Studiosità e studium

Oggi l’amico Paolo Pugni ci fa riflettere sulla studiosità. A me è tornata in mente una delle prime lezioni di filosofia seguite all’Università Gregoriana, tenuta dal mio padre spirituale di allora, padre Zoltan Alszeghy, sul concetto di studium.

Parola latina che come primo significato non ha quello che di solito gli diamo nel linguaggio moderno, legato semplicemente all’intelletto, all’approfondimento intellettuale, ma che indica la capacità di provare meraviglia, di stupirsi, la passione, financo l’amore.

La sapienza, l’intelletto devono nascere dall’amore, dalla passione per l’uomo, dallo stupirsi per le meraviglie di cui è capace. Non a caso si parla di philo-sophia, amore per la sapienza…

Non a caso, per me, credente, la più grande sapienza è la Croce, ovvero una dichiarazione d’amore eterno di Dio verso l’uomo. Meditiamoci su…

Non conformatevi

Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale.

Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà.

(Romani 12)

Commenta  questo passo l’autore del piano di lettura che sto seguendo in questi giorni:

Spesso è stato detto che la mente è il terreno di gioco del diavolo. C’è molta verità in questa dichiarazione, dato che così tante battaglie spirituali contro il nostro nemico hanno luogo nella mente.

Forse il nostro nemico spirituale usa il senso di colpa di un peccato passato per tenertelo in mente, o le voglie di una dipendenza che non hai pienamente superato. Forse mormora parole negative che ti fanno dubitare della tua fede, o della tua abilità di adempiere ciò che Dio ha previsto che tu faccia.

Fai oggi ciò che dice Romani 12:2 e permetti a Dio di trasformarti attraverso il rinnovamento della tua mente.

Prega, e oggi chiedi a Dio di rimuovere i pensieri negativi che il nostro nemico spirituale continua ad infiltrare nella tua mente, continua a permettere a Dio di rinnovare la tua mente e mettere al posto della negatività la chiarezza e la purezza. Permetti a Dio di aiutarti a combattere la battaglia nella tua mente ed avere la vittoria.

Molti mi dicono, quando parlo con loro, “ma io non so pregare”. Ed io rispondo loro che anche per questo abbiamo la Scrittura, la Sacra Parola. Anche solo leggerla ogni giorno  ci insegna a pregare. Pensate alla potenza del libro dei Salmi. Una preghiera ispirata da Dio ed a lui rivolta.

Non sai pregare, credi? Allora apri il libro dei Salmi, ed un giorno dopo l’altro leggine uno. Vi ritroverai i tuoi sentimenti, le tue angosce, le tue speranze, e le presenterai di fronte a Dio assieme all’autore sacro. Oppure accostati ai Vangeli del Figlio, e guarda come non aveva paura di affrontare i demoni del mondo, prendi coraggio da Lui.

L’ascolto della Parola, è questo che rinnova la mente, e rende capaci di non conformarsi alle miserie che ci propone questo mondo.

L’ascolto della Parola, ci aiuta a trasformarci nel senso voluto dal Signore, a non rovinarci andando dietro all’amore finto e di plastica di cui questi tempi sono pieni, l’amore che durà solo finchè le cose vanno bene e ci sono cose per tutti…

L’ascolto della Parola ci fa fare esperienza dell’amore vero, quello che passa attraverso la Croce, la sofferenza, il dubbio, il rifiuto. Senza l’esperienza della Croce, l’amore vero non esiste! Non date retta ai tanti falsi profeti di oggi. Senza la Croce ogni amore è falso e senza l’unica garanzia possibile, quella della grazia di Dio. Le tanti croci per cui è passato il popolo di Israele ed ogni suo profeta, la Croce vittoriosa del Nostro Salvatore Gesù Cristo: lì e soltanto lì si conosce la buona, gradita e perfetta volontà di Dio. 

Ascolta la Parola! Leggila, meditala, pregala, amala. E troverai ristoro, e scoprirai la verità sulla tua vita.

Amen.

Orrori e colpevole indifferenza

Leggo questo articolo oggi su Avvenire, e rifletto, e mi sfogo scrivendo…

Ne riporto per intero un brano:

Le atrocità perpetrate dai terroristi del Califfato sembrano non avere fine. Sono state 91 le persone giustiziate in Siria dall’Isis solo nell’ultimo mese, secondo un bilancio reso noto oggi dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani (Ondus). Un dato che fa salire a 3.156 i giustiziati (quelli di cui si è avuta notizia) nel Paese a partire dalla proclamazione del Califfato, 14 mesi fa.

L’emiro di Sirte ai cittadini: consegnateci le donne
Intanto in Libia i jihadisti dello stato islamico (Is o Isis)stanno inasprendo la pressione sugli abitanti di Sirte, dove è stato proclamato l’emirato, fedele al Califfato. “Decapiteremo i ribelli dell’opposizione dopo la preghiera del venerdì, gli abitanti di Sirte consegnino le loro figlie ai combattenti che le sposeranno”, ha proclamato ieri il leader locale dell’Isis, Hassan al Karami, in un sermone nella moschea al Rabat di Sirte.

Poco si conosce della figura di Karami, il cui pseudonimo è Abou Moaweya. Secondo un attivista dei diritti umani di Bengasi, citato dal sito International Business Times, in passato ha militato nella formazione Ansar al-Sharia dopo la caduta di Mummar Gheddafi nel 2011. Karami ha iniziato a farsi un nome in veste di predicatore, prima a Bengasi e poi a Derna, fino a quando non ha assunto un ruolo di primo piano a Sirte, “diventando Mufti di Daesh, grazie alle sue conoscenze”. Secondo l’attivista Karami ha frequentato “una Kkwala, scuola privata islamica” e rispetto agli altri jihadisti, “ha una buona cultura alle spalle”.

Armi chimiche
Intanto giungono testimonianze dell’uso da parte dei jihadisti di armi chimiche. Lanciate anche contro le popolazioni civili. (vedi link a fianco)

Ma “sconfiggere lo stato islamico è possibile”
Sconfiggere lo Stato Islamico “si può, se si vuole”. Lo afferma il patriarca della Chiesa siro-cattolica Ignace Youssif III Younan in un’intervista alla Radio Vaticana in occasione della beatificazione, questo pomeriggio ad Harissa, in Libano, del vescovo siro-cattolico Flavien Michel Melki, martirizzato cento anni fa, il 29 agosto 1915, durante le persecuzioni dell’Impero Ottomano.

“In Occidente, purtroppo – sottolinea Younan -, i Paesi non hanno ancora trovato un accordo sulla strategia da seguire e quindi lasciano che le cose vadano avanti in questo modo”. “Vediamo anche il problema dei migranti: perché l’Unione Europea – e tutto l’Occidente – non trovano il coraggio di dire chiaramente il motivo per il quale queste migliaia di migranti arrivano con così tanti rischi, perché ci sono tanti morti? Perché non prendono una decisione comune a livello internazionale?”, prosegue il patriarca siro-cattolico.

I Paesi arabi, che sono a maggioranza musulmana, hanno vasti territori e miliardi di dollari – aggiunge -. Allora perché non dare a questi poveri una sistemazione in qualche regione mediorientale, sotto l’egida delle Nazioni Unite, e poi aiutarli a ritornare nelle proprie case una volta che la situazione sarà migliorata? E invece nessuno ne parla: questi popoli hanno affinità di lingua, di religione e di cultura. Purtroppo, però, i governanti non sono in grado di far fronte a questo problema”.

I paesi occidentali, Stati Uniti in prima linea, ci hanno messo poco prima a far fuori l’Iraq ed il governo iracheno, che aveva il miglior esercito della regione, Israele a parte, poi Gheddafi ed i suoi.

Ora tutti sono colpevolmente inerti. Perchè preferiscono usare la situazione in Africa settentrionale e Medio Oriente per tenere in inferiorità l’Europa, scaricando ogni problema sui paesi di frontiera, tra l’altro i più economicamente deboli, come Grecia, Macedonia, Italia, Spagna. Per far considerare i propri mercati e le proprie valute (l’onnipresente dollaro), i veri beni rifugio, per colpire i cristiani che ormai sono rimasti gli unici, veri, anticapitalisti ed antistatalisti (a parte quelli che si sono venduti, dimenticandosi della Parola di Dio e della Verità in Lei contenuta).

Tutti zitti i progressisti autoproclamati tali, le femministe storiche, di fronte agli orrori perpetrati dalle milizie islamiche su bambine, ragazze e donne,vendute, stuprate ed uccise nell’indifferenza generale. Nessuno che si dice Yazida, nessuno che marci con i cristiani come ha marciato dicendosi “Charlie”.

Ipocriti e sepolcri imbiancati, ma il Signore darà a ciascuno la sua ricompensa. Il Signore, ormai dovremmo aver capito che è del tutto inutile aspettarselo dagli uomini un giudizio che abbia anche solo un minimo contenuto di giustizia…

Preghiera del giorno

Per la purezza del cuore. Composta con alcuni versetti ripresi dalle letture del giorno.

(Salmo 51)

10 O Dio, crea in me un cuore puro e rinnova dentro di me uno spirito ben saldo.
11 Non respingermi dalla tua presenza e non togliermi il tuo santo Spirito.
12 Rendimi la gioia della tua salvezza e uno spirito volenteroso mi sostenga.
13 Insegnerò le tue vie ai colpevoli, e i peccatori si convertiranno a te.

(Proverbi, capitolo 4)

20 Figlio mio, sta’ attento alle mie parole, inclina l’orecchio ai miei detti;
21 non si allontanino mai dai tuoi occhi, conservali in fondo al cuore;
22 poiché sono vita per quelli che li trovano, salute per tutto il loro corpo.
23 Custodisci il tuo cuore piú di ogni altra cosa, poiché da esso provengono le sorgenti della vita.
24 Rimuovi da te la perversità della bocca, allontana da te la falsità delle labbra.

La purezza del cuore si ottiene ascoltando costantemente Dio. Dio si ascolta costantemente avendo un rapporto giornaliero, quotidiano, costante con la Sua Parola. Questa Parola non va semplicemente tenuta per se, ma va comunicata, va insegnata ai lontani, ai peccatori, perchè anche essi abbiano la possibilità di avvicinarsi al Signore.

Le perversità e le falsità del mondo vanno rimosse dal cuore, dall bocca e dalle labbra. Perchè non arrivino al cuore, e perchè il cuore non venga contaminato.

10 O Dio, crea in me un cuore puro e rinnova dentro di me uno spirito ben saldo.
11 Non respingermi dalla tua presenza e non togliermi il tuo santo Spirito.

Amen.

La Chiesa dei media

La Chiesa cattolica, e non solo lei, dovrebbe rivedere a fondo il modo di comunicare. Come scrive Giuliano Guzzo:

Gli esempi si sprecano: si va dalla confusione sistematica fra Chiesa, Conferenza episcopale italiana e Vaticano a quel «si una persona es gay busca al Señor y tiene buena voluntad..¿Quien soy yo para juzgarla?» pronunciato da Papa Francesco ad un giornalista spagnolo di rtve e divenuto, per troppi, «chi sono io per giudicare?», abolizione di qualsivoglia giudizio di verità morale, dalla sovrapposizione tra gli atti Magisteriali e interviste di uomini di Chiesa fino, per tornare a noi, all’inesistente approvazione dell’ideologia del gender decretata sulla base di un’amplificazione mediatica di un caso rispetto a cui smentite e precisazioni hanno efficacia scarsa.

Quel che avrei voluto dire all’incontro a Rimini

A chi ancora non crede all’esistenza dell’ideologia gender ricordo il pensiero di quella che viene considerata come l’ideologa vivente principale del movimento femminista, la professoressa americana Judith Butler che parla del genere come «di una costruzione culturale, esso non è il risultato causale del sesso, né è fisso come il sesso» ma «la maschilità potrà essere riferita sia a un corpo maschile sia a uno femminile e la femminilità sia a un corpo maschile sia a uno femminile». Ora siamo alle Unioni Civili dove grazie al grippaggio e ad altri fattori persino all’interno della Chiesa si teme di parlare di unioni contro natura e di spiegare perché per il cristiano sono un peccato morale grave che normato diffonde infelicità in tutta la società.

L’uomo bianco in quella foto

(di Riccardo Gazzaniga)

panterenere

Le fotografie, a volte, ingannano.
Prendete questa immagine, per esempio.
Racconta il gesto di ribellione di Tommie Smith e John Carlos il giorno della premiazione dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico e mi ha ingannato un sacco di volte.
L’ho sempre guardata concentrandomi sui due uomini neri scalzi, con il capo chino e il pugno guantato di nero verso il cielo, mentre suona l’inno americano. Un gesto simbolico fortissimo, per rivendicare la tutela dei diritti delle popolazioni afroamericane in un anno di tragedie come la morte di Martin Luther King e Bob Kennedy.
È la foto del gesto storico di due uomini di colore. Per questo non ho mai osservato troppo quell’uomo, bianco come me, immobile sul secondo gradino.

L’ho considerato una presenza casuale, una comparsa, una specie di intruso. Anzi, ho perfino creduto che quel tizio – doveva essere un inglese smorfioso – rappresentasse, nella sua glaciale immobilità, la volontà di resistenza al cambiamento che Smith e Carlos invocavano con il loro grido silenzioso.
Invece sono stato ingannato.
Grazie a un vecchio articolo di Gianni Mura, oggi ho scoperto la verità: l’uomo bianco nella foto è, forse, l’eroe più grande emerso da quella notte del 1968.
Si chiamava Peter Norman, era australiano e arrivò alla finale dei 200 metri dopo aver corso un fantastico 20.22 in semifinale. Solo i due americani Tommie “The Jet” Smith e John Carlos avevano fatto meglio: 20.14 il primo e 20.12 il secondo.
La vittoria si sarebbe decisa tra loro due, Norman era uno sconosciuto cui giravano bene le cose. John Carlos, anni dopo, disse di essersi chiesto da dove fosse uscito quel piccoletto bianco. Un uomo di un metro settantotto che correva veloce come lui e Smith, che superavano entrambi il metro e novanta.
Arrivò la finale e l’outsider Peter Norman corse la gara della vita, migliorandosi ancora. Chiuse in 20.06, sua prestazione migliore di sempre e record australiano ancora oggi imbattuto, a 47 anni di distanza.
Ma quel record non bastò, perché Tommie Smith era davvero “The jet” e rispose con il record del mondo. Abbatté il muro dei venti secondi, primo uomo della storia, chiudendo in 19.82 e prendendosi l’oro.
John Carlos arrivò terzo di un soffio, dietro la sorpresa Norman, unico bianco in mezzo ai fuoriclasse di colore.
Fu una gara bellissima, insomma.
Eppure quella gara non sarà mai ricordata quanto la sua premiazione.

Non passò molto dalla fine della corsa perché si capisse che sarebbe successo qualcosa di forte, di inaudito, al momento di salire sul podio.
Smith e Carlos avevano deciso di portare davanti al mondo intero la loro battaglia per i diritti umani e la voce girava tra gli atleti.
Norman era un bianco e veniva dall’Australia, un paese che aveva leggi di apartheid dure quasi come quelle sudafricane. Anche in Australia c’erano tensioni e proteste di piazza a seguito delle pesanti restrizioni all’immigrazione non bianca e leggi discriminatorie verso gli aborigeni, tra cui le tremende adozioni forzate di bambini nativi a vantaggio di famiglie di bianchi.
I due americani chiesero a Norman se lui credesse nei diritti umani.
Norman rispose di sì.
Gli chiesero se credeva in Dio e lui, che aveva un passato nell’esercito della salvezza, rispose ancora sì.
“Sapevamo che andavamo a fare qualcosa ben al di là di qualsiasi competizione sportiva e lui disse “sarò con voi” – ricorda John Carlos – Mi aspettavo di vedere paura negli occhi di Norman, invece ci vidi amore”.
Smith e Carlos avevano deciso di salire sul podio portando al petto uno stemma del Progetto Olimpico per i Diritti Umani, un movimento di atleti solidali con le battaglie di uguaglianza.
Avrebbero ritirato le medaglie scalzi, a rappresentare la povertà degli uomini di colore. E avrebbero indossato i famosi guanti di pelle nera, simbolo delle lotte delle Pantere Nere.
Ma prima di andare sul podio si resero conto di avere un solo paio di guanti neri.
“Prendetene uno a testa” suggerì il corridore bianco e loro accettarono il consiglio.
Ma poi Norman fece qualcos’altro.
“Io credo in quello in cui credete voi. Avete uno di quelli anche per me?“ chiese indicando lo stemma del Progetto per i Diritti Umani sul petto degli altri due. “Così posso mostrare la mia solidarietà alla vostra causa”.
Smith ammise di essere rimasto stupito e aver pensato: “Ma che vuole questo bianco australiano? Ha vinto la sua medaglia d’argento, che se la prenda e basta!”.
Così gli rispose di no, anche perché non si sarebbe privato del suo stemma. Ma con loro c’era un canottiere americano bianco, Paul Hoffman, attivista del Progetto Olimpico per i Diritti Umani. Aveva ascoltato tutto e pensò che “se un australiano bianco voleva uno di quegli stemmi, per Dio, doveva averlo!”. Hoffman non esitò: “Gli diedi l’unico che avevo: il mio”.
I tre uscirono sul campo e salirono sul podio: il resto è passato alla storia, con la potenza di quella foto.
“Non ho visto cosa succedeva dietro di me – raccontò Norman – Ma ho capito che stava andando come avevano programmato quando una voce nella folla iniziò a cantare l’inno Americano, ma poi smise. Lo stadio divenne silenzioso”.
Il capo delegazione americano giurò che i suoi atleti avrebbero pagato per tutta la vita quel gesto che non c’entrava nulla con lo sport. Immediatamente Smith e Carlos furono esclusi dal team americano e cacciati dal villaggio olimpico, mentre il canottiere Hoffman veniva accusato pure lui di cospirazione.
Tornati a casa i due velocisti ebbero pesantissime ripercussioni e minacce di morte.
Ma il tempo, alla fine, ha dato loro ragione e sono diventati paladini della lotta per i diritti umani. Sono stati riabilitati, collaborando con il team americano di atletica e per loro è stata eretta una statua all’Università di San José.
In questa statua non c’è Peter Norman.
Quel posto vuoto sembra l’epitaffio di un eroe di cui nessuno si è mai accorto. Un atleta dimenticato, anzi, cancellato, prima di tutto dal suo paese, l’Australia.
Quattro anni dopo Messico 1968, in occasione delle Olimpiadi di Monaco, Norman non fu convocato nella squadra di velocisti australiani, pur avendo corso per ben 13 volte sotto il tempo di qualificazione dei 200 metri e per 5 sotto quello dei 100.
Per questa delusione, lasciò l’atletica agonistica, continuando a correre a livello amatoriale.
In patria, nell’Australia bianca che voleva resistere al cambiamento, fu trattato come un reietto, la famiglia screditata, il lavoro quasi impossibile da trovare. Fece l’insegnante di ginnastica, continuò le sua battaglie come sindacalista e lavorò saltuariamente in una macelleria. Un infortunio gli causò una grave cancrena e incorse in problemi di depressione e alcolismo.
Come disse John Carlos “Se a noi due ci presero a calci nel culo a turno, Peter affrontò un paese intero e soffrì da solo”.
Per anni Norman ebbe una sola possibilità di salvarsi: fu invitato a condannare il gesto dei suoi colleghi Tommie Smith e John Carlos, in cambio di un perdono da parte del sistema che lo aveva ostracizzato. Un perdono che gli avrebbe permesso di trovare un lavoro fisso tramite il comitato olimpico australiano ed essere parte dell’organizzazione delle Olimpiadi di Sidney 2000.
Ma lui non mollò e non condannò mai la scelta dei due americani.
Era il più grande sprinter australiano mai vissuto e detentore del record sui 200, eppure non ebbe neppure un invito alle Olimpiadi di Sidney. Fu il comitato olimpico americano, una volta scoperta la notizia a chiedergli di aggregarsi al proprio gruppo e a invitarlo alla festa di compleanno del campione Michael Johnson per cui Peter Norman era un modello e un eroe.
Norman morì improvvisamente per un attacco cardiaco nel 2006, senza che il suo paese lo avesse mai riabilitato.
Al funerale Tommie Smith e John Carlos, amici di Norman da quel lontano 1968, ne portarono la bara sulle spalle, salutandolo come un eroe.
“Peter è stato un soldato solitario. Ha scelto consapevolmente di fare da agnello sacrificale nel nome dei diritti umani. Non c’è nessuno più di lui che l’Australia dovrebbe onorare, riconoscere e apprezzare” disse John Carlos.
“Ha pagato il prezzo della sua scelta – spiegò Tommie Smith – Non è stato semplicemente un gesto per aiutare noi due, è stata una SUA battaglia. È stato un uomo bianco, un uomo bianco australiano tra due uomini di colore, in piedi nel momento della vittoria, tutti nel nome della stessa cosa”.
Solo nel 2012 il Parlamento Australiano ha approvato una tardiva dichiarazione per scusarsi con Peter Norman e riabilitarlo alla storia con queste parole:
“Questo Parlamento riconosce lo straordinario risultato atletico di Peter Norman che vinse la medaglia d’argento nei 200 metri a Città del Messico, in un tempo di 20.06, ancora oggi record australiano.
Riconosce il coraggio di Peter Norman nell’indossare il simbolo del Progetto OIimpico per i Diritti umani sul podio, in solidarietà con Tommie Smith e John Carlos, che fecero il saluto del “potere nero”.
Si scusa tardivamente con Peter Norman per l’errore commesso non mandandolo alle Olimpiadi del 1972 di Monaco, nonostante si fosse ripetutamente qualificato e riconosce il potentissimo ruolo che Peter Norman giocò nel perseguire l’uguaglianza razziale”.
Ma, forse, le parole che ricordano meglio di tutti Peter Norman sono quelle semplici eppure definitive con cui lui stesso spiegò le ragioni del suo gesto, in occasione del film documentario “Salute”, girato dal nipote Matt.
“Non vedevo il perché un uomo nero non potesse bere la stessa acqua da una fontana, prendere lo stesso pullman o andare alla stessa scuola di un uomo bianco.
Era un’ingiustizia sociale per la qualche nulla potevo fare da dove ero, ma certamente io la detestavo.
È stato detto che condividere il mio argento con tutto quello che accadde quella notte alla premiazione abbia oscurato la mia performance.
Invece è il contrario.
Lo devo confessare: io sono stato piuttosto fiero di farne parte”.