Il Nome di Gesù

Il Santissimo Nome di Gesù fu sempre onorato e venerato nella Chiesa fin dai primi tempi, ma solo nel secolo XIV cominciò ad avere culto liturgico. San Bernardino, aiutato da altri confratelli, sopratutto dai beati Alberto da Sarteáno e Bernardino da Feltre, diffuse con tanto slancio e fervore tale devozione che finalmente venne istituita la festa liturgica. Nel 1530 Papa Clemente VII autorizzò l’Ordine francescano a recitare l’Ufficio del Santissimo Nome di Gesù. Giovanni Paolo II ha ripristinato al 3 gennaio la memoria facoltativa nel Calendario Romano.

Riporto per la lettura e la meditazione il testo di Antonio Borrelli.

Il significato e la proprietà del nome
Anzitutto i nomi hanno un loro significato intrinseco, come appare dai nomi teofori (evocatori della divinità) e da quelli di alcuni eroi, che sono il simbolo della missione adempiuta da costoro nella storia. 
In secondo luogo, il nome ha un contenuto dinamico; rappresenta e in qualche modo racchiude in sé una forza. Esso designa l’intima natura di un essere, poiché contiene una presenza attiva di quell’essere. 
Platone diceva che “Chiunque sa il nome, sa anche le cose”; conoscerlo vuol dire conoscere la ‘cosa’ in se stessa. Il nome “occupa” uno spazio, ha la “proprietà” della cosa e la spiega. 
Il nome di nascita indica in primo luogo, l’”essenza” di una persona, le sue prerogative, le qualità e i difetti; pronunciandolo si è come in presenza di colui che si nomina, si dà ad esso una precisa dimensione. 
Così come fra i ‘primitivi’ che cercavano di conoscere il nome al fine di esercitare un potere su una persona o su qualsiasi cosa vivente, il nome è ancora indispensabile nel praticare un incantesimo; infatti i cosiddetti ‘maghi’ vogliono conoscerlo, per inciderlo su amuleti e talismani, accanto a quello delle Entità Invisibili. 

Il nome nelle società antiche
Nell’antica Grecia i nomi provenivano da due categorie: 1) nomi di un dio o derivati da quello portato dalla divinità (Apollodoro, Apollonio, Eròdoto, Isidoro, Demetrio, Teodoro, ecc.); 2) nomi scelti come augurio per la futura vita del bambino, seguiti da quello della località di residenza o provenienza. 
I Romani imponevano ai neonati tre nomi: Il prenome scelto fra i diciotto più usati, che si abbreviava con la lettera iniziale, es. P = Publius (Publio), C = Caius (Caio), ecc. Il nome indicava la gens di appartenenza, es. Julius (della gens Julia). Il cognome indicante la famiglia, quando la gens d’origine si divideva in molte famiglie. 
Nei nomi di origine ebraica, particolarmente quelli maschili, si nota quasi sempre una invocazione a Dio, l’eterno creatore, dal quale il popolo ebraico trasse sempre forza nella sua travagliata esistenza. 

Il nome nella mentalità semitica
Per i semiti i nomi propri avevano un significato intrinseco; questo era indicato dalla loro stessa composizione, dalla etimologia od era evocato dalla pronuncia. 
Nel costume popolare, due usanze sembrano comunemente diffuse; in primo luogo l’imposizione di nomi teofori, con cui si voleva porre il bambino sotto la protezione della divinità, oppure si intendeva ringraziare e pregare la divinità per il lieto evento (es. Isaia = Iahvé salva; Giosuè = Iahvé è salvezza, ecc.). 
In secondo luogo, l’attribuzione di nomi che esprimono qualche circostanza o particolarità della nascita dei bambini, es. (Gen. 35, 16-18) “… Rachele, sul punto in cui le sfuggiva l’anima, perché stava morendo a causa del penoso parto, chiamò il figlio appena nato, col nome di Ben-Oni (figlio del mio dolore)…”. 
Così pure, per gli ebrei c’era la tendenza a fare del nome, il simbolo del significato religioso o politico degli eroi nazionali e religiosi; così interpretato, il nome era in un rapporto molto più significativo con la persona che caratterizzava; Eva è “la madre di tutti i viventi”, Abramo è “il padre di una moltitudine”, Giacobbe è “colui che soppianta”, ecc. 
Nella concezione semitica, il nome ha anche un aspetto dinamico, che corrisponde alla forza, alla potenza che il nome rappresenta e in qualche modo include; dove c’è il nome c’è la persona, con la sua forza, pronta a manifestarsi. 
Conoscere qualcuno per nome, vuol dire conoscerlo fino in fondo e poter disporre della sua potenza. Questo concetto svolge un ruolo importante applicato agli esseri superiori, che non sono conoscibili normalmente da parte dell’uomo; la sola conoscenza che si può avere di essi è quella del loro nome. 
Il nome del dio nasconde la sua presenza misteriosa e rappresenta il mezzo più accessibile di comunicazione tra l’uomo e lui. Quindi nella sfera del ‘mistero’ sia esso magico che religioso, chi conosce il nome del dio e lo pronunzia, ha la forza di farsi ascoltare da lui e di farlo intervenire a suo favore. 
Infine nella Tradizione semitica c’è inoltre il concetto, che chi impone a qualcuno il nome che deve portare o gli cambia il nome che possiede, esprime il potere assoluto, la sovranità, che detiene su quello (Ge. 2), così come Adamo impose i nomi a tutto il bestiame di cui poteva usufruire. 
Anche il Dio degli Ebrei esprime il suo dominio assoluto, imponendo e mutando i nomi di Abram in Abraham e Sarai in Sara (Ge. 17, 5-15) e di Giacobbe in Israel (Ge. 32, 29), acquistando così tali nomi nuovi significati. 

Il nome di Dio nella Bibbia
L’esigenza di sapere il nome della divinità in cui si crede, è stato sempre intrinseco nell’animo umano, perché il nome stesso è garanzia della sua esistenza; a tal proposito si riporta un passo dell’opera di Francesco Albergamo “Mito e Magia” che scrive: “Una bambina di nove anni chiede al padre se Dio esiste; il padre risponde che non ne è troppo sicuro, al che la piccola osserva: Bisogna pure che esista, dal momento che ha un nome”. 
Quindi quando Mosè (Es. 3) viene chiamato da Dio alla sua missione fra il popolo ebraico, logicamente gli chiede il suo Nome da poter comunicare al popolo, che senz’altro gli chiederà “Chi ti ha riconosciuto principe su di noi?”. E il Dio di Israele, conosciuto inizialmente come il “Dio degli antenati”, il “Dio di Abramo di Isacco di Giacobbe”, oppure con espressioni particolari: “El Shaddai”, “Terrore di Isacco”, “Forte di Giacobbe”, rivela il suo nome “Iahvé”, che significa “Egli è”; e questo Nome entrò così a far parte della vita religiosa degli israeliti, e mediante gli interventi sovrani nella storia, il nome di Iahvé divenne famoso e noto. 
I profeti ed i sommi sacerdoti, lungo tutta la storia d’Israele, posero al centro della liturgia il nome di Iahvé, con la professione di fede del profeta, l’invocazione solenne di Dio, la fede e la glorificazione di tutto il popolo (Commemorazione, invocazione, glorificazione del suo Nome). 
Nel tardo giudaismo però, per il bisogno di sottolineare la trascendenza divina, il nome di Iahvé non è stato più pronunciato e Dio è stato designato col termine Nome e con altri appellativi, come Padre a sottolineare lo speciale rapporto che lega Dio e il suo popolo. 

Il nome del Padre
Ma solo nel Nuovo Testamento, sulla bocca di Gesù e dei credenti, il nome di Padre attribuito a Dio, assume il suo vero significato.
Solo Gesù, infatti conosce il Padre e può efficacemente rivelarlo (Mt.11, 27-28). Gesù si è riferito spesso a Dio chiamandolo Padre, nel Vangelo di s. Giovanni, Padre viene usato addirittura come sinonimo di Dio e secondo l’evangelista questa è la sua vera definizione, questo è il nome che esprime più profondamente l’essere divino. Tale nome è stato manifestato agli uomini da Gesù, ed essi ora sanno che, se credono, sono figli insieme a lui. 
Inoltre Gesù ha anche insegnato a pregare Dio con questo titolo “Padre nostro…” e questa è diventata la preghiera per eccellenza della comunità cristiana. 
Gesù aveva chiesto al Padre di glorificare il suo nome (Giov. 12, 28) e aveva invitato i discepoli a pregare così: “Sia santificato il tuo nome”; Dio ha risposto a queste preghiere, manifestando la potenza del suo nome e glorificando il proprio figlio. 
Ai credenti è affidato il compito di prolungare questa azione di glorificazione; essi lodano, testimoniano il nome di Dio e devono comportarsi in modo che il nome divino non riceva biasimo e bestemmie (Rom. 2, 24). 

Il nome del Signore Gesù
Il Messia ha portato durante la sua vita terrena il nome di Gesù, nome che gli fu imposto da san Giuseppe dopo che l’angelo di Dio in sogno gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché ciò che in lei è stato concepito è opera dello Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”(Mt.1, 21-25). 
Quindi il significato del nome Gesù è quello di salvatore; gli evangelisti, gli Atti degli Apostoli, le lettere apostoliche, citano moltissimo il significato e la potenza del Nome di Gesù, fermandosi spesso al solo termine di “Nome” come nell’Antico Testamento si indicava Dio. 
Nel corso della vita pubblica di Gesù, i suoi discepoli, appellandosi al suo nome, guariscono i malati, cacciano i demoni e compiono ogni sorta di prodigi: 
Luca, 10, 17, “E i settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome”; Matteo 7, 22, “… Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti prodigi nel tuo nome?”. 
Atti 4, 12, “…Non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale possiamo avere la salvezza”. 
Risuscitando Gesù e facendolo sedere alla sua destra, Dio “gli ha donato il nome che è sopra di ogni nome” (Ef. 1, 20-21); si tratta di un “nome nuovo” (Ap. 3, 12) che è costantemente unito a quello di Dio. 
Questo nome trova la sua espressione nell’appellativo di Signore, che conviene a Gesù risorto, come allo stesso Dio Padre (Fil. 2, 10-11). Infatti i cristiani non hanno avuto difficoltà ad attribuire a Gesù, gli appellativi più caratteristici che nel giudaismo erano attribuiti a Dio. 
Atti 5, 41: “Ma essi (gli apostoli) se ne partirono dalla presenza del Sinedrio, lieti di essere stati condannati all’oltraggio a motivo del Nome”. 
La fede cristiana consiste nel professare con la bocca e credere nel cuore “che Gesù è il Signore, e che Dio lo ha ridestato dai morti” e nell’invocare il nome del Signore per conseguire la salvezza (Rom. 10, 9-13). 
I primi cristiani, appunto, sono coloro che riconoscono Gesù come Signore e si designano come coloro che invocano il suo nome, esso avrà sempre un ruolo preminente nella loro vita: nel nome di Gesù i cristiani si riuniranno, accoglieranno chiunque si presenti nel suo nome, renderanno grazie a Dio in quel nome, si comporteranno in modo che tale nome sia glorificato, saranno disposti anche a soffrire per il nome del Signore. 
L’espressione somma della presenza del Nome del Signore e dell’intera SS. Trinità nella vita cristiana, si ha nel segno della croce, che introduce ogni preghiera, devozione, celebrazione; e conclude le benedizioni e l’amministrazione dei sacramenti: “Nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. 

Il culto liturgico del Nome di Gesù
Il SS. Nome di Gesù, fu sempre onorato e venerato nella Chiesa fin dai primi tempi, ma solo nel XIV secolo cominciò ad avere culto liturgico. 
Grande predicatore e propagatore del culto al Nome di Gesù, fu il francescano san Bernardino da Siena (1380-1444) e continuato da altri confratelli, soprattutto dai beati Alberto da Sarteano (1385-1450) e Bernardino da Feltre (1439-1494). 
Nel 1530, papa Clemente VII autorizzò l’Ordine Francescano a recitare l’Ufficio del Santissimo Nome di Gesù; e la celebrazione ormai presente in varie località, fu estesa a tutta la Chiesa da papa Innocenzo XIII nel 1721. 
Il giorno di celebrazione variò tra le prime domeniche di gennaio, per attestarsi al 2 gennaio fino agli anni Settanta del Novecento, quando fu soppressa. 
Papa Giovanni Paolo II ha ripristinato al 3 gennaio la memoria facoltativa nel Calendario Romano. 

Il trigramma di san Bernardino da Siena
Affinché la sua predicazione non fosse dimenticata facilmente, Bernardino con profondo intuito psicologico inventò un simbolo dai colori vivaci che veniva posto in tutti i locali pubblici e privati, sostituendo blasoni e stemmi delle varie Famiglie e Corporazioni spesso in lotta fra loro. 
Il trigramma del nome di Gesù, divenne un emblema celebre e diffuso in ogni luogo, sulla facciata del Palazzo Pubblico di Siena campeggia enorme e solenne, opera dell’orafo senese Tuccio di Sano e di suo figlio Pietro, ma lo si ritrova in ogni posto dove Bernardino e i suoi discepoli abbiano predicato o soggiornato. 
Qualche volta il trigramma figurava sugli stendardi che precedevano Bernardino, quando arrivava in una nuova città a predicare e sulle tavolette di legno che il santo francescano poggiava sull’altare, dove celebrava la Messa prima dell’attesa omelia, e con la tavoletta al termine benediceva i fedeli. 
Il trigramma fu disegnato da Bernardino stesso, per questo è considerato patrono dei pubblicitari; il simbolo consiste in un sole raggiante in campo azzurro, sopra vi sono le lettere IHS che sono le prime tre del nome Gesù in greco ΙΗΣΟΥΣ (Iesûs), ma si sono date anche altre spiegazioni, come l’abbreviazione di “In Hoc Signo (vinces)” il motto costantiniano, oppure di “Iesus Hominum Salvator”. 
Ad ogni elemento del simbolo, Bernardino applicò un significato, il sole centrale è chiara allusione a Cristo che dà la vita come fa il sole, e suggerisce l’idea dell’irradiarsi della Carità. 
Il calore del sole è diffuso dai raggi, ed ecco allora i dodici raggi serpeggianti come i dodici Apostoli e poi da otto raggi diretti che rappresentano le beatitudini, la fascia che circonda il sole rappresenta la felicità dei beati che non ha termine, il celeste dello sfondo è simbolo della fede, l’oro dell’amore. 
Bernardino allungò anche l’asta sinistra dell’H, tagliandola in alto per farne una croce, in alcuni casi la croce è poggiata sulla linea mediana dell’H. 
Il significato mistico dei raggi serpeggianti era espresso in una litania; 1° rifugio dei penitenti; 2° vessillo dei combattenti; 3° rimedio degli infermi; 4° conforto dei sofferenti; 5° onore dei credenti; 6° gioia dei predicanti; 7° merito degli operanti; 8° aiuto dei deficienti; 9° sospiro dei meditanti; 10° suffragio degli oranti; 11° gusto dei contemplanti; 12° gloria dei trionfanti. 
Tutto il simbolo è circondato da una cerchia esterna con le parole in latino tratte dalla Lettera ai Filippesi di san Paolo: “Nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, sia degli esseri celesti, che dei terrestri e degli inferi”.Il trigramma bernardiniano ebbe un gran successo, diffondendosi in tutta Europa, anche s. Giovanna d’Arco volle ricamarlo sul suo stendardo e più tardi fu adottato anche dai Gesuiti. 
Diceva s. Bernardino: “Questa è mia intenzione, di rinnovare e chiarificare il nome di Gesù, come fu nella primitiva Chiesa”, spiegando che, mentre la croce evocava la Passione di Cristo, il suo Nome rammentava ogni aspetto della sua vita, la povertà del presepio, la modesta bottega di falegname, la penitenza nel deserto, i miracoli della carità divina, la sofferenza sul Calvario, il trionfo della Resurrezione e dell’Ascensione. 
In effetti Bernardino ribadiva la devozione già presente in san Paolo e durante il Medioevo in alcuni Dottori della Chiesa e in s. Francesco d’Assisi, inoltre tale devozione era praticata in tutto il Senese, pochi decenni prima dai Gesuati, congregazione religiosa fondata nel 1360 dal senese beato Giovanni Colombini, dedita all’assistenza degli infermi e così detti per il loro ripetere frequente del nome di Gesù.

La Compagnia di Gesù, prese poi queste tre lettere come suo emblema e diventò sostenitrice del culto e della dottrina, dedicando al Ss. Nome di Gesù le sue più belle e grandi chiese, edificate in tutto il mondo. 
Fra tutte si ricorda, la “Chiesa del Gesù” a Roma, la maggiore e più insigne chiesa dei Gesuiti; vi è nella volta il “Trionfo del Nome di Gesù”, affresco del 1679, opera del genovese Giovanni Battista Gaulli detto ‘il Baciccia’; dove centinaia di figure si muovono in uno spazio chiaro con veloce impeto, attratte dal centrale Nome di Gesù.

Il Vangelo del giorno: Giovanni 1,29-34

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 1,29-34.

Il giorno dopo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: «Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! 
Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. 
Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele». 
Giovanni rese testimonianza dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. 
Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. 
E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio». 

Meditazione del giorno: 
San Girolamo (347-420), sacerdote, traduttore della Bibbia, dottore della Chiesa 
Su Isaia, cap. 11 
«E’ colui che battezza in Spirito Santo»

«Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse (padre di Davide), un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore» (Is 11,1-2).  Questa profezia riguarda Cristo… Il germoglio ed il fiore che spunteranno dalla stirpe di Iesse, gli ebrei li interpretano in riferimento al Signore: per essi il germoglio è simbolo dello scettro reale; il fiore, quello della sua bellezza. Noi cristiani vediamo nel germoglio nato dalla stirpe di Iesse Maria Vergine santissima, alla quale nessuno si è unito per renderla madre. E’ lei che viene indicata, poco prima, dallo stesso profeta: «Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio» (7,14). E nel fiore riconosciamo il Signore nostro Salvatore che dice nel Cantico dei cantici: «Io sono un narciso di Saron, un giglio delle valli» (Can 2,1)…

Su questo fiore che spunta dal ceppo e dalla stirpe di Iesse attraverso Maria Vergine, va a posarsi lo spirito del Signore, poiché «A Dio è piaciuto far abitare in Cristo corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Col 2,9).  Non parzialmente, come in altri santi, ma … secondo quanto leggiamo nel vangelo di Matteo: «Ecco il mio servo che io ho scelto; il mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Porrò il mio spirito sopra di lui e annunzierà la giustizia alle genti» (Mt 12,18; Is 42,1). Noi colleghiamo questa profezia al Salvatore su cui lo spirito del Signore si è posato, cioè ha stabilito in lui la sua dimora per sempre… Come testimonia Giovanni Battista, lo spirito scende per restare per sempre in lui: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo»…. Questo Spirito è chiamato «Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di conoscenza e di timore del Signore» (Is 11,2)… E’ l’unica e medesima fonte di tutti i doni.

Il Vangelo di martedì 3 gennaio

Dal Vangelo secondo Giovanni 1,29-34

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». 
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Parola del Signore

Nel brano del vangelo di ieri, si è visto Giovanni Battista farsi testimone di una persona, una persona non ancora nota, ma che ben presto sarebbe stata riconosciuta.
Nel brano di oggi, si vede il messaggero di Dio riconoscere Gesù nascosto tra la folla. Giovanni Battista, facendo segno col braccio alzato profeticamente, lo indica e grida: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!… Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua, mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio”.
Giovanni Battista dà questa decisa testimonianza per convincere gli uomini che Gesù è colui che “era prima”, il Servo sofferente di Isaia, la realizzazione dell’attesa apocalittica degli ebrei simbolizzata dall’Agnello Pasquale.

Il vangelo continua ad accompagnarci nei primi passi della manifestazione pubblica di Gesù con la narrazione relativa al suo Battesimo. Giovanni lo vede venire verso di sé e riconosce in lui il Messia. Anche senza averlo conosciuto gli stava preparando la strada con la sua parola e con il battesimo di penitenza. Ha sperato di incontrarlo. E il momento è arrivato. Fu così anche per il vecchio Simeone, di cui ci parla Luca. In verità, è Gesù che va incontro a lui, come viene incontro a noi. Giovanni, appena lo vede, dichiara: “Io non lo conoscevo”. L’affermazione potrebbe sembrare poco credibile, visto che sono presentati dai Vangeli come parenti e coetanei. In realtà, Giovanni non conosceva il vero volto di Gesù. Ora lo riconosce perché illuminato dallo Spirito e gli rende testimonianza: “Ecco l’agnello di Dio”. È l’esperienza religiosa di ogni credente. C’è un momento nella vita di ciascuno, povero o grande che sia, in cui quel Signore che non si conosceva viene conosciuto e amato. E questo accade quando riconosciamo Gesù come il Signore della nostra vita. Il credente, appunto come il Battista, gli renderà testimonianza davanti agli uomini.

Il Vangelo del giorno: Giovanni 1,19-28

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 1,19-28.

E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Chi sei tu?». 
Egli confessò e non negò, e confessò: «Io non sono il Cristo». 
Allora gli chiesero: «Che cosa dunque? Sei Elia?». Rispose: «Non lo sono». «Sei tu il profeta?». Rispose: «No». 
Gli dissero dunque: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». 
Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia». 
Essi erano stati mandati da parte dei farisei. 
Lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». 
Giovanni rispose loro: «Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, 
uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo». 
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando. 

Meditazione del giorno: 
Beato Guerrico d’Igny (circa 1080-1157), abate cistercense 
Discorsi per l’Avvento, 5 ; SC 166, 151 
« Preparate la via del Signore »

« Preparate la via del Signore ». Fratelli, anche se siete molto avanzati in questa via, vi resta sempre da prepararla, affinché, dal punto al quale siete giunti, andiate sempre avanti, sempre tesi verso ciò che è al di là. Così, ad ogni passo che fate, essendo preparata la strada per la sua venuta, il Signore vi verrà incontro, sempre nuovo, sempre più grande. A ragione dunque il giusto prega dicendo : « Indicami, Signore la via dei tuoi decreti e la seguirò sino alla fine » (Sal 118,33). Essa viene chiamata « via della vita » (Sl 138,24)… perché la bontà di colui verso il quale avanziamo non ha limite.

Per questo il viaggiatore saggio e deciso, pur giunto alla meta, penserà di cominciare ; « dimentico del passato » (Fil 3,13) e dirà dentro di sè ogni giorno : « Ora comincio » (Sal 76,11 Volg)… Noi che diciamo di avanzare in questa via, piacesse al cielo che ci fossimo almeno messi in cammino ! Secondo me, chiunque si è messo in cammino è già sulla strada giusta. Occorre tuttavia veramente cominciare, trovare « il cammino per una città dove abitare » (Sal 106,21). Infatti « quanto pochi sono quelli che la trovano » dice la Verità (Mt 7,14). Molti invece sono quelli che « vagano nel deserto, nella steppa » (Sal 106,4)…

E tu Signore ci hai preparato una via, purché acconsentiamo ad incamminarci in essa… Mediante la tua Legge, ci hai insegnato la via dei tuoi precetti dicendo : « Questa è la strada, percorretela, caso mai andiate a destra o a sinistra » (Is 30,21). È la via promessa dal profeta : « Ci sarà una strada appianata… e gli stolti non vi si aggireranno » (Is 35,8)… Non ho mai visto uno stolto vagare seguendo la tua strada, Signore… ; Guai a voi, però, che vi credete sapienti (Is 5,21), la vostra sapienza vi ha allontanati dalla via della salvezza e vi ha impedito di seguire la stoltezza del Signore… Stoltezza desiderabile, che nel giorno del giudizio di Dio verrà chiamata sapienza, e non ci lascia vagare fuori dalla sua via.

La gioia di stupirsi, il dovere di essere pastori

“I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro”. Come è possibile? Guardiamo il nostro mondo. Possiamo dimenticare le tensioni terribili che lo agitano, ma le tensioni sono profondissime e sembra non trovino soluzione. Il dialogo appare cedevolezza e la via pacifica per risolvere i conflitti sembra troppo debole di fronte ai rischi. Sono davvero tempi difficili i nostri. Non vogliamo iniziare l’anno in maniera dimentica, incosciente. Abbiamo sentito il canto degli angeli illuminare la notte e proclamare la scelta di Dio: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama”. Questo amore non è fare finta. È scelta, diventa carne. Ma anche diventa rischio, responsabilità, povertà. Deve essere così anche per noi guardando il nostro mondo. E come una madre siamo portati a guardarne le ferite, a provare apprensione per i pericoli, a cercarne protezione. Dio, a cui cantiamo la gloria nel più alto dei cieli, trova posto tra gli uomini? Trovano la pace gli uomini amati da lui ma umiliati dagli uomini stessi, che non sanno riconoscere negli altri né il fratello né l’immagine di Dio? Per amore degli uomini guardiamo il mondo intorno e sentiamo la fragilità della convivenza umana. Avvertiamo come insopportabile le tante, tantissime guerre dimenticate, ignorate da un mondo ricco che non vuole soffrire nemmeno un po’, dimentico – e non perché non sappia, ma perché non si ferma come il sacerdote ed il levita della parabola. Un mondo dimentico fugge i problemi. Ne è infastidito ma non vuole e non riesce a risolvere nulla perché questo significa impegno, passione, sporcarsi le mani.
I Vangeli ci dicono che gli angeli avevano parlato del bambino a quei pastori, ma non è difficile pensare che anche Maria lo fece. Certamente lo presentò loro e forse senza di lei non avrebbero potuto comprendere quello che stava loro accadendo. Maria sapeva chi era quel figlio, tanto che con molta cura “custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore”. La liturgia di questo giorno, con incredibile tenerezza, ci invita a guardare Maria per festeggiarla e venerarla come Madre di Dio. Sono passati sette giorni dal Natale, da quando i nostri occhi sono stati diretti verso questo piccolo bambino, verso tutti i piccoli e i deboli di questo mondo. Oggi la Chiesa sente il bisogno di guardare anche la Madre e farle festa.
È bene sottolinearlo: contempliamo lei, ma non la troviamo da sola. I pastori appena giunsero a Betlemme “trovarono Maria e Giuseppe e il bambino”. È bello immaginare Gesù bambino non più nella mangiatoia ma tra le braccia di Maria: lei lo mostra a quegli umili pastori e ha continuato a mostrarlo ancora agli umili discepoli di ogni tempo. Maria che tiene Gesù sulle ginocchia o nelle braccia è tra le immagini più familiari e tenere del mistero dell’incarnazione. Nella tradizione della Chiesa d’Oriente è talmente forte il rapporto tra quella madre e quel figlio che non si trova mai un’immagine di Maria senza Gesù; lei esiste per quel Figlio, suo compito è generarlo e mostrarlo al mondo. È l’icona di Maria, Madre di Gesù, ma è anche l’immagine della Chiesa e di ogni credente: abbracciare con affetto il Signore e mostrarlo al mondo.
Come quei pastori, una volta usciti dalla grotta, se ne tornarono glorificando e lodando Dio, con la stessa energia e lo stesso slancio anche noi, usciti dalla celebrazione liturgica, dovremmo entrare nel nuovo anno che inizia. E sarebbe davvero una grande consolazione se ancora oggi qualcuno potesse scrivere che tutti quelli che udirono “si stupivano delle cose che essi dicevano”. Purtroppo la gente delle nostre città si stupisce per ben altre cose! Ma forse dobbiamo anche chiederci se ci sono “pastori” (e non mi riferisco solo ai sacerdoti; l’abbiamo già detto, ogni credente è “pastore”) che sanno comunicare alla gente delle nostre città la gioia dell’incontro con quel Bambino. “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Questa benedizione di Mosè che Francesco d’Assisi, uomo di pace, amava ripetere per i suoi fratelli la facciamo nostra, per tutti gli uomini, particolarmente per quelli che vivono in situazioni difficili ed in pericolo. In ogni cosa rendiamo grazie a Gesù, figlio benedetto del Padre, maestro della nostra vita, che continua a colmarci d’ogni bene. Ora e sempre.

Il Vangelo del giorno: Luca 2,16-21

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 2,16-21.

Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. 
E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. 
Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. 
Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. 
I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. 
Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima di essere concepito nel grembo della madre.

Meditazione del giorno: 
Sant’Efrem Siro (circa 306-373), diacono in Siria, dottore della Chiesa 
Inno 7 alla Vergine (trad. it.) 
«Glorificavano e lodavano Dio per tutto quello che avevano udito e visto»

Venite, sapienti, ammiriamo Maria Vergine, figlia di Davide, quel fiore di bellezza che ha generato la meraviglia. Ammiriamo la fonte da cui è scaturita la fontana, la nave carica di gioia che porta fino a noi il messaggio del Padre. Ella ha accolto e portato nel seno purissimo quel Dio infinito che governa la creazione, Colui attraverso il quale regna la pace sulla terra e nei cieli. Venite, ammiriamo la Vergine purissima, meraviglia delle meraviglie. Unica fra le creature, ella ha generato senza aver conosciuto uomo. La sua anima era colma di stupore e ogni giorno glorificava Dio nella gioia per quei doni che sembrava non potessero coesistere: l’integrità verginale e il figlio prediletto. Sì, benedetto sia colui che da lei è nato!…

Ella lo porta in grembo e canta le lodi con dolci cantici : « Figlio mio, il tuo posto è al di sopra di ogni cosa, ma hai per tua volontà hai trovato posto in me. I cieli sono troppo limitati per la tua maestà ed io, così piccola, ti porto in grembo! Venga Ezechiele e ti veda sulle mie ginocchia; si inginocchi e adori; riconosca in te colui che ha visto sedere sul carro dei cherubini (Ez 1) e mi proclami beata grazie a colui che porto in grembo !… Isaia, tu che hai annunciato : « Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio » (7,14), vieni, contemplami, rallegrati con me… Ecco, ho partorito conservando il sigillo della mia verginità. Guarda l’Emmanuele che, allora, restava nascosto per te…

“Venite a me, sapienti, araldi dello Spirito, profeti che avete avuto nelle vostre visioni la rivelazione di realtà nascoste, coltivatori che, dopo aver seminato, vi siete addormentati nella speranza. Alzatevi ed esultate di gioia, guardate quanto grande è il raccolto. Ecco tra le mie braccia la spiga della vita che dona il pane agli affamati e sazia i miseri. Rallegratevi con me: ho ricevuto la pienezza della gioia!»