Secondo gli uomini e secondo l’Eterno – Paolo Castellina commenta Matteo 20,20-28

Risposta di Gesù alla domanda della madre di Giacomo e di Giovanni

20 Allora la madre dei figli di Zebedeo si avvicinò a Gesù con i suoi figli, prostrandosi per fargli una richiesta. 
21 Ed egli le domandò: «Che vuoi?» Ella gli disse: «Di’ che questi miei due figli siedano l’uno alla tua destra e l’altro alla tua sinistra, nel tuo regno». 
22 Gesù rispose: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete voi bere il calice che io sto per bere?» Essi gli dissero: «Sì, possiamo». 
23 Egli disse loro: «Voi certo berrete il mio calice; ma quanto al sedersi alla mia destra e alla mia sinistra, non sta a me concederlo, ma sarà dato a quelli per cui è stato preparato dal Padre mio». 
24 I dieci, udito ciò, furono indignati contro i due fratelli. 
25 Ma Gesù, chiamatili a sé, disse: «Voi sapete che i prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i grandi esercitano autorità su di esse. 
26 Ma non dovrà essere così tra di voi: anzi, chiunque vorrà essere grande tra di voi, sarà vostro servitore; 
27 e chiunque tra di voi vorrà essere primo, sarà vostro servo; 
28 appunto come il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti».

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Un giorno, la madre dei discepoli Giacomo e Giovanni, travisando completamente la messianicità di Gesù, il cui regno “non è di questo mondo” (Giovanni 18:36), Gli fa “una richiesta”. Vorrebbe che Gesù favorisse i propri figli concedendo loro di sedere un giorno l’uno alla Sua destra e l’altro alla Sua sinistra, nel Suo regno, quando, trionfante sull’invasore romano e suoi suoi compiacenti lacchè, avrebbe “preso il potere” a Gerusalemme.

Una madre vuole sempre il meglio per i suoi figli: che onore sarebbe stato vederli ammantati come principi, come i ministri più importanti del Re messianico. Possiamo comprendere quella madre, ma sicuramente lei non aveva capito proprio nulla di Gesù e sul Suo “stile”. Quella donna ragionava come ragiona il mondo. Il vangelo secondo Marco, nel riportare questo episodio, dice che erano stati invece gli stessi Giacomo e Giovanni a fare a Gesù questa richiesta. Non sappiamo se Matteo introduce la figura della loro madre come “responsabile” della cosa, magari per “proteggere” la loro reputazione, ma possiamo ben supporre che madre e figli fossero in qualche modo “in combutta” perché Gesù, in ogni caso, risponde loro al plurale e dice: “Voi non sapete quello che chiedete” (v. 22).

Questa richiesta non sorprende affatto, perché, in quella fase del ministero di Gesù, nessuno dei Suoi discepoli Lo aveva veramente ancora compreso, tant’è vero che, sempre in Marco, troviamo il commento: “I dieci, udito ciò, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni” (Marco 10:45). Perché si erano indignati? Perché Giacomo, Giovanni e la loro madre non avevano capito Gesù, oppure erano indignati per aver incoraggiato un “favoritismo” – loro che avrebbero voluto che un giorno “si sarebbe tirato a sorte” per stabilire chi avrebbe occupato i posti più importanti nel regno di Gesù?

Vale la pena ancora di citare l’episodio dei vangeli dove Pietro vorrebbe dissuadere Gesù dal recarsi a Gerusalemme “in bocca del lupo” e “finire male”. Che cosa gli risponde Gesù? “Ma Gesù, voltatosi, disse a Pietro: «Vattene via da me, Satana! Tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini»”  (Matteo 16:23).

In quella fase, i discepoli di Gesù avrebbero dovuta indubbiamente farne ancora molta di strada con Lui per acquisire “il senso delle cose di Dio” e smetterla di ragionare com’è comune in questo mondo corrotto e decaduto. E’ così che, dopo la richiesta della madre di Giacomo e Giovanni, Gesù continua ad insegnare loro mettendo in rilievo come “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti»” (v. 28). Così, come Gesù, nel ruolo di “Figlio dell’uomo”, cioè di modello d’umanità autentica in comunione con Dio, era venuto per servire e non per farsi servire, così i Suoi discepoli dovevano imparare a ragionare e a comportarsi in modo diverso da com’è comune in questo mondo decaduto e corrotto. Difatti Gesù dice loro: “Voi sapete che i prìncipi delle nazioni le signoreggiano e che i grandi le sottomettono al loro dominio. Ma non è così tra di voi: anzi, chiunque vorrà essere grande tra di voi, sarà vostro servitore” (v. 25, 26). Più tardi Gesù lo dimostrerà visibilmente quando, Lui, il Signore e il Maestro, si mette a lavare loro i piedi, come un umile e disprezzabile domestico, e dice: “Se dunque io, che sono il Signore e il Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Giovanni 13:14).

Questo “non avere il senso delle cose di Dio ma delle cose degli uomini” continua oggi ad essere un problema nella chiesa cristiana non solo nella questione specifica alla quale Gesù si rivolge in questo brano – vale a dire che la vera grandezza, per Dio sta nel servire, non nell’essere servito – ma anche in coloro che ritengono che la stessa espressione di Cristo: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti»” (v. 28) possa giustificare un concetto non meno grave, anzi, del tutto aberrante. Alcuni vorrebbero usare, infatti, questa frase di Gesù per giustificare il concetto – e questo mi sembra veramente il colmo – che Dio, in quello che è e fa in Cristo, sarebbe al nostro servizio! Che Dio è venuto in Cristo per servirci e riverirci, noi che “siamo così importanti”! Come se Dio “ci dovesse” la salvezza che è venuto a portarci in Cristo, magari per …riparare i Suoi errori! Da questo deriva poi l’idea, pure piuttosto comune “quaggiù”, che Dio stesso o “la religione” sia qualcosa di sostanzialmente al nostro servizio, funzionale al nostro benessere! In qualche modo certo lo è, ma questo mi sembra un modo veramente diabolico per capovolgere il concetto stesso che noi siamo al servizio di Dio e non Dio al nostro servizio!

Lo si sente spesso predicare: un malinteso senso dell’amore di Dio dipinge Dio che “si fa in quattro” per venire in soccorso dell’umanità lo si spinge a tal punto da ignorare che l’umanità di fatto è, come si esprimono alcuni autori, una “massa perditionis”, una “massa dannata”, giustamente condannata ed abbandonata da Dio al proprio destino per essersi ribellata alla Sua autorità ed alla Sua legge e per voler essere Dio a sé stessa, davvero una “vil razza dannata”, odiata e non amata da Dio. La Scrittura è chiara a questo riguardo, sia nell’Antico come nel Nuovo Testamento: “Quelli che si gloriano, non potranno reggere davanti ai tuoi occhi; tu hai in odio tutti gli operatori d’iniquità” (Salmo 5:5); “’Eterno prova il giusto; ma l’anima sua odia l’empio e colui che ama la violenza” (Salmo 11:5). “Perché l’ira di Dio si rivela dal cielo sopra ogni empietà e ingiustizia degli uomini, che soffocano la verità nell’ingiustizia” (Romani 1:18).

Mi si risponderà: “Ma non è forse vero che Dio ha tanto amato il mondo da dare il Suo unigenito Figlio affinché chiunque crede in Lui non perisca ma abbia vita eterna?”. Sì, ma quel versetto non è tradotto in modo corretto perché parla della misericordia di Dio che da questa umanità giustamente condannata trae fuori un certo numero di persone concedendo loro grazia e salvezza attraverso il ravvedimento e la fede in Gesù Cristo. Sono gente di ogni tempo e paese: essi e solo essi sono “il mondo” che Dio ama in Cristo, così come quel versetto implica. Con esso, infatti Gesù risponde all’ebreo Nicodemo che credeva che Dio salvasse solo gli Israeliti. No, non solo Israeliti, ma anche “il mondo”, vale a dire gente di ogni nazione. Dio li salva non perché siano meritevoli di alcunché (sono infatti peccatori condannabili tanto quanto gli altri), ma perché sceglie sovranamente di concedere loro la grazia rigenerandoli e lasciando gli altri a patire la giusta condanna che meritano. Nulla di meritato, nulla di scontato, nulla di dovuto: Dio viene in Cristo per manifestare la sua misericordia così come manifesta la Sua giustizia nella condanna di tutti gli altri.

Sicuramente questo discorso appare “scandaloso” per gli illusi seguaci dell’umanesimo religioso moderno che si creano la propria conveniente versione di “cristianesimo” ignorando quanto dice Gesù e l’intera Scrittura sulla giusta ira di Dio. Si dipingono, infatti, un Dio “così buono” che salverebbe tutti quanti, mettendosi “al servizio” dell’umanità, mentre, di fatto le Scritture (lo stesso Gesù) dicono ben altro! “Chi crede nel Figlio ha vita eterna, ma chi non ubbidisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio dimora su di lui” (Giovanni 3:36).

Che cosa sono queste pie ed “amorevoli” intenzioni, se non un’altra espressione di chi ragiona anche in questo caso ancora secondo il mondo (decaduto e corrotto) e non “secondo Dio”? Esattamente la stessa mentalità di quei discepoli del nostro testo che ambivano “onore e gloria” accanto a Gesù, dimenticando che la via di Gesù passava verso la sofferenza e la croce (la Sua), ed attraverso la loro conversione (il loro ravvedimento e radicale “cambiamento di mentalità”. Non è quindi un Dio che “si mette al servizio dell’uomo”, ma il Dio (quello vero e vivente) che si compiace di salvare una parte dell’umanità attraverso il ravvedimento e fiduciosa sequela di Cristo.

Chi si ritrova fatto oggetto di una tale grazia riconosce la sua indegnità e come prima era al servizio di sé stesso e dei propri comodi, ora si pone volentieri e con gratitudine al servizio di Dio che lo ha salvato in Cristo. Infatti: “…poiché, come già prestaste le vostre membra a servizio dell’impurità e dell’iniquità per commettere l’iniquità, così prestate ora le vostre membra a servizio della giustizia per la santificazione” (Romani 6:19).

“Non a noi, o SIGNORE, non a noi, ma al tuo nome da’ gloria, per la tua bontà e per la tua fedeltà” (Salmo 115:1).

Le dieci mine – Un giorno, una Parola – Luca 19,11-27

La parabola delle dieci mine

11 Mentre essi ascoltavano queste cose, Gesù aggiunse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi credevano che il regno di Dio stesse per manifestarsi immediatamente. 
12 Disse dunque: «Un uomo nobile se ne andò in un paese lontano per ricevere l’investitura di un regno e poi tornare. 
13 Chiamati a sé dieci suoi servi, diede loro dieci mine e disse loro: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. 
14 Or i suoi concittadini lo odiavano e gli mandarono dietro degli ambasciatori per dire: “Non vogliamo che costui regni su di noi”. 
15 Quando egli fu tornato, dopo aver ricevuto l’investitura del regno, fece venire quei servi ai quali aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ognuno avesse guadagnato mettendolo a frutto. 
16 Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua mina ne ha fruttate altre dieci”. 
17 Il re gli disse: “Va bene, servo buono; poiché sei stato fedele nelle minime cose, abbi potere su dieci città”. 
18 Poi venne il secondo, dicendo: “La tua mina, Signore, ha fruttato cinque mine”. 
19 Egli disse anche a questo: “E tu sii a capo di cinque città”. 
20 Poi ne venne un altro che disse: “Signore, ecco la tua mina che ho tenuta nascosta in un fazzoletto, 
21 perché ho avuto paura di te che sei un uomo duro; tu prendi quello che non hai depositato e mieti quello che non hai seminato”. 
22 Il re gli disse: “Dalle tue parole ti giudicherò, servo malvagio! Tu sapevi che io sono un uomo duro, che prendo quello che non ho depositato e mieto quello che non ho seminato;
23 perché non hai messo il mio denaro in banca, e io, al mio ritorno, lo avrei riscosso con l’interesse?” 
24 Poi disse a coloro che erano presenti: “Toglietegli la mina e datela a colui che ha dieci mine”. 
25 Essi gli dissero: “Signore, egli ha dieci mine!” 
26 Io vi dico che a chiunque ha sarà dato, ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 
27 E questi miei nemici che non volevano che io regnassi su di loro, conduceteli qui e uccideteli in mia presenza”».
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Intanto una curiosità, sulla moneta chiamata “mina”.

Mina (in greco μνᾶ mna, latino mina) è un’antica moneta greca. Era inizialmente un’unità di misura orientale. Esistevano sia la mina babilonese che la mina ebraica. Una mina ebraica era costituita da 50 sicli. Il talento era costituito da 60 mine. Il peso era tra i 500 e gli 800 grammi. Con Ezechiele (“Il siclo sarà di venti ghere; venti sicli più venticinque sicli più quindici sicli formeranno la vostra mina”) la mina diventa di 60 sicli, diventando così uguale a quella babilonese. Introdotta nel sistema greco aveva ad esempio ad Atene una massa di 436,6 grammi. Con una mina di argento venivano coniate 100 dracme. 60 mine costituivano un talento.

E’ prezioso quello che ascoltiamo al versetto 11, perché lega la vicenda di Zaccheo alla parabola che Gesù oggi dice a coloro che “stavano ad ascoltare queste cose… perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro”. Zaccheo che dona ai poveri e ripara quello che ha rubato sperperando il suo patrimonio, ci fa capire che cosa voglia dire la nostra parabola quando l’uomo che ha dato le monete ai servi dice loro: “fatele fruttare fino al mio ritorno”(ver.13). Sembra di cogliere che la manifestazione del regno non sarà immediata, ma dovrà essere del tutto presente tutto quello che tale regno porta ed esige. La moneta d’oro che ognuno riceve è la meraviglia del Vangelo che Gesù nella casa di Zaccheo chiamava “la salvezza” che vi è entrata e che porta Zaccheo alla bellezza della sua conversione e alla radicale novità della sua vita.
La moneta rappresenta dunque il dono di Dio e la responsabilità che ne proviene: “..quanto ciascuno avesse guadagnato” (versetto 15). La resa è molto forte per i primi due servi, e lo possiamo cogliere considerando il testo parallelo di Matteo 25,14-30, dove ogni somma affidata si raddoppia, mentre per Luca la moneta si moltiplica ampiamente, una a dieci e una a cinque. Il terzo servo riconsegna al suo signore la moneta senza frutto, dove si enfatizza la severità del padrone e la paura che gliene è derivata. Nella severità della risposta si parla di un deposito bancario che avrebbe in ogni modo fruttato: che sia forse la grande elargizione-restituzione che Zaccheo faceva spendendo in tal modo tutto il suo patrimonio? Mi affascina l’ipotesi che per “far fruttare” le monete (versetto 13) e per verificare il guadagno che se ne ricava (versetto 15) e quindi il loro frutto (versetti 16 e 18), bisogna spendere tutto!

Ogni cosa al mondo, se spesa, diminuisce, meno una: la potenza del Vangelo e il suo amore fecondo!! L’amore evangelico cresce se e perché è speso e donato.

In contro-luce i versetti 14 e 27 dicono la condanna severa per chi non riconosce nel mite Gesù, che si prepara ad entrare nella Gerusalemme della sua passione, il mistero di Dio che dona se stesso per la salvezza di tutta l’umanità.

Il Padre buono – Il Vangelo del 2 marzo – Luca 15,1-3.11-32

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 15,1-3.11-32.

Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 
I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». 
Allora egli disse loro questa parabola: 
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 
Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. 
Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. 
Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 
Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. 
Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. 
Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 
Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; 
non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. 
Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 
Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. 
Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. 
Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 
perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. 
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 
chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. 
Il servo gli rispose: E’ tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. 
Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. 
Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. 
Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. 
Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 
ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

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Rientriamo in noi stessi fratelli e sorelle, come il figlio minore della parabola, e lasciamoci stringere dalle braccia misericordiose del Padre. Amen.

Zaccheo – Un giorno, una Parola – Luca 19,1-10

Conversione di Zaccheo

1 Gesù, entrato in Gerico, attraversava la città. 
2 Un uomo, di nome Zaccheo, il quale era capo dei pubblicani ed era ricco, 
3 cercava di vedere chi era Gesù, ma non poteva a motivo della folla, perché era piccolo di statura. 
4 Allora, per vederlo, corse avanti e salì sopra un sicomoro, perché egli doveva passare per quella via. 
5 Quando Gesù giunse in quel luogo, alzati gli occhi, gli disse: «Zaccheo, scendi, presto, perché oggi debbo fermarmi a casa tua». 
6 Egli si affrettò a scendere e lo accolse con gioia. 
7 Veduto questo, tutti mormoravano, dicendo: «È andato ad alloggiare in casa di un peccatore!» 
8 Ma Zaccheo si fece avanti e disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; se ho frodato qualcuno di qualcosa gli rendo il quadruplo». 
9 Gesù gli disse: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, poiché anche questo è figlio di Abraamo; 
10 perché il Figlio dell’uomo è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto».
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Il lezionario dei fratelli moravi riporta oggi il brano che dà inizio al capitolo 19 dell’Evangelo secondo Luca. Mi è particolarmente caro, perchè, come non potrebbe essere caro ad uno che si chiama Zacchi, un brano che parla di Zaccheo? Non tanto per l’etimologia, Zacchi e Zaccheo derivano da cose differenti, quanto per il fatto che Zaccheo è spesso stato il mio soprannome, vista anche la mia passione per la Scrittura e per la chiesa.
In ebraico il verbo zakar significa ricordare. Si può dire che, quando Zaccheo si ritrova a tu per tu con il Signore Gesù, si ricorda, fa memoria all’improvviso di chi veramente è lui, di cosa veramente conta, cosa veramente è importante.
Così lascia la sua comoda seggiolina da esattore, lascia quelle che erano le sue certezze fino ad allora, e si arrampica su di un albero, su un sicomoro (chissà se bello come quello nella foto…). Non importa a Zaccheo di essere in bilico, non importa a Zaccheo di avere meno certezze di tipo umano. E quando si sente chiamare da Gesù, lo segue di corsa. Non lo segue solo di fatto, a piedi, per accompagnarlo nella sua casa, ma lo segue nei fatti, ribaltando quello che era stato il suo comportamento fino ad allora: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; se ho frodato qualcuno di qualcosa gli rendo il quadruplo». In realtà Gesù era già entrato, e profondamente in casa sua…. Era entrato nel suo cuore, nella sua anima, nel suo spirito, e lo aveva irrimediabilmente conquistato.
Accresci la nostra fede, Signore Gesù, e donaci il coraggio di Zaccheo, di lasciare le nostre certezze per seguire Te, e Te solo. Amen.

Il mio amico Max, fotografo degli angeli

Il mio amico Max Palmizzi è salito alla destra del Padre. Non ci ha lasciato, perchè chi gli ha voluto bene in vita continuerà a volergliene. Non è mancato, perchè restera vicino a vegliare sulle persone che ama. Riposi nella pace dell’Eterno. Anche se, per come l’ho conosciuto (ci siamo frequentati poco ma ci siamo da subito voluti un gran bene, abbiamo collaborato per un po’ sui siti scout dell’Agesci), metterà a soqquadro il Paradiso, inizierà a fotografare angeli ed arcangel mentre saltano da un cielo all’altro… Ciao Max!

max

1 Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, poiché il primo cielo e la prima terra erano scomparsi, e il mare non c’era più. 

2 E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 
3 Udii una gran voce dal trono, che diceva: «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro, essi saranno suoi popoli1 e Dio stesso sarà con loro {e sarà il loro Dio}. 
4 Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore, perché le cose di prima sono passate». 
5 E colui che siede sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». Poi mi disse: «Scrivi, perché queste parole sono fedeli e veritiere», e aggiunse: 
6 «Ogni cosa è compiuta. Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente della fonte dell’acqua della vita. 
7 Chi vince erediterà queste cose, io gli sarò Dio ed egli mi sarà figlio. 
8 Ma per i codardi, gli increduli, gli abominevoli, gli omicidi, i fornicatori, gli stregoni, gli idolatri e tutti i bugiardi, la loro parte sarà nello stagno ardente di fuoco e di zolfo, che è la morte seconda».

La vigna di Dio – Matteo 21,33-45 commentato da Ireneo

Ireneo di Lione (circa130-circa 208), vescovo, teologo e martire 
Contro le eresie, IV 36, 2-3 ; SC 100 

La vigna di Dio

Plasmando Adamo (Gen 2,7) ed eleggendo i patriarchi, Dio ha piantato la vigna del genere umano. Poi l’ha affidata a dei vignaioli mediante il dono della Legge trasmessa da Mosè. L’ha circondata con una siepe, cioè ha delimitato la terra che avrebbero dovuto coltivare. Ha costruito una torre, ha cioè scelto Gerusalemme; ha scavato un frantoio, cioè ha preparato chi stava per ricevere lo Spirito di profezia. E ha mandato loro dei profeti prima dell’esilio in Babilonia, poi, dopo l’esilio, altri ancora, più numerosi dei primi, per ritirare il raccolto e dire loro… : « Migliorate la vostra condotta e le vostre azioni » (Ger 7,3) ; « Praticate la giustizia e la fedeltà ; esercitate la pietà e la misericordia ciascuno verso il suo prossimo. Non frodate la vedova, l’orfano, il pellegrino, il misero e nessuno nel cuore trami il male contro il proprio fratello » (Zc 7,9-10)… ; « Lavatevi, purificatevi, togliete il male dai vostri cuori… imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso » (Is 1,16-17)…

Vedete con quali predicazioni i profeti esigevano il frutto di giustizia. Poiché però questa gente restava incredula, da ultimo mandò loro il proprio Figlio, nostro Signore Gesù Cristo, che è stato ucciso dai vignaioli malvagi e cacciato fuori dalla vigna. Perciò Dio l’ha affidata – non più delimitata bensì estesa al mondo intero – ad altri vignaioli affinché gli consegnassero i frutti a suo tempo. La torre dell’elezione si erge ovunque nel suo splendore, poiché ovunque risplende la Chiesa ; ovunque pure è scavato il frantoio poiché ovunque sono coloro che ricevono l’unzione dello Spirito di Dio…

Per questo il Signore, per fare di noi buoni operai, diceva ai suoi discepoli : « Siate ben attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita » (Lc 21,34.36) …; « Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese ; siate simili a coloro che aspettano il loro padrone » (Lc 12,35-36).

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