Trinità, circolazione d’amore

(il commento di Padre Ermes Ronchi al Vangelo di domani, solennità della SS. Trinità)
Ciò che è del Padre è anche nostro
 
Santissima Trinità
Anno C

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

La Trinità si delinea in filigrana, nel Vangelo di oggi, non come fosse un dogma astratto ma come un accadimento di vita, una azione che ci coinvolge.
Lo Spirito mi glorificherà: prenderà del mio e ve lo annuncerà. La gloria per Gesù, ciò di cui si vanta, la pienezza della sua missione consiste in questo: che tutto ciò che è suo sia anche nostro.
Dio gode nel mettere in comune. Ciò per cui Cristo è venuto: trasmettere se stesso e far nascere in noi tutti un Cristo iniziale e incompiuto, un germe divino incamminato.
Tutto quello che il Padre possiede è mio. Il segreto della Trinità è una circolazione di doni dentro cui è preso e compreso anche l’uomo; non un circuito chiuso, ma un flusso aperto che riversa amore, verità, intelligenza fuori di sé, oltre sé. Una casa aperta a tutti gli amici di Gesù.
La gloria di Gesù diventa la nostra: noi siamo glorificati, cioè diamo gioia a Dio e ne ricaviamo per noi godimento e pienezza, quando facciamo circolare le cose belle, buone e vere, le idee, le ricchezze, i sorrisi, l’amore, la creatività, la pace…
Nel dogma della Trinità c’è un sogno per l’umanità. Se Dio è Dio solo in questa comunione di doni, allora anche l’uomo sarà uomo solo nella comunione.
E questo contrasta con i modelli del mondo, dove ci sono tante vene strozzate che ostruiscono la circolazione della vita, e vene troppo gonfie dove la vita ristagna e provoca necrosi ai tessuti. Ci sono capitali accumulati che sottraggono vita ad altre vite; intelligenze cui non è permesso di fiorire e portare il loro contributo all’evoluzione dell’umanità; linee tracciate sulle carte geografiche che sono come lacci emostatici, e sia di qua che di là, per motivi diversi, si soffre…
Tutto circola nell’universo: pianeti e astri e sangue e fiumi e vento e uccelli migratori… È l’economia della vita, che si ammala se si ferma, che si spegne se non si dona. Come nel racconto della ospitalità di Abramo, alla querce di Mambre: arriva uno sconosciuto all’accampamento e Abramo con dolce insistenza lo forza a fermarsi e a mettersi a tavola. All’inizio è uno solo, poi senza spiegazione apparente, i personaggi sono tre.
E noi vorremmo capire se è Dio o se sono solo dei viandanti. Vorremmo distinguere ciò che non va distinto. Perché quando accogli un viandante, tu accogli un angelo, l’ha detto Gesù: ero straniero e mi avete accolto.
L’ospitalità di Abramo al Dio Viandante, Uno e Tre, ha un premio: la fecondità di Sara che sarà madre. Forse qui c’è lo scintillio di un rimedio per la nostra epoca che sta appassendo come il grembo di Sara: riprendiamo anche noi il senso dell’accoglienza e ci sarà vita nella tenda, vita nella casa.

(Letture: Proverbi 8, 22-31; Salmo 8; Romani 5, 1-5; Giovanni 16, 12-15)

Piccoli come Maria

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 10,13-16.

Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. 
Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. 
In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso».
E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva.

Nel Vangelo, a quest’uomo così grande per i doni di Dio, Gesù ripete più volte l’invito a diventare “come un bambino”: è la condizione per entrare nel regno del Padre. E per diventare “bambini” abbiamo una via: essere figli di Maria, che è stata piccola ed è stata contenta di esserlo: “il mio spirito esulta in Dio, perché ha guardato l’umiltà della sua serva”. È difficile essere contenti dei propri limiti! Il segreto è essere umili e magnanimi, per questo Maria ha potuto parlare per sé di grandezza e di umiltà.

Maria è stata adulta nella fede, ha usato, come dice il Siracide, il discernimento per ragionare: all’Angelo annunciante ha fatto domande essenziali per risposte precise. Ed è stata piccola, docile e fiduciosa nell’abbandonarsi a Dio. Leggiamo ancora nel Siracide:
“Loderanno il suo santo nome per narrare la grandezza delle sue opere”. E Maria nella visita ad Elisabetta ha cantato le lodi del Signore: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome”.
Ringraziamo il Signore di averci dato in Maria un modello e una madre che ci aiuta a capire la necessità della piccolezza evangelica e a crescere in essa per ricevere le grazie divine.

Ricordo di Madre Alessandra

(tornata al Padre il 27 gennaio 2005)

Una donna rallegrata da Dio 

Madre Alessandra Macajone (1931-2005) monaca agostiniana, è stata preside della Federazione dei monasteri agostiniani d’ltalia (1971-1989) e poi Abbadessa dell’eremo agostiniano di Lecceto (1989- 2005).

Insieme col p.Trapè, già padre Generale degli Agostiniani, portò con entusiasmo il rinnovamento conciliare nella vita religiosa agostiniana, riscoprendo la freschezza del carisma di Agostino, fatto di contemplazione, comunione, accoglienza, amicizia, apertura all’altro.
Madre Alessandra fu formatrice di generazioni di consacrati e di sacerdoti; sempre in movimento per portare il Vangelo col carisma agostiniano fino agli “estremi confini della terra”…il cuore dell’uomo. 

Ella fu anche la Madre della rinascita dello stupendo eremo agostiniano di Lecceto che costituisce ormai da anni, un’oasi di pace e di accoglienza, conosciuto anche per le famose pubblicazioni ideate da sr.Maria Rosa Guerrini. Fu proprio Madre Alessandra, prima come Preside della Federazione dei Monasteri d’ltalia e poi come Abbadessa di Lecceto, che ne ha seguito e indirizzato con amore e intelligenza spirituale l’evolvere dell’esperienza. Solo chi è stato a Lecceto può comprendere la bellezza e la grandezza della vita contemplativa, portando con sé l’amore ricevuto dall’accoglienza evangelica della comunità e dalla contemplazione del Dio Amore. 

La luce emanata da Madre Alessandra non è tramontata. Rimangono i suoi preziosi scritti, le sue preghiere, le sue foto con il suo sereno sorriso, le testimonianze di chi l’ha conosciuta, apprezzandola come anima dalla trasparente profondità, nella sua donazione totale a Dio nella preghiera e nell’amore verso i fratelli, in un’esistenza ”contemplativa” vissuta con gioia. La sua semplicità disarmante, la sua attenzione a valorizzare il bello nell’umanità delle persone, la sua costante ricerca delle beatitudini, il suo “genio femminile”, il fuoco della sua vocazione contemplativa, il suo motto “credi, spera e prega”, ne fanno una donna santa: per tutti un esempio da imitare. Davvero una di quelle grandi vocazioni che impetriamo ogni giorno con la preghiera al Padrone della messe.
Presso il Monastero di Lecceto sono tante le pubblicazioni che raccolgono le innumerevoli testimonianze su Madre Alessandra e la storia della sua vita; una delle prime ha come titolo: “Una donna rallegrata da Dio”, edita dalla Comunità delle monache. Da essa traiamo il saluto che segue e che la Comunità ha rivolto alla Madre il giorno dei funerali. Segue una delle tantissime preghiere della Madre.

P. Pasquale Albisinni, RCJ

Lecceto 29 gennaio 2005

Carissimi Fratelli e Sorelle,
la Madre un giovedì mattina, il 27 gennaio, “non si è svegliata “… Semplicemente“non s’è svegliata” alle cose di questa terra, perché stava entrando nel Regno dell’Amore Eterno, stava nascendo a una nuova vita, stava cominciando a vedere il volto del Padre. “Non si è svegliata” perché si è addormentata nell’amore, come“bimbo svezzato in braccio a sua madre”, come lei desiderava, lo spirito dell’infanzia spirituale che portava nel cuore e nella vita di ogni giorno. 
“Non sì è svegliata” per ricordare a tutti noi, affaticati e oppressi, la lezione agostiniana del cuore umano che trova pace e riposo solo nella quiete del lasciarsi amare da Dio.
Siamo state colte tutte all’improvviso, niente faceva pensare a questo. Da due giorni era tornata dall’ospedale: niente di grave, gli esami erano tutti buoni e si cercava di cambiare solo una terapia. Anche questa volta era tutto superato ed insieme, anche il giorno prima, abbiamo lavorato, pregato, riso e scherzato, come sempre… Il mattino del giorno dopo il Signore l’ha chiamata a sé. Nel suo studio, sul tavolo insieme a tanti libri  che leggeva e consultava sempre, ce n’era uno piccolo, un po’ antico, povero rispetto ai suoi fratelli più solenni: “Uniformità alla Volontà di Dio” di Alfonso M. De’ Liguori. In una delle ultime pagine  “…Si narra che andando un giorno un cavaliere a caccia in una selva, udì un uomo che dolcemente cantava; s’inoltra, e trova un povero lebbroso mezzo fracido; gli domanda s’egli era che cantava. ‘Sì, rispose, io sono, signore, quello che cantava’. ‘E come mai puoi cantare, e star contento con tanti dolori, che ti van togliendo la vita?’. Rispose il lebbroso: ‘tra Dio, Signor mio, e me non c’è altra cosa di mezzo, che questo muro di fango, c’è questo mio corpo; tolto via questo impedimento, andrò a godere il mio Dio.
E vedendo io, che ogni giorno mi si va disfacendo a pezzi, mi rallegro e canto’ “:

Così, Madre nostra, hai cantato quella mattina  nell’aldilà di Dio. Faccia a faccia con l’Amato, consumata nel traghettare uomini e donne sulla sponda di Dio: la vita quaggiù l’hai passata così. Ti ricordiamo con questo tuo sorriso tutto accoglienza, benevolenza e gioia, che ci spinge ad “amare ad oltranza” come ci ripetevi sempre.
È la tua ultima consegna! 

Le tue figlie di Lecceto

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Signore Gesù,
l’Eucaristia è un bagno nella tua Persona:
miracolo, potenza di grazia,
grazia di trasformazione, di purificazione
che solo Tu, Altissimo,
potevi operare e concepire
e solo per creature fatte a Tua immagine e somiglianza.
Nell’Eucaristia, quando Tu, Cristo Gesù,
entri dentro di me,
avviene per Tua sola misericordia
il miracolo della mia trasparenza.
Gesù dolcissimo,
entra in me e comunicami tutto di Te:
nella tua purezza infinita:
il mio essere ne è penetrato e trasformato in Te:
Tu sei il Luminoso,
io il trasparente,
per Te e per tutti, tutti, tutti i fratelli!
E’ l’Eucaristia il momento in cui si può realizzare in pieno
la mia volontà, il mio bisogno di trasparenza,
di purezza e di semplicità.
E’ l’Eucaristia
che mi fa semplice e nuova come un bimbo: ogni giorno.
Quanto è stupendo questo, mio Signore! 
Amen.

(Madre Alessandra Macajone)

Riflettendo sull’aborto

Ho ritrovato questa intervista a Norberto Bobbio che secondo me tanti e tante che parlano “per slogan” si dovrebbero leggere. hai visto mai iniziassero a pensare? A farsi venire qualche dubbio?

Sono con Norberto Bobbio nel suo studio di Torino, fra scaffali gremiti e tavoli coperti da giornali e riviste. «Non parlo volentieri di questo problema dell’aborto», mi dice. Gli chiedo perché.
«È un problema molto difficile, è il classico problema nel quale ci si trova di fronte a un conflitto di diritti e di doveri».

Quali diritti e quali doveri sono in conflitto?
«Innanzitutto il diritto fondamentale del concepito, quel diritto di nascita sul quale, secondo me, non si può transigere. È lo stesso diritto in nome del quale sono contrario alla pena di morte. Si può parlare di depenalizzazione dell’aborto, ma non si può essere moralmente indifferenti di fronte all’aborto».

Lei parlava di diritti, non di un solo diritto.
«C’è anche il diritto della donna a non essere sacrificata nella cura dei figli che non vuole. E c’è un terzo diritto: quello della società. Il diritto della società in generale e anche delle società particolari a non essere superpopolate, e quindi a esercitare il controllo delle nascite».

Non le sembra che, così posto, il conflitto fra questi diritti si presenti pressoché insanabile?
«È vero, sono diritti incompatibili. E quando ci si trova di fronte a diritti incompatibili, la scelta è sempre dolorosa. Ma bisogna decidere. Ho parlato di tre diritti: il primo, quello del concepito, è fondamentale, gli altri, quello della donna e quello della società, sono derivati. Inoltre, e questo per me è il punto centrale, il diritto della donna e quello della società, che vengono di solito addotti per giustificare l’aborto, possono essere soddisfatti senza ricorrere all’aborto, cioè evitando il concepimento. Una volta avvenuto il concepimento, il diritto del concepito può essere soddisfatto soltanto lasciandolo nascere».

Quali critiche muove alla legge 194?
«Al primo articolo è detto che lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile. Secondo me, questo diritto ha ragione d’essere soltanto se si afferma e si accetta il dovere di un rapporto sessuale cosciente e responsabile, cioè tra persone consapevoli delle conseguenze del loro atto e pronte ad assumersi gli obblighi che ne derivano. Rinviare la soluzione a concepimento avvenuto, cioè quando le conseguenze che si potevano evitare non sono state evitate, questo mi pare non andare al fondo del problema. Tanto è vero che, nello stesso primo articolo della 194, è scritto subito dopo che l’interruzione della gravidanza non è mezzo per il controllo delle nascite».

E se, abrogando la legge 194, si tornasse ai “cucchiai d’oro”, alle “mammane”, ai drammi e alle ingiustizie dell’aborto clandestino?
«L’aborto è una triste realtà, non si può negarla. Il fatto che l’aborto sia diffuso, è un argomento debolissimo dal punto di vista giuridico e morale. E mi stupisce che venga addotto con tanta frequenza. Gli uomini sono come sono: ma la morale e il diritto esistono per questo. Il furto d’auto, ad esempio, è diffuso, quasi impunito, ma questo legittima il furto? Si può al massimo sostenere che siccome l’aborto è diffuso e incontrollabile, lo Stato lo tollera e cerca di regolarlo per limitarne la dannosità. Da questo punto di vista, se la legge 194 fosse bene applicata, potrebbe essere accolta come una legge che risolve un problema umanamente e socialmente rilevante».

Esistono azioni moralmente illecite ma che non sono considerate illegittime?
«Certamente. Cito il rapporto sessuale nelle sue varie forme, il tradimento tra coniugi, la stessa prostituzione. Mi consenta di ricordare il Saggio sulla libertà di Stuart Mill. Sono parole scritte centotrenta anni fa, ma attualissime. Il diritto, secondo Stuart Mill, si deve preoccupare delle azioni che recano danno alla società. Il bene dell’individuo, sia esso fisico o morale, non è una giustificazione sufficiente».

Questo può valere anche nel caso dell’aborto?
«Dice ancora Stuart Mill: su sé stesso, sulla sua mente e sul suo corpo, l’individuo è sovrano. Adesso le femministe dicono: “Il corpo è mio e lo gestisco io”. Sembrerebbe una perfetta applicazione di questo principio. Io, invece, dico che è aberrante farvi rientrare l’aborto. L’individuo è uno, singolo. Nel caso dell’aborto c’è un “altro” nel corpo della donna. Il suicida dispone della sua singola vita. Con l’aborto si dispone di una vita altrui».

Tutta la sua lunga attività, professor Bobbio, i suoi libri, il suo insegnamento sono la testimonianza di uno spirito fermamente laico. Immagina che ci sarà sorpresa nel mondo laico per queste sue dichiarazioni?
«Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il “non uccidere”. E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere».

“Prima Messa” a Lecceto

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Stamani, pregando, ho pensato all’Eremo agostiniano di Lecceto, un posto che nella mia storia personale ha avuto un ruolo importante, per la preghiera, e per il discernimento sulla mia vita fatto alla luce della preghiera stessa. E poi mi sono ricordato che il 23 maggio 1992, una settimana dopo essere stato ordinato presbitero, sono andato proprio lì, per ringraziare le monache della loro preghiera per me e per il Seminario dove sono stato formato. Per ringraziare in particolare la Badessa, Madre Alessandra Macajone, per i consigli ricevuti, e Suor Maria Rosa Guerrini, per aver disegnato il ricordo della mia ordinazione.

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Cercavo la via per procurarmi forza sufficiente a goderti, ma non l’avrei trovata, finché non mi fossi aggrappato al mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che è sopra tutto Dio benedetto nei secoli. Egli ci chiama e ci dice: “Io sono la via, la verità e la vita”; egli mescola alla carne il cibo che non avevo forza di prendere, poiché il Verbo si è fatto carne affinché la tua sapienza, con cui creasti l’universo, divenisse latte per la nostra infanzia. Non avevo ancora tanta umiltà, da possedere il mio Dio, l’umile Gesù, né conoscevo ancora gli ammaestramenti della sua debolezza. Il tuo Verbo, eterna verità che s’innalza al di sopra delle parti più alte della creazione, eleva fino a sé coloro che piegano il capo; però nelle parti più basse col nostro fango si edificò una dimora umile, la via per cui far scendere dalla loro altezza e attrarre a sé coloro che accettano di piegare il capo, guarendo il turgore e nutrendo l’amore. Così impedì che per presunzione si allontanassero troppo, e li stroncò piuttosto con la visione della divinità stroncata davanti ai loro piedi per aver condiviso la nostra tunica di pelle. Sfiniti, si sarebbero reclinati su di lei, ed essa alzandosi li avrebbe sollevati con sé (7, 18, 24).

(Agostino, dalle Confessioni)

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Riservatezza e rispetto (esorcismo o no?)

I giornali italiani, più avvezzi al gossip che all’informazione, specie nell’ultimo periodo, sono pieni di commenti (la più parte di quelli che ho letto assolutamente improvvisati e spesso irriverenti) sulla preghiera di Papa Francesco su di una persona. Tutti ignorano, ahimè lo ha fatto anche Boffo, che quando si tratta di argomenti che riguardano l’intimità di una persona, la Chiesa raccomanda, anzi, impone al consacrato l’assoluta riservatezza, che si tratti del contenuto di una confessione sacramentale o a maggior ragione di un esorcismo. Se lo sia o non lo sia è questione che riguarda chi benedice, o esorcizza e chi riceve la benedizione o l’esorcismo. Gli altri dovrebbero astenersi anche solo dal commentare, specie se preti. Lo scambio di battute di padre Amorth che contraddice padre Lombardi l’ho trovato altrettanto sgradevole della pubblicità data al gesto del Papa… 

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Essere sale e dare scandalo

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 9,41-50.

Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa. 
Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare. 
Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. 

Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio per te entrare nella vita zoppo, che esser gettato con due piedi nella Geenna. 

Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, 
dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue. 
Perché ciascuno sarà salato con il fuoco. 
Buona cosa il sale; ma se il sale diventa senza sapore, con che cosa lo salerete? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri».

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Il Vangelo di oggi, al termine, ha la bellissima parola di Gesù sul sale e sul nostro dovere di essere sale. Ovvero essere persone, uomini e donne, capaci di dare sapore, di dare senso alla propria vita ed a quella altrui, usando parole e compiendo gesti che non siano mai banali, ma che siano sempre ricchi di significato, che lascino una traccia nella vita altrui. Si badi però! Non una traccia qualsiasi, una traccia che aiuti a ritenere il buono (come il sale aiuta a conservare gli alimenti), una traccia che insaporisca, ma che non faccia sparire il gusto della vivanda… Come fanno certi preti o predicatori o pastori esagitati, convinti che più si è forti nelle parole e nei gesti e meglio si fa…, che finiscono per mettere se stessi avanti alla Parola, cosicchè la gente si ricorda e si innamora di loro, ma non del Vangelo. Che si credono Gesù che scaccia i mercanti dal Tempio, ma non lo sono… E finiscono per crearsi un loro tempietto, per radunare intorno a sè, e non intorno al Cristo. E finiscono per dare scandalo, per allontanare altri, soprattutto i piccoli di cui parla il Vangelo. Questi non vanno intesi semplicemente come i piccoli di età, come tanti fanno. Ma anche come quelli che hanno una fede pura, semplice, che va aiutata a crescere. Con parole chiare, non con urli o gesti da star del cinema…

Unica la Parola, solo in lei confida

Nella liturgia della Parola di oggi si legge questo testo dal Qohelet (o Ecclesiastico che chiamar si voglia). Direi che si commenta da solo… Unica sia la tua parola. Non solo nel senso che intende Gesù nel vangelo, quando dice che il nostro parlare deve essere franco, deve essere un parlare con ‘parresia’ (si, si, no, no). Ma anche nel senso che le nostre parlare, il nostro argomentare deve fondarsi sull’unica Parola con la P maiuscola. La Sua.

Libro dell’Ecclesiastico 5,1-10.

Non confidare nelle tue ricchezze e non dire: “Questo mi basta”. 
Non seguire il tuo istinto e la tua forza, assecondando le passioni del tuo cuore. 
Non dire: “Chi mi dominerà?”, perché il Signore senza dubbio farà giustizia. 
Non dire: “Ho peccato, e che cosa mi è successo?”, perché il Signore è paziente. 
Non esser troppo sicuro del perdono tanto da aggiungere peccato a peccato. 
Non dire: “La sua misericordia è grande; mi perdonerà i molti peccati”, perché presso di lui ci sono misericordia e ira, il suo sdegno si riverserà sui peccatori. 
Non aspettare a convertirti al Signore e non rimandare di giorno in giorno, poiché improvvisa scoppierà l’ira del Signore e al tempo del castigo sarai annientato. 
Non confidare in ricchezze ingiuste, perché non ti gioveranno nel giorno della sventura. 
Non ventilare il grano a qualsiasi vento e non camminare su qualsiasi sentiero. 
Sii costante nel tuo sentimento, e unica sia la tua parola.

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Con noi o contro…

Dal Vangelo secondo Marco 9,38-40

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». 
Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi». 

Parola del Signore

Questo breve passo di Vangelo ci offre una lezione importante. Giovanni, parlando a nome anche degli altri Apostoli, riferisce a Gesù: “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri”. Loro hanno coscienza di essere il piccolo ma autentico gregge di Cristo, e hanno ragione. Appartengono a Cristo, e per seguire Cristo bisogna essere con lui, quindi a loro sembra logico ostacolare quelli che, non facendo parte del gruppo, vogliono usare il nome di Cristo a loro vantaggio. Ma non è la logica divina. “Gesù disse: Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me”. Veramente è una ragione molto limitata, perche’ questa persona che si appropria del nome di Gesù “subito dopo” non parlerà male di lui, ma forse dopo un po’ di tempo sarà di nuovo su una strada sbagliata. Per il momento però è sulla strada buona e Dio si rallegra del bene ovunque esso sia.
Gli Apostoli certamente appartengono a Cristo, ma non possono considerare Cristo loro proprietà, è un’altra cosa. Non hanno il monopolio di Cristo, della grazia di Cristo. Se Dio agisce attraverso altri canali, se Dio agisce in altri luoghi che non sono il gregge di Cristo, questo deve essere per loro motivo non di contrarietà, ma di gioia.
È facile per noi, che siamo certi di possedere la verità essendo nella Chiesa cattolica, avere la tentazione di credere che il bene si trovi soltanto qui, e così la verità, e così la carità. Dio non è di questo parere.
Gesù ci guida anche alla solidarietà: “Chi non è contro di noi, è per noi”. Il cuore così si allarga, invece di rattrappirsi. Tutte le persone che fanno del bene dobbiamo sentirle amiche, anche se in altre circostanze potranno parlare contro di noi, per mille motivi. Noi invece spesso pensiamo: “O buoni con noi, o cattivi contro di noi”, ma ancora una volta questa non è la prospettiva divina. Dio fa piovere sui buoni e sui cattivi, cioè dispensa ovunque le sue grazie e ogni grazia divina è un inizio possibile di un cammino verso Cristo.
“Chi non è contro di noi, è per noi”. La legge del tutto o niente vale per noi, ma sbagliamo se vogliamo applicarla agli altri, perché non siamo noi giudici degli altri. Rallegriamoci di ogni piccolo bene che vediamo compiere da chiunque, perché ogni passo nel bene avvicina a Dio. Chiediamo al Signore il dono di questa larghezza di cuore, che corrisponde al suo desiderio e al vero interesse dell’evangelizzazione.