“Quale famiglia per quale testimonianza evangelica?”

La famiglia viene prima, per il bene di tutti

Un documento evangelico propositivo e pungente
 
La famiglia è un bene per tutta la società: è come l’architrave che regge la comunità. Intaccare l’architrave significa mettere a repentaglio il futuro della società. Di fronte ai tanti tentativi di ridefinire la famiglia presenti anche nel mondo religioso, il documento “Quale famiglia per quale testimonianza evangelica?” dà voce ad una proposta che può davvero guidare oltre le distorsioni di una lettura sacramentalista o culturalista del matrimonio, evitando sia il rischio di sacralizzarla sia quello di ridurla ad una mera convenzione sociale. Frutto di un lavoro portato avanti da un gruppo di pastori, personalità pubbliche ed operatori evangelici della pastorale famigliare, il documento ribadisce le convinzioni classiche della fede evangelica sulla famiglia e offre una lettura critica di pericolosi scivolamenti che si registrano nel mondo protestante, troppo incline a sposare le tendenze secolarizzate della cultura contemporanea. 
 
Quale famiglia per quale testimonianza evangelica?”, disponibile qui, è un contributo non retorico sul tema della famiglia rivolto a tutte le chiese evangeliche e, più in generale, alla società italiana. Esso viene diffuso proprio in concomitanza vista della storica manifestazione Difendiamo i nostri figli! del 30 gennaio 2016 cui l’Alleanza Evangelica Italiana, e numerose altre organizzazioni ed associazioni evangeliche, hanno aderito convintamente per il bene dell’Italia.
 
“Quale famiglia per quale testimonianza evangelica?” è un documento che vuole incoraggiare tutti gli evangelici italiani, persuasi che la Parola di Dio sia il fondamento della vita, a firmarlo, a diffonderlo e a promuoverlo nelle forme possibili, in modo che diventi un documento diffuso e partecipato. E’ quindi un’occasione preziosa per i singoli credenti, le chiese, le opere evangeliche di far sentire la loro voce facendosi coinvolgere in questo processo di progressiva “crescita” del documento stesso tramite l’adesione dei suoi sottoscrittori.
 
Il documento può essere firmato da tutti, servendosi di questa pagina e diffuso attraverso i social networks usuali.
 
Roma, 29 gennaio 2016
 
Alleanza Evangelica Italiana
www.alleanzaevangelica.org  
ufficio.stampa@alleanzaevangelica.org
 

Nella tempesta

Teresa d’Avila scrive alle carmelitane e a tutta la Chiesa. Pregate anzitutto, testimoniate la Verità del Vangelo ed affidatevi alla Sua Parola ed alla Sua promessa. Fate tutto ciò che siete chiamati a fare come cristiani e lasciate fare a Lui, misericordioso e giusto.

Il mondo il secondo aggettivo cerca con tutta la forza di scordarselo.

Teresa d’Avila (1515-1582), carmelitana, dottore della Chiesa
Lettera 284; alle Carmelitane di Siviglia

Nella tempesta

Coraggio, figlie mie! Coraggio! Ricordate che a nessuno Dio manda più sofferenze di quante ne possa sopportare e che sua Maestà sta con coloro che si trovano nelle prove. Non dovete temere nulla; ma sperate dalla sua misericordia che egli metterà la verità in piena luce e svelerà tutte quelle trame che il demonio teneva nascoste per seminare il disordine fra voi…; Orazione, orazione, sorelle mie! È ora che brillino umiltà e ubbidienza in ciascuna di voi!

Oh, quanto è opportuno questo momento, per cogliere il frutto delle risoluzioni di servire il Nostro Signore che avete prese! Pensate che sovente, egli vuole provare se le opere rispondono alle risoluzioni e alle parole. Fate onore alle figlie della Vergine, vostre sorelle, in questa grande prova. Se vi ci applicherete, il Buon Gesù vi aiuterà. Benché dorma sul mare nel momento in cui tuona la tempesta, egli ferma i venti. Tuttavia vuole che lo preghiamo, perché ci ama tanto da cercare sempre mezzi nuovi per far progredire le nostre anime. Sia benedetto il suo nome per sempre! Amen, amen.

In tutti i nostri monasteri vi raccomandiamo insistentemente a Dio. Perciò spero dalla sua bontà che egli tutto sistemerà senza indugio. Pertanto, sforzatevi di essere gioiose e ditevi che, tutto considerato, tutto ciò che possiamo soffrire per un Dio così buono e che ha tanto sofferto per noi è poca cosa. Infatti non siete ancora arrivate a spargere per lui il vostro sangue (Eb 12,6). … Lasciate fare il vostro Sposo e vedrete che fra poco il mare inghiottirà coloro che ci fanno la guerra, come successe al Faraone.

Affidati alla Croce

Commento al Vangelo del giorno di Antonello Iapicca

Dal Vangelo secondo Marco 4,35-41.

In quel medesimo giorno, verso sera, disse loro: «Passiamo all’altra riva». E lasciata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che moriamo?». Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?». 

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Sulla barca per addormentarci con Gesù

Nella vita di un cristiano tutto si fonda sulla Parola di Gesù. “Passiamo all’altra riva!”: non un invito qualsiasi ma una Parola di Dio, ovvero creatrice, capace di realizzare quello che dice. Ma per crederci i discepoli devono imparare a conoscere il Signore. Avevano infatti preso Gesù “così com’era”, ma non sapevano “chi” egli fosse. E’ Dio, ma non lo sapevano. Per questo Gesù “intima” con autorità ai discepoli di passare all’altra riva: è come se li spingesse ad entrare nel “principio”, agli albori della creazione, per sperimentare che Lui era Dio.

Quel mare in tempesta è per loro come il caos primordiale dal quale Dio ha tratto la vita in virtù del suo semplice dire. Ma è anche come il caos nel quale l’uomo ripiomba dopo aver peccato. Perciò quella traversata è immagine d’ogni vicenda umana, di ciascuna delle nostre giornate, delle relazioni tra coniugi, tra genitori e figli, tra amici e colleghi. Perché il peccato rimescola ogni giorno le carte e ci ritroviamo a dover ricominciare ogni volta, che per un cristiano significa credere e convertirsi sempre perché Dio possa creare ancora quello che sporchiamo e rompiamo.

Ai cristiani non è permesso di installarsi fondando la vita sulla sabbia delle certezze effimere. Dio ha risposto al male e alla morte rompendo l’ineluttabilità della fine sulla quale il mondo alza disperato bandiera bianca. Ma non è facile. Occorre lasciarsi trascinare da Gesù nella traversata che affronti il “vento” delle tentazioni senza evitare le amare conseguenze dei nostri cedimenti, sino a che la barca non ne sia “piena”. E’ in quel momento, infatti, che Gesù rivela pienamente la sua divinità.

Nella Scrittura le “onde” sono un segno della morte. Ebbene i discepoli salgono sulla barca per divenire il Popolo che ha sperimentato l’amore di Dio più forte della morte. Il Popolo della Pasqua compiuta, che vive ogni evento come il passaggio del Mar Rosso, che non resta incastrato nella morte ma vi esce vittorioso insieme al suo Signore. Ma, come accadde profeticamente al Popolo di Israele, devono imparare a credere, e questo non è possibile senza conoscere se stessi. E quando ci si conosce? Nella difficoltà. Quando le cose non vanno come ci si sarebbe aspettato. Nel deserto che sembra di gran lunga peggiore dell’Egitto, come Israele; nel mare in tempesta, come i discepoli.

Per questo essi sono immagine di tutti noi che abbiamo sperato e creduto alla Parola di Gesù, ma di fronte alla storia che sembra smentirla, abbiamo finito con il dar credito all’inganno del demonio: a Dio “non importa di noi!”; è indifferente alla nostra sofferenza, non si accorge che stiamo “morendo”. Proprio come è accaduto nella barca: Gesù è con i discepoli, ma dorme. Lui c’è ma non fa nulla. Se è davvero il Figlio di Dio, se davvero ha il potere che dice di avere, se è stato Lui a moltiplicare pani e pesci, a guarire infermi e a scacciare i demoni, se può far miracoli e dorme, allora significa che non gli importa nulla di noi. Ecco, questo è il pensiero di chi ancora non conosce il Signore.

Ma proprio quel sonno è la loro assicurazione sulla vita. Finché Lui dorme la morte non può raggiungerli, perché si infrange nel sonno della morte del Signore. Ma ora i discepoli non possono ancora comprenderlo, e per questo svegliano Gesù e lo rimproverano. Quante volte sorge in noi la stessa domanda, che diventa la preghiera di chi non conosce veramente il Signore. Nei templi pagani davanti all’immagine della divinità vi è una grande campana. I fedeli che desiderano pregare si avvicinano e cominciano a scuoterla, per svegliare il loro dio e attirarne l’attenzione. E’ la religiosità naturale, quella che tutti portiamo dentro. Quando nelle difficoltà ci sembra che Dio non intervenga moltiplichiamo preghiere, sacrifici, offerte, perché Egli si svegli e si accorga di noi, e cambi il corso della storia secondo i nostri progetti.

E, sorprendentemente, il Signore si sveglia e comanda ai flutti, e ritorna la bonaccia. L’amore di Cristo si è piegato alla loro volontà, ma rimane l’incertezza di quello che è solo un abbozzo di fede. Importante e decisivo, perché obbliga a chiedersi “chi è costui?”. E’ il primo passo, ma la fede adulta è ben altro. E’ conoscenza, e confidenza. E’ addormentarsi con Lui anche nella tempesta, anche quando la nostra vita sembra affondare. E’ reclinare il capo e riposare sul legno della Croce che segna le nostre esistenze, come bimbi divezzati in braccio alla propria madre.

Tutti noi dobbiamo imparare la fede entrando nella barca della Chiesa e passare all’altra riva attraverso le mille tempeste dei progetti naufragati, dei criteri sommersi dalle onde, con la morte che si avvicina nell’insulto e nella calunnia di chi ci è accanto. La fede, infatti, è un cammino che ci fa entrare con Cristo nel sonno della morte per svegliarci nella risurrezione, per sperimentare concretamente che i peccati sono stati perdonati. E questo avviene solo quando si posano i piedi sull’altra riva, quando cioè i pensieri e i gesti testimoniano che siamo diventati una creatura nuova. Quando camminiamo sulla terra del Regno di Dio e risplende in noi l’immagine del Creatore.

Per questo, gli eventi che ci incalzano e che sembra ci facciano affondare, non sono il segno dell’abbandono di Dio, anzi. Nella barca possiamo scoprire e sperimentare che sono invece il luogo dove conoscere più intimamente il Signore. Anche e soprattutto nelle conseguenze amare dei peccati. Ma dobbiamo imparare a riconoscerci peccatori e ad accettarlo, altrimenti non sperimenteremo il potere di Gesù Cristo.

Il cristianesimo non è una religione naturale ma è Cristo stesso che è salito sul legno della croce per attraversare il mare della morte addormentandosi in essa e vincerla definitivamente. Per questo siamo chiamati ogni giorno ad entrare con Lui nel mare in tempesta, addormentati, senza resistere al male, senza scappare dalla storia, abbandonati nella volontà di Dio, certi del fatto che essa è sempre per il bene di ciascuno di noi, della Chiesa, dell’evangelizzazione, e del mondo. Perché è proprio lì che Dio farà risplendere il perdono e la vita che non muore, come un segno per ogni uomo.

Il seme (Marco 4,26-34)

Il seme nella terra ed il granello di senapa. Due brevi parabole, due brevi parole di Gesù oggi vengono portate alla nostra attenzione.

La prima è un richiamo a quello che è la vita dell’uomo sulla terra, vita che inizia con il concepimento (quando l’uomo getta il seme nella terra e questo germoglia) e vita che non termina con la morte terrena (quando il frutto è pronto si mette mano alla falce per la mietitura) ma vita che assume un significato nuovo nell’eternità, perchè la mietitura non è la morte del grano, ma la sua rinascita come farina, e poi pane!

Non tutto si può spiegare sempre con chiarezza nella nostra vita (dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa) e l’uomo è chiamato ad abbandonarsi alla volontà di Dio come il seme si abbandona alla terra. Ci sono semi che sbocciano subito e rapidamente appassiscono, come semi che godono di lunga vita, ma per tutti, prima o poi, viene il momento della mietitura e del ritorno nelle mani del Seminatore.

La seconda parabola ci dice invece di non presumere nè dubitare della capacità di Dio, di realizzare grandissime cose anche a partire da materiale che a noi, che ci concentriamo solitamente sulle apparenze, può sembrare inconsistente o poco significativo.

Da un granellino di senape nasce il più grande di tutti gli ortaggi, che fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra. Così è da sempre nella storia della comunità cristiana.

Cosa fa la differenza, cosa fa sì che questo accada? La capacità di questi piccoli, la capacità nostra, di lasciare che sia il Signore ad operare, attraverso la Sua Parola. Noi abbiamo solo il compito di abbandonarci nelle sue mani, di osservare solo la Sua Parola.

Se lo faremo tanti nostri fratelli e sorelle troveranno ristoro non alla nostra ma alla Sua Ombra, che il nostro essere luce, essere lampada posta sopra il lucerniere, proietterà in ogni direzione.

Che il Signore accresca la nostra fede in Lui, la nostra capacitàdi abbandonarci ai dettami della Sua Parola. Amen.

Parola dell'Eterno

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 4,26-34.

In quel tempo, Gesù diceva alla folla:

«Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura».

Diceva:

«A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra».

Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere. Senza parabole non parlava loro; ma in privato, ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa.

#svegliaIKEA

Dopo Italo tocca ad Ikea decidere di sbilanciarsi nei confronti della piazza del Family Day ed anche stavolta rischiano di farsi veramente del male. Perchè non credo che la maggioranza degli acquirenti nei loro negozi sia di colore arcobaleno, a livello familiare intendo… Sono reduce dal montaggio di due Kallax (già Expedit) e mi sarebbe rimasto sa prenderne una terza colorata per la camera di mia figlia Sara, ed il mobile tv, credo serie Brusali. Boicottare Ikea per questo e non comprare più nulla? Certo la tentazione mi è venuta.  Ormai non sono certo i soli a proporre mobili con il sistema del montaggio fai-da-te.

Non so a chi sia venuta in mente questa idea, ma la rete si è già scatenata.
Chi ha twittato che è Ikea è perfetta per chi crede che i bambini si fabbricano in catena di montaggio, o che si possano vendere, interi o a pezzi.
Chi ha pensato che se le donne si vendono un tanto all’utero, hai visto mai che un giorno troviamo i bambini in vendita allo Smaland, già testati per vedere se si divertono o meno e facendo tanto o poco fracasso.
Tantissimi hanno rimarcato che per montare i mobili gli attrezzi devono sempre essere maschio o femmina, perchè con solo due bulloni o solo due brucole combini poco anzi nulla!

La battuta finale sulle istruzioni poi è terrificante. Davvero credono che per fare una famiglia non servono istruzioni, aiuto, indicazioni, orientamenti?

Lasciamo correre, a mio sommesso parere potevano veramente risparmiarsela. Ma ormai siamo pieni di social media manager che non vedono l’ora che si parli di loro e della loro mirabolante idea, e non si rendono conto dei rischi enormi che fanno correre ai brand di cui dovrebbero occuparsi.

Ed ora scusatemi, devo occuparmi (davvero!) di fare un lavoretto per aggiustare la libreria IVAR che è nella terza elementare nella scuola di mia figlia.

ikea

Riflessioni sull’AGESCI

Semel scout, semper scout. Spesso, anche di recente, l’ho detto e scritto.

Chi conosce il mondo scout sa che esistono, in Italia, un percorso scout che è detto “a-confessionale” (quello del CNGEI) ed uno confessionale (quello di AGESCI ed FSE, meglio conosciuti come Scout d’Europa).

L’associazione di gran lunga maggioritaria nel nostro paese è l’AGESCI la cui sigla sta per “Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani”.

Ieri ho letto la dichiarazione dei suoi responsabili relativa al “Family Day”, che ho trovato degna di un moderno Ponzio Pilato, come è da un bel pò che va di moda.

Per intero la trovate cliccando su questo collegamento che rimanda al sito nazionale dell’Associazione.

Perchè la trovo pilatesca?

Perchè ad un apparente adesione, come si conviene ad una Associazione che si qualifica di religione cristiana e e di confessione cattolica, al Magistero del Papa (“Nel percorso sinodale sul tema della famiglia, che il Signore ci ha concesso di realizzare nei due anni scorsi, abbiamo potuto compiere, in spirito e stile di effettiva collegialità, un approfondito discernimento sapienziale, grazie al quale la Chiesa ha – tra l’altro – indicato al mondo che non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione”. Dopo aver ascoltato queste parole pronunciate qualche giorno fa dal Santo Padre, pensiamo che una Associazione educativa che appartiene alla Chiesa ed in essa si riconosce pienamente, non possa che tacere, in quanto ogni parola detta potrebbe sminuire la potenza e la forza di quel messaggio chiaro ed inequivocabile.”), le cui parole sono definite un messaggio chiaro ed inequivocabile (tradotto: esiste naturalmente un solo tipo di famiglia, che è quello uomo/donna, marito maschio/moglie femmina con figli o figlie secondo la volontà del Signore) seguono una quantità di distinguo e di frasi ambigue che in pratica non solo defilano l’Associazione dall’aderire al giorno di manifestazione e testimonianza che pure a parole si dice condivisa (“il Magistero della Chiesa e le parole del Santo Padre rappresentano appieno la posizione di tutta la comunità ecclesiale”) ma neppure troppo velatamente invitano a non andare se non a titolo personale e soprattutto senza l’uniforme scout!

E badate che non si parla di scout bambini qui, ma di adulti, al quale si dice, con un periodare che trovo di un politichese senza pari, non solo che ogni dichiarazione di un adulto che sia capo Agesci non impegna l’Associazione (più che legittimo) ma che “L’utilizzo strumentale e inappropriato dell’uniforme AGESCI non appartiene, peraltro, allo stile ed alla tradizione della nostra Associazione”.

Che ci azzecca, verrebbe da dire. Ma soprattutto, dove mai è la coerenza? Se il Magistero del Papa ed il suo modo di definire la famiglia è “chiaro ed inquivocabile” per l’intera Associazione, tutta, allora perchè fare un comunicato del genere? Avrei capito il contrario! Ovvero se non la pensate come il Magistero della Chiesa e come il Papa, non impegnate l’Associazione su un messaggio opposto o contrastante con esso.

In realtà, parla, dice la verità, più che ogni altra cosa, la foto messa a corredo dell’articolo, che non riporto qui, ma che rappresenta il logo AGESCI tra un florilegio di foglietti, post-it, arcobaleno. Certo, l’ho scritto anche io, l’arcobaleno è un simbolo biblico, ripreso da Genesi 9; la diversità è preziosa, sono il primo a dirlo, lo ero anche quando ero Capo nell’Agesci. Però qui mi sa tanto di messaggio subliminale.

Il Magistero è chiaro ed inequivocabile, si scrive, ovvero, l’idea di famiglia cristiana è una ed una sola, però poichè il cuore di buona parte dell’Associazione, o almeno dei suoi Capi, è più altrove che lì, allora scegliamo di non essere nè carne nè pesce.

Diciamo ufficialmente che le nostre istanze sono quelle del mondo cristiano e cattolico a cui formalmente apparteniamo, però non andiamo a testimoniarle al Family Day. Ma neppure ci azzardiamo, ovvero, non abbiamo il coraggio di prendere una posizione decisa in favore delle famiglie cosidette arcobaleno e quindi su di loro non scriviamo neppure una riga. E speriamo che nessuno scout vada al Family Day con l’uniforme AGESCI perchè altrimenti dovremmo schierarci e questo, si vede, non ci riesce tanto bene.

Non sono più un capo dell’AGESCI da tempo ormai. Mi rimangono i fazzolettoni, i ricordi dei campi e delle uscite, le foto ma soprattutto mi rimane lo spirito scout, nutrito, corroborato e con un senso proprio in virtù dell’idea biblica e cristiana di uomo, di famiglia, di educazione.

Mi chiedo perchè, visto che questa, a mio parere palese, ambiguità della maggiore Associazione scoutistica nazionale va avanti da anni, essa non abbia il coraggio di togliere quella C dal suo logo e dalla sua sigla identificativa. Non ha senso essere “C”(-attolici) e prima ancora essere “C”(-ristiani) in modo ambiguo. Anche se, va detto, l’AGESCI è in ottima e numerosa compagnia.

A pensar male, diceva qualcuno, si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Senz’altro è comodo sotto tanti aspetti qualificarsi come cattolico ed usufruire di conseguenza di spazi cattolici quali parrocchie, oratori e chi più ne ha più ne metta, come di tanti privilegi ed altri benefit che non sto qui ad elencare. Rinunciarvi, di questi tempi, significa ritrovarsi poveri e precari, e questo piace poco (ma lo spirito scout? lo spirito di avventura?  la frugalità?).

Molto meno comodo, ma, ribadisco, grande è la compagnia in cui si trova l’AGESCI a riguardo, essere testimoni del Vangelo senza se, senza ma e senza ambiguità, essere “chiari ed inequivocabili” prima che a parole con la propria testimonianza cristiana.

L’AGESCI di fatto è sempre più aconfessionale. Lo dicono la realtà e comunicati come quest’ultimo. Considerei auspicabile che avesse il coraggio di ammetterlo. Ma se uno non ce l’ha, come si dice, non se lo può dare.

Altro che Aquile Randagie, altro che Baden… Qui si vola (ribadisco, a livello nazionale, nulla mi permetto di togliere alla testimonianza cristiana coerente e forte di tanti associati) molto ma molto più in basso.

Ed a me dispiace. Il post l’ho scritto per questo.

La civiltà

Giornata pirandelliana, terza ed ultima spero.

Leggo sui giornali ed ascoltavo stamani a Rai News che i paesi cosiddetti civili, quelli del Centro e Nord Europa, che certi politici, giornalisti ed opinionisti ci propinano ogni giorno come campioni di civiltà perchè permettono le adozioni alle coppie omosessuali, perchè hanno leggi che consentono l’eutanasia, perchè hanno altissimi tassi di suicidi (ah, no, quello no, però ce li hanno!) sono compatti nel rifiutare i migranti, costruire muri, sospendere Schengen, lasciare la patata bollente alle solite sfigate Italia e Grecia.

Perchè strappare i genitori alla madre che li ha partorito è civiltà (i cuccioli di cane no, però, quelli non li puoi togliere alla madre prima dei tre mesi..), togliere loro il diritto ad avere un padre o una madre è civiltà, convincere un anziano a morire perchè è un peso per i suoi parenti e per la comunità, è civiltà, eliminare i down fin dal grembo materno è civiltà…

Ora per i paesi del Centro Nord Europa è diventato civile anche lasciare che i barconi affondino, oppure lasciare che siano altri a farlo (magari dopo anche rampognandoli perchè non hanno preso le impronte digitali a tutti! Come fatto oggi con la Grecia, come se un paese ridotto alla fame dai suoi sperperi, certo, ma anche dalla Troika che ha finito l’opera, potesse spendere per dei rilevatori più moderni ed efficienti! Magari ha altre priorità, tipo far vivere i suoi cittadini). Oltre ai barconi affonderanno anche le economie di Italia e Grecia, ma che importa?

E intanto si comprano le nostre Aziende, le nostre Banche, il nostro debito…

Così è se vi pare, e pure se non vi pare.

Il sostituto

Giornata pirandelliana, seconda parte. Mi è arrivata ad inizio settimana una lettera dell’INPS, che, da bravo lavoratore in mobilità, avevo indicato a giugno dello scorso anno, in sede di dichiarazione dei redditi, modello 730, quale mio sostituto di imposta.

Aggiunta: nota bene che nel 2014, pur avendo guadagnato molto ma molto meno che nel 2013, causa cassa integrazione e mobilità, ho pagato molte più tasse. Perchè? Perchè ho presentato più modelli CUD che il solito unico modello. Allo Stato ed agli Enti locali italiani, non so perchè, la cosa scoccia. Forse devono pagare uno che faccia fare le addizioni al computer. Comunque, visto che la cifra era più alta, il mio CAF, le ACLI (sempre siano lodate!) ha chiesto la rateazione al mio sostituto (per l’appunto l’INPS).

Chi segue questo blog ricorderà che però, causa il casino fatto dalla Regione Lazio circa il pagamento, anzi, non pagamento, della mia indennità di mobilità ordinaria, sono rimasto senza la stessa per circa 6 mesi. Quindi l’INPS non ha pagato un bel nulla.

Risultato: oggi sono dovuto tornare al mio CAF, le ACLI (gentilissimi e solleciti come sempre, via Bargoni 8, vicino la Stazione Trastevere di Roma) e farmi preparare due F24, uno per lo Stato, uno per il Comune per pagare, appena fatto via Internet Banking, non solo le tasse, ma anche la multa ed il ravvedimento operoso!

Perchè allo Stato Italiano, nome in codice (tributario) ER, ed al Comune di Roma (aka EL H501) che la colpa del mancato pagamento sia della Regione Lazio non importa proprio nulla.

Paga il contribuente, paga Pantalone, sempre e comunque.

Così è se vi pare, e pure se non vi pare.

Perché è diventato più semplice spiegare che l’uomo discende dalla scimmia piuttosto che un figlio da un uomo e una donna

Comunque la pensiate in materia, Fabrice Hadjadj è autore piacevolissimo ed interessantissimo da leggere sull’argomento.Di lui ho già letto il bellissmo “Mistica della carne. La profondità dei sessi” e spero presto di avere occasione di leggere anche quest’ultimo lavoro.

“Che cosa è, allora, una famiglia? Hadjadj risponde che è “il fondamento carnale dell’apertura alla trascendenza. La differenza sessuale, la differenza generazionale e la differenza di queste due differenze ci insegnano a volgerci verso l’altro. E’ il luogo del dono e dell’accoglienza incalcolabile di una vita che si sviluppa con noi ma anche malgrado noi, e che ci spinge sempre più avanti nel mistero dell’esistenza”. La famiglia non è un orfanotrofio eccellente, né un club di incontri tra affini né una fabbrica di androidi. Ed è attraversata “senza tregua, come ogni avventura, da conflitti, sconfitte, offese che suscitano rancore e che esigono il perdono”. Ma è anche “l’avventura della nostra umanità e l’esercizio della nostra carità”. Primo luogo di esistenza e quindi “di resistenza: all’ideologia, al conformismo, alla programmazione”. In quanto fondata sulla carnalità e sulla differenza sessuale, è anche l’istituzione anarchica per eccellenza, come spiegava Chesterton. Lo è, conclude Hadjadj, perché si tratta “di un’istituzione senza istitutori, fondata nelle nostre mutande, nel nostro desiderio, in un congiungimento anteriore a ogni contratto, in uno slancio naturale che precede le nostre prospettive e che le oltrepassa: la famiglia è anarchica anche per gli stessi genitori. Il figlio che nasce dalla loro unione non è né il risultato del loro calcolo né la realizzazione dei loro sogni, ma un dono oscuro che li attraversa e li trascende”. Fare del figlio un prodotto slegato dall’unione sessuale e dal mistero della differenza, ridurlo a oggetto (fabbricabile) di un diritto, significa puntare a un’umanità meno libera, manipolata e manipolabile.”

La permuta

Giornata pirandelliana questa. Dopo una rapidissima installazione della muova linea Telecom a casa mia (solo tre settimane per accorgersi che non potevano traslocare la vecchia ma dovevano installarne una nuova), in venti minuti lo scorso 18 gennaio io tecnico Telecom è venuto e tutto trionfante mi ha detto, “stasera o al più tardi domattina avrà la linea funzionante”. Domani è una settimana che la linea non funziona per un problema di permuta alla centrale. Per i non tecnici significa o che la scheda nella centrale telefonica non funziona come dovrebbe o che hanno banalmente scambiato i fili su di essa.

Ma non temete! Il 187 mi dice, sia al telefono che via Internet, che le verifiche sono in corso, che presto avrò la linea, ma che se non vorrò pagare il servizio non avuto toccherà comunque a me spendere tempo e denaro per inviare un fax, a guasto risolto, e chiedere il rimborso.

Mi chiedo sinceramente perchè, visto che Telecom, anzi TIM,per meglio servirvi!, sa perfettamente che il guasto è colpa loro, sa qual’è, sa che dipende solo dal suo tecnico abilitato ad operare in centrale la sua risoluzione.

Pirandello, appunto, così è se vi pare, oppure “il mistero di essere italiano”.