Il valore delle confessioni di fede

(articolo del pastore Paolo Castellina)

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A tutt’oggi, le chiese cristiane, specialmente nell’ambito della tradizione riformata conservatrice, al fine di attenersi al “modello delle sane parole” (2 Timoteo 1:13) e per la diffusione dell’Evangelo, fanno uso di un potente strumento – i loro documenti confessionali. La Riforma protestante del XVI secolo ha rappresentato uno storico punto di rottura nella chiesa medievale costringendo un terzo dell’Europa a “ritornare a scuola” per verificare e riformulare il contenuto della testimonianza cristiana verso il resto del mondo. Quella scuola erano le Sacre Scritture, nuovamente investigate con diligenza da pastori-studiosi consacrati sulla base di una rinnovata conoscenza delle lingue bibliche come pure della rivalutazione degli antichi Padri della chiesa, in primo luogo Agostino. Era per questo che essi consideravano sé stessi “veri cattolici” (o cattolici riformati), non intendendo costituire nuovi raggruppamenti ecclesiastici (ai quali poi sono stati costretti per la fortissima resistenza ad ogni seria riforma da parte delle gerarchie ecclesiastiche) ma per ristabilire la tradizione apostolica.   
Era necessario definire sé stessi con tali confessioni di fede di fronte alle accuse da parte delle gerarchie romane di avere abbandonato la vera chiesa per seguire insegnamenti ereticali. Ecco così che essi si impegnano in un’attenta opera esegetica, in spirito di preghiera, attraverso tutte le Sacre Scritture, al fine di affermare in modo coerente i lineamenti sia della dottrina come dei doveri del cristiano. Molti sinodi del XVI e XVII secolo svolgono il loro compito fondati stabilmente sulla Parola di Dio in linea con i credo tradizionali dei primi cinque secoli della storia del cristianesimo.

I risultati della loro opera sono pubblicati in un adeguato arco di tempo (dalle prime confessioni di fede riformate fra il 1520 e il 1530 alla Confessione di fede di Westminster del 1640). Questi canoni fanno solidamente appello ai chiari insegnamenti delle Sacre Scritture. La Bibbia era la loro pietra di paragone. Per tutti loro implicito era quanto afferma esplicitamente la Confessione degli scozzesi del 1560, vale a dire che se chiunque avesse potuto loro dimostrare di non essere in accordo con le Sacre Scritture, essi sarebbero ben stati disposti a rivedere le loro affermazioni. Sempre rispettando la chiesa storica, essi chiaramente affermavano che le Sacre Scritture dovessero sempre avere l’ultima parola perché, come si esprime la Confessione di fede di Westminster, ” Le chiese più pure sotto il cielo sono soggette a contaminazione e ad errore” (25:5).

Da questo crogiolo di controversie derivano così diverse confessioni di fede che, con generale brevità e chiarezza, esprimono i lineamenti principali dell’insegnamento delle Sacre Scritture sulla salvezza e su una vita gradita a Dio. Proprio perché radicate stabilmente nelle Scritture, queste confessioni di fede conservano il valore di guidare noi oggi tanto quanto l’avevano fatto per i nostri antenati nella fede secoli fa. E’ una misericordia per la chiesa moderna non aver reinventato la ruota… Attraverso i credo e le confessioni di fede noi rimaniamo nella salute e sicurezza della “comunione dei santi”.

La continuità dottrinale si contrappone al relativismo della moderna cultura secolarizzata occidentale, secondo la quale le verità antiche sarebbero state superate dalla nostra presunta “maggiore intelligenza”. Questo relativismo suggerisce che al posto delle antiche verità noi si debba seguire febbrilmente il continuo flusso e riflusso dele ultime mode intellettuali. Il relativismo aggressivo della nostra cultura, inoltre, non si è fermato alle porte delle chiese. Non raramente, infatti, il riferirsi con apprezzamento ai nostri canoni confessionali suscita shock e sorpresa e, in alcuni casi, aperta protesta non in poche chiese evangeliche e denominazioni, non solo di tendenza neo-liberale.

Molti evangelici oggi, per evitare i chiari insegnamenti di queste confessioni di fede (che sono basate sulle affermazioni sovrannaturali della Bibbia) e per non offendere il relativismo dominante della nostra cultura (che si oppone al soprannaturalismo), fanno uso di una sorta di interpretazione “nominalista” del canoni confessionali. Un’interpretazione “nominalista” significa evitare i chiari insegnamenti di queste confessioni di fede basate sulla Scrittura per aderire ad esse solo formalmente, facendo poi uso di sofisticati ragionamenti per far loro dire cose diverse o per giustificare in vario modo il loro fattivo allontanamento da esse, affermando cose che siano meno offensive per la cultura secolare.

Esempio di questo è il modo in cui gli evoluzionisti teisti si ingaggino in una sorta di “casuistica gesuitica” per forzare i primi tre capitoli della Genesi a dire precisamente ciò che essi presuppongono – che vi fosse il peccato prima della Caduta di Adamo e che la vita si sia gradualmente sviluppata per puro caso.

Il grande valore dell’insegnamento della Confessione di fede di Westminster sulla Creazione, per esempio, è che nel seguirlo, noi non cadremo preda dei paradigmi filosofici dello scientismo (che è diverso dalla scienza empirica, pienamente compatibile con gli insegnamenti della Genesi). Qui i canoni confessionali possono aiutarci molto (se ci atteniamo ad essi realisticamente piuttosto che evitare nominalisticamente il loro significato): essi dicono chiaramente alla chiesa ciò che la Bibbia ha sempre detto sulla Creazione piuttosto che condurci alla ricerca senza speranza della verità tipica delle filosofie post-illuministe. Essi aiutano la chiesa a vedere che approcci come l’evoluzionismo teista non provengono dalla Bibbia ma da qualche altra parte e che devono essere identificati come tali. La loro preziosa testimonianza ci aiuta a continuare a poggiare i nostri piedi sulla roccia stabile della Bibbia che, nonostante l’offensiva a tutto campo che subisce dal mondo secolarizzato, è l’unico luogo in cui troveremo coerenza intellettuale di verità nel contesto della Parola e dello Spirito, il solo che sia vivificante e trasformante per tutto il pensiero e la cultura.