Il Vangelo del giorno: Luca 9,18-22

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 9,18-22.

Un giorno, mentre Gesù si trovava in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con lui, pose loro questa domanda: «Chi sono io secondo la gente?». 
Essi risposero: «Per alcuni Giovanni il Battista, per altri Elia, per altri uno degli antichi profeti che è risorto». 
Allora domandò: «Ma voi chi dite che io sia?». Pietro, prendendo la parola, rispose: «Il Cristo di Dio». 
Egli allora ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno. 
«Il Figlio dell’uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno». 

Giuliana di Norwich (tra 1342-1430 cc), reclusa inglese 
Le Rivelazioni del Divino Amore, cap. 27 
“Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto …,
esser messo a morte e risorgere il terzo giorno”

Nella mia stoltezza, mi meravigliavo che la grande sapienza di Dio non avesse impedito all’inizio il peccato, poiché se così avesse fatto, mi sembrava, tutto sarebbe andato bene… Gesù mi rispose: “Il peccato era ineluttabile, ma tutto finirà bene, tutto finirà bene, ogni cosa, qualunque sia, finirà bene”.

In questa semplice parola: “peccato” nostro Signore ha mostrato al mio spirito tutto ciò che non è buono: il disprezzo ignobile e le tribolazioni estreme che ha sofferto per noi, durante la sua vita e la sua morte; tutte le sofferenze e i dolori, nel corpo e nell’anima, di tutte le creature… Contemplavo tutte le sofferenze che sono state e che saranno, ed ho capito che la Passione di Cristo è stata la più grande, la più dolorosa e le supera tutte… Ma non ho visto il peccato. So infatti, per fede, che esso non ha né sostanza né alcun modo di essere; non lo si potrebbe riconoscere se non per la sofferenza che procura. Ho capito che questa sofferenza è per un periodo; ci purifica; ci conduce a conoscere noi stessi e a gridare misericordia. La Passione di nostro Signore ci fortifica contro il peccato e la sofferenza: questa è la sua volontà. Nel suo tenero amore verso tutti coloro che saranno salvati, il nostro buon Signore li riconforta prontamente e amabilmente, come se dicesse loro: “E’ vero che il peccato è causa di tutti questi dolori, ma tutto finirà bene: ogni cosa, qualunque sia, finirà bene”.
Queste parole, me le ha dette molto teneramente, senza il minimo biasimo…

In queste parole, ho visto un mistero profondo e meraviglioso nascosto in Dio. Questo mistero, ce lo rivelerà e farà conoscere pienamente in cielo. Quando lo conosceremo, vedremo in tutta verità per quale ragione egli ha permesso la venuta del peccato nel mondo. E vedendo, ci rallegreremo per l’eternità.

Preghiera del giorno, Salmo 89

Rit: Signore, tu sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione.

Tu fai ritornare l’uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.

Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.

Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!

Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda.

Cercava di vedere Gesù. Meditazione personale

Ma Erode diceva: «Giovanni l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire tali cose?». E cercava di vederlo. (Luca 9,9)

Erode, persino Erode, un uomo senza scrupoli e senza pietà, cercava di vedere Gesù. Tutti hanno dentro di loro una scintilla dell’Amore originario che li ha fatti venire alla vita. Nessuno può darsi la vita da solo! Possiamo solo togliercela la vita, non solo nel senso estremo del gesto, ma ogni volta che ci togliamo del bene da noi stessi o, più spesso, dalla vita altrui. Così Erode aveva fatto decapitare il Battista, perchè lo faceva riflettere sulle sue dissolutezze, sul suo modo personale di mandare in rovina quella vita che con amore, dall’Amore stesso gli era stata donata.

Accresci la nostra fede, Signore Gesù, perchè sia Tu la prima persona che cerchiamo, in ogni nostro gesto, parola, azione, pensiero… Perchè invece di decapitare le occasioni di conversione che la tua grazia ci offre, ne facciamo tesoro serbandole nel nostro cuore.

Il Vangelo del giorno: Luca 9,7-9

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 9,7-9.

Intanto il tetrarca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risuscitato dai morti», 
altri: «E’ apparso Elia», e altri ancora: «E’ risorto uno degli antichi profeti». 
Ma Erode diceva: «Giovanni l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire tali cose?». E cercava di vederlo. 

Sant’Isacco Siriano (7o secolo), monaco nella regione di Ninive (nell’Iraq attuale) 
Discorsi ascetici, 1a  parte, n° 20 
Erode cercava di vedere Gesù

Come possono gli esseri creati contemplare Dio ? La vista di Dio è tanto terribile che Mosè stesso dice che teme e trema. Infatti quando la gloria del Signore apparve sul monte Sinai (Es 20), il monte era tutto fumante e vibrava sotto il colpo della rivelazione ; gli animali che si avvicinarono alle falde del monte non sopravvissero. I figli d’Israele si prepararono ; si purificarono durante tre giorni secondo l’ordine dato da Mosè, per essere degni di udire la voce di Dio e di vedere la sua rivelazione. Ora quando venne il tempo non poterono né sopportare la visione della sua luce, né ascoltare la forza della sua voce di tuono.

Ora invece che egli ha riversato la sua grazia sul mondo con la sua venuta, non è nel terremoto, né nel fuoco, né annunciando con una voce terribile e forte la sua discesa, bensì come rugiada sul vello (Gdc 6,37), come una goccia che cade lentamente sulla terra. Sotto un’altra apparenza egli è venuto fra noi. Ha infatti coperto la sua grandezza con il velo della carne. Di essa ha fatto un tesoro ; ha vissuto fra noi in quella carne che la sua volontà si era plasmata nel seno della Vergine Maria, la Madre di Dio, perché, nel vederlo della nostra razza e vivere fra noi, non fossimo turbati dalla paura contemplandolo. Per questo, coloro che si sono avvolti nell’abito con il quale il Creatore apparve, in questo corpo che lo ha ricoperto, si sono rivestiti dello stesso Cristo (Gal 3,27). Hanno infatti desiderato portare nel loro uomo interiore (Ef 3,16) la stessa umiltà con la quale Cristo si è rivelato alla sua creazione e ha vissuto in essa, come si rivela ora ai suoi servi. Invece del vestito dell’onore e della gloria esteriori, si sono adornati di questa umiltà.

La Basilica del Presepe: Santi Cosma e Damiano

Quando ero bimbo, i miei genitori ogni domenica o quasi mi portavano in giro per Roma, a scoprire le bellezze ed i segreti della mia città. L’area dei Fori Imperiali, come potete immaginare, esercitava su di me un grandissimo fascino. Specie a Natale, quando si faceva il giro dei presepi. Due in particolare mi piacevano Quello che facevano alla Chiesa del Gesù, e quello che veniva allestito nella Basilica dei SS. Cosma e Damiano, di cui la chiesa cattolica oggi fa memoria.

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Perciò mi piace dedicargli un post del mio blog.

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La basilica dei santi Cosma e Damiano è immersa nel complesso archeologico dei Fori. Uno dei suoi fronti, quello cui oggi corrisponde l’ingresso, pur con le aggiunte posteriori e l’innalzamento della quota a livello dei Fori Imperiali, conserva nella parte sinistra l’antica parete in laterizio su cui era esposta la Forma Urbis Roma, pianta marmorea della città, che copriva una superficie di circa 250 mq, fatta apporre da Settimio Severo negli anni 205-208 e della quale sono stati ritrovati dei frammenti preziosi per la conoscenza della topografia antica della città.
L’ambiente, adibito a biblioteca e già parte del Forum Pacis o Foro di Vespasiano, era stato ristrutturato da Settimio Severo dopo un incendio e in parte trasformato in aula delle udienze del Praefectus Urbis.
Per secoli l’accesso all’edificio fu posto lungo la via Sacra nel Foro. Proprio per permettere alla facciata di allinearsi ai vicini edifici monumentali formando una quinta grandiosa lungo la via, asse di collegamento tra Colosseo e il Campidoglio, verso il 309 venne accorpato all’aula rettangolare della Bibliotheca Pacis, con asse leggermente ruotato, un edificio circolare con cupola a facciata concava. Il fronte era scenografico con nicchie e statue, introdotto da un’esedra con quattro colonne di porfido, monolitiche e a capitello corinzio, di cui due sono ancora in situ ai lati dell’antica porta in bronzo dotata di serratura tuttora funzionante.
D’altra parte la grandiosità era d’obbligo in quello che fu centro civile e religioso di Roma antica, dalle sue origini fino alla caduta dell’Impero. Anche il toponimo rispecchia l’importanza e l’eccezionalità del luogo: via Sacra. Se è vero che non fu l’unico episodio di riuso cristiano di architettura romana classica – abbiamo citato la basilica imperiale convertita in cappella palatina a santa Croce in Gerusalemme – rimane tuttavia un’esperienza particolare in rapporto al luogo, allora considerato simbolo dell’Urbis.
Quando, a due secoli dall’editto di Costantino, nel 526, Felice IV trasformò la biblioteca imperiale, che gli era stata concessa da Amalasunta, in edificio di culto, le chiese o basiliche cristiane erano ormai diffuse nella città, con una tipologia edilizia autonoma, ma sempre all’esterno del centro.
Dunque la riconversione in chiesa di un edificio e di un luogo fortemente rappresentativi della tradizione civile e pagana della città, si configura come la prima affermazione della religione cristiana nei Fori, da intendere urbanisticamente come ultimo baluardo del potere senatorio, che si era mantenuto ostile alle novità predicate dal Vangelo. L’acquisizione a Cristo del tempio situato a pochi metri da quello dedicato a Venere e Roma (città deificata), ci spinge ad alcune riflessioni sulla nostra discendenza dalla comunità formatasi intorno a Pietro nella capitale del mondo allora conosciuto.
Il cristianesimo, divenuto religione ufficiale ed ormai inserito in tutti i gangli della vita dell’impero, era, a sua volta permeato delle plurisecolari arte e cultura del mondo romano, allora esteso su un vasto territorio.

Per un popolo che si era abituato ad appellare l’imperatore con il titolo di dominus (signore, padrone, detentore di un potere assoluto) e non solo con il princeps (primo, il più potente) come per i primi imperatori, fu facile traslare titoli ed onori in campo spirituale a “Dio seduto sul trono” (Ap 7,12) e a “Gesù Cristo, principe dei re della terra” (Ap 1,5). Colui che si era definito il Signore fu analogamente denominato dominus Christus. Allo stesso modo, nell’architettura religiosa, comparvero elementi specifici dell’arte celebrativa imperiale. Nacquero le basiliche absidate come nel corrispettivo dell’aula delle udienze dove il trono era posto al centro del semicerchio, si fece ricorso all’arco trionfale di antica memoria per indicare enfaticamente il passaggio al presbiterio dove era l’altare e dove, nelle chiesi sedi vescovili, era collocata la cattedra (cathedra) del vicario di Cristo Maestro. Anche il termine sogliopontificio ha origine dal latino solium = trono.
Alle origini del cristianesimo, spesso segnato a Roma da persecuzioni, i cristiani sentivano prioritaria la necessità di testimoniare l’unico e vero Dio cui solo tributare venerazione; l’arte figurativa e le iscrizioni si configuravano dunque come professioni di fede, più o meno esplicite e simboliche.
Più tardi, con la decadenza e poi la caduta dell’impero, quando non era più necessario affermare che unico Onnipotente cui tributare gloria, onore e potenza è Dio, nello sfacelo politico, civile e morale dell’impero, diventa naturale per ogni credente guardare alla Gerusalemme celeste come alla propria patria, al vero luogo della gloria e manifestare che “la salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello” (Ap 7,10).


La composizione artistica privilegia allora il messaggio escatologico ed il mosaico absidale di questa basilica ne è uno splendido esempio. Datato 527-630 d.C., all’epoca della dedicazione cristiana della basilica, è opera di scuola romana, differentemente dal mosaico dell’arco frontale su fondo oro più interessato da influenze bizantine.
Il riferimento all’arte imperiale tardo-romana è riscontrabile soprattutto nello stile e nella grandiosità della decorazione musiva, anche se i lavori secenteschi l’hanno purtroppo schiacciata con l’innalzamento del pavimento e ne hanno ridotto la visibilità con un arco di sostegno all’arco trionfale, di cui non si conosce la reale validità statica. Un altro aspetto da cui traspare la tradizione stilistica romana è quello coloristico: colori intensi, come il blu cobalto, il rosso, l’arancio, l’azzurro.
Le figure, con le loro volumetrie emergenti, i volti espressivi, i lineamenti decisi, esaltano la forza realistica dell’immagine secondo i canoni dell’arte tardo-romana e la scena, pur riferita ad una verità escatologica, appare ambientata perfettamente nello spazio e nel tempo. Anche il particolare delle vesti ci riporta nella Roma imperiale: sia Gesù Cristo al centro, che gli apostoli Pietro e Paolo e ancora Cosma e Damiano ai lati, portano gli abiti della classe patrizia e senatoria.
La veste, che denota un’appartenenza civile e sociale, sembra esprimere una dignità speciale di cui i personaggi godranno anche nel mondo nuovo, nella nuova Roma.
La lettera tau sui lembi delle toghe del Salvatore e di san Paolo (quella di san Pietro risulta coperta da san Cosma), presenta i due santi patroni della chiesa di Roma come iscritti tra i salvati secondo la profezia di Ezechiele, marchiati dal sigillo di Cristo. Sono loro a voler introdurre presso Cristo giudice i due santi medici, che con le mani velate portano le corone del martirio per essere incoronati. I volti dei due fratelli, come quelli di Cristo, tradiscono le origini orientali, ma l’abito è sempre quello togato. Ci ritorna in mente l’unzione ricevuta nel Battesimo che ci unisce a Cristo nella vocazione regale, profetica e sacerdotale; anche a noi Cristo prepara un posto presso di Lui, per partecipare alla sua gloria. Così lo ha predisposto per i due fratelli, che hanno vissuto cristianamente la loro professione medica e perciò sono raffigurati con al braccio la borsa degli strumenti medici.

Dopo aver studiato medicina in alcune famose scuole mediche d’Oriente, tornarono nella loro città natale, in Cilicia, dove si adoperarono con successo per curare la salute del corpo e annunciare Cristo, unico Salvatore. Con spirito fraterno prestavano il loro servizio gratuito ai poveri.
Spesso il potere taumaturgico, concesso da Dio, veniva in aiuto alla loro scienza operando guarigioni miracolose, che avevano il valore prezioso di testimoniare il Dio di Gesù Cristo, aprendo la strada alla Sua sequela. Nel 592 Gregorio Magno fece traslare, da Ciro (Siria), in questa basilica i corpi martirizzati nel 303 d.C.
Ai bordi laterali del mosaico, un po’ nascoste, sono ancora due figure: a destra S. Teodoro con le vesti del dignitario bizantino e la corona del martirio tesa verso Cristo; a sinistra papa Felice IV nell’atto di offrire la chiesa al Signore.
La tecnica delle maestranze, particolarmente raffinata, consentiva, attraverso la scelta di tessere di materiale e grandezza diverse e la loro inclinazione variabile, una resa pittorica e plastica eccezionale. Più convenzionale e statica è la composizione dell’arco trionfale, eseguita sotto papa Sergio I, alla fine del VII secolo. I simboli apocalittici, immersi nel fondo oro, si presentano come pura astrazione simbolica. Al centro, in un clipeo azzurro, su trono gemmato, figura l’agnello mistico; ai suoi piedi è il rotolo con i sette sigilli. Ai lati i sette candelabri che sono il simbolo delle sette chiese, quattro angeli sul mare di nubi infuocate e i simboli degli evangelisti Luca e Giovanni. I simboli di Marco e Matteo non sono più visibili dopo la costruzione delle due cappelle barocche, nell’ambito dei lavori di sistemazione voluti da Urbano VIII Barberini.
I lavori, intrapresi intorno al 1630 e sollecitati dai frati del Terz’Ordine Regolare che hanno in cura la chiesa dal 1512, diretti dall’architetto Arrigucci, hanno modificato le proporzioni della basilica, originariamente a navata unica. Infatti, l’ambiente è stato tagliato in due dal forte innalzamento del pavimento e rimpicciolito dalle cappelle laterali.
Altra opera secentesca è l’altare maggiore, dove si conserva l’icona del XIII secolo della Madonna della Salute. L’appellativo è da mettere in relazione alla dedicazione della chiesa ai fratelli medici, spes certa salutis.

Il superfluo e l’evangelo

Disse loro: “Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, né due tuniche per ciascuno”. 

Che differenza con quelli che spesso sono i nostri mirabolanti piani, per la nostra vita o la nostra attività. Noi ci riempiamo la vita, le case, le tasche del superfluo. Questo vale per la vita di ogni giorno ma in particolare per la vita di fede. Ho letto, personalmente, tantissimi libri di teologia, di diritto canonico, di storia e filosofia. E mi è stato utile. Mi è stato utile a capire che per vivere bene da cristiano il Vangelo, sine glossa, senza aggiunta come diceva Francesco d’Assisi, è più che abbastanza per riempirtela la vita. E se davvero lo ascolti, oltre che leggerlo con gli occhi. nemmeno riesci a tenerlo in tasca per quanto te la riempie…

Preghiera del giorno, accresci la mia fede nella tua Parola

Tieni lontana da me la via della menzogna, 
fammi dono della tua legge. 
La legge della tua bocca mi è preziosa 
più di mille pezzi d’oro e d’argento. 

La tua parola, Signore, è stabile come il cielo. 
Tengo lontano i miei passi da ogni via di male, per custodire la tua parola. 
Dai tuoi decreti ricevo intelligenza, per questo odio ogni via di menzogna. 
Odio il falso e lo detesto, amo la tua legge. 

Il Vangelo del giorno: Luca 9,1-6

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 9,1-6.

Egli allora chiamò a sé i Dodici e diede loro potere e autorità su tutti i demòni e di curare le malattie. 
E li mandò ad annunziare il regno di Dio e a guarire gli infermi. 
Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né bisaccia, né pane, né denaro, né due tuniche per ciascuno. 
In qualunque casa entriate, là rimanete e di là poi riprendete il cammino. 
Quanto a coloro che non vi accolgono, nell’uscire dalla loro città, scuotete la polvere dai vostri piedi, a testimonianza contro di essi». 
Allora essi partirono e giravano di villaggio in villaggio, annunziando dovunque la buona novella e operando guarigioni. 

San Giovanni Crisostomo (c. 345-407)
Omelie sulla prima lettera ai Corinzi, n. 4 (PG 61, 34-36) 
« Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza» (Sal 8,3)

“Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1Cor 1,25). Sì, la croce è stoltezza, debolezza, solo apparentemente… La croce ha esercitato la sua forza di attrazione su tutta la terra servendosi dell’apporto di uomini poco dotati. Il discorso della croce non è fatto di parole vuote, ma di Dio, della vera religione, dell’ideale evangelico nella sua genuinità, della risurrezione e del giudizio futuro. Fu questa dottrina che cambiò gli illetterati in dotti. Ecco come la stoltezza di Dio è più saggia della sapienza degli uomini….

In che senso è più forte ? Nel senso che la croce, nonostante gli uomini, si è affermata su tutto l’universo e ha attirato a sé tutti gli uomini. Molti hanno tentato di sopprimere il nome del Crocifisso, ma hanno ottenuto l’effetto contrario. Questo nome rifiorì sempre di più e si sviluppò con progresso crescente…. I nemici invece sono periti e caduti in rovina. Erano vivi che facevano guerra a un morto, e ciononostante non l’hanno potuto vincere… I filosofi, i re e, per così dire, tutto il mondo che si perde in mille faccende, non possono nemmeno immaginare ciò che dei pubblicani e dei pescatori poterono fare con la grazia di Dio… Pensando a questo fatto, Paolo esclamava : « Ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini ». Infatti come poteva venire in mente a dodici poveri uomini, e per di più ignoranti, di intraprendere una simile opera ?

Le feste ebraiche del 5773 (2012-2013)

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ROSH HA SHANA’ (17 e 18 settembre 2012; vigilia 16 settembre)
DIGIUNO DI GHEDALIA’ (19 settembre 2012)
YOM KIPPUR (26 settembre 2012, vigilia 25 settembre)
SUCCOT (dall’1 al 7 ottobre 2012, vigilia 30 settembre)
HOSHAANA RABBA’ (7 ottobre 2012)
SHEMINI’ ATZERET (8 ottobre 2012)
SIMCHAT TORA’ (9 ottobre 2012)
CHANNUCCA’ (dal 9 al 16 dicembre 2012, vigilia 8 dicembre)
DIGIUNO DEL 10 DI TEVET (23 dicembre 2012) 
ROSH HASHANA’ LAILANOT (TU BISHVAT) (26 gennaio 2013)
DIGIUNO DI ESTER (21 febbraio 2013)
PURIM (24 febbraio 2013)
DIGIUNO DEI PRIMOGENITI (25 marzo 2013)
PESACH (dal 26 marzo al 2 aprile 2013, vigilia 25 marzo)
YOM HA SHOAH (7 aprile 2013)
YOM HA ZIKARON (15 aprile 2013)

YOM HA ATZMAUT (16 aprile 2013)
LAG BAOMER (28 aprile 2013)
SHAVUOTH (15-16 maggio 2013, vigilia 14 maggio)
DIGIUNO DEL 17 TAMUZ (25 giugno 2013)
TISH’ A’ BE AV (16 luglio 2013, vigilia 15 luglio)
ROSH CHODESH ELUL (7 agosto 2013, vigilia 6 agosto)