Eucaristia fa rima con allegria…

(e non solo… di seguito il riassunto di una bella predicazione sul tema di Papa Francesco quando era arcivescovo di Buenos Aires).

 

In una omelia del 25 giugno 2011 per la solennità del Corpus Domini, Jorge Mario Bergoglio, allora arcivescovo di Buenos Aires, offriva una riflessione suggestiva sul mistero dell’Eucaristia e della sua centralità nella vita della Chiesa.

La riflessione partiva da sant’Agostino, dall’antifona agostiniana ripresa nell’Ufficio delle letture per la festività del Corpus Domini: «Mangino il vincolo che li mantiene uniti, per non disgregarsi; bevano il prezzo della loro Redenzione, per non sminuirsi» (Sermone 228 B). Il futuro Papa Francesco definiva quest’antifona agostiniana molto hermosa e di aiuto per meditare sul gesto del Signore che invita a nutrirci del suo Corpo e del suo Sangue. E tutta la sua omelia, avendo come riferimento il Sermo 228 di Agostino, s’incentrava sull’Eucaristia come fonte di unità e anche come sorgente della nostra vera autostima. «Fissate quello che dice Agostino: il Corpo di Cristo è il vincolo che ci mantiene uniti, il Sangue di Cristo, il prezzo che pagò per salvarci, è il segno del nostro valore. 

E allora mangiamo il Pane della Vita che ci mantiene uniti come fratelli, come Chiesa, come popolo fedele di Dio. Beviamo il Sangue con il quale il Signore ci mostrò quanto ci vuole bene, ci desidera. E così manteniamoci in comunione con Gesù Cristo, affinché non ci disgreghiamo, non sminuiamo il nostro valore, non ci disprezziamo». In quest’omelia, il cardinal Bergoglio riprendeva anche un aspetto messo in rilievo da Benedetto XVI nel suo libro su Gesù. Il Papa allora regnante aveva sottolineato che negli Atti degli apostoli, per indicare lo stare a tavola di Gesù Risorto coi suoi discepoli, l’evangelista Luca aveva usato l’espressione synalizomenos, «mangiando con loro il sale». Nell’Antico Testamento – spiegava Ratzinger – unirsi a mangiare in comunione pane e sale, o a volte solo sale, serviva per suggellare solide alleanze (Nm 18, 19). «Il sale – sottolineava Bergoglio – è garanzia di durata. Questo mangiare il sale di Gesù Risorto è segno della Vita incorruttibile che egli ci porta. 

Questo sale della Vita, sale che è pane consacrato condiviso nell’Eucaristia è segno dell’allegria della Resurrezione. Come cristiani condividiamo il sale della vita del Risorto, e questo sale impedisce che noi ci corrompiamo, ci disgreghiamo e ci disprezziamo». «Allora, come dice Agostino, mangiamo il Pane della vita: è nostro vincolo di unione. Beviamo il Sangue di Cristo che è nostro prezzo per non considerarci da poco. Che bella maniera di sentire e di gustare l’Eucarestia!». 

È per questa via che l’Eucaristia può diventare, secondo Bergoglio, anche sorgente di una salutare stima di se stessi. Essa libera il cuore degli uomini dalle insidie uguali e contrarie dell’auto-demolizione e dell’auto-esaltazione, perché «il Sangue di Cristo, quello che versò per noi, ci fa vedere quanto valiamo.

A volte noi – continuava l’arcivescovo di Buenos Aires, riferendosi ai suoi concittadini porteños – ci valutiamo male. Prima ci crediamo i migliori del mondo e poi passiamo a disprezzarci, e così andiamo da un estremo all’altro. Il Sangue di Cristo ci dà la vera stima di noi stessi, la stima di sé nella fede: valiamo molto agli occhi di Gesù Cristo. Non perché siamo di più o di meno degli altri, ma perché siamo stati e siamo molto amati». Insieme al dono di una stima di sé emancipata da ogni ripiegamento sul proprio io congestionato, il nutrirsi del Corpo e del Sangue di Cristo fa fiorire anche il miracolo di una unità tra gli uomini tanto attesa quanto irraggiungibile con le sole forze umane. 

«La presenza di Gesù – aggiungeva Bergoglio nella sua omelia per il Corpus Domini del 2011 – sempre contagia di allegria. L’allegria del Vangelo, l’allegria del perdono, l’allegria della giustizia, l’allegria di essere commensali del Risorto! Quando lasciamo che lo Spirito ci riunisca insieme nella mensa dell’altare, la sua gioia scende nel profondo del nostro cuore e i frutti dell’unità e della stima tra i fratelli germogliano, scaturiscono spontaneamente in mille forme creative».

L’omelia termina infine con la preghiera a Maria «che non guardi alla piaga delle dispersioni e del disprezzo», che per Bergoglio «sono frutti agri di cuori tristi», e «che ricordi a Gesù le volte che “non teniamo vino”, perché l’ allegria di Cana inondi i cuori della nostra città, facendoci sentire quanto preziosi siamo agli occhi di Dio».