TAV in Valsusa, encomio al carabiniere

Ben fatto, gleilo avrebbe dato anche Pasolini. Il non violento in questo caso vestiva la divisa dell’Arma.

Ieri nel corso delle contestazioni in Val susa dei No Tav, sull’autostrada A32 bloccata, attivisti da un alto e forze dell’ordine dall’altro, un giovane manifestante ha più volte offeso il carabiniere che gli stava davanti, «ehi pecorella…» mentre il militare è rimasto e ha continuato a rimanere immobile.

Il comandante generale dell`Arma Leonardo Gallitelli gli ha telefonato e si è complimentato col militare «per la fermezza e la compostezza professionale dimostrate, che hanno impedito ad una situazione delicata di degenerare in ulteriori incidenti». E – spiega il Comando generale dell’arma – «per il lodevole comportamento tenuto a fronte della grave provocazione, il comandante generale ha tributato al carabiniere un formale “Encomio Solenne”». Il generale Gallitelli ha inoltre fatto giungere a tutto il personale dell`Arma impegnato nei servizi di ordine pubblico il proprio apprezzamento «per la straordinaria professionalità e lo spirito di servizio di cui danno quotidiana prova».

 

Rossella Urru, per la sua liberazione

Nella notte tra il 22 e il 23 ottobre 2011 un gruppo di terroristi islamici rapisce la giovane cooperante italiana Rossella Urru, 29 anni sarda di Samogheo in provincia di Oristano, coordinatrice nei campi dei Rifugiati Saharawi dei progetti della ONG CISP il Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli.

Rossella viene sequestrata assieme a due colleghi spagnoli, Ainhoa Fernandez de Rincon dell’Associazione amici del popolo Sahrawi e Enric Gonyalons, dell’organizzazione Mundobat, mentre si trovavano nel campo rifugiati Sahrawi di Hassi Rabuni in Algeria.
Si dovette aspettare fino al 31 ottobre, sette giorni dopo, per sapere attraverso l’esercito algerino che i tre cooperanti sono vivi. I militari avevano eseguito diversi arresti tesi a colpire la rete di al-Qaeda nel Maghreb, attraverso le informazioni raccolte si ha la conferma del rapimento e al tempo stesso le notizie sullo stato di salute. Poi nuovamente il buio profondo.
Dei tre ragazzi non si viene a sapere più nulla per più di un mese.
Bisogna arrivare al 12 dicembre 2011 per sapere che gli ostaggi sono ancora in vita. La prova è un video mostrato a una giornalista dell’Afp, dove si vedono i volti di un uomo e due donne alle cui spalle c’è un gruppo di uomini armati. Grazie a un fermo immagine si vede distintamente Rossella e i due cooperanti spagnoli.
Si riaccendono le speranze. I tre sono vivi.
Ma di nuovo si precipita nel baratro mediatico. Telegiornali, giornali, nessuno parla più di Rossella e degli altri cooperanti sequestrati. Almeno non ne parla la stampa tradizionale, noi compresi.
Ne parlano però Facebook e Twitter, dove gli appelli ormai non si contano, ne parla Geppi Cucciar dal palco di Sanremo e Fiorello dal suo profilo Twetter.
Ne parla la famiglia, sul sito http://www.rossellaurru.it/, dove scrivono:
“In molti abbiamo vacillato di impotenza. Ci siamo sentiti infinitamente soli di fronte a tanto assurdo, svuotati da tanta assenza improvvisa. Così ci siamo chiusi in un lungo silenzio. Ma quello che noi credevamo un silenzio si è rivelato essere in realtà un coro di voci giunte da ogni dove. Un coro di solidarietà e di affetto che, dalla notte tra il 22 e il 23 ottobre, diventa sempre più accorato, sempre più grande e sincero. Senza addentrarsi in considerazioni ed analisi di ordine politico o religioso, lasciando quindi che siano gli esperti ad occuparsene in altre sedi più appropriate, questo blog vorrebbe solamente essere il punto di incontro fra tutte queste voci. Raccogliendo e condividendo in un unico spazio libero e aperto a tutti le numerose testimonianze per l’immediata liberazione di Rossella Urru”.  Fausto, Mauro, Graziano e Marisa
Ne parla soprattutto Sabrina Ancarola che ha organizzato un “bloggin day” per Rossella Urru il 29 febbraio. Per un giorno, almeno uno, si chiede a tutti i blogger e non solo di scrivere di Rossella e chiederne la sua liberazione. Moltissime le adesioni che sono state registrate sul sito di Sabrina, alle quali abbiamo voluto aggiungere la nostra.
Un piccolo contributo che assieme a tanti altri ne fanno uno grande.
Ma il bloggin day del 29 febbraio deve essere però l’occasione per ricordare anche tanti altri connazionali e non solo loro, sequestrati e dimenticati.
Maria Sandra Mariani che è nelle mani dei suoi rapitori da 13 mesi.
Giovanni Lo Porto cooperante rapito a Multan nel Pakistan lo scorso 19 Gennaio.
Franco Lamolinara, scomparso il 12 Maggio 2011 nel Nord Ovest della Nigeria dove si trovava per lavoro.
Tutti i18 membri dell’equipaggio della nave petroliera Enrico Ievoli rapiti nelle acque dell’Oman il 21 aprile 2011, di cui 6 sono italiani: Valerio Longo, Letterio La Maestra, Agostino Musumeci, Valentino Longo, Daniele Grasso e Carmelo Sortino.

Quaresima in Georgia

GEORGIA: Il «grande digiuno» per ritemprare lo spirito

In Georgia, uno dei paesi primi ad accogliere il cristianesimo, Stato a maggioranza ortodossa, la quaresima – chiamata «grande digiuno» – è uno dei momenti più forti a livello religioso, sia per la chiesa ortodossa che per quella cattolica.
Ormai da alcuni anni abbiamo fatto delle scelte locali per quanto riguarda il digiuno (che qui è essenziale): mercoledì delle Ceneri e Venerdì santo «a pane ed acqua»; ogni mercoledì e venerdì solo il pranzo, chi può non mangia mai carne per tutta la quaresima  e ognuno scelga un suo impegno particolare (fumo, internet.. volontariato..).
Durante la quaresima poi c’e’ un unico tema di catechesi (5 catechesi) che viene proposto dal vescovo per tutte le comunità parrocchiali. Quest’anno rifletteremo sulle virtù cardinali.
Ogni domenica di quaresima, nella santa messa, in Cattedrale  la Bibbia viene intronizzata in modo solenne, anche per ricordarci che Gesu’ trova risposta nelle sue  tentazioni partendo proprio dalla parola di Dio.
Un compito che come pastori sentiamo di avere è quello di passare dalla osservanza delle regole (nella chiesa ortodossa e’ descritto nei termini più minimi e precisi quale cibo si può mangiare e le vari fasi della quaresima) al perchè e al senso che tali scelte hanno nella vita spirituale. E’ importante quel “in segreto” che viene ripetuto molte volte il mercoledì delle Ceneri riguardo il digiuno, la preghiera e le opere di carità, e che deva dare la responsabilità ad ognuno nel cammino da fare con Dio.

Mons. Giuseppe Pasotto, amministratore apostolico dei cattolici del Caucaso, Tbilisi (Georgia)

Quaresima in Palestina…

TERRITORI PALESTINESI: «Cambiamo calendario per fare comunione con gli ortodossi»

Nel villaggio di Birzeit, a circa 10 chilometri dalla capitale amministrativa della Palestina, Ramallah, sorge la parrocchia cattolica della Immacolata Concezione.
La nostra guida è innanzitutto il Patriarcato Latino di Gerusalemme, Sua Beatitudine Fouad Twal, il quale ha scritto che quest’anno la nostra prima intenzione per la Quaresima è «imitare Cristo», tenendo presente «il bene dei nostri vicini». Vivendo in questa prospettiva con Cristo, speriamo di essere ammessi, «nonostante le nostre debolezze, nella “processione del Suo trionfo” sul male, sul peccato e sulla morte» (Ef 1, 15-23).
Sotto la guida del Patriarca vogliamo sfruttare questo tempo per essere il più possibile uniti ai nostri vicini della Chiesa greco-ortodossa, che costituiscono all’incirca la metà dei cristiani locali. Per questo motivo, in quaresima, non seguiremo il calendario latino ma il calendario orientale, che celebra la Pasqua una settimana dopo rispetto al calendario occidentale. Nella domenica delle Palme, i cori latini ed ortodossi si troveranno nella nostra parrocchia per una giornata di canti.
Aiutiamo la nostra gente a sentire questo tempo attraverso una celebrazione condivisa del carnevale in parrocchia e a scuola, e attraverso il sacramento della riconciliazione. Oltre ad alcuni giorni di ritiro e riflessione proposti ai vari gruppi parrocchiali, faremo visita ai luoghi santi, con particolare attenzione alla tomba di Lazzaro a Betania, dove aiuteremo i nostri giovani ad entrare nella memoria della loro vita in Cristo.
Alle nostre famiglie e ai giovani abbiamo chiesto di fare alcune penitenze, come per esempio l’astenersi dal comprare caramelle e patatine, per offrire i loro risparmi su un conto corrente i cui proventi verranno destinati all’acquisto medicinali per i poveri e alla costruzione di un monastero al sito del Battesimo di Gesù.
La nostra speranza risiede nel riconoscere Colui che cammina con noi e ci salva, aprendoci a Lui attraverso la preghiera, il digiuno e le opere buone.

Don Vincent Nagle e don Christoph Matyssek, Fraternità Sacerdotale San Carlo Borromeo, Ramallah (Territori palestinesi).

Sant’Ilario, la stazione di Bocca di Rosa

La stazione di Genova Sant’Ilario è una fermata soppressa situata sulla linea ferroviaria Genova – La Spezia – Pisa, nel quartiere omonimo.

Soppressa nell’estate del 1959 perché molto vicina alla stazione di Nervi e poco trafficata, la stazione (nello specifico, il fabbricato viaggiatori) è oggi un’abitazione privata.
Nell’ambito progettuale dell’ampliamento della rete metropolitana genovese, e dell’apertura di nuove fermate sulle linee statali, l’A.M.T. ne ha ipotizzato una riapertura. Tuttavia non esiste alcun progetto preciso ed affidabile in tal senso. I marciapiedi e sottopasso ancora esistenti non sono riutilizzabili perché le distanze non sono conformi alle normative attuali, e sussistono gravi problemi di spazio per ampliarli.

La fermata, posta fra le stazioni di Genova Nervi (a meno di 1 km) e di Bogliasco (ad 1,5 km) disponeva di due binari serviti da due marciapiedi per il servizio passeggeri, e di un fabbricato viaggiatori. Dal lato in direzione Bogliasco (verso Pisa) si trova l’imbocco di una galleria.
La piccola stazione ha una certa fama per essere stata menzionata in 2 strofe (l’una all’inizio e l’altra verso la fine) della canzone Bocca di rosa, composta da Fabrizio De André nel 1967 (otto anni dopo la soppressione della fermata). A memoria di questo è stato situato di fronte al piazzale del fabbricato viaggiatori, nel 2005, un acrostico ad opera di Max Manfredi

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Sant’Ilario, il Papa del 29 febbraio

(fonte: Dizionario dei Santi e dei Beati)

Papa dal 19/11/461 al 29/02/468.
Nativo della Sardegna, nel 465 tenne a Roma un sinodo, i cui atti ci sono stati trasmessi integralmente.
Abbellì la Basilica lateranense.

Il ‘Liber Pontificalis’ lo riporta come originario della Sardegna, si dice di Cagliari, figlio di un certo Crispino e della sua infanzia, giovinezza e venuta a Roma, non si sa niente.
Si comincia a parlare di lui quando nella città eterna era già diacono, al tempo della controversia cristologica provocata da Eutiche (378-454 ca.) monaco di Costantinopoli, fautore dell’eresia monofisita.
L’eresia monofisita (V-VI sec.) negava la natura umana di Cristo, affermandone l’unica natura divina; condannata determinò il distacco della Chiesa Copta, Giacobita e Armena; l’eresia fu condannata nel Concilio di Calcedonia del 451; dove si affermò il dogma che in Gesù Cristo vi è una sola persona con due nature, umana e divina.
Si ritiene che godesse di una notevole considerazione, perché papa s. Leone I Magno (440-461) lo inviò nel 449 al Concilio di Efeso a fianco del vescovo di Pozzuoli Giulio, del prete Renato e del notaio Dulcizio.
I Legati pontifici partirono per la celebre città cristiana della Lidia, antica provincia romana dell’Asia, verso la metà di giugno del 449, ma durante il viaggio il prete Renato morì nell’isola di Delo; gli altri raggiunsero Efeso verso la fine di luglio o gli inizi di agosto, accolti da Flaviano patriarca di Costantinopoli; nel contempo il patriarca di Alessandria Dioscoro, che aveva l’incarico dall’imperatore d’Oriente Teodoro II (401-450), di presiedere il Concilio, stava predisponendo i lavori conciliari per una solenne riabilitazione di Eutiche e per la deposizione dei suoi avversari, fra cui il patriarca Flaviano.
Il Concilio ebbe uno svolgimento tempestoso per la brutale e tirannica conduzione di Dioscoro, che abilmente eluse sempre la lettura delle lettere papali, di cui la delegazione pontificia era portatrice.
Il vescovo Giulio, il diacono Ilaro e il notaio si trovarono soli contro una maggioranza ostile, di cui non parlavano la lingua, malvisti dal presidente e dalla legazione imperiale; ne scaturì la riabilitazione di Eutiche, che era stato in precedenza scomunicato dal patriarca Flaviano di Costantinopoli; poi si passò alla condanna dello stesso Flaviano e qui successe una serie di violenze verbali e l’Assemblea si tramutò in una bolgia; Dioscoro fingendo di essere aggredito, fece entrare i commissari imperiali con armigeri armati di spade, per riportare l’ordine, ma insieme entrarono anche tanti monaci eutichiani, marinai alessandrini e teppisti vari, tutti armati di bastoni.
Flaviano fu aggredito e malmenato, finché riuscì a rifugiarsi in un angolo della basilica, guardato dalle guardie e protetto da pochi suoi fedeli. Dioscoro intanto, minacciando le sanzioni più gravi, raccolse le 113 firme dei vescovi presenti, contro di lui.
Dei Legati romani, persi nella indegna gazzarra, non si seppe più niente di certo, si pensa che almeno Ilaro fosse con Flaviano da cui raccolse l’accorato appello scritto per il papa; la lettera poi giunta al papa Leone I però è motivo di disaccordo da parte degli studiosi, su come fosse pervenutagli.
Dopo la burrascosa prima Sessione del Concilio, passato alla storia come il ‘latrocinio di Efeso’ per la pesante ingerenza della corte bizantina tramite il suo incaricato Dioscoro; si aprì una seconda Sessione a cui inutilmente furono invitati a partecipare i Legati pontifici dallo stesso Dioscoro, i quali avventurosamente ritornarono a Roma, patendo ogni sorta di privazioni.
Ilaro giunse alla fine di settembre; gli antichi testi mettono in risalto la forza d’animo, lo sprezzo del pericolo, la combattività del diacono a confronto del comportamento più debole e cauto degli altri membri della legazione romana.
Molte lettere di vescovi orientali coinvolti nella controversia religiosa e che furono deposti, in conseguenza del risultato del Concilio di Efeso, furono a lui indirizzate, come autorevole esponente della difesa dell’ortodossia e di intercessione presso il papa Leone I, il quale aveva già elogiato il comportamento di Ilaro e che lo eleverà al grado di arcidiacono in una data prima del 455-56, associandolo in una posizione primaria nel governo della Chiesa.
Papa Leone I lo incaricò anche nel 456 di interpellare qualche valente astronomo del tempo, per definire l’ennesima controversia fra Roma e l’Oriente, sulla celebrazione della Pasqua; il lavoro con l’apporto determinante del suo amico Vittorio di Limoges, terminò nella primavera del 457 stabilendo una data fissa per 532 anni a partire dal 29 d.C.; comunque questo computo fu accolto solo in Italia e nella Gallia e non da altre Nazioni dell’epoca.
Il 10 novembre 461 morì il papa san Leone I Magno e dopo nove giorni, il 19 novembre, gli successe acclamato da tutti, l’arcidiacono Ilaro, compito non facile dopo un grande pontificato come quello di papa Leone I, ma Ilaro che s’era formato alla sua scuola e ne era stato collaboratore stimato, seppe mostrarsi all’altezza della situazione; tanto che gli studiosi concordano nel dire, che il suo pontificato fu la pura e semplice continuazione del precedente.
Si preoccupò, con lettere andate perse, della spinosa situazione delle Chiese Orientali nei loro rapporti con Roma; ma soprattutto, alla luce di documenti recuperati e del verbale del Concilio di Roma del 19 novembre 465, intervenne nelle controversie delle Chiese della Gallia e della Spagna, che coinvolsero il metropolita di Arles Leonzio, il metropolita di Vienne s. Mamerto, il metropolita di Embrum Ingenuo, il metropolita di Aix Ansanio, i vescovi della provincia di Tarragona contro Silvano di Calahorra, ecc.
Nel sopra citato Concilio del 465 fece discutere ed approvare i divieti di ammettere agli Ordini sacri i vedovi ammogliati, mariti di vedove, ignoranti, penitenti e mutilati; riprovò l’ereditarietà delle cariche vescovili, raccomandò la celebrazione annuale di Concili provinciali; difese la dignità del sacerdozio, tenne alto il prestigio della Sede Apostolica.
Riguardo Roma si oppose alla costruzione di chiese eretiche, chiedendone con fermezza l’attuazione all’imperatore Antemio († 482); proseguì l’opera restauratrice del suo grande predecessore dopo la tempesta dei Vandali, che saccheggiarono Roma nel 455.
L’opera maggiore fatta eseguire a Roma da papa Ilaro, furono i notevoli e dispendiosi lavori compiuti al battistero Lateranense; ci fu una profusione di opere d’arte massicce, con lampadari d’oro, tre cervi d’argento pieno, fontane artistiche per l’acqua battesimale.
Ai fianchi del Battistero fece erigere tre oratori dedicati ciascuno a S. Giovanni Battista, S. Giovanni Evangelista e alla Santa Croce, dove fu deposta una reliquia della Croce e il cui insieme era di aspetto regale.
Eresse due monasteri, eseguì lavori a S. Lorenzo fuori le Mura, abbinandovi due bagni e alloggi per i pellegrini, e due famose biblioteche con antichi codici del Vecchio e Nuovo Testamento.
Provvide di arredi sacri preziosi, le 25 basiliche o chiese abilitate alle liturgie stazionali con le relative processioni. Consacrò numerosi sacerdoti, diaconi e vescovi; quest’inesauribile papa concluse il suo pontificato, durato appena sei anni e tre mesi, il 29 febbraio dell’anno bisestile 468.
Il suo corpo fu sepolto nella basilica di S. Lorenzo al Verano, accanto ai papi Zosimo e Sisto III. Inizialmente venne menzionato come santo al 10 settembre nei vari ‘Martirologi’ compreso il Geronimiano e a tale data fu inserito nel ‘Martirologio Romano’; nelle edizioni più recenti però la sua celebrazione è stata portata al 28 febbraio e negli anni bisestili al 29 febbraio.

Il 29 febbraio, curiosità

(fonte: Wikipedia)

Il 29 febbraio (previsto solo negli anni bisestili) è il 60º giorno del calendario gregoriano, mancano 306 giorni alla fine dell’anno.

Un anno che ha il 29 febbraio è, per definizione, un anno bisestile. Nel calendario gregoriano, questa data cade negli anni divisibili per quattro (ad esempio, 1992, 1996, 2004, 2008 o 2012), ma non in quelli divisibili per cento (1800, 1900), a meno che non siano divisibili per quattrocento (ovvero il 2000 è stato bisestile). Nel precedente calendario giuliano la regola era più semplice: avevano il 29 febbraio tutti gli anni divisibili per quattro.I giorni della settimana di un anno bisestile si ripetono ciclicamente ogni 400 anni. Nella tabella a lato sono riportate il numero volte in cui cade il 29 febbraio per ogni giorno della settimana per i 97 giorni bisestili esistenti in un ciclo di 400 anni.

Per le persone nate in questo giorno la data di celebrazione del compleanno nei tre anni non bisestili tra un 29 febbraio e l’altro è problematica: chi considera il giorno successivo al 28 febbraio lo celebra il 1º marzo, chi invece lo intende l’ultimo giorno di febbraio lo celebra il 28. Il disagio di chi compie gli anni il 29 febbraio è posto al centro del Poema bissexto del poeta brasiliano Pedro Nava (1903 — 1984): in quest’opera l’angoscia dell’attesa di un “non-compleanno” che non verrà è presa a simbolo delle attese tradite del suo paese.

Il 29 febbraio viene detto giorno bisestile, anche se nel Calendario Romano era il 24 febbraio ad essere aggiunto, prendendo il nome di giorno “bissextile”, ovvero un sesto giorno extra nel cammino che portava alle calende di marzo. I Romani, comprendendo la necessità di un giorno extra, scelsero in particolare il 24 febbraio, solo perché seguiva l’ultimo giorno del loro anno, che in quel periodo della storia era, naturalmente, il 23 febbraio.

Una tradizione di origine nordica stabilisce che le donne possono dichiararsi agli uomini in questo giorno, a patto di presentarsi con in mano una cucurbitacea come ad esempio una zucchina e che, una volta dichiarate, dovranno baciare tre volte

Il Vangelo del giorno: Luca 11,29-32

VANGELO (Lc 11,29-32)
A questa generazione non sarà dato che il segno di Giona.

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: 
«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione. 
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone. 
Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona». 

Parola del Signore

Commento
Gesù è “più di Salomone”, del quale l’Antico Testamento celebra la sapienza. Egli vuole farci penetrare in quella “sapienza di Dio” che è “follia” finché noi la vediamo dall’esterno, cioè nel mistero della sua croce.
Di fronte ai giudei che da lui reclamano un segno, Gesù proclama che nella religione che egli istituirà non saranno i segni esteriori i più importanti. Egli compirà ogni genere di miracolo, ma il grande segno, il solo segno che deve essere il sostegno estremo di tutti coloro che credono in lui, è la sua morte e la sua risurrezione. Dio ci concede generalmente molti segni del suo amore, della sua presenza. Ma quando la nostra unione con Gesù diventa più profonda, possiamo conoscere dei momenti di grande debolezza, passare attraverso ogni sorta di purificazione, attraverso delle morti, delle agonie a volte molto dolorose. Ma questi momenti sono sempre seguiti da momenti di grazia, di risurrezione del nostro cuore. Gesù ci insegna a camminare senza timore su questa stretta via che ci unisce a lui nei suoi misteri.

Il segno di Giona: Luca 11,29-32

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 11,29-32.

Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorchè il segno di Giona. 
Poiché come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione. 
La regina del sud sorgerà nel giudizio insieme con gli uomini di questa generazione e li condannerà; perché essa venne dalle estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, ben più di Salomone c’è qui. 
Quelli di Nìnive sorgeranno nel giudizio insieme con questa generazione e la condanneranno; perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, ben più di Giona c’è qui. 

Meditazione del giorno: 
San Pietro Crisologo (circa 406-450) 
Discorso 37 ; PL 52, 304-306 
Il segno di Giona

Tutta la storia di Giona lo mostra come una perfetta prefigurazione del Salvatore… Giona è sceso a Jaffa per salire su una nave diretta a Tarsis…; il Signore è sceso dal cielo sulla terra, la divinità verso l’umanità, la sovrana potenza è scesa fino alla nostra miseria…, per imbarcarsi sulla nave della sua Chiesa…

E’ Giona stesso che prende l’iniziativa di farsi buttare a mare: «Prendetemi, disse, buttatemi a mare»; annuncia così la Passione volontaria del Signore. Quando la salvezza di molti dipende dalla morte di uno solo, la morte è nelle mani di quell’uomo che liberamente può ritardarla, o al contrario anticiparla per affrontare il pericolo. E’ qui prefigurato tutto il mistero di Cristo. La morte non è per lui una necessità; è una sua libera scelta. Ascoltatelo: «Ho il potere di offrire la mia vita e il potere di riprenderla di nuovo: nessuno me la toglie» (Gv 10,18) …

Guardate l’enorme pesce, immagine orribile e crudele dell’inferno. Divorando il profeta, sente la forza del Creatore … e offre con timore l’ospitalità delle sue viscere al viaggiatore venuto dall’alto… E dopo tre giorni… lo restituisce alla luce, per darlo ai pagani … Questo il segno, l’unico segno, che Cristo ha voluto dare agli scribi ed ai Farisei (Mt 12,39), per far loro comprendere che la gloria che essi speravano da Cristo stava per rivolgersi anche ai pagani: i Niniviti sono il simbolo delle nazioni che hanno creduto in lui… Fratelli, che gioia per noi! Ciò che simbolicamente  è stato annunciato e promesso, ora noi faccia a faccia, in tutta verità, lo veneriamo, lo vediamo, lo possediamo.