Che acqua nel pozzo?

Concordo, condivido e rilancio l’articolo di Mario Adinolfi.

acquapozzo

SE SIAMO OGGETTI
di Mario Adinolfi

Se diventiamo un prodotto anziché persone tutto è perduto. Se siamo oggetti, anziché soggetti di diritto e di diritti, l’umanità nega se stessa. Ragioniamoci. Vi scongiuro in ginocchio, ragioniamoci. Solo un ragionamento ci salverà.

Un giorno è il divorzio breve, un giorno è la dematrimonializzazione della società con il progetto di legge sulle unioni civili, un giorno è la stepchild adoption, un giorno è sull’aborto il divieto di obiezione di coscienza fascistissimo e infame, un giorno è il registro del testamento biologico per dire un sì mascherato all’eutanasia. Ogni giorno una. Una grandinata di provvedimenti che raccontano una sola visione del mondo: siamo oggetti, siamo prodotti, non più persone. E’ una visione ideologica, lontanissima dalla realtà dei fatti e dell’umanità, che si fa avanti: una narrazione di individui e di individualismo, non di persone in relazione tra loro.

Il bambino? E’ un oggetto. Un mero diritto altrui, peraltro incoercibile. Il “diritto incoercibile ad avere un figlio”, ha scritto in una sentenza incredibile la Corte costituzionale. Senza spiegarci in quale punto della Costituzione si legge questo passaggio. Cancellando tutte le sanzioni presenti nella legge 40 contro chi opera al di fuori di essa. E di fatto aprendo il terreno a un nuovo far west procreativo italiano, dove la vita umana è mero prodotto, dunque con le logiche produttive applicate: efficienza, standardizzazione, scarti. Siamo come mattonelle: quella sbeccata si butta, quella che non ha mercato resta ferma in magazzino, come un embrione, come migliaia di embrioni. Persone, non prodotti da banco surgelati di un supermercato.

E poi quell’embrione se cresce appena un po’ e mostra di non essere adatto agli standard di chi ha comprato un figlio, magari dopo una diagnosi post-impianto, via, nella pattumiera. E guai al medico che dovesse dichiararsi obiettore di coscienza, dice il presidente della Regione. Non osi. Ma la legge 194 prevede il diritto all’obiezione? Non osi obiettare, signor medico. E’ la logica del prodotto, qui non siamo più persone. Il prodotto imperfetto si getta.

E l’anziano, malato, in ospedale che magari mentre era giovane e sano aveva firmato un generico foglio chiamato pomposamente “testamento biologico” per dire che avrebbe rifiutato cure troppo invasive e dolorose in caso di malattia grave e potenzialmente mortale? Anche lui, prodotto che non serve più, vita “non degna di essere vissuta”, vedete, c’è scritto pure il suo assenso alla soppressione sul testamento biologico ben conservato nei neonati appositi registri del Comune di Roma. Registri, sia detto, inventati da un sindaco che si proclama pure cattolico per far contenta l’associazione radicale di turno, totalmente avulsi dai bisogni e dalle richieste della realtà. A Rimini, dove li hanno istituiti perché settecento firme le chiedevano, ne hanno depositati sette di testamenti biologici.

E la “stepchild adoption”, cioè l’utero in affitto legalizzato? Processo produttivo perfetto. La coppia gay non può avere figli? Che problema c’è, si seleziona la donna in un catalogo, si mescola lo sperma dei due aspiranti genitori in modo che al figlio sia negata la possibilità di conoscere sia chi è sua madre che chi è suo padre, si mette in cottura nel forno prescelto per nove mesi, ed eccolo là il “diritto incoercibile” che diventa realtà. E il figlio-oggetto che va ad abbellire la casa della coppia che figli non ne poteva avere. Ma ogni oggetto si può comprare, basta avere i soldi. Il diritto ad avere una mamma e un papà? Roba superata, roba medievale, roba da persone, da soggetti di diritto e di diritti. Se siamo oggetti, altri decidono per noi.

E’ qui il punto. Se siamo oggetti altri decidono per noi. Decidono se possiamo nascere e quando dobbiamo morire, se possiamo avere una mamma e un papà o se dobbiamo allegramente farne a meno, se possiamo coscienziosamente obiettare e se possiamo sopravvivere a una malattia grave. Se sconnettiamo i fili che tengono insieme una società (mamma e papà, marito e moglie, genitore e figlio, medico e paziente, insegnante e allievo, uomo e donna) siamo una serie di monadi che si aggirano nel mondo alla ricerca di un senso che non può essere trovato. Gli oggetti sono inanimati. Questo stanno facendo: vogliono che perdiamo l’anima. Ci sarà un modo per opporsi alla quotidiana dose di veleno che sta rendendo imbevibile l’acqua dei pozzi?