Condivisione, il vero nome della ricchezza

(l’omelia di Papa Francesco ieri nella liturgia del Corpus Domini, che in Italia si celebra domenica)

Dal Vangelo secondo Luca (9,11-17)

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». 
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. 
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. 
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. 
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Parola del Signore

Cari fratelli e sorelle, 

nel Vangelo che abbiamo ascoltato, c’è un’espressione di Gesù che mi colpisce sempre: «Voi stessi date loro da mangiare» (Lc 9,13). Partendo da questa frase, mi lascio guidare da tre parole: sequela, comunione, condivisione. 

1. Anzitutto: chi sono coloro a cui dare da mangiare? La risposta la troviamo all’inizio del brano evangelico: è la folla, la moltitudine. Gesù sta in mezzo alla gente, l’accoglie, le parla, la cura, le mostra la misericordia di Dio; in mezzo ad essa sceglie i Dodici Apostoli per stare con Lui e immergersi come Lui nelle situazioni concrete del mondo. E la gente lo segue, lo ascolta, perché Gesù parla e agisce in modo nuovo, con l’autorità di chi è autentico e coerente, di chi parla e agisce con verità, di chi dona la speranza che viene da Dio, di chi è rivelazione del Volto di un Dio che è amore. E la gente, con gioia, benedice Dio. Questa sera noi siamo la folla del Vangelo, anche noi cerchiamo di seguire Gesù per ascoltarlo, per entrare in comunione con Lui nell’Eucaristia, per accompagnarlo e perché ci accompagni. Chiediamoci: come seguo io Gesù? Gesù parla in silenzio nel Mistero dell’Eucaristia e ogni volta ci ricorda che seguirlo vuol dire uscire da noi stessi e fare della nostra vita non un nostro possesso, ma un dono a Lui e agli altri. 

2. Facciamo un passo avanti: da dove nasce l’invito che Gesù fa ai discepoli di sfamare essi stessi la moltitudine? Nasce da due elementi: anzitutto dalla folla che, seguendo Gesù, si trova all’aperto, lontano dai luoghi abitati, mentre si fa sera, e poi dalla preoccupazione dei discepoli che chiedono a Gesù di congedare la folla perché vada nei paesi vicini a trovare cibo e alloggio (cfr Lc 9,12). Di fronte alla necessità della folla, ecco la soluzione dei discepoli: ognuno pensi a se stesso; congedare la folla! Quante volte noi cristiani abbiamo questa tentazione! Non ci facciamo carico delle necessità degli altri, congedandoli con un pietoso: “Che Dio ti aiuti”. Ma la soluzione di Gesù va in un’altra direzione, una direzione che sorprende i discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma come è possibile che siamo noi a dare da mangiare ad una moltitudine? «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». Ma Gesù non si scoraggia: chiede ai discepoli di far sedere la gente in comunità di cinquanta persone, alza gli occhi al cielo, recita la benedizione, spezza i pani e li dà ai discepoli perché li distribuiscano. È un momento di profonda comunione: la folla dissetata dalla parola del Signore, è ora nutrita dal suo pane di vita. E tutti ne furono saziati, annota l’Evangelista.
Questa sera, anche noi siamo attorno alla mensa del Signore, alla mensa del Sacrificio eucaristico, in cui Egli ci dona ancora una volta il suo corpo, rende presente l’unico sacrificio della Croce. E’ nell’ascoltare la sua Parola, nel nutrirci del suo Corpo e del suo Sangue, che Egli ci fa passare dall’essere moltitudine all’essere comunità, dall’anonimato alla comunione. L’Eucaristia è il Sacramento della comunione, che ci fa uscire dall’individualismo per vivere insieme la sequela, la fede in Lui. Allora dovremmo chiederci tutti davanti al Signore: come vivo io l’Eucaristia? La vivo in modo anonimo o come momento di vera comunione con il Signore, ma anche con tanti fratelli e sorelle che condividono questa stessa mensa? Come sono le nostre celebrazioni eucaristiche? 

3. Un ultimo elemento: da dove nasce la moltiplicazione dei pani? La risposta sta nell’invito di Gesù ai discepoli «Voi stessi date…», “dare”, condividere. Che cosa condividono i discepoli? Quel poco che hanno: cinque pani e due pesci. Ma sono proprio quei pani e quei pesci che nelle mani del Signore sfamano tutta la folla. E sono proprio i discepoli smarriti di fronte all’incapacità dei loro mezzi, alla povertà di quello che possono mettere a disposizione, a far accomodare la gente e a distribuire – fidandosi della parola di Gesù – i pani e pesci che sfamano la folla. E questo ci dice che nella Chiesa, ma anche nella società, una parola chiave di cui non dobbiamo avere paura è “solidarietà”, saper mettere, cioè, a disposizione di Dio quello che abbiamo, le nostre umili capacità, perché solo nella condivisione, nel dono, la nostra vita sarà feconda, porterà frutto. Solidarietà: una parola malvista dallo spirito mondano!

Questa sera, ancora una volta, il Signore distribuisce per noi il pane che è il suo Corpo, si fa dono. E anche noi sperimentiamo la “solidarietà di Dio” con l’uomo, una solidarietà che mai si esaurisce, una solidarietà che non finisce di stupirci: Dio si fa vicino a noi, nel sacrificio della Croce si abbassa entrando nel buio della morte per darci la sua vita, che vince il male, l’egoismo, la morte. Gesù anche questa sera si dona a noi nell’Eucaristia, condivide il nostro stesso cammino, anzi si fa cibo, il vero cibo che sostiene la nostra vita anche nei momenti in cui la strada si fa dura, gli ostacoli rallentano i nostri passi. E nell’Eucaristia il Signore ci fa percorrere la sua strada, quella del servizio, della condivisione, del dono, e quel poco che abbiamo, quel poco che siamo, se condiviso, diventa ricchezza, perché la potenza di Dio, che è quella dell’amore, scende nella nostra povertà per trasformarla.

Chiediamoci allora questa sera, adorando il Cristo presente realmente nell’Eucaristia: mi lascio trasformare da Lui? Lascio che il Signore che si dona a me, mi guidi a uscire sempre di più dal mio piccolo recinto per uscire e non aver paura di donare, di condividere, di amare Lui e gli altri? 

Sequela, comunione, condivisione. Preghiamo perché la partecipazione all’Eucaristia ci provochi sempre: a seguire il Signore ogni giorno, ad essere strumenti di comunione, a condividere con Lui e con il nostro prossimo quello che siamo. Allora la nostra esistenza sarà veramente feconda. Amen.

L’anima mia magnifica il Signore

Oggi si celebra la Festa della Visitazione. Per la meditazione del mattino riporto il testo di Beda il Venerabile, un commento al Magnificat, ripreso dall’Ufficio delle Letture di oggi.

«L’anima mia magnifica il Signore ed il mio spirito esulta in Dio mio Salvatore» (Lc 1, 46). Con queste parole Maria per prima cosa proclama i doni speciali a lei concessi, poi enumera i benefici universali con i quali Dio non cessò di provvedere al genere umano per l’eternità.
    Magnifica il Signore l’anima di colui che volge a lode e gloria del Signore tutto ciò che passa nel suo mondo interiore, di colui che, osservando i precetti di Dio, dimostra di pensare sempre alla potenza della sua maestà.
    Esulta in Dio suo salvatore, lo spirito di colui che solo si diletta nel ricordo del suo creatore dal quale spera la salvezza eterna.
    Queste parole, che stanno bene sulle labbra di tutte le anime perfette, erano adatte soprattutto alla beata Madre di Dio. Per un privilegio unico essa ardeva d’amore spirituale per colui della cui concezione corporale ella si rallegrava. A buon diritto ella poté esultare più di tutti gli altri santi di gioia straordinaria in Gesù suo salvatore. Sapeva infatti che l’autore eterno della salvezza, sarebbe nato dalla sua carne, con una nascita temporale e in quanto unica e medesima persona, sarebbe stato nello stesso tempo suo figlio e suo Signore.
    «Cose grandi ha fatto a me l’onnipotente e santo è il suo nome».
    Niente dunque viene dai suoi meriti, dal momento che ella riferisce tutta la sua grandezza al dono di lui, il quale essendo essenzialmente potente e grande, è solito rendere forti e grandi i suoi fedeli da piccoli e deboli quali sono. Bene poi aggiunse: «E Santo è il suo nome», per avvertire gli ascoltatori, anzi per insegnare a tutti coloro ai quali sarebbero arrivate le sue parole ad aver fiducia nel suo nome e a invocarlo. Così essi pure avrebbero potuto godere della santità eterna e della vera salvezza, secondo il detto profetico: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (Gl 3, 5).
    Infatti è questo stesso il nome di cui sopra si dice: «Ed esultò il mio spirito in Dio, mio salvatore».
    Perciò nella santa Chiesa è invalsa la consuetudine bellissima ed utilissima di cantare l’inno di Maria ogni giorno nella salmodia vespertina. Così la memoria abituale dell’incarnazione del Signore accende di amore i fedeli, e la meditazione frequente degli esempi di sua Madre, li conferma saldamente nella virtù. Ed è parso bene che ciò avvenisse di sera, perché la nostra mente stanca e distratta in tante cose, con il sopraggiungere del tempo del riposo si concentrasse tutta in se medesima. 

Per essere ricchi occorre donare e donarsi!

(Ermes Ronchi commenta la Liturgia della Parola del Corpus Domini)
 
Santissimo corpo e sangue di Cristo – Anno C

In quel tempo (…) i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini (…).
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste. 

Mandali via, è sera ormai e siamo in un luogo deserto. Gli apostoli hanno a cuore la gente, ma solo in parte, è come se dicessero: lascia che ognuno si risolva i suoi problemi da solo. Gesù non li ascolta, lui non ha mai mandato via nessuno, vuole fare di quel deserto, di ogni nostro deserto, una casa dove si condividono pane e sogni.
Per i discepoli Gesù aveva finito il suo lavoro: aveva predicato, aveva nutrito la loro anima, era sufficiente. Per Gesù no. Lui non riusciva ad amare l’anima e a non amare i corpi: «parlava alle folle del Regno di Dio e guariva quanti avevano bisogno di cure». In tutta la Bibbia l’uomo non «ha» un corpo, «è» un’anima-corpo senza separazioni. 

 
Il Vangelo trabocca di miracoli compiuti sui corpi di uomini, donne, bambini. I corpi guariti diventano come il laboratorio del Regno, il collaudo di un mondo nuovo, risanato, liberato, respirante. Diventato casa: «fateli sedere in gruppi», metteteli in relazione tra loro, che facciano casa. Il miracolo della condivisione dei pani e dei pesci – il Vangelo non parla di moltiplicazione – inizia con una richiesta illogica di Gesù ai suoi: Date loro voi stessi da mangiare. Ma gli apostoli non sono in grado, hanno soltanto cinque pani, un pane ogni mille persone. La sorpresa di quella sera è che poco pane condiviso con gli altri è sufficiente, che la fine della fame non sta nel mangiare a sazietà, da solo, il tuo pane, ma nello spartire con gli altri il poco che hai, il bicchiere d’acqua fresca, olio e vino sulle ferite, un po’ di tempo e un po’ di cuore. Noi siamo ricchi solo di ciò che abbiamo donato alla fame d’altri.
 
Gesù avanza questa pretesa irragionevole e profetica (voi date da mangiare) per dire a noi, alla Chiesa tutta di seguire la voce della profezia, non quella della ragione; di imparare a ragionare con il cuore, il cuore sognatore di chi condivide anche ciò che non ha
Dona, allora, anche il tempo che non hai. Non conta la quantità ma l’intensità. E vedrai che il tempo e il cuore donati si moltiplicheranno. Vedrai che torneranno a te ore più liete, giorni più sereni, battiti danzanti del cuore.
 
Tutti mangiarono a sazietà. Quel «tutti» è importante. Sono bambini, donne, uomini. Sono santi e peccatori, sinceri o bugiardi, donne di Samaria con cinque mariti e altrettanti divorzi, nessuno escluso.
Così Dio immagina la sua Chiesa: capace di insegnare, guarire, saziare, accogliere senza escludere nessuno, capace come gli apostoli di accettare la sfida di mettere in comune tutto quello che ha. Capace di operare miracoli, che non consistono nella moltiplicazione di beni materiali, ma nella prodigiosa e creativa moltiplicazione del cuore.
(Letture: Genesi 14, 18-20; Salmo 109; 1 Corinzi 11, 23-26; Luca 9, 11b-17)

Eucaristia fa rima con allegria…

(e non solo… di seguito il riassunto di una bella predicazione sul tema di Papa Francesco quando era arcivescovo di Buenos Aires).

 

In una omelia del 25 giugno 2011 per la solennità del Corpus Domini, Jorge Mario Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires, offriva una riflessione suggestiva sul mistero dell’Eucaristia e della sua centralità nella vita della Chiesa.

La riflessione partiva da sant’Agostino, dall’antifona agostiniana ripresa nell’Ufficio delle letture per la festività del Corpus Domini: «Mangino il vincolo che li mantiene uniti, per non disgregarsi; bevano il prezzo della loro Redenzione, per non sminuirsi» (Sermone 228 B). Il futuro Papa Francesco definiva quest’antifona agostiniana molto hermosa e di aiuto per meditare sul gesto del Signore che invita a nutrirci del suo Corpo e del suo Sangue. E tutta la sua omelia, avendo come riferimento il Sermo 228 di Agostino, s’incentrava sull’Eucaristia come fonte di unità e anche come sorgente della nostra vera autostima. «Fissate quello che dice Agostino: il Corpo di Cristo è il vincolo che ci mantiene uniti, il Sangue di Cristo, il prezzo che pagò per salvarci, è il segno del nostro valore. 

E allora mangiamo il Pane della Vita che ci mantiene uniti come fratelli, come Chiesa, come popolo fedele di Dio. Beviamo il Sangue con il quale il Signore ci mostrò quanto ci vuole bene, ci desidera. E così manteniamoci in comunione con Gesù Cristo, affinché non ci disgreghiamo, non sminuiamo il nostro valore, non ci disprezziamo». In quest’omelia, il cardinal Bergoglio riprendeva anche un aspetto messo in rilievo da Benedetto XVI nel suo libro su Gesù. Il Papa allora regnante aveva sottolineato che negli Atti degli apostoli, per indicare lo stare a tavola di Gesù Risorto coi suoi discepoli, l’evangelista Luca aveva usato l’espressione synalizomenos, «mangiando con loro il sale». Nell’Antico Testamento – spiegava Ratzinger – unirsi a mangiare in comunione pane e sale, o a volte solo sale, serviva per suggellare solide alleanze (Nm 18, 19). «Il sale – sottolineava Bergoglio – è garanzia di durata. Questo mangiare il sale di Gesù Risorto è segno della Vita incorruttibile che egli ci porta. 

Questo sale della Vita, sale che è pane consacrato condiviso nell’Eucaristia è segno dell’allegria della Resurrezione. Come cristiani condividiamo il sale della vita del Risorto, e questo sale impedisce che noi ci corrompiamo, ci disgreghiamo e ci disprezziamo». «Allora, come dice Agostino, mangiamo il Pane della vita: è nostro vincolo di unione. Beviamo il Sangue di Cristo che è nostro prezzo per non considerarci da poco. Che bella maniera di sentire e di gustare l’Eucarestia!». 

È per questa via che l’Eucaristia può diventare, secondo Bergoglio, anche sorgente di una salutare stima di se stessi. Essa libera il cuore degli uomini dalle insidie uguali e contrarie dell’auto-demolizione e dell’auto-esaltazione, perché «il Sangue di Cristo, quello che versò per noi, ci fa vedere quanto valiamo.

A volte noi – continuava l’arcivescovo di Buenos Aires, riferendosi ai suoi concittadini porteños – ci valutiamo male. Prima ci crediamo i migliori del mondo e poi passiamo a disprezzarci, e così andiamo da un estremo all’altro. Il Sangue di Cristo ci dà la vera stima di noi stessi, la stima di sé nella fede: valiamo molto agli occhi di Gesù Cristo. Non perché siamo di più o di meno degli altri, ma perché siamo stati e siamo molto amati». Insieme al dono di una stima di sé emancipata da ogni ripiegamento sul proprio io congestionato, il nutrirsi del Corpo e del Sangue di Cristo fa fiorire anche il miracolo di una unità tra gli uomini tanto attesa quanto irraggiungibile con le sole forze umane. 

«La presenza di Gesù – aggiungeva Bergoglio nella sua omelia per il Corpus Domini del 2011 – sempre contagia di allegria. L’allegria del Vangelo, l’allegria del perdono, l’allegria della giustizia, l’allegria di essere commensali del Risorto! Quando lasciamo che lo Spirito ci riunisca insieme nella mensa dell’altare, la sua gioia scende nel profondo del nostro cuore e i frutti dell’unità e della stima tra i fratelli germogliano, scaturiscono spontaneamente in mille forme creative».

L’omelia termina infine con la preghiera a Maria «che non guardi alla piaga delle dispersioni e del disprezzo», che per Bergoglio «sono frutti agri di cuori tristi», e «che ricordi a Gesù le volte che “non teniamo vino”, perché l’ allegria di Cana inondi i cuori della nostra città, facendoci sentire quanto preziosi siamo agli occhi di Dio».

Rialzami, rialzaci…

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 10,46-52.

E giunsero a Gerico. E mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. 
Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». 
Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». 
Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». 
Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 
Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!». 
E Gesù gli disse: «Và, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.

Rialzami, Signore Gesù… Fa che l’ascolto della tua Parola, prima mi metta in crisi, ma poi mi faccia decidere sempre più decisamente per il tuo unico sentiero, il sentiero antico della fede dei miei padri, perchè Tu solo, Signore, sei via, verità e vita. Solo nel tuo Nome, Signore, c’è salvezza. Rialzami, tieni sempre desta la mia fede, tieni sempre aperti i miei occhi.

Ti amo, Signore Gesù, Signore della vita.

Avanti, avanti, avanti…

Dal Vangelo secondo Marco (10,32-45)

In quel tempo, mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti ai discepoli ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti. 
Presi di nuovo in disparte i Dodici, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà».
Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». 
Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Parola del Signore

COMMENTO DI PAPA FRANCESCO

Il trionfalismo ferma la Chiesa: è la tentazione del cristianesimo senza Croce, la Chiesa sia invece umile. E’ quanto ha affermato il Papa stamani nella Messa a “Santa Marta”. Erano presenti alcuni dipendenti del Governatorato.

Il Vangelo del giorno ci racconta di Gesù che, salendo con i discepoli verso Gerusalemme, annuncia la sua passione, morte e risurrezione. E’ il cammino della fede. I discepoli – spiega il Papa nell’omelia – pensano ad un altro progetto, pensano di fare solo metà del cammino, che è meglio fermarsi” e “discutevano fra loro come sistemare la Chiesa, come sistemare la salvezza”. Così, Giovanni e Giacomo gli chiedono di sedere, nella sua gloria, uno alla sua destra e uno alla sua sinistra, suscitando una discussione tra gli altri su chi fosse il più importante nella Chiesa. “La tentazione dei discepoli – sottolinea il Papa – è la stessa di Gesù nel deserto, quando il diavolo era andato per proporgli un altro cammino”: “Fa tutto in celerità, fa un miracolo, qualcosa che tutti ti vedono. Andiamo al tempio e fai il paracadutista senza l’apparecchio, così tutti vedranno il miracolo e la redenzione è fatta”. E’ la stessa tentazione di Pietro, quando in un primo momento non accetta la passione di Gesù. “E’ la tentazione di un cristianesimo senza croce, un cristianesimo a metà cammino”. C’è poi un’altra tentazione, “un cristianesimo con la Croce, senza Gesù” di cui – ha affermato – parlerà un’altra volta. Ma “la tentazione del cristianesimo senza Croce”, di essere “cristiani a metà cammino, una Chiesa a metà cammino” – che non vuole arrivare dove il Padre vuole, “è la tentazione del trionfalismo. Noi vogliamo il trionfo adesso, senza andare alla Croce, un trionfo mondano, un trionfo ragionevole”:

“Il trionfalismo nella Chiesa, ferma la Chiesa. Il trionfalismo nei cristiani, ferma i cristiani. E’ una Chiesa trionfalista, è una Chiesa a metà cammino, una Chiesa che è felice così, ben sistemata – ben sistemata! – con tutti gli uffici, tutto a posto, tutto bello, eh? Efficiente. Ma una Chiesa che rinnega i martiri, perché non sa che i martiri sono necessari alla Chiesa per il cammino di Croce. Una Chiesa che soltanto pensa ai trionfi, ai successi, che non sa quella regola di Gesù: la regola del trionfo tramite il fallimento, il fallimento umano, il fallimento della Croce. E questa è una tentazione che tutti noi abbiamo”. 

Il Papa, poi, rievoca un momento particolare della sua vita:

“Io ricordo una volta, ero in un momento buio della mia vita spirituale e chiedevo una grazia dal Signore. Poi sono andato a predicare gli esercizi alle suore e l’ultimo giorno si confessano. E’ venuta a confessarsi una suora anziana, più di 80 anni, ma con gli occhi chiari, proprio luminosi: era una donna di Dio. Poi alla fine l’ho vista tanto donna di Dio che le ho detto: ‘Ma suora, come penitenza preghi per me, perché ho bisogno di una grazia, eh? Se lei la chiede al Signore, me la darà sicuro’. Lei si è fermata un attimo, come se pregasse, e mi ha detto questo: ‘Sicuro che il Signore le darà la grazia ma, non si sbagli: al suo modo divino’. Questo mi ha fatto tanto bene. Sentire che il Signore sempre ci dà quello che chiediamo, ma al suo modo divino. E il modo divino è questo fino alla fine. Il modo divino coinvolge la Croce, non per masochismo: no, no! Per amore. Per amore fino alla fine”. 

Questa la preghiera conclusiva del Papa:

“Chiediamo al Signore la grazia di non essere una Chiesa a metà cammino, una Chiesa trionfalista, dei grandi successi, ma di essere una Chiesa umile, che cammina con decisione, come Gesù. Avanti, avanti, avanti. Cuore aperto alla volontà del Padre, come Gesù. Chiediamo questa grazia”.

Preghiera di adorazione il 2 giugno

Personalmente aderisco, credo che andrò dalle suore paoline vicino casa, ed invito ad aderire.

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Il 2 giugno le diocesi di tutto il mondo in adorazione con il Papa
 
 
Per un’ora, il 2 giugno prossimo, il mondo cattolico si collegherà con Roma e con papa Francesco per una “adorazione Eucaristica” planetaria. Un evento unico nella storia della Chiesa che, ora della Città Eterna, si svolgerà dalle 17 alle 18 e troverà luogo fisico di unità nella Basilica di San Pietro dove il Pontefice si raccoglierà in una preghiera silenziosa con lo sguardo sul mondo.

“Abbiamo scelto come espressione per dare significato a questo evento: ‘Un solo Signore, una sola fede’, – ha spigato in una conferenza stampa in Vaticano monsignor Rino Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione – per testimoniare il senso di profonda unità che caratterizza questo momento. Sarà un evento che per la prima volta si realizza nella storia della Chiesa e abbiamo motivo di definirlo ‘storico’”.

Infatti, ha spiegato il vescovo, “le cattedrali del mondo per un’ora saranno sincronizzate sull’ora di Roma e saranno in comunione con il Papa nell’Adorazione Eucaristica”. Fino ad oggi sono giunte “adesioni massicce” si fa sapere dal Vaticano anche se in alcuni paesi come la Cina e la Siria non si sa ancora se il collegamento ci potrà essere.

Comunque, ad aderire, sono già state intere conferenze episcopali, parrocchie, congregazioni religiose, specialmente i monasteri di clausura, e le associazioni. “Difficile dare il numero esatto, – ha poi spiegato monsignor Fisichella – ma sono certamente migliaia e migliaia le adesioni”. Questo mentre a oggi la presenza di pellegrini a Roma per celebrare l’Anno della Fede voluto da papa Ratzinger hanno raggiunto il ragguardevole numero di circa 4 milioni e 300 mila pellegrini.

Il 2 giugno ogni parte del pianeta, dalle Isole Cook, Samoa e Honolulu a Reykiavik in Islanda, dal Sudafrica, al Vietnam fino all’Oceania, saranno collegate in questa invisibile rete che potrà contare anche su alcune intenzioni di preghiera volute dal Papa stesso. Una sarà rivolta alla Chiesa nel mondo perché possa sempre essere “apportatrice di misericordia e provocare un rinnovato impegno nell’amore” e per “quanti nelle diverse parti del mondo vivono la sofferenza di nuove schiavitù e sono vittime delle guerre, della tratta delle persone, del narcotraffico e del lavoro ‘schiavo’, per i bambini e le donne che subiscono ogni forma di violenza”. Ma papa Francesco non ha mancato di pregare anche “per tutti coloro, inoltre, che si trovano nella precarietà economica, soprattutto i disoccupati, gli anziani, gli immigrati, i senzatetto, i carcerati e quanti sperimentano l’emarginazione”.

Letto, condiviso, sottoscritto

L’articolo del Professor D’Agostino sull’Avvenire di oggi.

Il bombardamento mediatico-politico a favore delle nozze gay
 
Ma noi non la beviamo
 
 
Il riconoscimento del matrimonio tra omosessuali, ivi compreso – perché no? – il diritto di adottare figli va considerato un traguardo, forse non immediato, ma finale! Verso il quale devono tendere tutti quei cattolici che riescono a non confondere fede e cultura e che non vogliono lasciarsi travolgere da un’ispirazione conservatrice! Basta con le discriminazioni! È ora di superare gli steccati! È ora di dare cittadinanza agli omosessuali, a partire da quei diritti che oggi si vedono negati! Bisogna approvare al più presto la legge sull’omofobia, ratificare la Convenzione di Istanbul, introdurre definitivamente nella normativa vigente e nell’ordinario lessico giuridico il concetto di “genere” (l’idea cioè che la sessualità abbia un rilievo non come dato naturale, ma come costruzione sociale). 

Potrei continuare a lungo in questo florilegio di affermazioni, che unisce politici di diverse sponde e alle quali oggettivamente dà man forte la presidente della Camera, che su di un quotidiano ha riproposto tesi già note, rispondendo con un calore un po’ sopra le righe alla lettera di un giovane omosessuale che arriva a descrivere la tragedia dell’ostracismo cui sarebbero soggetti gli omosessuali evocando perfino l’idea del suicidio (ma per fortuna Nichi Vendola ha subito interpretato la «metafora del suicidio» come un «escamotage letterario» tenendosi saggiamente lontano da inutili patetismi).

Tutto qui? No, assolutamente no. A Cannes ottiene la Palma d’oro un film apertamente schierato a favore dei diritti degli omosessuali. Nulla di particolarmente nuovo, se non forse nella durata (una ventina di minuti buoni) di una scena, assolutamente centrale nel film, di amore saffico tra Emma e Adèle, le due protagoniste. Più però che questa scena in quanto tale, è una battuta del film che ne riassume il vero senso: è quando Emma, dopo aver avuto piena esperienza con Adèle di una totale possessione carnale, le dichiara : «Adesso siamo una famiglia». È una proposta di matrimonio? O la presa d’atto di un matrimonio “naturale”? La famiglia, comunque, resta al centro di tutto, ci vuol far capire il regista Kechiche: è il valore dei valori. Resta da valutare cosa davvero egli riesca a capire di cosa sia “famiglia” e di cosa non lo sia.

Come reagire a questo bombardamento mediatico, talmente ben orchestrato da indurre molti che la pensano diversamente alla resa, se non altro per stanchezza? Piero Gobetti, in anni lontani, invitava chi ne era capace ad entrare senza timidezze nella società degli “apoti”, cioè di quelli che non la bevono, di quelli che nonostante tutto “non la bevono”. 

E noi non dobbiamo berla, per quanto continuamente bersagliati da messaggi di tutti i tipi, politici e partitici, patetici e severi, espliciti e impliciti, artistici e cronachistici, materialistici e spirituali: messaggi che vogliono convincerci che i vincoli familiari non hanno alcun bisogno di fondarsi sul matrimonio eterosessuale e che è ora di riconoscere coniugi i gay che volessero sposarsi. Basterebbero gli “affetti” per creare coniugalità e famiglia. Non è vero. Il diritto – su queste colonne quante volte lo si è ripetuto – rispetta gli affetti, ma non dà loro giustamente alcun rilievo e, quando lo fa, crea disastri. 

Gli affetti sono personali, mentre i vincoli giuridici, soprattutto quelli coniugali, sono istituzionali. Solo il matrimonio, incontro di persone eguali nella dignità, ma differenti nell’identità sessuale, apre ad un futuro generativo: solo l’eterosessualità, sia a livello empirico, che a livello simbolico, crea futuro, è cioè in grado di tenere collegate le generazioni che si succedono nel tempo. Il diritto non è interessato a relazioni, pur bellissime (come può di certo essere anche l’amicizia omosessuale), che però vivono necessariamente solo nel presente e che non hanno carattere fondativo: quando giunge a legalizzarle e ad aprirle all’adozione – come sta avvenendo in alcuni Paesi del mondo – deforma se stesso e la sua funzione, che non è quella di garantire la felicità ai cittadini, ma di tutelare la specificità delle relazioni interpersonali. 

E le relazioni personali tra i gay non hanno bisogno di tutela coniugale, ma eventualmente solo di tutela patrimoniale (come anche altre forme non sessuate di convivenza), quando si creino situazioni di tale fragilità per uno dei conviventi, da richiedere un intervento pubblico. 

Ecco perché il dibattito sull’introduzione di un nuovo reato, quello di omofobia, si sta rivelando molto ambiguo. Se si intende omofobia in senso stretto è più che giusto punirla severamente: ogni violenza, fisica e ideologica, motivata da odio pregiudiziale per chi sia sessualmente “diverso” è socialmente intollerabile e va annoverata tra i delitti contro la persona. Guai però a dilatare il concetto di omofobia, come da tante parti si cerca di fare, in chiave ideologica, fino a farvi rientrare le opinioni di chi nega che la sessualità sia una costruzione sociale (e non accetta quindi la teoria del gender) o quelle di chi combatte la legalizzazione del matrimonio gay. 

Anche in questo caso dobbiamo iscriverci alla gobettiana società degli apoti: nessuno sarà mai in grado di farcela bere e di convincerci che il miglior modo di difendere gli omosessuali sia quello di limitare la libertà di pensiero e di critica.

 

Francesco D’Agostino

Cento volte tanto…

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 10,28-31.

Pietro allora gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». 
Gesù gli rispose: «In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, 
che non riceva gia al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna. 
E molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi».

La grazia del Signore ci salva. Ciò che operiamo nel bene lo facciamo in virtù di essa. Ciò che operiamo nel male lo facciamo ignorandola, chiudendoci alla grazia ed allo Spirito per la nostra condizione di peccatori. Tale che, spesso, almeno io, mi sento ultimo. Ma la grazia mi ricorda che gli ultimi saranno primi e chi si crede primo ultimo. Lo Spirito mi rammento che Dio ha scelto che nel mondo è ignobile e disprezzato, ciò che è stolto per il mondo, per manifestare la sua bellezza, la sua sapienza e donarci la salvezza.

Credo, Signore, aiuta la mia poca fede.

bibbia-dottrina

Aveva molti beni…

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 10,17-27.

Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?». 
Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 
Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre». 
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». 
Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». 
Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni. 
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!». 
I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: «Figlioli, com’è difficile entrare nel regno di Dio! 
E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». 
Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: «E chi mai si può salvare?». 
Ma Gesù, guardandoli, disse: «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio».

Nella parabola di oggi, con ogni probabilità, si tratta di beni in denaro e possedimenti. Il giovane ricco, come lo chiamiamo noi, lo era in questo senso. Ma non solo questi sono i ‘beni’ da cui guardarsi. Spesso sono il proprio orgoglio, le proprie indiscutibili certezze, che la Parola del Signore Gesù, che il Vangelo mettono inevitabilmente in crisi. “Forse credevi che io fossi come te?” “Fai questo, piuttosto e vivrai”… “Maria ha scelto la parte migliore…” “Rimetti la spada nel fodero”.

Non c’è nulla da fare. Se si vuole essere cristiani davvero, bisogna essere pronti a non avere certezze umane, a ‘cambiare paradigma’ secondo quanto ci insegna la Parola. L’alternativa è quella del giovane ricco, andarsene via tristi, e rimanere tristi e insoddisfatti per tutta la vita. Guardatevi intorno, e guardiamoci allo specchio, quante ne vedete di persone così?

bibbia-dottrina