Il Vangelo del giorno: Giovanni 10,1-10

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 10,1-10.

«In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. 
Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. 
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. 
E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. 
Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 
Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro. 
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. 
Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 
Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. 

Giovanni Taulero (circa 1300-1361), domenicano a Strasburgo 
Omelia 27, terza per la Pentecoste 
«Egli chiama le sue pecore una per una»

«Io sono la porta delle pecore»: il nostro Signore dice che è la porta dell’ovile. Cos’è questo ovile, questo recinto di cui Cristo è la porta? E’ il cuore del Padre nel quale e del quale Cristo è veramente una porta degna d’amore, lui che per noi ha tolto il sigillo e aperto quel cuore fino ad allora chiuso a tutti gli uomini. In quest’ovile tutti i santi sono riuniti. Il pastore è il Verbo eterno; la porta è l’umanità di Cristo; pecore di questa casa, riteniamo le anime umane, ma anche gli angeli appartengono a quest’ovile…; ‘portinaio’, è lo Spirito Santo…, poiché viene da lui ogni verità compresa ed espressa…

Con quale amore e bontà egli ci apre la porta del cuore del Padre e ci dà senza sosta accesso al tesoro nascosto, alle dimore segrete ed alla ricchezza di questa casa! Nessuno può immaginare e capire quanto Dio è accogliente, pronto a ricevere, desideroso, ‘assetato’ di farlo, e come viene a noi in ogni istante e ad ogni ora… Figli miei, come restare così ostinatamente sordi a questo invito amoroso….; rifiutiamo tanto spesso di rispondere a questo invito. Quanti inviti e richiami dello Spirito Santo vengono respinti; li rifiutiamo a causa di ogni sorta di cose di questo mondo! Vogliamo spesso altre cose e non quell’unico luogo dove Dio ci vuole.

Preghiera del giorno, al buon pastore

Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore.

Ti ringraziamo Signore per tutte le volte che ci hai preso sulle spalle e ti sei caricato i nostri affanni, le nostre pesantezze, la nostra fatica di vivere. Accresci la nostra fede, Signore Gesù, perchè diventiamo a nostra volta capaci di fare altrettanto con le persone che ci fai dono di incontrare, gradevoli o meno che queste siano.

Mater Mea, Fiducia Mea.

Il Vangelo del giorno: Giovanni 10,11-18

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 10,11-18.

Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. 
Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; 
egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. 
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 
come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. 
E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. 
Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 
Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio». 

Basilio di Seleucia ( ?-circa 468), vescovo 
Discorsi, 26 ; PG 44, 129 
«Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me»

Guardiamo il nostro pastore, Cristo… Si rallegra delle pecore che sono con lui e va a cercare quelle che si smarriscono. Montagne e foreste non gli fanno paura; supera i burroni per arrivare fino alla pecora perduta. Anche se la trova in un pessimo stato, non si arrabbia ma, mosso a compassione, la prende sulle spalle e, con la sua fatica, guarisce la pecora affaticata (Lc 15,4s). …

A ragione Cristo dichiara: «Io sono il Buon Pastore, andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata (Ez 34,16).  Ho visto il gregge degli uomini colpito da malattia; ho visto i miei agnelli andarsene là dove stanno i demoni; ho visto il mio gregge sbranato dai lupi. L’ho visto e non l’ho guardato dall’alto. Per questo ho preso la mano inaridita, che il male, come un lupo, teneva stretta; ho liberato chi era colpito dalla febbre; ho dato la vista a chi aveva gli occhi chiusi fin dal grembo materno; ho tirato fuori dal sepolcro Lazzaro che vi giaceva da quattro giorni (Mc 3,5; 1,31; Gv 9,11). Poiché io sono il buon pastore; il buon pastore dà la vita per le sue pecore». …

I profeti hanno conosciuto quel pastore quando, molto prima della sua Passione, egli annunciava quanto stava per accadere: «Era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» (Is 53,7). Come una pecora, il pastore ha offerto la vita per le sue pecore… Con la sua morte, ha dato rimedio alla morte; con la sua tomba, ha svuotato le tombe… Le tombe sono ‘pesanti’ e la prigione chiusa finché il pastore, disceso dalla croce, non viene a portare alle pecore rinchiuse la gioiosa notizia della liberazione. Lo vediamo negli inferi dove «annuncia la salvezza» (1Pt 3,19); lo vediamo richiamare le sue pecore, dalla dimora dei morti alla vita. «Il buon pastore dà la vita per le sue pecore». Così egli vuole guadagnare l’affetto delle sue pecore, e quelle che sanno ascoltare la sua voce amano Cristo.

Il Vangelo del giorno: Giovanni 6,60-69

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 6,60-69.

Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?». 
Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: «Questo vi scandalizza? 
E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? 
E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. 
Ma vi sono alcuni tra voi che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. 
E continuò: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio». 
Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. 
Disse allora Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?». 
Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; 
noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». 

San Giovanni Crisostomo (c. 345-407), sacerdote ad Antiochia poi vescovo di Costantinopoli, dottore della Chiesa 
Omelia sul Vangelo di San Matteo, 82 ; PG 58, 743 
«Le parole che vi ho dette sono spirito e vita»

«Prendete e mangiate, dice Gesù, questo è il mio corpo, che è per voi» (cf 1 Cor 11,24). Perché i discepoli non sono stati turbati da queste parole? Perché Cristo aveva già detto loro molte cose in proposito (Gv 6)… Fidiamoci pienamente di Dio, anche noi. Non facciamogli obiezioni, anche se ciò che dice sembra contrario ai nostri ragionamenti e a ciò che vediamo. Piuttosto, la sua parola diventi guida e maestra della nostra ragione e del nostro stesso sguardo. Assumiamo questo atteggiamento di fronte ai misteri sacri: non guardiamo solo ciò che cade sotto i sensi, ma consideriamo soprattutto le parole del Signore. La sua parola non può ingannarci, mentre i sensi facilmente ci fanno sbagliare; essa non è mai errata, mentre quelli sbagliano molto spesso. Quando il Verbo dice: «Questo è il mio corpo», fidiamoci di lui, crediamo e contempliamolo con gli occhi dello spirito. …

Quanti oggi dicono: «Come vorrei vedere Cristo in persona, il suo volto, i suoi vestiti, le sue scarpe». Ebbene, nell’Eucaristia è lui che vedi, tocchi, lui che ricevi! Desideravi vedere i suoi vestiti;  ed è lui stesso che si dona a te non solo per farsi vedere, ma perché tu possa toccarlo, mangiarlo, accoglierlo nel tuo cuore. Pertanto nessuno si avvicini con indifferenza e trascuratezza; piuttosto, tutti gli si accostino animati d’amore ardente.

Più del miele…

Dolcezza post eucaristia…

103 Quanto sono dolci al mio palato le tue promesse,
più del miele per la mia bocca.

104 I tuoi precetti mi danno intelligenza,
perciò odio ogni falso sentiero.

105 Lampada per i miei passi è la tua parola,
luce sul mio cammino.

106 Ho giurato, e lo confermo,
di osservare i tuoi giusti giudizi.

(dal Salmo 119)

Il Vangelo del giorno: Giovanni 6,52-59

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 6,52-59.

Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 
Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. 
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 
Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. 
Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. 
Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». 
Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao.

Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità 
Jesus, the Word to Be Spoken, 6 
«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui»

Con quanta tenerezza Gesù ci parla quando si offre ai suoi nella santa comunione: «La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mo sangue dimora in me ed io in lui». Che cosa potrebbe darmi come cibo, il mio Gesù, di più della sua carne? No, Dio non potrebbe far di più, né mostrarmi un amore più grande.

La santa comunione, come dice la parola stessa, è l’unione intima di Gesù con la nostra anima e il nostro corpo. Se vogliamo avere la vita e possederla in modo più grande ancora, dobbiamo vivere della carne di nostro Signore. I santi l’hanno così ben capito che potevano passare ore in preparazione ed ancor più in rendimento di grazie. Chi potrebbe spiegarlo? «Quale profondità di ricchezza nella sapienza e scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi, esclamava Paolo, e inaccessibili le sue vie, poiché chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore?» (Rm 11,33-34).

Quando accogliete Cristo nel vostro cuore dopo aver condiviso il Pane Vivo, pensate a quanto la Madonna debba aver provato allorché lo Spirito Santo la coprì della sua ombra ed ella, piena di grazia, ricevette il corpo di Cristo (Lc 1,26s). Lo Spirito era così forte in lei che subito «ella si alzò in fretta» (v.39) per andare e servire.

Domenica del Buon Pastore, il commento di Ermes Ronchi

IV Domenica di Pasqua Anno B
In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo». (…).

Sottese all’espressione di Gesù: «il mercenario vede venire il lupo e fugge perché non gli importa delle pecore» intuisco parole che amo e che sorreggono la mia fede. Suonano pressappoco così: al mercenario no, ma a me, pastore vero, le pecore importano. Tutte.
Ed è come se a ciascuno di noi ripetesse: tu sei importante per me. 
Questa è la mia fede: io gli importo. A Dio l’uomo importa, al punto che egli considera ogni uomo più importante di se stesso. È per questo che dà la vita: la sua vita per la mia vita. Ricordo il grido degli apostoli in una notte di tempesta «Signore, non ti importa che moriamo?» e il Signore risponde placando le onde, sgridando il vento: Sì, mi importa di voi, mi importa la vostra vita. E lo ripete a ciascuno: mi importano i passeri del cielo ma voi valete più di molti passeri; mi importano anche i gigli del campo ma tu sei molto di più di tutti i gigli dei campi.

«Io sono il Pastore buono» è il titolo più disarmato e disarmante che Gesù abbia dato a se stesso. Eppure questa immagine non ha nulla di debole o remissivo: è il pastore forte che si erge contro i lupi, che ha il coraggio di non fuggire; il pastore bello nel suo impeto generoso; il pastore vero che ha a cuore cose importanti. Il gesto specifico del pastore buono, il gesto più bello che lo rende letteralmente il “pastore bello”, è, per cinque volte: «Io offro la vita». Qui affiora il filo d’oro che lega insieme tutta intera l’opera di Dio: il lavoro di Dio è da sempre e per sempre offrire vita.
Con queste parole Gesù non intende per prima cosa la sua morte in Croce, perché se il Pastore muore le pecore sono abbandonate e il lupo rapisce, uccide, vince. Dare la vita, è inteso nel senso della vite che dà linfa ai tralci; del grembo di donna che dà vita al bambino; dell’acqua che dà vita alla steppa arida. Offro la vita significa: Vi do il mio modo di amare e di lottare. Solo con un supplemento di vita, la sua, potremo battere coloro che amano la morte, i lupi di oggi. Anche noi, discepoli che vogliono come lui sperare e costruire, dare vita e liberare, siamo chiamati ad assumere il ruolo di “pastore buono”, cioè forte, bello, vero, di un pur minimo gregge che ci è consegnato: la famiglia, gli amici, coloro che si affidano a noi. Nel vivere quotidiano, “dare la vita” significa per prima cosa dare del nostro tempo, la cosa più rara e preziosa che abbiamo, essere tutto per l’altro, in ascolto attento, non distratti, occhi negli occhi. Questo è dirgli: tu mi importi.
Tu sei il solo pastore che per i cieli ci fa camminare, Tu il Pastore bello. E tu sai che quando diciamo a qualcuno «tu sei bello» è come dirgli «io ti amo».
(Letture: Atti degli apostoli 4, 8-12; Salmo 117; 1 Giovanni 3,1-2; Giovanni 10,11-18)