La Tua volontà – Il Vangelo del 30 aprile – Giovanni 14,27-31a

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 14,27-31a.

Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. 
Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. 
Ve l’ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate. 
Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; egli non ha nessun potere su di me, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato. Alzatevi, andiamo via di qui».

Ci dà in dono la pace, non la pace del mondo, cioè la pace della sazietà e della noia, la pace nata dal compromesso, la pace dei morti viventi, ma la pace dell’unione con Dio, nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Una tale pace, nata nel perdono dei peccati e nutrita dall’amore, l’amore di Dio per noi, aumenta in proporzione a ciò che soffriamo per Cristo.

Non la mia, ma la tua volontà Signore. Non la mia ma la tua pace, Signore. Non le mie, ma la Tua Parola, Signore. Amen.

Ti benedico Padre – Il Vangelo del 29 aprile – Matteo 11,25-30

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 11,25-30.

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. 
Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. 
Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. 
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. 
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. 
Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».

Ti benedico, Padre, per la vita che mi hai donato e per la grazia che continuamente mi doni. Ti benedico, Padre, per avermi insegnato a d amare, per le persone che ho avuto ed ho nella mia vita, per quelle con cui ho condiviso e condivido la strada della vita, per la dolcissima Sara a cui ho avuto la gioia di donarla.

Accresci la mia fede, Signore, perchè io riesca con questa a superare le difficoltà quotidiane. 

Amen.

Come io vi ho amati – commento di Agostino

Sant’Agostino (354-430), vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa 
Commento al vangelo di Giovanni, Omelia 65 
« Come io vi ho amato, cosi amatevi anche voi gli uni gli altri »

“Vi do un comandamento nuovo: Che vi amiate a vicenda”… Chi ascolta questo comandamento, o piuttosto gli obbedisce, è rinnovato non da un amore qualsiasi, ma da quell’amore che il Signore ha precisato, per distinguerlo da quello puramente umano, aggiungendo: “come io ho amato voi”… “Le sue membra sono sollecite l’uno dell’altro; se soffre un membro, soffrono insieme le altre membra, se è onorato un membro, si rallegrano le altre membra” (1 Cor 12, 25-26). Esse infatti ascoltano e mettono in pratica l’insegnamento del Signore: “Vi do un comandamento nuovo: Che vi amiate a vicenda”; e non come si amano i corruttori, né come si amano gli uomini in quanto uomini, ma “in quanto dèi” (Gv 10,35)  e figli tutti dell’Altissimo (Lc 6,35) per essere fratelli dell’unico Figlio suo, amandosi a vicenda di quell’amore con cui li ha amati egli stesso, che li vuol condurre a quel fine che li appagherà e dove ci sono i beni che potranno saziare tutti i loro desideri. Allora, ogni desiderio sarà soddisfatto, quando Dio sarà “tutto in tutti” (1Cor 15, 28)…

Chi ama il prossimo di un amore sincero e santo, chi ama in lui se non Dio? Questo amore, che si distingue da ogni espressione di amore mondano, il Signore lo caratterizza aggiungendo: “come io ho amato voi”. Che cosa, infatti, se non Dio, egli ha amato in noi? Non perché già lo possedessimo, ma perché lo potessimo possedere; per condurci, come dicevo prima, là dove “Dio sarà tutto in tutti”. E’ in questo senso che giustamente si dice che il medico ama gli ammalati: ama in essi la salute che vuol ridonare, non la malattia che vuole scacciare. “Come io ho amato voi, così voi amatevi a vicenda”. Per questo dunque ci ha amati, perché anche noi ci amiamo a vicenda.

Come io vi ho amati – Il Vangelo della domenica V di Pasqua – Giovanni 13,31-35

Padre Ermes come sempre coglie nel segno. Amare non è lo specifico del cristiano. Lo specifico del cristiano è amare come Cristo ha amato. Un amore gratuito, di predilezione, senza pretesa. 

V Domenica di Pasqua
Anno C

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri. Sì, ma di quale amore? Parola così abusata, parola che a pronunciarla male brucia le labbra, dicevano i rabbini. Noi confondiamo spesso l’amore con un’emozione o un’elemosina, con un gesto di solidarietà o un momento di condivisione.
Amare sovrasta tutto questo, perché contiene il brivido emozionante della scoperta dell’altro, che ti appare non più come un oggetto ma come un evento, come colui che ti dà il gusto del vivere, che spalanca sogni, che ha la forza dolce delle nascite, che ti fa nascere, con il meglio di te.
Per amare devo guardare una persona con gli occhi di Dio, quando adotto il suo sguardo luminoso divento capace di scoprirne tutta la bellezza e grandezza e unicità. E da questo si sprigiona fervore, meraviglia, incanto del vivere. Io vado dall’altro come ad una fonte, e mi disseta. Allora lo posso amare, e nell’amore l’altro diventa il mio maestro, colui che mi fa camminare per nuovi sentieri. Allo stesso modo anche i due sposi devono amarsi come due maestri, ciascuno maestro dell’altro, ciascuno messo in cammino verso orizzonti più grandi. Lasciarsi abitare dalle ricchezze dell’altro, e la vita diventa immensamente più felice e libera. Allo stesso modo anche il povero che incontro o lo straniero che bussa alla mia porta li posso guardare come fossero i «nostri signori» (san Vincenzo de Paolis), e imparare quindi a dare come faceva Gesù: non come un ricco ma come un povero che riceve, come un mendicante d’amore. E pensare davanti al povero: sono io il povero, fatto ricco di te, dei tuoi occhi accesi, della tua storia, del tuo coraggio. 

Vi do un comandamento nuovo. Non si tratta di una nuova ingiunzione, ma della regola che protegge la vita umana, dove sono riassunti del destino del mondo e la sorte di ognuno: «abbiamo tutti bisogno di molto amore per vivere bene» (Maritain).
Dove sta la novità? Già nell’Antico Testamento era scritto ama Dio con tutto il cuore, ama il prossimo tuo come te stesso. La novità del comando sta nella parola successiva: Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 
Non dice quanto vi ho amato, impossibile per noi la sua misura, ma come Gesù, con il suo stile unico, con la sua eleganza gentile, con i capovolgimenti che ha portato, con la sua creatività: ha fatto cose che nessuno aveva fatto mai. I cristiani non sono quelli che amano (lo fanno in molti sotto tutte le latitudini) ma quelli che amano come Gesù: se io vi ho lavato i piedi così fate anche voi, fatelo a partire dai più stanchi, dai più piccoli, i vostri signori… 
Come Lui, che non solo è amore, ma esclusivamente amore.

(Letture: Atti 14,21-27; Salmo 144; Apocalisse 21,1-5; Giovanni 13, 31-35)

Credo – Il Vangelo del 27 aprile – Giovanni 14,7-14

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 14,7-14.

Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 
Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? 
Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. 
Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse. 
In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre. 
Qualunque cosa chiederete nel nome mio, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. 
Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò.

Una promessa molto impegnativa, quella che Gesù ci fa oggi nel Vangelo. Ma io credo sia vera. E questo fà la vera differenza nella mia vita. Le difficoltà, le incertezze, la paure ci sono anche nella mia vita, perchè sono un peccatore e non posso fino in fondo emendarmene. Ma io so che l’ultima parola è la Sua, e non la mia, purchè lo lasci libero di agire.

Credo, Signore, ma tu aiuta la mia poca fede. Amen.

Via, Verità e Vita – Il Vangelo del 26 aprile – Giovanni 14,1-6

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 14,1-6.

«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 
Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; 
quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. 
E del luogo dove io vado, voi conoscete la via». 
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». 
Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 

San Tommaso d’Aquino (1225-1274), teologo domenicano, dottore della Chiesa 
Esposizione su Giovanni, 14,2 
« Io sono la Via, la Verità e la Vita »

Cristo è al tempo stesso via e meta. Via secondo l’umanità, meta secondo la divinità. Dunque, in quanto uomo dice: «Io sono la Via»; in quanto Dio aggiunge: «La Verità e la Vita». Con queste due parole è indicato molto bene il traguardo di questa via. Il punto d’arrivo di questa via infatti è la fine del desiderio umano… Cristo è la via per arrivare alla conoscenza della verità, anzi è la stessa verità: «Mostrami, Signore, la tua via, perché nella tua verità io cammini» (Sal 86,11). Similmente egli è la via per giungere alla vita, anzi, egli stesso è la vita: «Mi indicherai il sentiero della vita» (Sal 16,11)…

Se dunque cerchi per dove passare, accogli Cristo perché egli è la via: «Questa è la strada, percorretela» (Is 30,21). Dice sant’Agostino: «Cammina attraverso l’uomo e giungerai a Dio». È meglio zoppicare sulla via, che camminare a forte andatura fuori strada. Chi zoppica sulla strada, anche se avanza poco, si avvicina tuttavia al termine. Chi invece cammina fuori strada, quanto più velocemente corre, tanto più si allontana dalla meta.

Se cerchi dove andare, resta unito a Cristo, perché egli è la verità in persona, alla quale desideriamo arrivare: «La mia bocca proclama la verità» (Prv 8,7). Se cerchi dove fermarti, resta unito a Cristo, perché egli è la vita. «Chi trova me, trova la vita» (Prv 8,35).

25 aprile, ricordando il sacrificio di don Giuseppe Morosini

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Nella storia della Resistenza italiana, così ricca di martiri e di eccezionali figure, un ruolo significativo assume un giovane prete vincenziano, don Giuseppe Morosini, animato da una fede profonda, dall’amore per il prossimo, dal desiderio di educare i giovani nel nome di Cristo e da un senso profondo della giustizia e della carità cristiana, che lo condusse in difesa dei valori della libertà contro ogni forma di oppressione e di tirannia e a cogliere immediatamente quale doveva essere il suo dovere di prete e di italiano. Nato un secolo fa a Ferentino in provincia di Frosinone il 19 marzo 1913, venne barbaramente fucilato il 3 aprile 1944 al Forte Bravetta di Roma, in esecuzione a una condanna a morte comminata il 22 febbraio da un tribunale militare tedesco. 

La sua tragedia si consumò nel clima drammatico che Roma visse nei nove mesi dell’occupazione nazista. Entrato giovanissimo nella Congregazione della Missione, don Morosini era stato ordinato sacerdote a Roma, nella basilica di san Giovanni il sabato santo del 1937, all’età di ventiquattro anni. Il giorno di Pasqua, 28 marzo, celebrò la sua prima messa al collegio Leoniano. Dopo l’ingresso in guerra dell’Italia, fu nominato cappellano militare del 4° reggimento d’artiglieria a Laurana in provincia di Fiume. Trasferitosi a Roma nel 1943, si prese cura di centocinquanta bambini abbandonati e senza mezzi di sostentamento, provenienti da zone sinistrate della guerra, e alloggiati nella scuola Pistelli, nel quartiere Delle Vittorie. 

Di fronte al terrore nazista fece con coraggio le sue scelte, dando rifugio a partigiani, ebrei, militari sbandati, perseguitati, cercò di proteggerli e di salvarli, divenne l’assistente spirituale della banda partigiana comandata dal capitano dell’esercito Fulvio Mosconi, che operava a Roma sulle pendici di Monte Mario. Con questi uomini celebrava la Messa, portava loro i conforti religiosi, rifornendoli anche dei necessari beni materiali, quali vestiti, scarpe, prodotti alimentari e altri generi di consumo. La sua collaborazione andò oltre, nascose armi e giunse anche a procurare utili informazioni logistiche e militari, in particolare sulla dislocazione delle truppe tedesche sulla “linea Gustav”. Il suo arresto, il 4 gennaio, si deve alla delazione e all’inganno di un infiltrato, Dante Bruna, che tradì la buona fede di don Giuseppe, per un compenso di 70 mila lire. 

Al suo arresto seguirono una lunga serie di interrogatori, intimidazioni, ricatti morali, torture, per costringerlo a indicare nomi e circostanze relative alle forze partigiane con le quali era in contatto. Non negò gli addebiti riguardanti la sua persona, ma non disse altro. Sandro Pertini, anch’egli detenuto a Regina Coeli, ci ha lasciato un toccante ricordo del giovane prete di Ferentino: «incontrai una mattina don Morosini: usciva da un interrogatorio delle SS, il volto tumefatto, grondava sangue come Cristo dopo la flagellazione. Con le lacrime agli occhi gli espressi la mia solidarietà. Egli si sforzò di sorridermi e le labbra gli sanguinarono. Nei suoi occhi brillava una luce viva. 

La luce della sua fede». La Curia romana, in quei drammatici giorni della detenzione e della condanna di don Morosini, cercò di salvarlo. La Segreteria di Stato vaticana chiese alle autorità tedesche e all’ambasciatore presso la Santa Sede, Weizsacker, un atto di clemenza. Ma la speranza per un esito positivo dell’azione diplomatica del Vaticano venne meno di fronte alla intransigente posizione assunta da Hitler, contrario a qualsiasi atto di clemenza. 

Tuttavia, le pressioni della Santa Sede, evitarono l’inclusione di don Morosini tra coloro che il 23 marzo furono trasferiti alle Fosse Ardeatine per essere trucidati. Vi erano, invece, il suo fraterno amico Marcello Bucchi e il suo compagno di cella Epimenio Liberi. All’alba del 3 aprile lo raggiunse, nella cella 382 del 3° braccio politico di Regina Coeli, monsignor Cosimo Bonaldi, cappellano del carcere. Don Giuseppe comprese il senso di quella visita. Si confessò, celebrò la Messa e rivolgendosi a Bonaldi esclamò: «Che giornata splendida e come mi sento colmo di pace». Lo raggiunse anche monsignor Traglia, vicegerente di Roma, che lo aveva ordinato sacerdote e che volle stargli vicino, accompagnandolo sul camion che doveva condurlo al Forte Bravetta. 

Traglia ci ha lasciato, di questo drammatico momento, un ricordo vivo e intenso: «Le parole della preghiera si sgranavano lentamente per le vie di Roma. Giunti al Forte, mentre si facevano i preparativi per l’esecuzione, don Giuseppe mi si avvicinò. Passeggiammo un po’ sotto una tettoia. Si parlava della bellezza del Cielo, del premio del Signore». Sappiamo, sempre dalla testimonianza di monsignor Traglia, che i componenti del plotone di esecuzione, che erano italiani della Polizia dell’Africa italiana (PAI), non ebbero la forza di colpirlo a morte. Così ha descritto quel tragico momento: «Fu bendato. 

Gli fu letta la sentenza in nome del popolo italiano: ascoltò tranquillamente. L’ufficiale comandò il fuoco, ma fosse la trepidazione, fosse un po’ di timor reverentialis, non lo colpirono mortalmente: cadde in avanti, perse i sensi. Mi avvicinai e gli diedi rapidamente l’estrema unzione prima che l’ufficiale […] gli desse il colpo di grazia; ma anche questo non lo finì; e allora gli fu scaricato addosso un fucile mitragliatore». Ricordare oggi, la figura di don Giuseppe Morosini, significa rendere omaggio a un uomo, un cristiano, un italiano che ha testimoniato la sua coerenza e il suo coraggio. Siamo di fronte a una testimonianza che lascia un segno profondo, che supera i limiti del tempo e dello spazio e che resta monito severo non per una sola generazione. 

La scelta di don Morosini non si alimentò di ideologie o di motivazioni politiche. A spingerlo sulla strada della resistenza fu soprattutto il senso profondo di una cristianità vissuta al di là di qualsiasi interesse umano, che doveva portarlo a sostenere i pacifici, gli oltraggiati e gli oppressi, i perseguitati per amore della giustizia, come ci insegnano le beatitudini del Vangelo di Matteo.

 

Francesco Malgeri

Liberi in Cristo – Il Vangelo del 25 aprile – Marco 16,15-20

Canto al Vangelo (1Cor 1,23-24) 
Alleluia, alleluia.
Noi annunciamo Cristo crocifisso:
potenza di Dio e sapienza di Dio.
Alleluia.

VANGELO (Mc 16,15-20) 
Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. 
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Cristo è Luce

Simeone il Nuovo Teologo (ca 949-1022), monaco greco 
Discorsi teologici, 3

« Io come luce sono venuto nel mondo,
perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre  »

« Dio è luce » (1 Gv 1,5), una luce infinita e incomprensibile. Il Padre è luce, il Figlio è luce, lo Spirito è luce ; i tre sono luce unica, semplice, pura, fuori dal tempo, in un’eterna identità di dignità e di gloria. Ne consegue che quanto viene da Dio è luce e ci viene distribuito come venuto dalla luce : luce la vita, luce l’immortalità, luce la sorgente della vita, luce l’acqua viva, la carità, la pace, la verità, la porta del Regno dei cieli. Luce lo stesso Regno dei cieli ; luce la stanza nuziale, il letto nuziale, il paradiso, le delizie del paradiso, la terra dei miti, le corone della vita, luce gli stessi abiti dei santi. Luce il Cristo Gesù, il salvatore e re dell’universo, luce il pane della sua carne immacolata, luce il calice del suo sangue preziosissimo, luce la sua risurrezione, luce il suo volto ; luce la sua mano, il suo dito, la sua bocca, luce i suoi occhi ; luce il Signore, la sua voce come luce da luce. Luce il Consolatore, la perla, il chicco di senapa, la vigna vera, il lievito, la speranza, la fede : luce !

Credo in Te, Signore – Il Vangelo del 24 aprile – Giovanni 12,44-50

Canto al Vangelo (Gv 8,12) 
Alleluia, alleluia.
Io sono la luce del mondo, dice il Signore:
chi segue me avrà la luce della vita.
Alleluia.

VANGELO (Gv 12,44-50) 
Io sono venuto nel mondo come luce.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù esclamò:
«Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre.
Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo.
Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».

Parola del Signore

Credo in Te, Signore, ed in Te solo. Tu aiuta la mia poca fede. Amen.