Evangelii Gaudium, Capitolo primo, numeri 19-49

CAPITOLO PRIMO
LA TRASFORMAZIONE MISSIONARIA DELLA CHIESA [19]
I. Una Chiesa in uscita [20-24]
Prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare e festeggiare [24]
II. Pastorale in conversione [25-33]
Un improrogabile rinnovamento ecclesiale [27-33]
III. Dal cuore del Vangelo [34-39]
IV. La missione che si incarna nei limiti umani [40-45]
V. Una madre dal cuore aperto [46-49]

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Questo riportato qui sopra è lo schema del primo capitolo.

Tutto parte, dice il Papa (numero 19) dal mandato missionario di Gesù, che fa sì che dalla Parola di Dio ricevuta in modo eminente attraverso il Figlio continui quello che egli chiama il “dinamismo di uscita” che a ben guardare è lo stesso che già era nell’Esodo e nel continuo invito dei Profeti ad Israele a considerarsi sempre un popolo in cammino, sempre un popolo che ha bisogno di riconoscere la sua identità nell’essere in cammino con l’Eterno, Benedetto Egli sia. La dinamica dell’esodo, la dinamica dell’uscita hanno due costanti, una quella della chiamata alla gioia (la terra promessa, l’olio ed il vino, il latte ed il miele), l’altra quella della sua imprevedibilità ed irriducibilità alle logiche ed ai ragionamenti umani  (le mie vie non sono le vostre, i miei sentieri non sono i vostri). Esiste una libertà inafferrabile della Parola a cui la Chiesa ed ogni singolo credente occorre che si sottometta (numeri 20-23).

La comunione ecclesiale è missionaria o non è (numero 24), la Chiesa deve prendere l’iniziativa, coinvolgersi con la storia dell’umanità; i suoi pastori devono odorare di pecore; la comunità missionaria ed evangelizzatrice è chiamata ad accompagnare l’umanità in ogni suo processo, con il massimo della pazienza, cercando di portare il massimo del frutto. Fino al martirio, se occorre; ma il discepolo è pronto al martirio, lo accetta, ma non lo cerca a tutti i costi. I nemici se ci sono si affrontano con coraggio, ma quello che si cerca è il trionfo della Parola. Un trionfo che va festeggiato, prima di tutto nella bellezza della Liturgia. Questo sulla Liturgia, alla fine del numero 24, è un breve inciso del Papa, che a me è particolarmente gradito. Ho sempre provato fastidio per le liturgie troppo sciatte o troppo perfette; le une fanno perdere il senso della bellezza, le seconde quello della festa. La Liturgia è un luogo privilegiato di annuncio della Parola, tale è chiamata ad essere.

Nella parte (numeri 25-33) denominata “Pastorale in conversione”, il Vescovo di Roma rimarca come non serva più, non è mai servita dico io, una pastorale di ordinaria amministrazione. Occorre essere in stato permanente di missione. Altro che rivoluzione permanente! Quella serve solo a confondere le idee. Missione permanente, a servizio di un progetto e di una Parola ‘alte’, che sovrastano le ideologie ed i progetti umani, che riportano il progetto di Dio, che è anche quello dell’Uomo creato a Sua immagine, redento dal Suo Figlio.

La Chiesa è chiamata quindi a muoversi, sempre, per la missione, e questo porta con sè una idea di struttura in continua riforma ed in continua trasformazione. Non è la struttura della Chiesa il bene da preservare,  quella può cambiare, ma è la vocazione missionaria della Chiesa, portare il Cristo, ciò che va preservato ad ogni costo, anche attraverso le strutture, necessarie ad agire nel mondo e nella storia.

Nei numeri dal 27 al 33 il Papa esamina le varie strutture, dalle Parrocchie alle Chiese particolari; la struttura e la pastorale di ciascuna di queste deve variare in modo da essere nel modo più efficace possibile adatta alla missione di portare il Cristo alla ‘sua’ porzione di mondo, senza mai cadere nell’introversione o nella riflessione chiusa su se stessa. Rimarchevoli alcuni accenti sul ruolo dei Vescovi (numero 31; a volte avanti, a volte dietro, più spesso in mezzo alla comunità loro affidata, che ha comunque un suo ‘fiuto’ evangelico e missionario) e sulla conversione del papato (numero 32; viene auspicato, in continuità con il magistero dei pontefici precedenti, una riflessione teologica sul ruolo delle conferenze episcopali). Essere audaci (numero 33) è l’invito di Francesco. Non adagiarsi mai sul ‘si è sempre fatto così’).

La terza parte del capitolo (numeri 34-39) è denominata dal cuore del Vangelo, perchè è da li che parte tutto. Ma esiste una gerarchia delle verità, esiste un kerygma, una parte che è più essenziale delle altre. Quella va privilegiata nell’annuncio, senza disperdersi in mille dottrine e precetti, pure importanti, ma che vengono dopo. Il nucleo essenziale (numero 36) è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto. Questa gerarchia di verità esiste anche nell’ambito del messaggio morale della Chiesa. La grazia dello Spirito Santo qui è l’essenziale, ciò da cui non si può prescindere; essa si manifesta nella fede che agisce per mezzo dell’amore. Perciò la misericordia è la prima delle virtù.

Anche nell’annuncio del Vangelo che si fa a partire dalle comunità parrocchiali, questa gerarchia va rispettata. Senza però mai cogliere nemmeno il rischio di mutilare l’integrità del Vangelo (numeri 38 e 39).

Esistono, certo, i limiti umani (il Papa se ne occupa nei numeri da 40 a 45) propri degli esegeti e dei teologi, come delle altre scienze; i limiti del linguaggio, del badare troppo alle formulazioni e poco alla sostanza (a che serve, dice giustamente Francesco, essere fedele ad una formula, se questa non trasmette, non produce la sostanza attesa?). Occorre poi riconoscere che la fede conserva comunque qualcosa di oscuro, qualcosa di più grande, quella che il Papa chiama la sua dimensione di Croce. Personalmente leggendo il numero 42 mi sono tornati a mente i maestri orientali della teologia apofatica; a volte occorre solo accettare nel silenzio della fede il mistero rivelato da Dio. Non bisogna aver paura di rivedere, revisionare consuetudini, norme e precetti (numero 43). L’annuncio del Vangelo è principalmente un annuncio di liberazione dell’uomo attraverso la misericordia, l’annuncio dell’amore di Dio.Mai dimenticarlo!

Tutto ciò, i limiti, la dimensione di Croce della fede, le croci quotidiane dei credenti) vanno considerate nel giusto modo anche dai Vescovi nel loro Magistero (numero 44), dai sacerdoti nel confessionale (numero 44), luogo principe della misericordia del Signore.

Un cuore missionario, conclude il Papa al numero 45, è consapevole di questi limiti e si fa « debole con i deboli […] tutto per tutti » (1 Cor 9,22). Mai si chiude, mai si ripiega sulle proprie sicurezze, mai opta per la rigidità autodifensiva. Sa che egli stesso deve crescere nella comprensione del Vangelo e nel discernimento dei sentieri dello Spirito, e allora non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada.

Evangelii Gaudium, Capitolo primo

Letto oggi nel primo pomeriggio, prima a casa poi in metropolitana, dove ho fatto una curiosa esperienza. A Piramide e’ salita una signora che si e’ seduta accanto a me. Leggeva anche lei.Ho sbirciato. Stessa lettura… Evangelii Gaudium!

Il primo capitolo comprende i numeri da 19 a 49, e’ diviso in quattro parti e si occupa della trasformazione missionaria della Chiesa.

Devo concentrarmi sulla cena di Sara ora pero’. Il commento se riesco domani. La scrittura di Papa Francesco la trovo semplice e complessa. Trovo finora che con questo documento oltre a realizzare la finalita’ iniziale (concludere ed arricchire le proposizioni finali dell’ultimo Sinodo dei Vescovi) egli ci presenti una sorta di ‘summa’ del suo pensiero sul Cristo e sulla Chiesa.

Vegliate – I Domenica di Avvento, Anno A (Matteo 24,37-44)

croceVangelo   Mt 24, 37-44
Vegliate, per essere pronti al suo arrivo.

Dal vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

Bibbia

L’Avvento, un tempo sconosciuto anche a tanti cristiani, a tanti uomini e donne per i quali, nell’ottica del consumismo imperante, questi non sono sono altro che i giorni che precedono la festa del Natale. Il Signore viene, il Signore è qui, il Signore entra nella nostra vita. Ma ci rendiamo conto di cosa significa nella nostra vita? Ci rendiamo conto di quanto un evento del genere sconvolge la nostra vita quotidiana. Provate a chiudere gli occhi, e ad immaginare che proprio qui, ora, in questo moneto, a fianco a voi ci sia il Signore Gesù. Perchè è questo che accade! E’ questo che accadrà nella solennità del Natale, nella solennità dell’Incarnazione del Verbo nella nostra vita. E’ questo che accadrà alla fine dei tempi, quella di cui parla il Vangelo, quando il Signore tornerà per il Giudizio finale.

Ma forse qualcuno di noi lo sa, di quanto sia sconvolgente la notizia che il Signore viene, E forse proprio per quello, per paura di doverci fare i conti, per la paura del proprio peccato, di cui nemmeno è più capace di chiedere perdono (fa bene Papa Francesco ad insistere su questo), che questo qualcuno si assorda con le mille voci, con i mille rumori di questo mondo, si acceca con le centomila lucine ipocrite che si sono accese per le strade e nei negozi… Ci avete fatto caso? Si accendono sempre prima, alcuni negozianti nemmeno le spengono per tutto l’anno, accecati come sono dall’idea del profitto, del dover guadagnare a tutti i costi. Come i centri commerciali, che non si fermano, non chiudono, non si spengono mai per dar modo all’uomo di riflettere su se stesso, su chi è, su cosa cerca, su dove va, su chi è il suo compagno di cammino, su quale sia la Parola d’ordine che guida la sua vita.  Tutti continuano, per riprendere le parole del Vangelo, a mangiare e bere, prendere moglie e marito, a stressarsi con il fare, perchè hanno paura di essere.

O Dio, nostro Padre, suscita in noi la volontà di andare incontro con le buone opere al tuo Cristo che viene, perché egli ci chiami accanto a sé nella gloria a possedere il regno dei cieli.

L’Avvento, secondo Padre Ermes Ronchi

Inizia l’«Avvento», un termine latino che significa avvicinarsi, camminare verso… Tutto si fa più prossimo, tutto si rimette in cammino e si avvicina: Dio, noi, l’altro, il nostro cuore profondo.

candeleavvento

L’avvento è tempo di strade. L’uomo d’avvento è quello che, dice il salmo, ha sentieri nel cuore, percorsi dai passi di Dio, e che a sua volta si mette in cammino: per riscoprirTi nell’ultimo povero, ritrovarTi negli occhi di un bimbo, vederTi piangere le lacrime nostre oppure sorridere come nessuno (D.M. Turoldo).

L’avvento è tempo di attenzione. Il Vangelo ricorda i giorni di Noè, quando «nei giorni che precedettero il diluvio gli uomini mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito e non si accorsero di nulla». Alimentarsi, sposarsi sono azioni della normalità originaria della vita. Sono impegnati a vivere, a semplicemente vivere. Con il rischio però che la routine non faccia avvertire la straordinarietà di ciò che sta per accadere: e non si accorsero di nulla. Loro, del diluvio; noi, dell’occasione di vita che è il Vangelo. Lo senti che ad ogni pagina Gesù ripete: non vivere senza mistero! Ti prego: sotto il familiare scopri l’insolito, sotto il quotidiano osserva l’inspiegabile. Che ogni cosa che diciamo abituale, possa inquietarti (B. Brecht).
I giorni di Noè sono i giorni della superficialità: «Il vizio supremo della nostra epoca è di essere superficiale» (R. Panikkar). Invece occorre l’attenzione vigile delle sentinelle, allora ti accorgi della sofferenza che preme, della mano tesa, degli occhi che ti cercano e delle lacrime silenziose che vi tremano. E dei mille doni che i giorni recano, delle forze di bontà e di bellezza all’opera in ciascuno, ti accorgi di quanta luce, di quanto Dio vive in noi: «Il vostro male è di non rendervi conto di quanto siete belli!» (Dostoewski).

Avvento: tempo per attendere, perché qualcosa o qualcuno manca. Come i soldati romani detti «desiderantes» che, riferisce Giulio Cesare, attendevano vegliando sotto le stelle i compagni non ancora rientrati all’accampamento dopo la battaglia. Attendere è declinazione del verbo amare.

Avvento: tempo per desiderare e attendere quel Dio che viene, dice il Vangelo di oggi, con una metafora spiazzante, come un ladro. Che viene nel tempo delle stelle, in silenzio, senza rumore e clamore, senza apparenza, che non ruba niente e dona tutto. Si accorgono di lui i desideranti, quelli che vegliano in punta di cuore, al lume delle stelle, quelli dagli occhi profondi e trasparenti che sanno vedere quanto dolore e quanto amore, quanto Dio c’è, incamminato nel mondo. Anche Dio, fra le stelle, come un desiderante, accende la sua lucerna e attende che io mi incammini verso casa.

(ripreso dal quotidiano Avvenire)

Evangelii Gaudium – lettura e commento numeri da 9 a 18

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Per il testo rimando a quello pubblicato, che trovate anche qui, nella pagina chiamata Evangelii Gaudium che vi consiglio di tenere aperta a parte. La seconda parte dell’Introduzione è intitolata “La dolce e confortante gioia di evangelizzare”. Chi, come lo scrivente, è innamorato dell’Evangelo e di Cristo non trova affatto sdolcinato un titolo del genere. E’ la pura verità, corrisponde alla dolcezza che si prova nell’animo quando vedi con i tuoi occhi la gioia, la speranza che accende negli occhi, nei cuori altrui l’annuncio ricevuto.

Niente facce da funerale, ribadisce per l’ennesima volta Papa Francesco, perchè se l’amore di Cristo ci possiede, questo amore vuole essere comunicato. E non si può comunicare amore null’altro che con l’amore. Che a volte significa anche parlare chiaro, parlare con franchezza, ma senza mai perdere di vista, aggiungo io, che l’altra persona è una persona per la quale Cristo ha dato la vita!, come l’ha data per me, come l’ha data per ciascuno di noi. Quindi, agigungo io, se annunciamo il Vangelo a qualcuno, e sentiamo dentro di noi, odio o antipatia sicuramente dobbiamo ripetere l’annuncio, meglio, dobbiamo riascoltarlo rivolto a noi, riscoprire le ragioni per cui l’amiamo nel profondo e poi tornare da quel fratello.

E’ impegno generoso questo, dice Francesco al numero 12, non un atto di eroismo, perchè il primato è sempre di Dio, è sempre il Cristo il primo che evangelizza, da Lui e non da noi vengono la forza e ka novità dell’annuncio di cui noi ci facciamo strumenti, ma strumenti viventi, amanti, personali!Con tutta la nostra vita. Da qui (numero 13) l’importanza della memoria.  Ricordo quando insegnavo la metodologia della Lectio Divina in Seminario, l’insistenza messa su questo tema della memoria. Solo se abbiamo coscienza, noi per primi di essere stati salvati, guidati, assistiti, in ogni momento della nostra vita, anche il più duro, anche il più oscuro, solo allora riusciamo a confrontarci con la durezza e le oscurità delle vite altrui. il credente, conclude il numero 13 il Vescovo di Roma, è principalmente uno che fa memoria.

Nel numero 14 il Papa ricorda l’occasione da cui deriva questa Esortazione Apostolica, la XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, delinea in accordo con i predecessori gli ambiti dell’evangelizzazione, i credenti più o meno assidui praticanti,i battezzati non praticanti, infine, ma non ultimi, anzi primi destinatari, coloro che non conoscono Cristo o lo hanno sempre rifiutato. L?azione missionaria (numero 15) è il paradigma di ogni azione della Chiesa. Ovvero: con le mie parole ed azioni contribuisco a conquistare le anime dei miei fratelli e delle mie sorelle a Cristo? Lì è la vera gioia della Chiesa e del singolo credente, in ogni singola anima riportata al Signore.

I numeri da 16 a 18 concludono l’introduzione parlando della Proposta e dei limiti di questa esortazione ed anticipandone la successiva suddivisione. Nel numero 16 il Papa insiste moltissimo sulla collegialità, sul fatto che il lavoro, così come la riflessione non è solo del Vescovo di Roma ma di tutta la Chiesa e  che tutta la Chiesa, tutte le Conferenze Episcopali e tutte le comunità cristiane nei loro propri ambiti debbono contribuire. Scopo ultimo dell’esortazione delineare lo stile evangelizzatore proprio a tutti quanti.

Eucaristia

Stamani ho celebrato l’Eucaristia. Offerta per la Chiesa tutta, in particolare per il Vescovo, Papa Francesco. L’ho fatto con una gioia del tutto particolare nel cuore. Evangelii Gaudium… Ho onorato l’Eterno anche con il fumo dell’incenso di Oriente. Prefazio della Solennità di Cristo Re e preghiera eucaristica IV. Il Signore aiuti la mia poca fede. Amen.

Guardate il fico – Luca 21,29-33

Il Vangelo del giorno con il commento del Cardinale Newman

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Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 21,29-33.

E disse loro una parabola: «Guardate il fico e tutte le piante; 
quando gia germogliano, guardandoli capite da voi stessi che ormai l’estate è vicina. 
Così pure, quando voi vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino. 
In verità vi dico: non passerà questa generazione finché tutto ciò sia avvenuto. 
Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 

Beato John Henry Newman (1801-1890), sacerdote, fondatore di una comunità religiosa, teologo
« The Invisible World » PPS, IV, 13
« Guardate il fico »

La terra che vediamo non ci soddisfa. Essa è soltanto un inizio ; è soltanto una promessa di un al di là ; anche nel più grande splendore, quando si copre di tutti i suoi fiori, e ci mostra, nel modo più incantevole, tutti i suoi tesori nascosti, anche allora, non ci basta. Sappiamo che, in essa, c’è molto di più di quanto possiamo vedere. Un mondo di santi e di angeli, un mondo glorioso, il palazzo di Dio, il monte del Signore Sabaoth, la Gerusalemme celeste, il trono di Dio e di Cristo: tutte queste meraviglie eterne, preziosissime, misteriose e incomprensibili si nascondono dietro ciò che vediamo. Ciò che vediamo è soltanto l’involucro esteriore di un regno eterno ; e su questo regno noi fissiamo gli occhi della nostra fede. 

Mostrati, Signore, come nel tempo della tua Natività, quando gli angeli visitarono i pastori. La tua gloria si schiuda come i fiori e le foglie sugli alberi. Con la tua grande potenza trasforma il mondo visibile in quel mondo più divino che ancora non vediamo. Ciò che vediamo sia trasformato in ciò che crediamo. Per quanto brillanti siano il sole, e il cielo, e le nuvole, per quanto verdeggianti siano le foglie e i campi, per quanto dolce sia il canto degli uccelli, sappiamo che non è tutto lì, e non scambieremo la parte per il tutto.

Queste cose procedono da un centro di amore e di bontà che è Dio stesso. Ma esse non sono la sua pienezza. Parlano del cielo, ma non sono il cielo ; sono soltanto, in un certo senso, dei raggi dispersi, e un fioco riflesso della sua immagine ; sono soltanto le briciole che cadono dalla tavola.