvarono entrambi. Le diedero un vestito da monaca e al bimbo insegnarono a dire un nome falso non ebraico, ma per fortuna in quel monastero non ci furono irruzioni di nazisti come in altri.
Lei nacque dopo l’orrore. Come lo raccontava suo padre?
Come si trovano parole adatte per spiegare quello che aveva vissuto? Non ne parlò mai. Ad Auschwitz arrivò con sua moglie Anna e la mia sorellina il 6 febbraio del 1944, e già quel giorno tutte e due finirono nelle camere a gas. Oggi sono nel vento. Dopo il ritorno a Firenze, papà qualcosa provò a raccontare, ma un conoscente gli rispose che anche a lui i tedeschi avevano ammazzato il cane… Da quel giorno tacque. E d’altra parte allora si tendeva a rimuovere, anche per sopravvivere, la gente diceva «basta, è ora di guardare avanti». Se pensiamo che “Se questo è un uomo” di Primo Levi fu rifiutato da Einaudi e uscì solo grazie a una piccola casa editrice…
Perché suo padre Schulim si salvò?
Prima perché era un ottimo tipografo e ai tedeschi era utile per stampare sterline, esattamente come si vede nel film “Il falsario”, poi perché incontrò Oskar Schindler: fu l’unico ebreo italiano a entrare nelle sue famose liste.
Proprio in onore di suo padre è nata la sua casa editrice Giuntina.
L’ho chiamata come la tipografia di Firenze in cui lavorava prima della deportazione e ho edito 520 libri di cultura ebraica. La fondai per pubblicare in italiano “La notte”, il capolavoro sulla Shoah dell’ex deportato e premio Nobel per la Pace Elie Wiesel, che negli altri Paesi circolava da decenni.
Passa il tempo e i testimoni sono sempre meno. Presto toccherà a voi figli raccontare.
Vado già per le scuole, ma è così difficile… Poi sarà mio figlio Shulim, che ha 33 anni, e poi sua figlia Alma, un anno e mezzo. Alma in ebraico vuol dire “fanciulla”, in latino “che nutre”, in spagnolo “anima”, in turco “mela”: c’è tutta la simbologia e un destino già segnato. È lei il volto della speranza che non muore.