La Tua voce – Il Vangelo del 23 aprile – Giovanni 10,22-30

Canto al Vangelo (Gv 10,27) 
Alleluia, alleluia.
Le mie pecore ascoltano la mia voce, dice il Signore,
e io le conosco ed esse mi seguono.
Alleluia.

VANGELO (Gv 10,22-30) 
Io e il Padre siamo una cosa sola.

Dal Vangelo secondo Giovanni

Ricorreva, in quei giorni, a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente».
Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola»

Accresci la mia fede, Signore Gesù. Che io segua la tua voce e soltanto la tua. Amen..

La voce di Cristo, guida verso la vita (Ermes Ronchi)

IV Domenica di Pasqua
Anno C

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Le mie pecore ascoltano la mia voce. È bello il termine che Gesù sceglie: la voce. Prima ancora delle cose dette conta la voce, che è il canto dell’essere. Riconoscere una voce vuol dire intimità, frequentazione, racconta di una persona che già abita dentro di te, desiderata come l’amata del Cantico: la tua voce fammi sentire. Prima delle tue parole, tu.

 
Ascoltano la mia voce e mi seguono. Non dice: mi obbediscono. Seguire è molto di più: significa percorrere la stessa strada di Gesù, uscire dal labirinto del non senso, vivere non come esecutori di ordini, ma come scopritori di strade. Vuol dire: solitudine impossibile, fine dell’immobilismo, camminare per nuovi orizzonti, nuove terre, nuovi pensieri. Chiamati, noi e tutta la Chiesa, ad allenarci alla sorpresa e alla meraviglia per cogliere la voce di Dio, che è già più avanti, più in là.
 
perché ascoltare la sua voce? La risposta di Gesù: perché io do loro la vita eterna. Ascolterò la sua voce perché, come una madre, Lui mi fa vivere, la voce di Dio è pane per me. Così come «la voce degli uomini è pane per Dio» (Elias Canetti).
 
Per una volta almeno, fermiamo tutta la nostra attenzione su quanto Gesù fa per noi. Lo facciamo così poco. I maestri di quaggiù sono lì a ricordarci doveri, obblighi, comandamenti, a richiamarci all’impegno, allo sforzo, all’ubbidienza. Molti cristiani rischiano di scoraggiarsi perché non ce la fanno. Ed io con loro.
 
Allora è bene, è salute dell’anima, respirare la forza che nasce da queste parole di Gesù: io do loro la vita eterna. Vita eterna vuol dire: vita autentica, vita per sempre, vita di Dio, vita a prescindere. Prima che io dica sì, Lui ha già seminato in me germi di pace, semi di luce che iniziano a germinare, a guidare i disorientati nella vita verso il paese della vita.
«Nessuno le strapperà dalla mia mano». La vita eterna è un posto fra le mani di Dio. Siamo passeri che hanno il nido nelle sue mani. E nella sua voce.
Siamo bambini che si aggrappano forte a quella mano che non ci lascerà cadere.
Come innamorati cerchiamo quella mano che scalda la solitudine.
Come crocefissi ripetiamo: nelle tue mani affido la mia vita.
Dalla certezza che il mio nome è scritto sul palmo della sua mano, dice il profeta, con una immagine dolce, come di ragazzi che si scrivono sulla mano le cose importanti, da non dimenticare all’esame; da questa vigorosa certezza, da non svendere mai, che per Dio io sono indimenticabile, che niente e nessuno mai mi potrà separare e strappare via, prende avvio la mia strada nella vita: essere anch’io, per quanti sono affidati al mio amore e alla mia amicizia, cuore da cui non si strappa, mano da cui non si rapisce.
(Letture: Atti 13, 14. 43-52; Salmo 99; Apocalisse 7, 9. 14-17; Giovanni 10, 27-30)

Il Buon Pastore – Il Vangelo della Quarta di Pasqua – Giovanni 10,27-30

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 10,27-30.

Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 
Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. 
Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. 
Io e il Padre siamo una cosa sola». 

Meditazione del giorno: 
San Gregorio Magno (ca 540-604), papa, dottore della Chiesa 
Omelie sul Vangelo, n° 14 
“Io do loro la vita eterna”

Il Signore dice : « Le mie pecore ascoltano la mia voce ed io le conosco ; esse mi seguono ed io do loro la vita eterna ». Un po’ prima aveva detto a loro riguardo: “Se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo” (Gv 10,9). Entrerà venendo alla fede; uscirà passando dalla fede alla visione faccia a faccia, dal credere al contemplare, e troverà un pascolo arrivando al banchetto eterno.

Le pecore del buon pastore trovano dunque un pascolo perché tutti coloro che lo seguono con cuore semplice sono nutriti nel pascolo dei prati eternamente verdi. E qual è il pascolo di quelle pecore, se non le gioie interiori di un paradiso verdeggiante per sempre? Poiché il pascolo degli eletti è il volto di Dio, sempre presente: poiché lo si contempla senza sosta, l’anima si sazia senza fine di un alimento di vita…

Cerchiamo dunque, fratelli carissimi, questo pascolo dove troveremo la nostra gioia nel cuore della festa celebrata in cielo da tanti nostri concittadini. La loro esultanza ci inviti là… Risvegliamo le nostre anime, fratelli! La nostra fede si riscaldi al contatto di ciò che crede, i nostri desideri si infiammino per i beni di lassù. Amare così è già mettersi in cammino. Non permettiamo che alcuna prova ci allontani dalla gioia di questa festa interiore, poiché quando si desidera andare a un luogo prefissato, nessuna difficoltà può distoglierci dal desiderio. Non lasciamoci nemmeno sedurre da conquiste lusinghiere. Sarebbe sciocco il viaggiatore che, vedendo un paesaggio meraviglioso, dimenticasse per strada la meta del suo viaggio.  

Benedite e non maledite!

Sabato 20 aprile 2013 – 1 Pt 3,8-12

8 E infine siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili. 9 Non rendete male per male né ingiuria per ingiuria, ma rispondete augurando il bene. A questo infatti siete stati chiamati da Dio per avere in eredità la sua benedizione.

 

10 Chi infatti vuole amare la vita

e vedere giorni felici

trattenga la lingua dal male

e le labbra da parole d’inganno,

11 eviti il male e faccia il bene,

cerchi la pace e la segua,

12 perché gli occhi del Signore sono sopra i giusti

e le sue orecchie sono attente alle loro preghiere;

ma il volto del Signore è contro coloro che fanno il male.

 

COMMENTO DI GIOVANNI

Siccome al ver.8 manca nel testo originale quel “siate” della versione italiana, mi piace pensare queste parole meno come un “precetto” e più come la descrizione-definizione dei discepoli di Gesù, anche per quell’ “infine”, che esprime la sostanza profonda della vicenda cristiana e la sua più fedele immagine. I cinque attributi meravigliosi dicono la bellezza della vita nuova. La versione italiana li ha voluti anche un po’ descrivere, e noi li accogliamo così. Vivere insieme queste bellezze della vita secondo il Vangelo veramente non è più il peso di norme, ma la celebrazione lieta del dono ricevuto dal Signore. Ed è soprattutto il ver.9 che si presenta come il cuore del nostro brano. Descrive la nostra chiamata da parte di Dio: siamo stati chiamati alla preziosa eredità della “benedizione”. La benedizione è la nostra vocazione. Per questo siamo stati chiamati alla vita nuova, per essere fonte di benedizione, sempre. Per questo siamo chiamati a non rendere “male per male né ingiuria per ingiuria”. Al contrario (questo significa il termine reso in italiano con quel “ma”): al male rispondiamo con il bene. Questa è la forza della benedizione che ci è stata consegnata e affidata: Il male subìto è semplicemente occasione per rispondere benedicendo!

 

I vers.10-12 sono citazione del Salmo 33(34),13-17. Anche questo è un dono prezioso che riceviamo dalla bontà di Dio, ed è anche un avvertimento: se qualche volta facciamo un po’ fatica nella preghiera dei Salmi, non dobbiamo stancarci! Piano, piano, come tutto quello che è troppo prezioso, la bellezza potente dei Salmi fiorisce e progressivamente diventa la parola più vera che possiamo ricevere dal Signore e a Lui restituire.

Dio ti benedica. E tu benedicimi. Tuo. Giovanni.

Parole di vita eterna – Il Vangelo del 20 aprile – Giovanni 6,60-69

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 6,60-69.

Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?». 
Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: «Questo vi scandalizza? 
E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? 
E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita. 
Ma vi sono alcuni tra voi che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. 
E continuò: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre mio». 
Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. 
Disse allora Gesù ai Dodici: «Forse anche voi volete andarvene?». 
Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; 
noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». 

Accresci la nostra  fede nelle tua Parola, Signore Gesù. Amen.

Meditazione del giorno: 
Concilio Vaticano II 
Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione (Dei Verbum), § 24-26 

« Tu hai parole di vita eterna »

Le Sacre Scritture contengono la parola di Dio e, perché ispirate, sono veramente parola di Dio, sia dunque lo studio delle sacre pagine come l’anima della sacra teologia. Anche il ministero della parola, cioè la predicazione pastorale, la catechesi e ogni tipo di istruzione cristiana… trova in questa stessa parola della Scrittura un sano nutrimento e un santo vigore

Il santo Concilio esorta con ardore e insistenza tutti i fedeli… ad apprendere « la sublime scienza di Gesù Cristo » (Fil 3,8) con la frequente lettura delle divine Scritture. « L’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo » (San Girolamo). Si accostino essi volentieri al sacro testo, sia per mezzo della sacra liturgia, che è impregnata di parole divine, sia mediante la pia lettura, sia per mezzo delle iniziative adatte a tale scopo e di altri sussidi, che con l’approvazione e a cura dei pastori della Chiesa, lodevolmente oggi si diffondono ovunque. Si ricordino però che la lettura della sacra Scrittura dev’essere accompagnata dalla preghiera, affinché si stabilisca il dialogo tra Dio e l’uomo; poiché «quando preghiamo, parliamo con lui; lui ascoltiamo, quando leggiamo gli oracoli divini » (Sant’Ambrogio)… 

In tal modo dunque, con la lettura e lo studio dei sacri Libri « la parola di Dio compia la sua corsa e sia glorificata» (2 Ts 3,1), e il tesoro della rivelazione, affidato alla Chiesa, riempia sempre più il cuore degli uomini. Come dall’assidua frequenza del mistero eucaristico si accresce la vita della Chiesa, così è lecito sperare nuovo impulso alla vita spirituale dall’accresciuta venerazione per la parola di Dio, che «permane in eterno» (Is 40,8; cfr. 1 Pt 1,23-25).

Lo Spirito e il denaro

(meditazione di Silvano Fausti, S.J.)

Atti 8,9-25

9Vi era da tempo in città un tale di nome Simone, che praticava la magia e faceva strabiliare gli abitanti della Samaria, spacciandosi per un grande personaggio. 10A lui prestavano attenzione tutti, piccoli e grandi, e dicevano: “Costui è la potenza di Dio, quella che è chiamata Grande”.11Gli prestavano attenzione, perché per molto tempo li aveva stupiti con le sue magie. 12Ma quando cominciarono a credere a Filippo, che annunciava il vangelo del regno di Dio e del nome di Gesù Cristo, uomini e donne si facevano battezzare. 13Anche lo stesso Simone credette e, dopo che fu battezzato, stava sempre attaccato a Filippo. Rimaneva stupito nel vedere i segni e i grandi prodigi che avvenivano.
14Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samaria aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. 15Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; 16non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. 17Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.
18Simone, vedendo che lo Spirito veniva dato con l’imposizione delle mani degli apostoli, offrì loro del denaro19dicendo: “Date anche a me questo potere perché, a chiunque io imponga le mani, egli riceva lo Spirito Santo”. 20Ma Pietro gli rispose: “Possa andare in rovina, tu e il tuo denaro, perché hai pensato di comprare con i soldi il dono di Dio!21Non hai nulla da spartire né da guadagnare in questa cosa, perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio.22Convèrtiti dunque da questa tua iniquità e prega il Signore che ti sia perdonata l’intenzione del tuo cuore. 23Ti vedo infatti pieno di fiele amaro e preso nei lacci dell’iniquità”. 24Rispose allora Simone: “Pregate voi per me il Signore, perché non mi accada nulla di ciò che avete detto”. 25Essi poi, dopo aver testimoniato e annunciato la parola del Signore, ritornavano a Gerusalemme ed evangelizzavano molti villaggi dei Samaritani.

 

È la prima missione fuori dalla Giudea. Un villaggio di Samaritani accoglie la Parola e riceve il battesimo. Simon Mago, da poco convertito, è estasiato dai prodigi del diacono Filippo. Pieno di ammirazione, non si stacca da lui. Altro che le sue magie!  Ma il vero prodigio è il fuoco che Gesù è venuto a portare sulla terra (Lc 12,48), fuoco di un amore che sa dare la vita per chi lo uccide (Lc 23,34; At 7,60). Lo Spirito di Dio, libero e sovrano, spira come e dove vuole. Addirittura su chi ancora non è battezzato (cfr At 10,44-48). Pietro e Giovanni sono inviati a pregare perché i neoconvertiti ricevano lo Spirito. La presenza dei due apostoli vuol evidenziare che lo Spirito è unico e unificante. Effuso a Gerusalemme, si diffonde nel mondo intero, accogliendo ogni diversità e creando comunione nella Chiesa e tra le Chiese. 

Quando gli apostoli comunicano lo Spirito, Simon Mago va addirittura in visibilio. È disposto a dare a Pietro il suo denaro per avere anche lui il potere di trasmetterlo. La religione si sposa spesso con la magia. Essa pretende di avere Dio a propria disposizione. Simone vuol comprarla con denaro contante; le persone pie a suon di opere buone. È una bestemmia. È come se Dio non fosse tutto e solo amore. La sua potenza è l’impotenza di chi ama e si fa piccolo per mettersi nelle mani di tutti. La magia invece – come molta religiosità – ha a che fare con il denaro e vuol mettere le mani su tutto e su tutti, Dio compreso. 
L’episodio di Simone chiamato Mago – ha lo stesso nome di Simone chiamato Pietro! – fa da specchio al pericolo costante della Chiesa: confiscare Dio, maneggiandolo a piacimento, sino a farne il «Gott mit uns» («Dio con noi»)! Dio è ridotto a proiezione e garanzia dei nostri deliri di potenza. Anche Gesù, all’inizio del suo ministero, smaschera in sé le tre tentazioni in cui cadde Israele (Es 16,2-9: la manna; Es 32: il vitello d’oro; Es 17,1-7: l’incredulità). Le combatte e le vince, dal Giordano alla croce (Lc 4,1-13; 23,35-39). In queste tre tentazioni cadiamo di continuo anche noi. Le prime due sono quelle della ricchezza e del potere. Il possesso di cose e persone diventa l’idolo, al quale sacrifichiamo la vita nostra e altrui. La terza tentazione, quella peggiore, appare con Simon Mago: il danaro serve per possedere Dio stesso.

Lo Spirito di amore, vita del Padre e del Figlio, è dono. L’amore o è gratuito o non è! Comprare Dio, con denaro o buone opere, è peccato che va direttamente contro la sua essenza: è trattarlo da prostituta. Prima radice di peccato per la Chiesa di Gerusalemme fu l’ipocrisia religiosa e la fiducia nel denaro (At 5,1ss), cose sempre molto attuali. Ma non si può mentire allo Spirito, servendo Dio e Mammona (Lc 16,13). Dio dà tutto e tutto vivifica, il denaro prende tutto e tutto mangia. L’unico «Banco dello Spirito Santo» è la croce di Gesù. 

Qui in Samaria affiora l’apice del male: il tentativo di possedere Dio stesso. È istintivo di ogni religione assumere l’atteggiamento del fariseo al tempio, che vanta avere crediti con Dio a titolo delle sue buone opere (Lc 18,9ss). Luca scrive per Teofilo (Lc 1,1; At 1,1) perché la sua fede non si perverta. È facile diventare come il fratello maggiore, che non accetta né il minore né il Padre (Lc 15,1ss). Oppure come Pietro, che pensa di essere lui ad amare e dar la vita per Gesù. Dalla croce capirà il mistero: il Signore lo ama gratuitamente e dà la vita per lui, peccatore e rinnegatore. L’amore non può essere comprato o meritato: sarebbe «meretricio». Può solo essere ricevuto gratuitamente e gratuitamente corrisposto. Unica condizione per ricevere il dono è la povertà di Maria, che ci fa cantare il Magnificat.

Credo nella Presenza Reale del Cristo

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(da Aleteia.org)

1. L’Eucaristia non è un pasto simbolico ma è il corpo e il sangue di Cristo. L’Eucaristia è Cristo stesso. Il suo corpo, il suo sangue, la sua anima e la sua divinità si ritrovano pienamente nel pane e nel vino consacrati. Quando il sacerdote invoca lo Spirito Santo e ripete le parole di Gesù nell’Ultima Cena, “Questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi”, e fa lo stesso con il calice, in quel preciso momento il pane diventa il corpo di Cristo e il vino il suo sangue, ma senza modificare l’aspetto, il colore, l’odore e il sapore del pane e del vino.

La sostanza del pane diventa la sostanza del corpo di Cristo, quella del vino quella del sangue di Cristo, ma cambia solo la sostanza (la realtà più profonda), non l’apparenza: l’Eucaristia continua a mostrare le caratteristiche del pane e del vino, e non quelle del corpo umano. Per questo, ancora una volta la presenza di Dio è velata e non si conosce attraverso i sensi, ma solo mediante la fede, come sottolinea il Catechismo della Chiesa Cattolica citando San Tommaso d’Aquino.

Negli ultimi duemila anni, dall’Ultima Cena di Gesù con i discepoli prima della sua morte e risurrezione, questa presenza discreta ma potente ha ispirato grandi opere d’arte e ha stupito milioni di persone. La sua scoperta è espressa con queste parole dal ministro protestante statunitense Scott Hahn, convertitosi poi al cattolicesimo: “Mentre guardavo il sacerdote alzare l’ostia candida, ho sentito levarsi dal mio cuore una preghiera come un sussurro: ‘Signore mio e Dio mio. Sei davvero tu!’”.

Gesù Cristo vivo e glorioso è oggi presente in questo mondo in diversi modi: nella sua Parola, nella preghiera della sua Chiesa – “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20) -, nei poveri, nei malati, nei carcerati, nei sacramenti, nella Messa, nel sacerdote. Ma soprattutto, sostanzialmente, è presente negli attributi fisici del pane e del vino consacrati.
La presenza di Cristo è reale, non apparente. Gesù stesso lo ha detto e la Chiesa cattolica lo ha ribadito, consapevole dell’importanza fondamentale di questa controversa verità di fede.

2. Che Dio sia presente in un pezzo di pane e gli uomini se ne cibino risulta scandaloso, e quando Gesù lo ha annunciato molti lo hanno abbandonato. Nel corso della storia del cristianesimo, il fatto di mettere in dubbio la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia ha suscitato numerose eresie e divisioni, ma nonostante tutto Gesù e la Chiesa cattolica hanno mantenuto questo elemento come centrale. “La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda”, afferma Gesù nel capitolo 6 del Vangelo di San Giovanni; Cristo è presente nell’Eucaristia “in modo vero, reale, sostanziale”, ha dichiarato il Concilio di Trento nel XVI secolo, respingendo l’idea che il sacramento sia solo un simbolo o un segno di un corpo assente.

Milioni di persone adorano il corpo di Gesù presente sugli altari, nei tabernacoli e nei sacrari come “vero” (verum corpus) con splendidi inni di grandi poeti e compositori, per distinguerlo da un corpo puramente “simbolico” e anche dal corpo “mistico”, che è la Chiesa. Attraverso la sua presenza reale, unica e misteriosa sotto l’apparenza del pane, Gesù mantiene in modo supremo la sua promessa di stare sempre con noi, promessa con cui termina il Vangelo di San Matteo.

3. Nel pane consacrato, Cristo si dona alla persona umana come alimento che trasforma l’esistenza e anticipa la vita in Dio e con Dio.Come il chicco di grano cade al suolo e muore affinché dopo cresca una nuova spiga con cui si farà il pane, così Gesù si dona totalmente affinché la nuova vita, eterna, giunga ad ogni persona. Lo ha fatto a Gerusalemme intorno all’anno 30 della nostra era e lo rinnova in ogni consacrazione del pane. È un dono totale d’amore, un sacrificio per inaugurare il passaggio dalla morte alla vita.

Grazie a questo, l’Eucaristia, per dirla con le parole del papa emerito Benedetto XVI, è “il permanente grande incontro dell’uomo con Dio, in cui il Signore dà se stesso come ‘carne’ affinché noi – in Lui e nella partecipazione al suo cammino – possiamo diventare ‘spirito’: come Egli, attraverso la croce, si è trasformato in un nuovo genere di corporeità e di umanità, che si compenetra con la natura di Dio, così questo mangiare deve essere anche per noi un’apertura dell’esistenza, un passaggio attraverso la croce e un’anticipazione della nuova esistenza della vita in Dio e con Dio”.

Salvati dalle loro cadute quotidiane e uniti in comunione, quanti si cibano dell’unico “pane di vita” sono eternamente il Corpo stesso di Cristo. In questo modo, la presenza reale di Cristo nell’Eucaristia anticipa la presenza divina definitiva, di cui godranno dopo la morte fisica passando al Padre.

Io in Te e Tu in me – Il Vangelo 19 aprile – Giovanni 6,52-59

Canto al Vangelo (Gv 6,56) 
Alleluia, alleluia.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue
rimane in me e io in lui, dice il Signore.
Alleluia.

VANGELO (Gv 6,52-59) 
La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.

Così sia Signore. Che io sia in Te e Tu in me. 

Io sono il pane vivo – Il Vangelo del 18 aprile – Giovanni 6,44-51

Canto al Vangelo (Gv 6,51) 
Alleluia, alleluia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo, dice il Signore.
Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.
Alleluia.

VANGELO (Gv 6,44-51) 
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, disse Gesù alla folla:
«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.
Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia.
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Fa che la mia, la nostra vita, Signore, si nutra soltanto di te. Amen.

Stranieri e pellegrini

L’amico Giovanni commenta un brano della lettera di Pietro. Il commento mi è piaciuto parecchio e mi permetto di riproporlo a chi legge questo blog.

Mercoledì 17 aprile 2013 – 1 Pt 2,11-17

11 Carissimi, io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dai cattivi desideri della carne, che fanno guerra all’anima. 12 Tenete una condotta esemplare fra i pagani perché, mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere diano gloria a Dio nel giorno della sua visita. 13 Vivete sottomessi ad ogni umana autorità per amore del Signore: sia al re come sovrano, 14 sia ai governatori come inviati da lui per punire i malfattori e premiare quelli che fanno il bene. 15 Perché questa è la volontà di Dio: che, operando il bene, voi chiudiate la bocca all’ignoranza degli stolti, 16 come uomini liberi, servendovi della libertà non come di un velo per coprire la malizia, ma come servi di Dio. 17 Onorate tutti, amate i vostri fratelli, temete Dio, onorate il re.

 COMMENTO DI GIOVANNI

I due attributi che al ver.11 qualificano i discepoli di Gesù – “stranieri e pellegrini” – sono di grande rilievo nella Parola del Signore che oggi celebriamo nella nostra preghiera perché, diversamente da come possono far pensare ad atteggiamenti e collocazioni di separatezza e di evasione, si rivelano come il criterio supremo della presenza del credente nel mondo e della sua azione in esso. E codificano il legame profondo tra la vita interiore della persona e la sua presenza alle vicende della società in cui vive. Il discepolo di Gesù, proprio perché straniero e pellegrino in questo mondo, al mondo porta il segno e il respiro di una vita nuova e del tutto alternativa alle sapienze della mondanità.

Per questo il ver.11 chiede che la condizione di “stranieri e pellegrini” tenga i  credenti lontani “dai cattivi desideri della carne, che fanno guerra all’anima”. I desideri della carne sono complessivamente tutte le note della natura umana tese e dominate dall’istinto di un “io” fragile e insieme ambizioso, povero e avido insieme, impaurito dal suo destino di morte e indotto quindi a coprirlo con ogni istinto di voluttà. In tal modo i credenti, anche se esposti alla calunnia del mondo per la loro “diversità”, sono per questo stesso mondo occasione per vedere le loro “buone opere” e per arrivare a dare “gloria a Dio nel giorno della sua visita”, cioè alla fine dei tempi. Dunque quella dei cristiani si presenta come un’ “estraneità” preziosamente esemplare per i loro stessi calunniatori.

Per cogliere il senso profondo delle indicazioni date ai vers.13-17 bisogna far riferimento a Gesù stesso, e in particolare agli eventi della sua passione e della sua morte. Lì si può cogliere in profondità il volto e il significato della sottomissione “ad ogni umana autorità per amore del Signore”(ver.13). All’opposto da essere atteggiamenti di servilismo e di competizione di potere, queste sono le vie in cui “operando il bene, voi chiudiate la bocca all’ignoranza degli stolti”(ver.15). Il ver.16 ci regala allora il supremo statuto della vera libertà: uomini liberi come servi di Dio! La libertà non come “un velo per coprire la malizia”, ma come testimonianza del mistero del Figlio di Dio.

Bellissima anche la conclusione del ver.17. I caposaldi del comportamento cristiano: il “timore di Dio” come consapevolezza di vivere davanti a Lui e con Lui; “l’amore” come la vita nuova che fiorisce nel vincolo profondo della fraternità cristiana; e “l’onore” come rispetto dovuto a tutti e quindi anche a chi è investito di autorità.

Dio ti benedica. E tu benedicimi. Tuo. Giovanni.