La conversione di Paolo e la nostra

Il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua stessa bocca, perché gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito.
E ora perché aspetti? Alzati, ricevi il battesimo e lavati dai tuoi peccati, invocando il suo nome.

Questa, descritta negli Atti degli Apostoli (Atti degli Apostoli 22,3-16), è l’esperienza della conversione. La volontà di Dio messa al posto della tua. La Parola del Signore messa al posto delle tue. La testimonianza del Signore, per la ricerca della Sua gloria, al posto della ricerca, vana, della tua esclusiva soddisfazione.

Magari in modo meno appariscente di quella di Saulo, poi Paolo, questa è l’esperienza della conversione che ognuno di noi è chiamato a fare, ed a tenere viva, in ogni momento della sua vita e più ancora direi, della sua giornata.  Ognuno di noi è invitato a far sì che il Signore gli cambi il nome, ovvero, secondo quanto questo fatti significa nella Bibbia, che il Signore gli rovesci l’esistenza! 

Come dice Gesù oggi nell’Evangelo (Marco 16,15-18): chi si converte a Lui parlerà lingue nuove… sarà immune dal veleno delle serpi (ah quante ce ne sono nel mondo!), non sarà più schiavo dei demoni ma, al contrario, sarà capace di scacciarli.

Prego il Signore perchè accresca la mia e la nostra fede!

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Atti degli Apostoli 22,3-16.

Ed egli continuò: “Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma cresciuto in questa città, formato alla scuola di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna, pieno di zelo per Dio, come oggi siete tutti voi.
Io perseguitai a morte questa nuova dottrina, arrestando e gettando in prigione uomini e donne, come può darmi testimonianza il sommo sacerdote e tutto il collegio degli anziani. Da loro ricevetti lettere per i nostri fratelli di Damasco e partii per condurre anche quelli di là come prigionieri a Gerusalemme, per essere puniti.
Mentre ero in viaggio e mi avvicinavo a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una gran luce dal cielo rifulse attorno a me; caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?
Risposi: Chi sei, o Signore? Mi disse: Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti.
Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono colui che mi parlava.
Io dissi allora: Che devo fare, Signore? E il Signore mi disse: Alzati e prosegui verso Damasco; là sarai informato di tutto ciò che è stabilito che tu faccia.
E poiché non ci vedevo più, a causa del fulgore di quella luce, guidato per mano dai miei compagni, giunsi a Damasco.
Un certo Anania, un devoto osservante della legge e in buona reputazione presso tutti i Giudei colà residenti, venne da me, mi si accostò e disse: Saulo, fratello, torna a vedere! E in quell’istante io guardai verso di lui e riebbi la vista.
Egli soggiunse: Il Dio dei nostri padri ti ha predestinato a conoscere la sua volontà, a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua stessa bocca, perché gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito.
E ora perché aspetti? Alzati, ricevi il battesimo e lavati dai tuoi peccati, invocando il suo nome.

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 16,15-18.

In quel tempo Gesù apparve agli Undici e disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura.»
Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato.
E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

Entrare ed uscire

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 3,20-21.

In quel tempo, Gesù entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo.
Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «E’ fuori di sé».

bibbia

Entrare ed uscire.

Si gioca su questo dinamismo la pericope evangelica, due brevi ma intensi versetti, con la quale preghiamo oggi.

Gesù entra in una casa. La folla, una grande folla, entra seguendo Gesù. L’entrare con Gesù riempie completamente la casa. Tanto che nemmeno riescono a mangiare.

I suoi escono, supponiamo dalla loro di casa, escono per andare a prenderlo, per tirarlo fuori. Dicono che è fuori di sè, ovvero che è uscito di senno.

Cosa mi dice, cosa ci dice questo dinamismo?

Primo che occorre essere in movimento per seguire Gesù. Occorre muoversi dietro di Lui, dietro la Sua Parola, in un ascolto incessante di questa. Dice che nutrirsi di questa Parola è la prima necessità dell’uomo, prima ancora del mangiare del cibo e bere delle bevande. Perchè che te ne fai del cibo e delle bevande, che danno sostentamento alla tua vita terrena, se non ascolti la Parola del Signore e sei destinato quindi a perdere la tua anima e la tua vita, quella terrena e poi quella eterna?

Secondo, che è bello, è pregnante, ti riempie completamente lo stare con Lui. Completamente, non hai bisogno d’altro se il Signore è con te. In inglese la gravidanza è la pregnancy. Stare con Gesù è per l’uomo, per la creatura umana, maschio o femmina che sia, come per una donna essere gravida. Hai il corpo pieno di una nuova vita. Senti un cuore che batte assieme al tuo. Senti crescere l’amore e la vita dentro di te.

Terzo, che non è facile seguire Gesù. Soprattutto quando credi di conoscerlo a fondo, come credevano i suoi familiari, che escono per andarlo a prendere. Soprattutto quando lo dai per scontato Gesù, quando ti senti convinto di sapere tutto quello che è necessario sul suo conto. Il Figlio è Dio, è il Signore. E’ infinitamente più grande dei cieli dei cieli, nessun familiare, nessun credente, nessuna chiesa può pensare di esaurirne la ricchezza. Egli è Colui che è venuto per ricapitolare a sè tutte le cose, come possiamo pensare di rinchiuderlo nelle nostre definizioni o nelle nostre teologie? Le nostre definizioni, le nostre teologie ci sono necessarie per i nostri limiti umani e di peccatori. Ma non possono esaurire il Cristo.

L’unica realtà che lo contiene tutto è la Parola di Dio, che è l’unico criterio che ci è dato di avere per cercare di capire il Cristo. Dai suoi confini non è lecito uscire. Rimanere nella Parola di Dio, fedeli ad essa, è come lo stare con Gesù del versetto 20,è saziarci di lui, è non avere più fame o sete.

La casa è la vita e la vita è il Cristo, è la Sua Parola che la riempie. Non le parole degli uomini.

Siamo noi, sono i suoi familiari nel Vangelo di oggi, ad essere ‘fuori’ di sè stessi. Perchè l’uomo senza Cristo è fuori dal conoscere la verità su se stesso e sulla propria vita.

Per nostra fortuna, il Signore è con noi sempre, quando usciamo e quando entriamo, come dice il Salmo. Quando usciamo e ci perdiamo per le mille strade di questo mondo, che cercano di disperderci, di farci perdere l’orientamento verso di Lui, verso la sua casa, e quando, rimanendo sul sentiero antico, faticoso, ma vero! della Sua Parola, entriamo in noi stessi, entrando in Lui, e recuperando la pienezza del nostro essere, essere per Lui, con Lui, in Lui. Per Cristo, con Cristo ed in Cristo!

Offriamo(ci) al Signore!

È necessario che noi facciamo l’offerta a Dio e ci dimostriamo in tutto riconoscenti al Creatore, nella sincerità del linguaggio e nella fede senza ipocrisia, nella speranza salda, nell’amore ardente, offrendo le primizie di quelle cose create che gli appartengono.

(Ireneo di Lione, Ufficio delle Letture Notturno)

Dal trattato «Contro le eresie» di sant’Ireneo, vescovo
(Lib. IV, 18, 1-2. 4. 5; SC 100, 596-598. 606. 610-612)
L’offerta pura della Chiesa

L’offerta della Chiesa, che il Signore comandò di presentare in tutto il mondo, è ritenuta da Dio un sacrificio puro ed è a lui accetta. Non che egli abbia bisogno del sacrificio da parte nostra, ma piuttosto avviene che l’offerente, se il suo dono viene accolto, riceve lui stesso gloria in ciò che offre. Infatti con il dono si manifesta verso il re sia l’onore che l’amore. Volendo il Signore che noi lo offrissimo in semplicità e purità di cuore, ci ha ammonito dicendo: «Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello, e poi torna ad offrire il tuo dono» (Mt 5, 23).

È cosa doverosa offrire a Dio le primizie delle cose create come dice anche Mosè: «Nessuno si presenterà davanti al Signore a mani vuote» (Es 23, 15), cosicché l’uomo, esprimendo la sua riconoscenza per mezzo delle cose donategli gratuitamente da Dio, riceverà l’onore che da lui proviene.

Di offerte ne furono sempre presentate a Dio, anticamente presso gli Ebrei, ora nella Chiesa. Dio gradisce queste ultime, ma non respinse le prime. Da ciò non si può concludere che siano identiche. Di uguale c’è solo l’apparenza. In effetti le prime venivano fatte da servi, le seconde da figli.

Unico e identico è il Signore, ma l’offerta dei servi ha un suo carattere proprio, ed un altro invece l’offerta dei figli, perché la libertà sia resa palese anche per mezzo delle offerte.

Presso Dio infatti niente è senza valore, né senza significato. E perciò quelli consacravano a Dio solo le decime dei loro prodotti, mentre quanti hanno ricevuto la libertà di figli consacrano a Dio tutto quanto loro appartiene: donano in letizia e libertà ciò che è di maggior valore, sicuri di essere ripagati con i beni superiori. Fanno proprio come quella povera vedova del vangelo la quale mette nel tesoro del tempio tutto quello di cui vive.

È necessario che noi facciamo l’offerta a Dio e ci dimostriamo in tutto riconoscenti al Creatore, nella sincerità del linguaggio e nella fede senza ipocrisia, nella speranza salda, nell’amore ardente, offrendo le primizie di quelle cose create che gli appartengono.

Soltanto la Chiesa offre a Dio creatore questa offerta pura, presentandogli in rendimento di grazie quanto proviene dall’azione creatrice divina. Infatti gli offriamo cose che sono sue, proclamando in modo conveniente la comunione e l’unità e confessando la risurrezione della carne e dello spirito.

Come il pane terreno dopo aver ricevuto l’invocazione di Dio non è più pane comune, ma Eucaristia, e comprende due realtà, quella terrena e quella celeste, così anche i nostri corpi, ricevendo l’Eucaristia, non sono più corruttibili, ma posseggono la speranza della risurrezione.

Ne costituì Dodici

Ne costituì Dodici che stessero con lui… Infinite, grandiose, ci dicevano i Vangeli degli ultimi giorni, erano le folle che seguivano Gesù. Grande anche il numero dei discepoli ovvero di coloro che regolarmente lo seguivano per discere  ossia per imparare da Lui e dai contenuti delle sue predicazioni.

Ora Gesù si ferma, si reca su un monte, il luogo per eccellenza delle teofanie, ovvero, dove il Signore si mostra in tutta la sua forza e grandezza e stavolta solo pochi lo seguono, quelli che egli volle dice Marco.

Tra questi ne costituì Dodici che stessero con lui. Che stessero con lui è la prima ragione per cui vengono istituiti gli Apostoli. Il loro compito è stare con lui,ma ad un livello più alto dei discepoli. Non dovevano limitarsi ad ascoltarlo, ma dovevano diventare guide a loro volta dei loro fratelli e sorelle. Quindi dovevano avere una vicinanza specialissima con il Maestro, condividerne ogni passo, osservarne ogni gesto, ascoltare ogni parola, sostenerne l’azione con la preghiera.

Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni. Notare “e anche” la subordinazione della seconda parte della frase. Se non sei veramente con lui, con tutto te stesso, potrai magari anche predicare o scacciare i demoni, ma saranno gesti fini a sè stessi, fatti per vanagloria, e non per l’unico motivo per cui Gesù si muove, dice e fa, ossia dare gloria al Padre che l’ha inviato.

Chi, come gli Apostoli ed i loro successori, è chiamato ad essere a capo di una comunità di cristiani, non importa quanto numerosa o di quanta importanza storica, deve manifestare in modo trasparente ai fedeli ed ai discepoli, non suoi!, ma di Cristo!, l’essere un tutt’uno con il Cristo Gesù, il suo incessante spirito di preghiera, l’anelito ad annunciare in ogni momento la Parola del Signore.

Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro; poi Giacomo di Zebedèo…

Gesù costituisce i Dodici chiamandoli per nome, in alcuni casi variandolo, in altri aggiungendo un soprannome. Ciò indica che sceglie degli uomini, non dei super-uomini! Uomini, con tutta la loro storia, anche storia di peccato quindi, anche storia di paure, di mancanze, di tentazioni di potere (e si vedrà chiaramente in seguito come ognuno di essi lotterà, con più o meno o nulla determinazione contro questi ‘vizi originali’).

Ma uomini veri. Chi aveva assunto su di sè tutta l’umanità, eccetto che il peccato, doveva farlo anche in tal senso. E come Cristo Gesù, il Figlio, assumendo su di sè tuta la condizione umana, non solo si assume il rischio della Croce, ma vive questa Croce sulla sua pelle, per superarla, certo, ma la vive!, così la Chiesa, la comunità di chi lo segue, si assumerà il rischio di non avere forse ogni volta le guide migliori del mondo, si assumerà il rischio delle croci anche essa, avrà, ha delle croci essa stessa, persecuzioni, apostsasie, eresie, ma saprà che rimanendo nel solco del Vangelo, tracciato da quell’aratro incomparabile che è la Croce del nostro Signore, e seguito dai suoi apostoli rimasti fedeli, avrà l’indefettibilità della fede, avrà la capacità di restare fedele, resto di Israele, popolo degli eletti a quanto il Signore Gesù le ha insegnato,con le parole e con l’esempio.

La prima lettura del giorno (Primo libro di Samuele 24,3-21) ci mostra la miseria di un re, Saul, unto dal Signore, scelto dal Signore, che per la brama di potere ne insegue un altro, Davide; e ci mostra questo che si ritrova il primo in suo potere ma non lo uccide. Non lo uccide proprio perchè è unto, è scelto, è mandato, come lui: Non stenderò la mano sul mio signore, perché egli è il consacrato del Signore.

E per questo gesto raccoglie le lacrime del primo e fa sì che il Signore che aveva scelto entrambi, raccolga il pentimento e la confessione di Saul. Un esempio, prima della Croce, di cosa voglia dire avere misericordia dell’altro, prenderne su di sè la sofferenza, aiutarlo a riconoscerla ed a venirne fuori.  Aiutare l’altro, con la fedeltà alla Parola, a cacciare fuori di se il demonio che lo abita.

Il Signore accresca la nostra fede, perchè cresciamo nella sequela a Gesù Cristo, edificati sulla roccia della Sua Parola, nel solco tracciato dagli Apostoli fedeli. Amen.

Invocherò Dio, l’Altissimo,
Dio che mi fa il bene.
Mandi dal cielo a salvarmi
dalla mano dei miei persecutori,

Dio mandi la sua fedeltà e la sua grazia.
Innàlzati sopra il cielo, o Dio,
su tutta la terra la tua gloria,
perché la tua bontà è grande fino ai cieli,
e la tua fedeltà fino alle nubi.

(dal Salmo 56 (57))

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Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Marco 3,13-19.

In quel tempo, Gesù salì sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui.
Ne costituì Dodici che stessero con lui
e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni.
Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro;
poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananèo e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì.

L’uomo e la donna insieme manifestano l’amore di Dio

MADRE TERESA , Conferenza ONU sul ruolo della donna – Pechino, 13 settembre 1995

Devo dire che non arrivo a comprendere perché alcuni affermino che l’uomo e la donna sono esattamente uguali, e che si trovino così a negare la bellezza delle diversità che esistono fra l’uomo e la donna. I doni di Dio sono tutti ugualmente buoni ma non sono necessariamente gli stessi. Rispondo spesso a chi mi dice che gli piacerebbe servire i poveri come faccio io: ” Ciò che faccio io, non siete in grado di farlo Ciò che voi fate , io non sono in grado di farlo. Ma voi ed io insieme, possiamo fare qualcosa di bello per Dio.

E’ così anche per le differenze fra l’uomo e la donna. Dio ha creato ciascuno di noi , ciascun essere umano, in vista di una cosa più grande: amare ed essere amati. Perché Dio ci ha creato uomini e donne? Perché l’amore di una donna è uno dei volti dell’amore di Dio. L’amore di un uomo è un altro volto di questo stesso amore. L’uomo e la donna sono entrambi creati per amare, ma ognuno in modo diverso; l’uomo e la donna si completano l’un l’altro, e tutti e due insieme manifestano l’amore di Dio molto meglio di quello che potrebbe fare ciascuno separatamente.

Questa potenza speciale di amore che hanno le donne non è così evidente come quando esse diventano madri…

Fuori di senno ed al contempo assennato

Un servo inutile, un servo senza pretese, ci fanno riflettere le parole di Diadoco di Fotice, vescovo e monaco del V secolo (seconda lettura dell’Ufficio Notturno), è colui che vive, agisce, parla, solo per la gloria di Dio, alla ricerca prima di ogni altra cosa, dell’obbedienza all’Eterno ed ai suoi comandi.

Un servo inutile è una creatura umana che è fuori di senno per Dio ed al contempo assennato per i suoi fratelli (2 Cor 5,13).

Fuori di senno per Dio, ovvero talmente preso dai suoi comandi da non cercare minimamente la gloria per se nelle cose del mondo, di non cercare l’approvazione di questo ma solo di Colui che gli ha donato la vita, che è al tempo stesso Colui alla quale dovrà renderla.

Ma al tempo stesso assennato per i suoi fratelli, perchè forte della grazia donato, forte dei suoi talenti, li metterà a frutto per essi nel modo migliore in cui sarà capace. Senza crucciarsi se sarà qualcun altro poi a raccogliere.

Come recita la conclusione della prima lettura dell’Ufficio Notturno, si pone anche a noi, uomini di questo tempo, la scelta che viene posta ad Israele (Deuteronomio, capitolo 11):

26 «Guardate, io metto oggi davanti a voi la benedizione e la maledizione: 27 la benedizione se ubbidite ai comandamenti del Signore vostro Dio, che oggi vi do;28 la maledizione, se non ubbidite ai comandamenti del Signore vostro Dio, e se vi allontanate dalla via che oggi vi ordino, per andare dietro a dèi stranieri che voi non avete mai conosciuto.

Il Signore accresca la nostra fede.

Benediciamo il Signore. Rendiamo grazie a Dio. 

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Dai «Capitoli sulla perfezione spirituale» di Diàdoco di Fotice, vescovo
(Capp. 12. 13. 14; PG 65, 1171-1172)
Si deve amare solo Dio

Chi ama se stesso non può amare Dio; chi invece non ama se stesso a motivo delle più importanti ricchezze dell’amore di Dio, costui ama Dio. Da questo deriva che egli non cerca mai la sua gloria, ma la gloria di Dio. Chi infatti ama se stesso cerca la propria gloria, mentre chi ama Dio cerca la gloria del suo creatore.

È proprio dell’anima che sperimenta e ama Dio cercare sempre la sua gloria in tutto ciò che fa, dilettarsi della sottomissione alla sua volontà, perché la gloria appartiene a Dio a motivo della sua maestà, mentre all’uomo conviene la sottomissione per il conseguimento della familiarità con Dio.

Quando anche noi facciamo in questo modo, siamo felici della gloria del Signore e, sull’esempio di Giovanni Battista, cominciamo a dire: «Egli deve crescere e io invece diminuire» (Gv 3, 30).

Ho conosciuto una persona che soffriva, perché non riusciva ad amare Dio come voleva. E tuttavia l’amava essendo la sua anima infuocata dall’amore di Dio. Così Dio era in essa glorificato, benché essa fosse un nulla. Chi è tale non si loda con le parole, ma si riconosce per quello che è. Anzi per il grande desiderio di umiltà non pensa alla sua dignità, sentendosi al servizio di Dio, come la legge prescrive ai sacerdoti.

Per la preoccupazione di amare Dio si dimentica della sua dignità, e tiene la propria gloria nascosta nella profonda carità che ha per Dio, e non pensa più a se stesso, arrivando, per la sua grande umiltà, a ritenersi servo inutile. Facciamo anche noi così, evitando gli onori o la gloria a motivo delle immense ricchezze dell’amore di Dio, che veramente ci ama.

Chi ama Dio nel profondo del suo cuore, questi è da lui conosciuto. Quanto più si è in grado di ricevere l’amore di Dio, tanto più lo si ama. Chi ha avuto la fortuna di raggiungere una simile perfezione desidera ardentemente l’illuminazione divina sino a sentirsene compenetrato, resta dimentico di sé e viene tutto trasformato nella carità.

Allora, pur vivendo nel mondo, non pensa più alle cose del mondo; e mentre si trova ancora nel corpo, ha la sua anima continuamente rivolta a Dio. Poiché il suo cuore è bruciato dal fuoco della carità, egli è talmente unito a Dio da ignorare completamente l’amor proprio e da poter dire, con l’Apostolo:

«Se siamo stati fuori di senno era per Dio; se siamo assennati, è per voi» (2 Cor 5, 13).