La danza della Trinità

La natura dell’amore che unisce senza dissolvere la distinzione si manifesta in modo privilegiato e assoluto nella Trinità.
Le persone divine, infatti, sono unite non per confondersi, ma per contenersi l’una nell’altra.
Le ipostasi trinitarie non esistono solo l’una con l’altra, ma l’una nell’altra.

Giovanni Damasceno offre un termine greco che riassume questa visione: perichóresis.
La parola è composta da peri (attorno) – pensiamo alla parola perimetro – e choreia (danza) – pensiamo alla parola coreografia o anche coro (chorus).
Le due parole insieme significherebbero danzare attorno cantando.

Il concetto di perichóresis (circumincessio) si fonda sulle affermazioni di Gesù: «Io sono nel Padre e il Padre è in me» (Gv 14,10.11); «Il Padre è in me e io nel Padre» (Gv 10,38; 17,21). A partire da questi versetti, viene sviluppata una riflessione sulla reciproca inabitazione delle persone trinitarie.

pericoresi

L’immagine che rende meglio il concetto è quella della danza. Pensiamo ad esempio al quadro La danza di Henri Matisse. Nella danza raffigurata vi è una comunione di persone che danzano in cerchio. Il movimento volontario e trascinante della danza le rende uno.
La bellezza del balletto si fonda sul loro libero corrispondere al movimento e al ritmo della coreografia.
La riuscita del ballo si fonda sul fatto che ognuno si muove facendo spazio all’altro e, contemporaneamente, entrando nello spazio lasciato proprio a lui dall’altro.

Così possiamo pensare per analogia alla Trinità: la vita di Dio non è stasi, ma è estasi, è un dinamismo d’amore, di donazione e di risposta all’amore e nell’amore. È in una parola una danza dell’amore.

Questa danza è rappresentata in un modo incantevole dalla danza di sguardi che vediamo nella celeberrima icona della Trinità di Andrej Rublëv.
L’icona, ricchissima di simbologia, offre a chi contempla gli occhi dei tre personaggi un circolo di vita, di sguardi e di riguardo.
Il Padre guarda al contempo il Figlio e lo Spirito e i due ricambiano lo sguardo d’amore. Ognuno si ritrova negli occhi dell’altro e offre all’altro lo spazio accogliente del proprio amore.
«Ogni persona si immedesima nell’altra, si dona all’altra e fa essere l’altra» (Cantalamessa).

trinity-rublev-1410

Quest’icona, conosciuta come la philoxenia (amore del forestiero), ovvero l’ospitalità di Abramo, è in verità un inno all’ospitalità dello sguardo e del cuore della Trinità.
Non a caso, il quarto posto alla mensa è aperto ed è rivolto a chi guarda il quadro, affinché entri nella danza trinitaria di amore, di accoglienza, di sguardi e di donazione.

(Il testo è estratto dal libro Un Dio umano edito dalla San Paolo di Robert Cheaib)

L’Evangelo della Trinità e i cinque Sola della Riforma

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 28,16-20.

In quel tempo, gli undici discepoli, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato.
Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano.
E Gesù, avvicinatosi, disse loro: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra.
Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

trinita

Il compito affidatoci dal Signore, ricordatoci dall’Evangelo che si legge oggi, solennità liturgica della Trinità, è “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo“.

Non si tratta semplicemente di fare proseliti per l’Eterno, per il Padre, ma, prosegue il comando del Signore, “insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato“. Occorre cioè eseguire il compito contenuto nella parte di comando riportata sopra, richiamando costantemente l’esempio del Figlio, con ogni nostra parola ed ogni nostro gesto.

E perchè, a noi, peccatori, non sia possibile dire che è una cosa troppo grande o troppo alta, ricorda il Vangelo “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo“; questo può accadere in virtù del dono dello Spirito, la terza persona della Trinità, che è con noi fino alla fine dei tempi.

Perciò è bene che ogni nostra attività o discorso, fatta per glorificare il Padre, sia fatta sull’esempio del Figlio, richiamando i misteri e gli avvenimenti della sua vita, attraverso l’invocazione costante dello Spirito Santo.

Non sono questi ‘paroloni’ teologici. Si trasformano con facilità in vita vissuta, in quotidiano, se ci ricordiamo che la preghiera deve essere incessante.
Se prima di compiere ogni azione, ogni lavoro, prima di prendere ogni decisione, invochiamo l’assistenza dello Spirito Santo.
Perchè questo ci richiamerà alla mente l’esempio del Figlio, come il Figlio ha operato, parlato, deciso nel Vangelo.
E quello ci insegnerà come fare in modo che anche il nostro operare e parlare sia alla fine portatore della gloria al Padre.

Chiediamo quindi incessantemente il dono della Fede, il dono della Grazia, confrontiamoci con il Cristo e con la sua Parola, perchè tutto sia fatto solo per la maggior gloria di Dio…

Sola Fide, Sola Gratia, Solus Christus, Sola Scriptura, Soli Deo Gloria.

La preghiera spiega la Trinità

«La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2 Cor 13, 13).

Infatti la grazia è il dono che viene dato nella Trinità, è concesso dal Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo. Come dal Padre per mezzo del Figlio viene data la grazia, così in noi non può avvenire la partecipazione del dono se non nello Spirito Santo. E allora, resi partecipi di esso, noi abbiamo l’amore del Padre, la grazia del Figlio e la comunione dello stesso Spirito.

trinity-rublev-1410

«Verremo io e il Padre e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14, 23). Dove infatti vi è la luce, là vi è anche lo splendore; e dove vi è lo splendore, ivi c’è parimenti la sua efficacia e la sua splendida grazia.

(Dalle «Lettere» di sant’Atanasio, vescovo – Ufficio delle Letture della Solennità)

La fede di Giovanni Calvino

Un bell’articolo del 2009, de L’Osservatore Romano​, sul riformatore Calvino, con cui ho in comune il giorno di nascita (!), il 10 luglio, ed un amore viscerale (proprio nel senso che mi divora dalle viscere!) per la Parola di Dio. Scusate se è poco!

Ringrazio il fratello Paolo de Petris​ che me lo ha segnalato. Cito un piccolo brano per invogliarvi a leggerlo:

“Data la violenza delle polemiche rivolte contro di lui, non è inutile affermare che Calvino è un cristiano. Egli aderisce pienamente ai simboli di Nicea e di Costantinopoli. Professa di credere nella Chiesa una, santa, cattolica (preferisce dire universale) e apostolica. Crede nella Trinità, al peccato originale e a quello attuale, alla salvezza attraverso Gesù Cristo. Sebbene non voglia che si preghi la Madre di Dio, la onora e crede fermamente alla sua verginità perpetua. Mantiene due sacramenti, il Battesimo e la Cena. Contrariamente a ciò che a volte si dice, crede nella presenza reale, anche se non ammette la concezione cattolica della transustanziazione.”

Qui l’articolo completo

Giovanni20Calvino4

Il tempo si fa breve, ma la paura ha il respiro corto…

L’Evangelo di oggi riporta il dialogo tra Gesù ed alcune autorità del suo tempo. Un dialogo falsato dal fatto che queste volevano non rispondere secondo verità, ma dire “la cosa giusta” per non perdere la faccia ed il confronto con Lui.

Pietro Crisologo, con parole sapienti, dice che questi volevano “star dietro al mondo”, star dietro ad un mondo che se ne va, è destinato ad andarsene, a finire, ed al contempo dimenticano il mondo che viene, dimenticano che un credente è chiamato a confrontarsi con il passato ed il presente in vista del suo futuro di salvato o di uomo speranzoso di salvezza, e non viceversa.

E noi? Chiediamocelo. Noi corriamo semplicemente dietro alle cose del mondo presente, come gli scribi ed i farisei curandoci di cosa pensano gli altri, il mondo, o abbiamo come primo orizzonte della nostra vita, il senso delle cose che abbiamo fatto e facciamo nel presente, ma in vista del nostro destino futuro?

Riflettiamoci sopra senza paura. Come dice sempre il Crisologo (colui che ha un discorso d’oro), “Dal fatto che ritarda e attende ancora, il Signore dimostra il desiderio di vederci tornare a lui, il desiderio che non periamo. Nella sua grande bontà continua a dirci: “Io non godo della morte dell’empio, ma che l’empio desista dalla sua condotta e viva” (Ez 33,11).“.

Convertiamoci, crediamo al Vangelo, decidiamo sulla nostra vita in vista del nostro destino eterno, e potremo, magari in extremis, come fece il ladrone, accaparrarci il destino, afferrare la vita, rubare il Paradiso, ed entrare nel Regno.

Signore Gesù accresci la mia e la nostra fede. Amen.

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 11,27-33.

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli andarono di nuovo a Gerusalemme. E mentre egli si aggirava per il tempio, gli si avvicinarono i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani e gli dissero:
«Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farlo?».
Ma Gesù disse loro: «Vi farò anch’io una domanda e, se mi risponderete, vi dirò con quale potere lo faccio.
Il battesimo di Giovanni veniva dal cielo o dagli uomini? Rispondetemi».
Ed essi discutevano tra sé dicendo: «Se rispondiamo “dal cielo”, dirà: Perché allora non gli avete creduto?
Diciamo dunque “dagli uomini”?». Però temevano la folla, perché tutti consideravano Giovanni come un vero profeta.
Allora diedero a Gesù questa risposta: «Non sappiamo». E Gesù disse loro: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

San Pietro Crisologo (ca 406-450), vescovo di Ravenna, dottore della Chiesa
Omelia 167  ; CCL 248, 1025 ; PL 52, 636
«È venuto a voi Giovanni … e non gli avete creduto» (Mt 21,32)

“Giovanni il Battista predicava: ‘Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!’” (Mt 3,1)… Beato Giovanni che ha voluto che la conversione preceda il giudizio, che i peccatori non siano giudicati, ma ricompensati, ed ha voluto che gli empi entrino nel Regno e non siano sottoposti al castigo… Quand’è che Giovanni ha proclamato l’approssimarsi del Regno dei cieli? Il mondo allora era ancora ‘bambino’…; ma per noi che proclamiamo oggi questo approssimarsi, il mondo è molto vecchio e affaticato. Ha perso le forze; perde le sue facoltà; le sofferenze lo opprimono…; grida la propria debolezza; porta tutti i segni della fine…

Stiamo dietro a un mondo che se ne va e dimentichiamo il tempo che viene. Siamo avidi di attualità, ma non teniamo conto del giudizio che già viene. Non corriamo incontro al Signore che viene…

Convertiamoci, fratelli, presto, convertiamoci… Dal fatto che ritarda e attende ancora, il Signore dimostra il desiderio di vederci tornare a lui, il desiderio che non periamo. Nella sua grande bontà continua a dirci: “Io non godo della morte dell’empio, ma che l’empio desista dalla sua condotta e viva” (Ez 33,11). Convertiamoci, fratelli; non abbiamo paura se il tempo si fa breve. Il tempo di colui che è l’Autore del tempo non può essere abbreviato. Ne è prova il ladrone del Vangelo che, sulla croce e nell’ora della morte, si è accaparrato il perdono, ha afferrato la vita e, ‘rubando’ d’un colpo il paradiso, è riuscito a introdursi nel Regno (Lc 23,43).

Falsità e Sapienza, Mercanzia e Parresia

L’Ufficio delle Letture di oggi (venerdì VIII settimana del Tempo Ordinario), riporta come seconda lettura un bellissimo brano di Gregorio Magno (lo trovate per intero sotto) che commenta il libro di Giobbe, proposto come prima lettura (il capitolo 12).

L’attualità della Parola di Dio è, come sempre, sconvolgente. E non potrebbe essere altrimenti, come ogni credente dovrebbe sapere, visto che Egli è lo stesso, ieri, oggi e sempre.

Scrive Gregorio Magno, commentando in particolare il versetto 4 («Ma viene derisa la semplicità del giusto»):

La sapienza di questo mondo sta nel coprire con astuzia i propri sentimenti, nel velare il pensiero con le parole, nel mostrare vero il falso e falso il vero.

C’è tutta, tutta la cronaca di questi giorni, le falsità che si leggono sugli amori che sarebbero tutti uguali, sulla carità vista come un flaccido”vogliamoci bene – anzi, volemose bene“, alla romana (quello che ti dicevano nelle osterie di un tempo quelli che ti offrivano il vino e poi ti pugnalavano per rubarti la borsa coi quattrini quando uscivi fuori porta). La cronaca di un mondo che è fatto di tanta finzione, parole che nascondono sostanze diverse da quello che rappresentano, discorsi che mirano a confondere, locuzioni che nascondono le vere realtà. Così le nuove schiavitù divengono progresso, le perversioni, versioni di nuove supposte libertà.

Continua poi Gregorio:

Al contrario, la sapienza del giusto sta nel fuggire ogni finzione, nel manifestare con le parole il proprio pensiero, nell’amare il bene così com’è, nell’evitare la falsità, nel donare gratuitamente i propri beni, nel sopportare più volentieri il male che farlo, nel non cercare di vendicarsi delle ingiurie, nel ritenere un guadagno l’offesa subita a causa della verità.

La sapienza del giusto è la parresia, la franchezza nel nominare le cose, nel dire che il verde è verde, che 2+2 fa sempre 4, che i rami non sono foglie, che i bambini sono esseri umani e non mercanzie…come direbbe anche Chesterton…

La stessa parresia che oggi si ascolta dalla bocca del Signore Gesù nell’Evangelo quando si scaglia contro chi aveva fatto del tempio un luogo di mercanzia.

«Non sta forse scritto: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni”? Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».

Facciamo attenzione, perchè il rischio di fare della Chiesa un luogo di mercanzia, c’è sempre stato e sempre ci sarà nella sua storia. Il rischio di organizzare una svendita della Parola a basso costo, di cercare sempre (un errore che a volte ho fatto anche io) un minimo comun denominatore che vada bene a tutti, invece di fare quello che ci chiede il Signore, di volare come aquile, di fare proprio, nostro il Suo sguardo sulla realtà ed osservare le cose dall’alto… Impossibile? All’uomo forse, ma non a Dio ed a chi si affida totalmente a lui, a chi da quelle aquile si lascia salvare e sollevare. Possibile con la preghiera incessante, con l’affidarsi totalmente a Dio per ogni decisione.

“Abbiate fede in Dio! In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe”.

Il Signore accresca la nostra fede. Amen.

Dal «Commento al libro di Giobbe» di san Gregorio Magno, papa
(Lib. 10, 47-48; PL 75, 946-947)
La testimonianza interiore

«Chi è deriso dal suo amico, come lo sono io, invocherà Dio ed egli lo esaudirà» (Gb 12, 4 volgata). Spesso la mente inferma, quando per le buone azioni è raggiunta dalla lode e dal plauso umano, si lascia andare alle gioie esteriori, dà poca importanza alle aspirazioni interiori, e si adagia volentieri in ciò che sente dire. Così si rallegra più di essere proclamata buona, che di esserlo veramente. Mentre brama parole di lode, abbandona ciò che aveva incominciato a essere. Si allontana da Dio proprio per quelle lodi che sembravano unirla a lui.

Talvolta poi attende con impegno a operare rettamente, e tuttavia è tormentata dalla derisione degli uomini. Compie cose mirabili e ne riceve insulti; e mentre le lodi l’avrebbero tirata fuori di sé, gli oltraggi la costringono a rientrare in se stessa; e tanto più saldamente si attacca a Dio nel suo interno, quanto non ha trovato all’esterno dove riposare. Allora dirige tutta la speranza nel Creatore e, tra i biasimi e le derisioni, invoca unicamente il suo testimone interiore.

L’anima afflitta si fa tanto più vicina a Dio quanto più si fa estranea alla stima e al favore umano; si dà subito alla preghiera, e, sotto la pressione esteriore, diventa più pura e più limpida, per penetrare più facilmente nel mondo interiore.

A ragione dunque si dice ora: «Chi è deriso dal suo amico, come lo sono io, invocherà Dio ed egli lo esaudirà»; i malvagi infatti, mentre rimproverano la coscienza dei buoni, dimostrano quale testimone cerchino delle loro azioni. E così i buoni vengono stimolati a raccogliersi in preghiera, e a procurarsi il favore divino nella sfera interiore proprio mentre vengono privati della lode umana nella sfera esteriore.

È da notare poi quanto saggiamente si soggiunga: «Come lo sono io», perché vi sono alcuni che sono oppressi dalle irrisioni umane, e tuttavia non trovano ascolto alle orecchie di Dio. Quando infatti la derisione è diretta contro la colpa, non si acquista certo alcun merito di virtù nella derisione.

«Ma viene derisa la semplicità del giusto» (Gb 12, 4 volgata).

La sapienza di questo mondo sta nel coprire con astuzia i propri sentimenti, nel velare il pensiero con le parole, nel mostrare vero il falso e falso il vero. Al contrario, la sapienza del giusto sta nel fuggire ogni finzione, nel manifestare con le parole il proprio pensiero, nell’amare il bene così com’è, nell’evitare la falsità, nel donare gratuitamente i propri beni, nel sopportare più volentieri il male che farlo, nel non cercare di vendicarsi delle ingiurie, nel ritenere un guadagno l’offesa subita a causa della verità.

Ma questa semplicità del giusto viene derisa, perché la purezza d’intenzione è creduta stoltezza dai sapienti di questo mondo. Infatti tutto ciò che si fa con innocenza, è ritenuto da questi senz’altro una cosa stolta; e tutto ciò che la verità approva nell’agire, suona come sciocchezza per la sapienza di questo mondo.

Qual’è il compito della Chiesa?

Mi capita di leggere, oggi, sul settimanale Riforma, un articolo del pastore valdese di Palermo, Peter Ciaccio, di origini irlandesi, che conclude così il suo articolo di analisi del voto irlandesi sulle coppie dello stesso sesso:

La lezione irlandese per le chiese è che, se vogliono avere pubblica rilevanza, non possono lavorare contro il diritto (caso pedofilia) e i diritti (matrimonio egualitario), in particolare contro il diritto dei cittadini a costruirsi una vita dignitosa nel rispetto delle leggi. Questo non vale solo per l’Irlanda, ma per tutti i paesi. Una chiesa che non ha a cuore i diritti di tutti gli uomini e le donne potrà anche dominare per un certo tempo, ma è destinata a soccombere, portando con sé anche quel tesoro che è la buona notizia di Gesù, che aveva già oscurato con la sua ossessione di controllare il corpo delle persone.

Capito qual’è il problema? …se vogliono avere pubblica rilevanza… Ma la Chiesa, le chiese come scrive il pastore, sono costituite per avere pubblica rilevanza o per annunciare il Vangelo e la Parola di Dio, se necessario anche contro il senso comune, contro le logiche del mondo? La Chiesa non è formata dai credenti chiamati a non conformarsi (Romani 12) al secolo presente? La Chiesa non ha come destino quello di avere tribolazioni nel mondo come le ha avute il Suo Unico Signore. Sola Parola, solo Cristo, sola Fede, sola Grazia, solo per la Gloria di Dio?

Quel tesoro che è la buona notizia di Gesù non è forse quello che Gli è stato affidato dal Padre? Non è la vera realtà della Creazione? Si difende quel tesoro, mi chiedo, non opponendosi contro il diritto (caso pedofilia) e i diritti (matrimonio egualitario)?

Lascio a voi le domande, per me la risposta è chiara, ed è una, la fedeltà alla Parola di Dio, costi quel che costi, obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, cercare prima di tutto il Regno di Dio e la Sua giustizia. E se questo mi costerà essere minoranza, essere impopolare, sia fatta la Sua volontà.

Ieri ho avuto conferma della mia richiesta di essere eliminato dalla lista ufficiale dei predicatori locali per la chiesa valdese e metodista. Resto come sempre a disposizione di qualunque comunità voglia servirsi del mio ministero e dei miei studi biblici, ma non volevo avere più nulla a che vedere, dal punto di vista ufficiale, con una chiesa che si è ridotta a cappellana della laicità, in cambio di che non è dato di capire…

Caro pastore Peter Ciaccio (e non solo, una pletora di pastori e pastore valdometodisti ragiona così purtroppo, come anche tanti preti e vescovi cattolici, ultimo esempio il simposio semicarbonaro della Gregoriana), io della pubblica rilevanza non so che farmene. Preferisco di gran lunga, quando sarà il mio momento, essere trovato fedele alla Parola ed al ministero della predicazione che mi è stato affidato, a qualsiasi riconoscimento mondano di qualsivoglia genere.

«Rabbunì, che io riabbia la vista!».

I nostri peccati ed il tumulto del mondo, le sue mille voci, cercano di far si che non vediamo Gesù, che non riusciamo a sentirlo, cercano di renderci ciechi e sordi circa la Verità, cercano di farci smarrire l’unica Via che conduce alla Vita ed al suo senso pieno.
Reagiamo come dice Gregorio Magno, moltiplicando la preghiera, l’invocazione, mettiamoci nudi nelle sue mani, accogliamo la Sua Parola di salvezza, non abbiamo timore alcuno del mondo. Amen.

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 10,46-52.

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare.
Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!».
Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!».
E Gesù gli disse: «Và, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.

San Gregorio Magno (ca 540-604), papa, dottore della Chiesa
Omelie sul Vangelo, n° 2 ; PL 76, 1081
“Ma egli gridava più forte”

Ogni uomo che conosce le tenebre che fanno di lui un cieco… gridi con tutta l’anima: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”.

Ma sentiamo anche ciò che segue alle grida del cieco: “Quelli che camminavano avanti lo sgridavano, perché tacesse” (Lc 18,39).

Chi sono? Sono coloro che rappresentano i desideri del nostro essere nel mondo, portatori di turbamento, i vizi umani ed il loro tumulto, che vogliono impedire la venuta di Gesù in noi, turbano il pensiero mettendovi la tentazione e coprendo la voce del cuore in preghiera.
Succede spesso infatti che al loro apparire la volontà di rivolgerci nuovamente a Dio… e lo sforzo di allontanare i peccati con la preghiera siano contrariati: la vigilanza dello spirito si indebolisce a contatto con loro, essi mettono confusione nel cuore, soffocano il grido della preghiera…

Cosa ha fatto il cieco per ricevere la luce, malgrado questi ostacoli? “Ma lui continuava ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!””… Sì, più ci assale il tumulto dei desideri, più dobbiamo rendere insistente la nostra preghiera…

Più è coperta la voce del cuore, con maggior vigore essa deve insistere, fino a coprire il tumulto dei pensieri invadenti e giungere all’orecchio fedele del Signore. Ognuno, penso, si riconoscerà in quest’immagine: quando ci sforziamo di volgere il cuore da questo mondo verso Dio…, tante sono le cose inopportune che ci pesano e che dobbiamo combattere. E’ uno ‘sciame’ che a fatica il desiderio di Dio cerca di levare dagli occhi del cuore…

Ma perseverando vigorosamente nella preghiera, noi fermiamo nello spirito Gesù che passa. Come racconta il Vangelo: “Gesù allora si fermò e ordinò che glielo conducessero” (v. 40).

Tardi ti amai

La seconda lettura dell’Ufficio delle Letture di oggi, è a mio avviso una delle più belle pagine scritte dai Padri della Chiesa. Desidero condividerla con i lettori di questo blog, è così avere modo di gustarla ancora.

Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo

(Lib. 10, 26. 37 – 29. 40; CSEL 255-256)
Tutta la mia speranza è riposta
nella tua grande misericordia

Dove ti ho trovato per conoscerti? Sicuramente non eri presente alla mia memoria prima che ti conoscessi. Dove dunque ti ho trovato per conoscerti se non in te al di sopra di me? Ma tale sede non è per nulla un luogo. Ci allontaniamo e ci avviciniamo ad essa, è vero, ma, pur tuttavia, non è assolutamente un luogo. Dovunque ti trovi, o Verità, tu sei al di sopra di tutti quelli che ti interrogano e contemporaneamente rispondi a quanti ti interpellano sulle cose più diverse.

Tu rispondi con chiarezza, ma non tutti ti comprendono con chiarezza. Tutti ti interrogano su ciò che cercano, ma non sempre ascoltano quanto cercano. Si dimostra tuo servo migliore non colui che pretende di sentire da te quello che egli vuole, ma che piuttosto vuole quello che ha udito da te.

Tardi ti ho amato, o bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato! Ed ecco che tu eri dentro e io fuori, e lì ti cercavo. Deforme come ero, mi gettavo su queste cose belle che hai creato. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, che non esisterebbero se non fossero in te. Mi hai chiamato, hai gridato, e hai vinto la mia sordità. Hai mandato bagliori, hai brillato, e hai dissipato la mia cecità. Hai diffuso la tua fragranza, io l’ho respirata, e ora anelo a te. Ti ho assaporato, e ho fame e sete. Mi hai toccato, e aspiro ardentemente alla tua pace.

Quando aderirò a te con tutto me stesso, non vi sarà più posto per il dolore e la fatica, e la mia vita sarà viva, tutta piena di te. È un fatto che tu sollevi chi riempi; e poiché io non sono ancora pieno di te, sono di peso a me stesso. In me le mie deprecabili gioie contrastano con le mie tristezze di cui dovrei rallegrarmi, e non so da quale parte stia la vittoria.

Ahimè! Abbi pietà di me, Signore. Le mie cattive tristezze contrastano con le gioie oneste, e non so da quale parte stia la vittoria. Ahimè! Abbi pietà di me, Signore! Ahimè! Ecco, io non nascondo le mie ferite: tu sei il medico, io il malato; tu sei misericordioso, io misero. Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra? (cfr. Gb 7, 1). Chi vorrebbe molestie e difficoltà? Tu ci comandi di sopportarle, non di amarle. Nessuno ama quello che sopporta, anche se ama di sopportare; avviene che uno può godere di sopportare, ma tuttavia preferisce che non esista quello che deve sopportare. Nelle avversità desidero prosperità, nella prosperità temo le avversità. Qual è il giusto mezzo tra questi estremi, dove l’uomo non abbia un simile duro lavoro sulla terra?

Guai alle prosperità del mondo, doppiamente indesiderabili e per il timore dell’avversità e per la caducità della gioia! Guai alle avversità del mondo, e una e due e tre volte e per il desiderio della prosperità, e perché l’avversità stessa è ben dura e la sopportazione fa naufragio! La vita dell’uomo sulla terra non è forse un duro lavoro (cfr. Gb 7, 1) senza mai una pausa?

E allora ogni mia speranza è posta nella tua grande misericordia.

Nella Chiesa nessuno è padrone, tutti obbediscono a Dio

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 10,32-45.

In quel tempo, Gesù, prendendo in disparte i Dodici, cominciò a dir loro quello che gli sarebbe accaduto:
«Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani,
lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni risusciterà».
E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo».
Egli disse loro: «Cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero:
«Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Gesù disse loro: «Voi non sapete ciò che domandate. Potete bere il calice che io bevo, o ricevere il battesimo con cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo».
E Gesù disse: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e il battesimo che io ricevo anche voi lo riceverete.
Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato».
All’udire questo, gli altri dieci si sdegnarono con Giacomo e Giovanni.
Allora Gesù, chiamatili a sé, disse loro: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere.
Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore,
e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti.
Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Da una omelia di Papa Benedetto XVI

Nel brano del Vangelo (Mc 10,32-45) viene posta davanti ai nostri occhi l’icona di Gesù come il Messia – preannunziato da Isaia (cfr Is 53) – che non è venuto per farsi servire, ma per servire: il suo stile di vita diventa la base dei nuovi rapporti all’interno della comunità cristiana e di un modo nuovo di esercitare l’autorità.

Gesù è in cammino verso Gerusalemme e preannunzia per la terza volta, indicandola ai discepoli, la via attraverso la quale intende portare a compimento l’opera affidatagli dal Padre: è la via dell’umile dono di sé fino al sacrificio della vita, la via della Passione, la via della Croce.

Eppure, anche dopo questo annuncio, come è avvenuto per i precedenti, i discepoli rivelano tutta la loro fatica a comprendere, a operare il necessario “esodo” da una mentalità mondana alla mentalità di Dio. In questo caso sono i due figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, che chiedono a Gesù di sedere ai primi posti accanto a lui nella “gloria”, manifestando attese e progetti di grandezza, di autorità, di onore secondo il mondo. Gesù, che conosce il cuore dell’uomo, non rimane turbato per questa richiesta, ma ne mette subito in luce la portata profonda: “voi non sapete quello che chiedete”; poi guida i due fratelli a comprendere che cosa comporta mettersi alla sua sequela.

Qual è allora la via che deve percorrere chi vuole essere discepolo? E’ la via del Maestro, è la via della totale obbedienza a Dio.

Per questo Gesù chiede a Giacomo e a Giovanni: siete disposti a condividere la mia scelta di compiere fino in fondo la volontà del Padre? Siete disposti a percorrere questa strada che passa per l’umiliazione, la sofferenza e la morte per amore? I due discepoli, con la loro risposta sicura, “lo possiamo”, mostrano, ancora una volta, di non aver capito il senso reale di ciò che prospetta loro il Maestro. E di nuovo Gesù, con pazienza, fa compiere loro un passo ulteriore: neppure sperimentare il calice della sofferenza e il battesimo della morte dà diritto ai primi posti, perché ciò è “per coloro per i quali è stato preparato”, è nelle mani del Padre Celeste; l’uomo non deve calcolare, deve semplicemente abbandonarsi a Dio, senza pretese, conformandosi alla sua volontà.

L’indignazione degli altri discepoli diventa occasione per estendere l’insegnamento all’intera comunità. Anzitutto Gesù “li chiamò a sé”: è il gesto della vocazione originaria, alla quale li invita a ritornare. E’ molto significativo questo riferirsi al momento costitutivo della vocazione dei Dodici, allo “stare con Gesù” per essere inviati, perché ricorda con chiarezza che ogni ministero ecclesiale è sempre risposta ad una chiamata di Dio, non è mai frutto di un proprio progetto o di una propria ambizione, ma è conformare la propria volontà a quella del Padre che è nei Cieli, come Cristo al Getsèmani (cfr Lc 22,42).

Nella Chiesa nessuno è padrone, ma tutti sono chiamati, tutti sono inviati, tutti sono raggiunti e guidati dalla grazia divina. E questa è anche la nostra sicurezza! Solo riascoltando la parola di Gesù, che chiede “vieni e seguimi”, solo ritornando alla vocazione originaria è possibile intendere la propria presenza e la propria missione nella Chiesa come autentici discepoli.

La richiesta di Giacomo e Giovanni e l’indignazione degli “altri dieci” Apostoli sollevano una questione centrale a cui Gesù vuole rispondere: chi è grande, chi è “primo” per Dio? Anzitutto lo sguardo va al comportamento che corrono il rischio di assumere “coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni”: “dominare ed opprimere”. Gesù indica ai discepoli un modo completamente diverso: “Tra voi, però, non è così”.

La sua comunità segue un’altra regola, un’altra logica, un altro modello: “Chi vuole diventare grande tra di voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra di voi sarà schiavo di tutti”. Il criterio della grandezza e del primato secondo Dio non è il dominio, ma il servizio; la diaconia è la legge fondamentale del discepolo e della comunità cristiana, e ci lascia intravedere qualcosa della “Signoria di Dio”. E Gesù indica anche il punto di riferimento: il Figlio dell’uomo, che è venuto per servire; sintetizza cioè la sua missione sotto la categoria del servizio, inteso non in senso generico, ma in quello concreto della Croce, del dono totale della vita come “riscatto”, come redenzione per molti, e lo indica come condizione per la sequela.

E’ un messaggio che vale per gli Apostoli, vale per tutta la Chiesa, vale soprattutto per coloro che hanno compiti di guida nel Popolo di Dio. Non è la logica del dominio, del potere secondo i criteri umani, ma la logica del chinarsi per lavare i piedi, la logica del servizio, la logica della Croce che è alla base di ogni esercizio dell’autorità. In ogni tempo la Chiesa è impegnata a conformarsi a questa logica e a testimoniarla per far trasparire la vera “Signoria di Dio”, quella dell’amore.