Subbuteopia in diretta da Madrid

Dalle 15.00 la troupe di Subbuteopia porta tutti a Madrid
al torneo International Open allo stadio Vicente Calderón
ospite del club Subbuteo Madrid, uno dei primi club
che ha aderito alla campagna di crowfunding in scadenza il 1 Febbraio.

Dalla capitale spagnola, sarà possibile sul web
vedere finalmente la troupe al lavoro in diretta!

Questo il canale live da cui potrete assistere all’evento

http://www.ustream.tv/channel/subbuteopia

Preghiera del giorno, il salmo Miserere

SALMO RESPONSORIALE (Sal 50)
Rit: Crea in me, o Dio, un cuore puro.

Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito. 

Rendimi la gioia della tua salvezza,
sostienimi con uno spirito generoso.
Insegnerò ai ribelli le tue vie
e i peccatori a te ritorneranno. 

Liberami dal sangue, o Dio, Dio mia salvezza:
la mia lingua esalterà la tua giustizia.
Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.

Il Vangelo del giorno: Marco 4,35-41

Canto al Vangelo (Gv 3,16) 
Alleluia, alleluia.
Dio ha tanto amato il mondo 
da dare il Figlio, unigenito, 
perché chiunque crede in lui non vada perduto, 
ma abbia la vita eterna.
Alleluia.

VANGELO (Mc 4,35-41) 
Chi è costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?

Dal Vangelo secondo Marco

In quel medesimo giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. 
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». 
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». 
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

Parola del Signore

Meditazione del giorno: 
Santa Teresa del Bambin Gesù (1873-1897), carmelitana, dottore della Chiesa 
Scritto autobiografico A, 75 v°-76 r° 
«Gesù se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva»

Mia cara Madre, avrei dovuto parlarle del ritiro che precedette la mia pro¬fessione. Lungi dal portarmi consolazioni, mi recò l’aridità più assoluta e quasi l’abbandono. Gesù dormiva come sempre nella mia navicella; ah, vedo bene che di rado le anime lo lasciano dormire tranquillamente in loro stesse. Gesù è così stanco di sollecitare sempre con favori e di prendere le iniziative, che si affretta ad approfittare del riposo che gli offro. Non si sveglierà certamente prima del mio grande ritiro dell’eternità, ma, invece di addolorarmi, ciò mi fa un piacere immenso.

In verità, sono ben lungi da essere santa, già questo di per sé ne è prova. Invece di rallegrarmi per la mia aridità, dovrei attribuirla al mio poco fervore e alla mia scarsa fedeltà, dovrei sentirmi desolata perché dormo (da sette anni) durante le orazioni e i ringraziamenti; ebbene, non mi affanno per questo; penso che i bimbi piccoli piacciono ai loro genitori quando dormono come quando sono svegli, penso che per fare delle operazioni i medici addormentano i malati. Infine, penso che «il Signore vede la nostra fragilità, e si ricorda che noi siamo soltanto polvere» (Sal 103,14).

Il mio ritiro di professione fu, dunque, aridissimo, come tutti quelli successivi; tuttavia il buon Dio mi mostrava chiaramente, senza che me n’accorgessi, il mezzo per piacergli e praticare le virtù più sublimi. Ho notato varie volte che Gesù non vuole darmi provviste, mi sostiene minuto per minuto con un nutrimento nuovo, lo trovo in me senza sapere come ci sia. Credo semplicemente che sia Gesù stesso nascosto in fondo al mio povero cuore che mi fa la grazia di agire in me e mi fa pensare tutto quello che vuole ch’io faccia nel momento presente.

27 gennaio, memoria dell’olocausto degli omosessuali

Articolo di Peter Tatchell tratto da The Independent (Inghilterra) del 12 giugno 2001

“Dobbiamo sterminare tutta questa gente, cioè ogni omosessuale, estinguendoli completamente. Non possiamo permettere al Paese un pericolo del genere. Gli omosessuali devono essere completamente eliminati”.
Con queste agghiaccianti parole, il capo delle SS, Heinrich Himmler, dispose il progetto nazista della pulizia sessuale della razza ariana.

Heinz F.,  oggi novantaseienne, è un giovane e spensierato omosessuale che vive a Monaco di Baviera negli anni ’30.  Il giovane Heinz non immagina cosa sta per accadere.

Ammette con forte dispiacere che non capisce affatto quella  situazione. Una mattina poco serena, la polizia bussa alla sua porta e gli dice di essere sospettato di omosessualità e, quindi, gli vengono notificati gli arresti sul momento.

“Cosa potevo fare?”, si chiede Heinz, sforzandosi di trattenere le lacrime, e prosegue: “Mi spedirono a Dachau, senza processarmi”.

Dopo un anno e  mezzo a Dachau, Heiz viene rilasciato, ma viene arrestato ancora una volta di lì a poco e mandato a Buchenwald.

Heiz si stupisce di scoprire l’orribile destino dei gay e scoppia in lacrime dicendo: “ Quasi tutti gli omosessuali, quasi tutti, furono uccisi”.
Heinz è sopravvissuto a più di otto anni di campo di concentramento. Finita la guerra, non ha mai parlato  della sua esperienza di prigionia. Heinz ha subito un vero e proprio trauma.

Gli ex prigionieri gay erano considerati criminali ordinari e non vittime del regime nazista.

Mentre si formano rivoli di lacrime sulle sue guance, l’ex prigioniero gay continua: “Nessuno ha mai voluto saperne”.
Poi, un debole sorriso illumina il suo viso bagnato e prosegue : “E’ l’indifferenza, vero?”.

Heinz è uno degli otto sopravvissuti all’olocausto gay che erano ancora in vita.   Insieme ad altri cinque gay maschi – ed una lesbica – ricorda la caccia agli omosessuali  del Terzo Reich in un superbo film-documentario, Paragraph 175 (ndt – articolo 175, dal nome del famigerato articolo del codice penale tedesco in vigore dal 15 maggio 1871 al 10 marzo 1994), raccontato da Rupert Everett e diretto dagli statunitensi Rob Epstein e Jeffrey Friedman, vincitori di un Oscar per il film sull’AIDS: Common Threads: stories from the Quilt.

Il regista Epstein afferma: “Paragraph 175 indaga sulla  storia che non è stata raccontata. Abbiamo sentito il bisogno immediato di registrare delle storie mentre c’erano ancora testimoni viventi che potevano farlo”.

Le testimonianze provocatorie e dignitose dei gay sopravvissuti confutano il ‘neorevisionismo’ delle principali storie sull’olocausto che omettono la guerra nazista contro i gay.

‘Il libro Mai più. Una storia dell’Olocausto’, Rizzoli Editore, dello storico Gilbert Martin dà ad intendere “un resoconto esauriente dell’Olocausto”. Eppure, il destino dei non Ebrei merita un  capitolo di solo due pagine e l’omicidio di massa dei transessuali è liquidato in una frase di 13 parole.

Se Gilbert Martin avesse ignorato o minimizzato ugualmente la sofferenza degli ebrei, sarebbe stato additato come un revisionista della Storia.
Qualcuno potrebbe dire che minimizzare le vittime gay è comunque una forma di revisionismo.

Paragraph 175 salva la verità storica da mezzo secolo di amnesia e di censura. Non c’è un lieto fine , ma l’inizio è ricco di gioia e di speranza.

Prima dell’incubo del periodo nazista, Berlino è la capitale mondiale dei transessuali. La lesbica ebrea, Annette Eick, che fugge in Gran Bretagna prima dello scoppio della guerra , ricorda con appassionata nostalgia: “A Berlino ti sentivi libera. Potevi fare tutto quello che volevi”.

La capitale tedesca vantava dozzine di organizzazioni e riviste gay nel periodo che precede l’ascesa di Hitler. Più di 80 bar, ristoranti e night club gay. Rupert Everett, nella narrazione di Paragraph 175, descrive Berlino come l’Eden omosessuale.

Sebbene l’omosessualità fosse illegale nella Repubblica di Weimar quando è in vigore l’articolo 175, si tratta di un articolo osservato poche volte  prima dell’ascesa politica del Terzo Reich.
Nel parlamento tedesco, al Reichstag, i deputati stanno per abrogare il famigerato articolo. Sembra arrivare l’alba di una nuova era. Ma, poi, sale al potere il Nazismo.

Nel 1933, dopo un mese dalla presa del potere , Hitler mette al bando organizzazioni e pubblicazioni gay. I bar e i club gay seguono la stessa sorte subito dopo.

Le truppe d’assalto saccheggiano l’ Institut für Sexualwissenschaft, cioè la sede del movimento tedesco dei diritti gay e bruciano pubblicamente l’enorme biblioteca di libri ‘degenerati’.
Entro la fine di quello stesso anno, i primi omosessuali sono deportati nei campi di concentramento.

Gad Beck, settantottenne, scolaro ebreo , gay precoce e del tutto innocente dell’omofobia, racconta: “Avevo un insegnante di atletica ed un giorno, mentre facevamo la doccia insieme, gli saltai addosso. Corsi a casa da mia madre e le dissi: “Mamma, oggi ho incontrato il mio primo uomo”.

Per fortuna , i suoi genitori accettano la sua omosessualità , ma temono per il suo futuro. Infatti,l’anziano gay ricorda la loro reazione:  “O Signore, è ebreo e gay! Sarà perseguitato!”.
Ma Beck sopravvive, sebbene quasi tutti quelli che gli sono vicino muoiono. Due amanti, suoi amici, sono arrestati dai Nazisti.

Beck continua a raccontare: “ Ho conosciuto un bel biondo ebreo che mi ha invitato a casa per passare la notte insieme. L’indomani mattina la Gestapo ha bussato alla porta.

Ho mostrato la mia carta d’identità e non sono risultato tra i nomi della lista. Portarono quel bel biondo ebreo ad Auschwitz. All’epoca, una notte d’amore aveva tutto un altro senso”.

In seguito, Beck cercò di salvare un altro amante, Manfred, da un campo di smistamento della Gestapo. Lo fa atteggiandosi a membro della Hitler-Jugend (Gioventù hitleriana).

Questo incredibile e pericoloso raggiro riesce , ma appena in salvo, Manfred dice a Gad di non sentirsela di abbandonare la famiglia nel campo.
Beck guarda impotente il ritorno del suo amante dalla famiglia. I due non si sono mai più rivisti.

Nel 1934, i Nazisti intensificano la campagna antigay con la fondazione dell’Ufficio Centrale per la lotta all’omosessualità e all’aborto.
Per Himmler : “Chi pratica l’omosessualità priva la Germania di figli che bisogna darle. La nostra Patria si smembra  a  causa di questo flagello”.

Alla polizia viene ordinato di redigere ‘liste rosa‘ di omosessuali dichiarati o sospettati. Seguono arresti di massa.

A 17 anni, il francese Pierre Seel è arrestato dai tedeschi che occupano la Francia. Gli occupanti tedeschi cercano i nomi dei gay negli archivi della polizia francese locale.

Pierre Seel sostiene che i tedeschi hanno letto i nomi dei gay in quegli archivi e così lui è finito al campo di concentramento di Schirmeck.

Pierre Seel continua la sua testimonianza: “Vi era una gerarchia nel campo, cioè dal prigioniero più debole a quello più forte . I più deboli dei campi di concentramento erano i gay”.

Ma Seel continua a testimoniare gridando con angoscia: “Sono stato torturato , picchiato, sodomizzato e stuprato! I nazisti mi hanno infilato un pezzo di legno lungo 25 cm e il mio sedere sanguina ancora”.

L’amante di Seel, Jo , ha avuto un destino peggiore e Seel lo grida con rabbia: “ E’ stato condannato a  morte, ad essere mangiato dai cani. Da pastori tedeschi! Non potrò mai dimenticarlo!”.

I nazisti intensificano la guerra contro l’esistenza anormale nel 1935, ampliando la definizione di comportamento gay  e gli indizi per arrestare la gente.
Dicerie e insinuazioni diventano prove schiaccianti per essere accusato. Un uomo può essere arrestato a causa di un gesto, di uno sguardo o di  una carezza.

Più tardi, Himmler autorizza un programma scientifico per sradicare ‘il vizio’. I prigionieri gay sono sottoposti a crudeli esperimenti medici, compreso la castrazione e a impianti di ormoni.

Dal 1933 al 1945, circa 100.000 uomini sono arrestati a causa dell’articolo 175. Molti sono condannati al carcere; altri ai campi di concentramento.

La media della mortalità dei prigionieri omosessuali nei campi di concentramento è del 60%, la più alta tra le vittime non ebree.  Heinz Dormer, un ottantanovenne molto gracile , ha trascorso quasi dieci anni tra carcere e campo di concentramento.

Con voce tremante e comprensibile, ricorda le grida agonizzanti e ossessionanti che provenivano da una fila di pali, sui quali i condannati erano impiccati:  “Tutti quelli che erano condannati a morte, erano issati con un cappio. Le grida e gli urli erano disumani, al di là di qualsiasi comprensione umana”.

Questo ‘omocausto’ faceva parte dell’Olocausto. A differenza di storie false che sostengono la persecuzione degli ebrei distinta e separata da quella di altre vittime di minoranze, il genocidio contro gli Ebrei e contro i  transessuali fa parte dello stesso grande progetto di purificazione razziale  del popolo tedesco.

I nazisti dispongono di sradicare tutti gli ‘inferiori’ da un punto di vista razziale e genetico.  Non solo gli Ebrei , ma anche i gay, i disabili, i neri , gli slavi, i rom e i sinti.

La maggior parte dei medici nazisti , compreso quelli che hanno fatto esperimenti sui prigionieri gay, non sono mai stati processati a Norimberga.

Al dott. Carl Vaernet,  il più famoso tra tutti, è stato permesso, dalle autorità militari britanniche, di scappare in Argentina , dove ha vissuto sino alla morte.

Anche dopo la sconfitta nazista del 1945, i sopravvissuti gay hanno continuato ad essere perseguitati. Gli uomini dei campi di concentramento che non hanno finito di scontare la pena per il reato di omosessualità, sono stati incarcerati dagli Alleati vincitori.

Poiché erano considerati criminali, a tutti è stato negato il risarcimento per i danni subiti. Il Governo tedesco rifiuta ancora di pagare questi danni.

Come se non bastasse la beffa, alle ex SS vengono riconosciute pensioni migliori. Il lavoro di quest’ultime nei campi di concentramento è riconosciuto ai fini pensionistici , mentre il periodo di prigionia dei gay, nei campi di concentramento non è riconosciuto affatto.

L’articolo 175 del codice penale è rimasto in vigore in Germania sino al 1969. Alcuni sopravvissuti all’olocausto gay, come Heinz Dormer, sono stati ripetutamente sbattuti in carcere nel periodo post-bellico.

Tra gli anni ’50 e ’60, il numero di condanne per il reato di omosessualità, nella Germania dell’Est, è stato alto come quello del periodo nazista.

Paragraph 175 è l’ultimo testamento delle poche vittime dell’omofobia nazista che sono ancora in vita.

Un testamento che accusa sino alla fine dei tempi non solo chi ha perpetrato l’olocausto, ma anche gli Alleati vincitori, i governi tedeschi postbellici e gli storici neorevisionisti.

27 gennaio, Memoria della Aktion T4

Nella giornata della Memoria c’è un capitolo, spesso rimosso, dell’Olocausto che deve, invece, essere adeguatamente esplorato, ovvero lo sterminio delle persone con disabilità. Una strage di circa 270 mila disabili, prevalentemente mentali, che è stato deciso e attuato con metodo, partendo dal programma di “eutanasia sociale” messo a punto dal nazismo. Esiste un’ampia documentazione storica, che però fatica ad essere condivisa, anche se negli ultimi anni si moltiplicano le iniziative divulgative.

La ricostruzione storica del progetto di sterminio dei disabili è consultabile nel bel dossier del sito www.olokaustos.org

L’idea nazista di eugenetica è riassunta nelle parole di Heinrich Wilhelm Kranz (1897-1945) direttore dell’Istituto di Eugenetica dell’Università di Giessen: “Esiste un numero assai elevato di persone che, pur non essendo passibili di pena, sono da considerarsi veri e propri parassiti, scorie dell’umanità. Si tratta di una moltitudine di disadattati che può raggiungere il milione, la cui predisposizione ereditaria può essere debellata solo attraverso la loro eliminazione dal processo riproduttivo”.  Il primo passo verso l’attuazione del piano di eutanasia si ebbe nel 1933 con l’emanazione della “Legge sulla prevenzione della nascita di persone affette da malattie ereditarie”. La legge del 1933 di fatto autorizzava la sterilizzazione forzata delle persone ritenute portatrici di malattie ereditarie. Il risultato pratico fu la sterilizzazione di più di 400.000 tedeschi durante i 12 anni di regime. La Direzione Sanitaria del Reich creò in tutta la Germania circa 500 “Centri di consulenza per la protezione del patrimonio genetico e della razza”. I medici che li dirigevano furono incaricati di raccogliere tutti i dati necessari per stimare quale parte della popolazione dovesse essere sterilizzata e controllare le nascite di bambini deformi o psichicamente disabili.

A dare inizio al processo di eutanasia fu un ordine scritto di Adolf Hitler datato 1° settembre 1939 su carta intestata della Cancelleria: “Il Reichsleiter Bouhler e il dottor Brandt sono incaricati, sotto la propria responsabilità, di estendere le competenze di alcuni medici da loro nominati, autorizzandoli a concedere la morte per grazia ai malati considerati incurabili secondo l’umano giudizio, previa valutazione critica del loro stato di malattia”. Subito dopo l’emanazione dell’ordine di Hitler Philip Bouhler e Karl Brandt iniziarono ad organizzare la struttura che avrebbe dovuto condurre l’operazione di eliminazione. In primo luogo venne stabilita la sede dell’organizzazione. A Berlino, al centro dell’elegante quartiere residenziale di Charlottenburg, venne espropriato un villino di proprietà di un ebreo. Lo stabile si trovava al civico numero 4 della Tiergartenstrasse. Proprio da questo indirizzo fu ricavato il nome in codice per l’operazione di eutanasia: “Aktion T4”. Verso l’autunno del 1939 dalla sede di Berlino della T4 cominciarono a partire i questionari indirizzati agli istituti psichiatrici del Reich.

I questionari erano molto generici per non allarmare nessun direttore. Una volta decise le persone da eliminare la sede centrale di Berlino preparava delle liste di trasferimento che inviava ai singoli istituti avvertendo che si preparassero i malati per la partenza. Il giorno stabilito si presentavano uomini della “Società di Pubblica Utilità per il trasporto degli ammalati”. I pazienti venivano caricati su grossi pullman dai finestrini oscurati e trasportati in uno dei sei centri di eliminazione: Grafeneck, Bernburg, Sonnenstein, Hartheim, Brandenburg, Hadamar. In questi istituti erano stati predisposti delle camere a gas camuffate da sale docce e forni crematori per l’eliminazione dei cadaveri. Il Programma T4 nel suo svolgimento tra il 1940 ed il 1941 pose fine alla vita di 70.273 persone classificate come “indegne di vivere”. La Chiesa, sia protestante che cattolica, iniziò a far sentire la propria voce contro la pratica dell’eutanasia. Tra le tante voci che si levarono vi fu quella dell’arcivescovo di Münster, Clemens August von Galen. L’arcivescovo pronunziò un sermone durissimo il 3 agosto 1941: la condanna dell’eutanasia non solo fu durissima in teoria ma l’arcivescovo denunziò lo Stato come autore delle uccisioni. Hitler di fronte alla marea di proteste decise di sospendere l’Aktion T4.

L’azione di eutanasia era ufficialmente finita ma l’eliminazione dei “malati di mente” non era terminata: iniziava quella che i medici tedeschi chiamarono “eutanasia selvaggia” e un’altra “Aktion” ancora più segreta: la “Aktion 14F13”, dal nome del modulo che doveva essere compilato per l’elenco dei disabili da eliminare. La commissione doveva recarsi nei campi di concentramento per visitare malati di mente, psicopatici e detenuti ebrei inizialmente del campo di Buchenwald e – successivamente – di tutti i campi di concentramento controllati dalle SS. L’intera operazione ebbe il nome di “Aktion 14F13” dalla sigla del formulario utilizzato nei campi per registrare i decessi. I “selezionati” dovevano essere inviati nelle cliniche di eliminazione e gasati. Non è possibile stabilire quante persone vennero uccise nel quadro della Aktion 14F13. Nell’ambito della operazione venivano infatti eliminate anche persone non affette da nessuna malattia. Il programma di eutanasia soltanto formalmente si rivolgeva ai disabili psichici e fisici. In realtà la sua applicazione si estese anche a quelle persone che, per stili di vita e comportamenti fuori della norma venivano considerati una “minaccia” biologica.

27 gennaio, giorno della Memoria

19 aprile 1943, Rivolta del Ghetto di Varsavia

Il 18 gennaio 1943 si verificò il primo caso dell’insurrezione armata, quando i tedeschi iniziarono una seconda ondata di deportazione degli ebrei a seguito di un ordine impartito daHeinrich Himmler, comandante delle SS, che ordinava la deportazione di circa 24.000 ebrei. Gli ebrei insorti realizzarono un successo considerevole, impedendo la realizzazione dell’ordine: solo 650 ebrei vennero deportati. Dopo quattro giorni di combattimenti le unità tedesche uscirono dal ghetto e le organizzazioni insorte ŻOB e ŻZW presero il controllo del ghetto, costruendo dozzine di posti di combattimento e operando contro i collaborazionisti ebraici.

Himmler, contrariato per l’inaspettata resistenza scrisse, il 1 febbraio 1943, al comandante delle SS e della polizia per il Governatorato Generale, Krüger ordinandogli: «Per ragioni di sicurezza Le ordino di distruggere il ghetto di Varsavia dopo aver trasferito da là il campo di concentramento».

L’ordine prevedeva inoltre la salvaguardia di tutte le installazioni produttive all’interno del ghetto che avrebbero dovuto essere trasferite, insieme agli operai considerati “utili” allo sforzo bellico, presso altri ghetti dove avrebbero ripreso la produzione, principalmente lavori di sartoria per l’esercito.

A tal fine, tra febbraio e marzo, le autorità tedesche, in collaborazione con alcuni imprenditori della zona, cercarono di convincere i lavoratori ad uscire spontaneamente dal ghetto. Queste pressioni non ebbero però successo, anzi, fecero confluire molti operai nelle file dei movimenti di resistenza armata.

Nel frattempo, all’interno del ghetto, gli abitanti si prepararono a quella che avevano ormai capito sarebbe stata l’ultima battaglia. Migliaia di bunker vennero scavati sotto le case, molti collegati tra loro attraverso le condotte di scarico e collegati al sistema idrico ed elettrico. In alcuni casi i bunker erano inoltre collegati a tunnel che portavano all’esterno del ghetto, in zone sicure della città di Varsavia.

Un uomo salta dalla finestra della sua casa incendiata durante la rivolta del ghetto di Varsavia. I tedeschi soprannominarono queste persone “Fallschirmjäger” (paracadutisti).

Il supporto della resistenza esterna al ghetto fu limitato, ma le unità polacche appartenenti all’Armia Krajowa e alla Gwardia Ludowa attaccarono sporadicamente le unità tedesche di guardia all’esterno del ghetto e cercarono di farvi penetrare armi e munizioni. In parte questi sforzi vennero rallentati da motivi politici: i rappresentanti della ŻOB erano vicini all’Unione Sovietica e che laResistenza polacca temeva come futuro ostacolo ad una Polonia indipendente dopo la sconfitta delle forze tedesche. Nonostante questo uno speciale comando dell’Armia Krajowa, comandato daHenryk Iwański, combatté all’interno del ghetto a fianco delle formazioni nazionaliste ebraiche della ŻZW. Vennero inoltre tentati due attentati dinamitardi contro le mura del ghetto, che però non sortirono nessun effetto.

La battaglia finale si scatenò nel periodo del Pesach, la Pasqua ebraica, il 19 aprile 1943. I tedeschi inviarono all’interno del ghetto una forza di 2.054 soldati, tra i quali 821 appartenenti all’élite delleWaffen-SS e 363 poliziotti polacchi. I difensori li accolsero con un fuoco di armi leggere e lancio di granate lanciate dalle finestre dei piani più alti dei palazzi. I tedeschi reagirono cannoneggiando tutte le case ed incendiandole. Gli incendi produssero presto una grave carenza d’ossigeno all’interno dei bunker sotterranei che si trasformarono in una mortale trappola soffocante.

La resistenza significativa cessò il 23 aprile e la rivolta venne ufficialmente considerata risolta il 13 maggio, quando il comandante tedesco, Jürgen Stroop, per celebrare il successo, ordinò di radere al suolo la Grande Sinagoga di Varsavia. Nonostante questo, per tutta l’estate del 1943 dal ghetto continuarono a provenire sporadici colpi ad opera degli ultimi difensori.

Durante i combattimenti persero la vita circa 7.000 ebrei ed ulteriori 6.000 morirono bruciati nelle case in fiamme o soffocati all’interno dei bunker sotterranei. I rimanenti 50.000 abitanti vennero deportati presso diversi campi di sterminio, per la maggior parte presso il campo di Treblinka. I tedeschi persero circa 300 uomini tra soldati e collaboratori polacchi.

Terminata la rivolta, il ghetto venne demolito con la distruzione della maggior parte delle case superstiti e divenne il punto per le esecuzioni di prigionieri ed ostaggi polacchi. Successivamente sulle rovine del ghetto venne costruito il campo di concentramento KL Warschau. Durante la successiva insurrezione di Varsavia del 1944, un battaglione dell’Armia Krajowa riusci a salvare circa 380 ebrei dalle prigioni di Gęsiówka e Pawiak, molti dei quali entrarono immediatamente a far parte dell’unità.

Il rapporto finale stilato da Jürgen Stroop il 16 maggio 1943, riportava:
« 180 ebrei, banditi e subumani sono stati distrutti. Il quartiere ebreo di Varsavia non esiste più. L’azione principale è stata terminata alle ore 20:15 con la distruzione della sinagoga di Varsavia… Il numero totale degli ebrei eliminati è di 56.065, includendo sia gli ebrei catturati che quelli del quale lo sterminio può essere provato. »

Il Vangelo del giorno: Marco 4,26-34

Canto al Vangelo (Mt 11,25) 
Alleluia, alleluia.
Ti rendo lode, Padre, 
Signore del cielo e della terra, 
perché ai piccoli hai rivelato i misteri del Regno.
Alleluia.

VANGELO (Mc 4,26-34) 
L’uomo getta il seme e dorme; il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù diceva : «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

Parola del Signore

Commento
Semina, crescita, maturazione e mietitura non possono essere separati nel contesto del regno di Dio. Gesù vuole consolidare in noi la fiducia in Dio Padre e nella sua opera di salvezza. La forza di Dio agisce in noi e fa crescere in silenzio il seme dell’amore e della fraternità. La crescita dipende dal potere di Dio. Ma l’aratura, il concime, la pioggia e il sole hanno la loro importanza. Tutto coopera alla maturazione che Dio produce a poco a poco con molteplici elementi e azioni. Così si avvicina la mietitura finale.
Quando sarà matura, verrà il tempo del raccolto definitivo. Ma il regno di Dio è già presente e agisce, prima ancora della maturazione, della semina e del raccolto.
Il grano di senapa che diventa albero ci ricorda la crescita del regno in qualità, in maturità e in perfezione. Nei rami dell’albero di Dio nidificano molti uccelli. L’apertura al mondo diventato pagano e l’accoglienza di coloro che si sono allontanati farà in modo che essi possano nutrirsi dei frutti di vita eterna. La salvezza è aperta a tutti.