Falsità e Sapienza, Mercanzia e Parresia

L’Ufficio delle Letture di oggi (venerdì VIII settimana del Tempo Ordinario), riporta come seconda lettura un bellissimo brano di Gregorio Magno (lo trovate per intero sotto) che commenta il libro di Giobbe, proposto come prima lettura (il capitolo 12).

L’attualità della Parola di Dio è, come sempre, sconvolgente. E non potrebbe essere altrimenti, come ogni credente dovrebbe sapere, visto che Egli è lo stesso, ieri, oggi e sempre.

Scrive Gregorio Magno, commentando in particolare il versetto 4 («Ma viene derisa la semplicità del giusto»):

La sapienza di questo mondo sta nel coprire con astuzia i propri sentimenti, nel velare il pensiero con le parole, nel mostrare vero il falso e falso il vero.

C’è tutta, tutta la cronaca di questi giorni, le falsità che si leggono sugli amori che sarebbero tutti uguali, sulla carità vista come un flaccido”vogliamoci bene – anzi, volemose bene“, alla romana (quello che ti dicevano nelle osterie di un tempo quelli che ti offrivano il vino e poi ti pugnalavano per rubarti la borsa coi quattrini quando uscivi fuori porta). La cronaca di un mondo che è fatto di tanta finzione, parole che nascondono sostanze diverse da quello che rappresentano, discorsi che mirano a confondere, locuzioni che nascondono le vere realtà. Così le nuove schiavitù divengono progresso, le perversioni, versioni di nuove supposte libertà.

Continua poi Gregorio:

Al contrario, la sapienza del giusto sta nel fuggire ogni finzione, nel manifestare con le parole il proprio pensiero, nell’amare il bene così com’è, nell’evitare la falsità, nel donare gratuitamente i propri beni, nel sopportare più volentieri il male che farlo, nel non cercare di vendicarsi delle ingiurie, nel ritenere un guadagno l’offesa subita a causa della verità.

La sapienza del giusto è la parresia, la franchezza nel nominare le cose, nel dire che il verde è verde, che 2+2 fa sempre 4, che i rami non sono foglie, che i bambini sono esseri umani e non mercanzie…come direbbe anche Chesterton…

La stessa parresia che oggi si ascolta dalla bocca del Signore Gesù nell’Evangelo quando si scaglia contro chi aveva fatto del tempio un luogo di mercanzia.

«Non sta forse scritto: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le nazioni”? Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».

Facciamo attenzione, perchè il rischio di fare della Chiesa un luogo di mercanzia, c’è sempre stato e sempre ci sarà nella sua storia. Il rischio di organizzare una svendita della Parola a basso costo, di cercare sempre (un errore che a volte ho fatto anche io) un minimo comun denominatore che vada bene a tutti, invece di fare quello che ci chiede il Signore, di volare come aquile, di fare proprio, nostro il Suo sguardo sulla realtà ed osservare le cose dall’alto… Impossibile? All’uomo forse, ma non a Dio ed a chi si affida totalmente a lui, a chi da quelle aquile si lascia salvare e sollevare. Possibile con la preghiera incessante, con l’affidarsi totalmente a Dio per ogni decisione.

“Abbiate fede in Dio! In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe”.

Il Signore accresca la nostra fede. Amen.

Dal «Commento al libro di Giobbe» di san Gregorio Magno, papa
(Lib. 10, 47-48; PL 75, 946-947)
La testimonianza interiore

«Chi è deriso dal suo amico, come lo sono io, invocherà Dio ed egli lo esaudirà» (Gb 12, 4 volgata). Spesso la mente inferma, quando per le buone azioni è raggiunta dalla lode e dal plauso umano, si lascia andare alle gioie esteriori, dà poca importanza alle aspirazioni interiori, e si adagia volentieri in ciò che sente dire. Così si rallegra più di essere proclamata buona, che di esserlo veramente. Mentre brama parole di lode, abbandona ciò che aveva incominciato a essere. Si allontana da Dio proprio per quelle lodi che sembravano unirla a lui.

Talvolta poi attende con impegno a operare rettamente, e tuttavia è tormentata dalla derisione degli uomini. Compie cose mirabili e ne riceve insulti; e mentre le lodi l’avrebbero tirata fuori di sé, gli oltraggi la costringono a rientrare in se stessa; e tanto più saldamente si attacca a Dio nel suo interno, quanto non ha trovato all’esterno dove riposare. Allora dirige tutta la speranza nel Creatore e, tra i biasimi e le derisioni, invoca unicamente il suo testimone interiore.

L’anima afflitta si fa tanto più vicina a Dio quanto più si fa estranea alla stima e al favore umano; si dà subito alla preghiera, e, sotto la pressione esteriore, diventa più pura e più limpida, per penetrare più facilmente nel mondo interiore.

A ragione dunque si dice ora: «Chi è deriso dal suo amico, come lo sono io, invocherà Dio ed egli lo esaudirà»; i malvagi infatti, mentre rimproverano la coscienza dei buoni, dimostrano quale testimone cerchino delle loro azioni. E così i buoni vengono stimolati a raccogliersi in preghiera, e a procurarsi il favore divino nella sfera interiore proprio mentre vengono privati della lode umana nella sfera esteriore.

È da notare poi quanto saggiamente si soggiunga: «Come lo sono io», perché vi sono alcuni che sono oppressi dalle irrisioni umane, e tuttavia non trovano ascolto alle orecchie di Dio. Quando infatti la derisione è diretta contro la colpa, non si acquista certo alcun merito di virtù nella derisione.

«Ma viene derisa la semplicità del giusto» (Gb 12, 4 volgata).

La sapienza di questo mondo sta nel coprire con astuzia i propri sentimenti, nel velare il pensiero con le parole, nel mostrare vero il falso e falso il vero. Al contrario, la sapienza del giusto sta nel fuggire ogni finzione, nel manifestare con le parole il proprio pensiero, nell’amare il bene così com’è, nell’evitare la falsità, nel donare gratuitamente i propri beni, nel sopportare più volentieri il male che farlo, nel non cercare di vendicarsi delle ingiurie, nel ritenere un guadagno l’offesa subita a causa della verità.

Ma questa semplicità del giusto viene derisa, perché la purezza d’intenzione è creduta stoltezza dai sapienti di questo mondo. Infatti tutto ciò che si fa con innocenza, è ritenuto da questi senz’altro una cosa stolta; e tutto ciò che la verità approva nell’agire, suona come sciocchezza per la sapienza di questo mondo.