Il vignaiolo e il fico

“Signore, aiutami ad essere un fedele vignaiolo”. 

Con questa preghiera si chiude il testo di Elpidio Pezzella che commenta la parabola di Luca 13,6-9.

6 Disse anche questa parabola: «Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna; andò a cercarvi del frutto e non ne trovò. 7 Disse dunque al vignaiuolo: “Ecco, sono ormai tre anni che vengo a cercare frutto da questo fico, e non ne trovo; taglialo; perché sta lì a sfruttare il terreno?” 8 Ma l’altro gli rispose: “Signore, lascialo ancora quest’anno; gli zapperò intorno e gli metterò del concime. 9 Forse darà frutto in avvenire; se no, lo taglierai”».

Solitamente, osserva acutamente l’autore, nell’omiletica come nell’esegesi, ci si sofferma sul fico, sul fatto che questo non porti frutto, su una fede che non è resa manifesta attraverso le opere.

Il fratello Elpidio sposta l’attenzione invece, dopo aver analizzato singolarmente ogni elemento della breve parabola, sul vignaiolo e sul fatto, riportato nel sottotitolo del libro, che a ciascun fico occorre il suo letame, il suo concime.

Da qui lo spunto per analizzare la figura, le caratteristiche di chi è “in cura d’anime”, di chi svolge un compito pastorale. Le difficoltà di questo lavorare nel campo del Signore (guai al vignaiolo che si crede il padrone della vigna!), il modo per capire quale e quanto letame sia necessario (chiedete ad un contadino, non ogni tipo di concime va bene dappertutto; dipende dal tipo di pianta, dal terreno su cui cresce…), quante e quali collaborazioni possano essere necessarie (guai al vignaiolo che si crede onnipotente e vuol fare tutto da solo!) e quali caratteristiche debbano avere i collaboratori che servono (uguale, che sono ministri) ai tanti alberi di fico, ognuno diverso dall’altro, che crescono nella vigna, ed alle loro problematiche (ognuno ha i suoi parassiti, i suoi vizi, le sue malattie, i suoi difetti più o meno visibili).

“Signore, aiutami ad essere un fedele vignaiolo”. 

Faccio mia la preghiera del fratello Elpidio, che immagino rivolta da ogni ministro di Dio all’Eterno, perchè ogni fico possa avere dal nostro servizio il concime migliore per la sua crescita, perchè ogni ministro, ad immagine del seminatore che non si stanca mai di seminare, non si stanchi mai di concimare, di spargere letame sulla terra dove crescono i fratelli e le sorelle di cui è stato posto a servizio.

Poi, sarà secondo la Sua volontà. Se quel fico crescerà, se inizierà o tornerà a dare frutti, quanti ne darà, se li darà più o meno dolci. Ma che mai il vignaiolo si stanchi di sarchiargli intorno, di concimarlo, di dargli l’acqua viva che gli occorre.

Amen. 

 

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Ognuna delle parabole proposte dal Signore racchiude in sé possibili risvolti e applicazioni per la nostra vita, se permettiamo alle parole di rivelarci la Sua volontà. La maggior parte delle meditazioni sulla parabola di Luca 13:6-9 hanno concentrato l’attenzione sul fico e sul fatto che non porta frutto, facendolo diventare paradigma di una fede che non manifesta opere degne del cristianesimo. Il presente testo percorre un sentiero diverso che non ignora il fico, ma lo osserva in relazione al vignaiolo: oggetto principale delle riflessioni proposte. L’autore, Elpidio Pezzella, è attirato dal fico della parabola e dal comportamento del vignaiolo e, nel riconsiderarli va incontro all’attenzione di quanti stanno avvertendo la necessità che si sparga del concime salutare su tutti gli alberi della vigna.

Casa di benedizioni

Il Vangelo della Visitazione commentato da don Fabio Bartoli.

“La visita di Maria ad Elisabetta non è un episkopein. Maria è venuta a servire, non a scrutare: la sua missione non è pastorale, ma materna, eppure dentro questa visita di servizio passa anche la visita pastorale, Maria viene a servire, ma porta in sé la Parola che scruta e benedice, la Parola che dona gioia. E la parola che porta la gioia è il suo stesso saluto (Cfr. Lc 1,44), quale sarà stato il saluto di Maria? Il Vangelo non lo dice, ma con tutta probabilità avrà salutato alla maniera ebraica: “Shalom”, che è molto più che un augurio di pace, è gioia, salvezza, pienezza di vita. Maria è piena di Spirito Santo, la sua parola non è più quindi una mera parola umana, Maria è gravida di Colui che è la Parola, perciò la sua non è più una parola argon, inefficace, anzi, è una parola che non rimane senza effetto (Is. 55,11). Accade a lei quello che Gesù profetizza per tutti noi: “In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui” (Lc 10,5-6). Anche noi, quindi, se sapremo gestare la Parola nel silenzio saremo capaci di questa visita che porta gioia e benedizione.”

La Visitazione

Mi è arrivata una email, per cui ringrazio chi mi ha scritto, perchè segue giornalmente il mio blog, che mi chiede conto del fatto che oggi abbia commentato Marco 12,13-17 anzichè Luca 1,39-56, la visita di Maria ad Elisabetta, proposta dal lezionario cattolico.

Riporto qui il brano:

39 In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta nella regione montuosa, in una città di Giuda, 40 ed entrò in casa di Zaccaria e salutò Elisabetta. 41 Appena Elisabetta udì il saluto di Maria, il bambino le balzò nel grembo; ed Elisabetta fu piena di Spirito Santo, 42 e ad alta voce esclamò: «Benedetta sei tu fra le donne, e benedetto è il frutto del tuo seno! 43 Come mai mi è dato che la madre del mio Signore venga da me? 44 Poiché ecco, non appena la voce del tuo saluto mi è giunta agli orecchi, per la gioia il bambino mi è balzato nel grembo. 45 Beata è colei che ha creduto che quanto le è stato detto da parte del Signore avrà compimento».

46 E Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore,
47 e lo spirito mio esulta in Dio, mio Salvatore,
48 perché egli ha guardato alla bassezza della sua serva.
Da ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata,
49 perché grandi cose mi ha fatte il Potente.
Santo è il suo nome;
50 e la sua misericordia si estende di generazione in generazione
su quelli che lo temono.
51 Egli ha operato potentemente con il suo braccio;
ha disperso quelli che erano superbi nei pensieri del loro cuore;
52 ha detronizzato i potenti,
e ha innalzato gli umili;
53 ha colmato di beni gli affamati,
e ha rimandato a mani vuote i ricchi.
54 Ha soccorso Israele, suo servitore,
ricordandosi della misericordia,
55 di cui aveva parlato ai nostri padri,
verso Abraamo e verso la sua discendenza per sempre».
56 Maria rimase con Elisabetta circa tre mesi; poi se ne tornò a casa sua.

In realtà non c’è nessun motivo recondito o nascosto. Tanto è vero questo che chi si prendesse la briga di cercare tra i post ‘arretrati’ di questo blog ne troverebbe molti in data 31 maggio che commentano l’episodio della Visitazione.

Marco 12,13-17, scrivevo stamani, ci invita a dare a Dio quel che è di Dio, a dare la priorità alla ricerca delle cose di Dio, all’obbedienza ai messaggi che il Signore dà nella nostra vita.

E in fondo, a ben guardare cos’altro fa Maria? Ricevuta la grazia di divenire Madre di Dio, ricevuta la grazia dell’Incarnazione del Verbo, non si tiene questo come un tesoro geloso tutto per sè, ma si reca, in fretta, a trovare la cugina che è prossima al parto.

Parte in fretta per servire, lei chè si è autodefinita, di fronte all’angelo annunziante, come la serva del Signore. Da lei nascerà il Salvatore del Mondo, dono di Dio agli uomini. E un dono si porta, si reca. Non si aspetta certo che sia il festeggiato che venga a prenderselo (oggi in verità a volte si fa, il che la dice lunga sul degrado dei nostri rapporti umani).

Così Maria parte e porta Gesù, dentro di sè, ad Elisabetta che ha in grembo Giovanni, il Battista. E questo sussulta nel grembo della madre, percependo la grandezza di Chi è venuto a visitarlo.

Quando i due saranno nati, le parti si rovesceranno. Sarà il figlio di Elisabetta, Giovanni, ad annunciare al mondo che quell’uomo Gesù è colui che doveva venire, è colui che deve essere seguito, è colui di fronte al quale tutti siamo chiamati a diminuire, se serve a scomparire, affinchè Lui cresca.

Non è certo un caso che la lettura del Nuovo Testamento consigliata oggi come prima lettura dal lezionario cattolico sia Romani 12,9-16:

9 L’amore sia senza ipocrisia. Aborrite il male e attenetevi fermamente al bene. 10 Quanto all’amore fraterno, siate pieni di affetto gli uni per gli altri. Quanto all’onore, fate a gara nel rendervelo reciprocamente.11 Quanto allo zelo, non siate pigri; siate ferventi nello spirito, servite il Signore; 12 siate allegri nella speranza, pazienti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, 13 provvedendo alle necessità dei santi, esercitando con premura l’ospitalità.
14 Benedite quelli che vi perseguitano. Benedite e non maledite. 15 Rallegratevi con quelli che sono allegri; piangete con quelli che piangono. 16 Abbiate tra di voi un medesimo sentimento. Non aspirate alle cose alte, ma lasciatevi attrarre dalle umili. Non vi stimate saggi da voi stessi.

Il mondo non fa queste cose. Il mondo non ha queste priorità. L’ospitalità… mentre si costruiscono muri, l’onore reso reciprocamente… mentre si fa a gara ad insultarsi con la voce più alta, il non maledire, l’aspirare alle cose umili, il non stimarsi saggi da sè stessi…

Sono, questi, i comandamenti della Parola di Dio, non certo quelli della società degli uomini, che dice di apprezzarli ma li rispetta con il massimo dell’ipocrisia e del pervertimento.

Abbiate tra di voi un medesimo sentimento sta a significare, cercate, tutti, le cose di Dio, seguite, tutti, le sue logiche. Non solo quando pregate o dialogate con Dio, ma tra di voi, nelle parole, nei pensieri, nelle azioni concrete di ogni giorno.

Siate pronti e solleciti a partire, come Maria, quando un vostro fratello o una vostra sorella è nel bisogno, ma portategli anzitutto Dio! Non voi stessi, non le vostre soluzioni, non i vostri colpi di ingegno. Portategli Dio! E Lui che salva. Non altri. Non altro.

Rimanete finchè serve (Maria rimase con Elisabetta circa tre mesi; poi se ne tornò a casa sua.), servite, poi tornate a casa vostra. Ricordate. Egli deve crescere, voi diminuire. E rimettervi umilmente al prossimo servizio che Dio vi richiederà.

Amen.

IX – Non Credo in qualcuno di generato

Geniale questo post di Berlicche… Vi consiglio di leggerlo tutto, per intero.

“Questo asserisce il Credo: “il Figlio…generato, non creato, della sostanza del Padre”. Pochi uomini capiscono quanto sia blasfema questa mescolanza di creazione e generazione. L’orrore ci spinge ad agire per cancellare quelle frasi affrettate che offendono chi le ascolta. Un essere umano, udendole, potrebbe farsi l’idea di essere qualcosa di più di un nostro trastullo. La stessa memoria di quella infelice iniziativa del Nemico deve essere rimossa.

Per invalidare questa riga del Credo il metodo più semplice è sradicare dagli umani il concetto stesso di generazione.

Generare è un processo indeterminato. Il suo prodotto sfugge al controllo; è dare origine ad una nuova vita, ad una persona differente. Gli esseri viventi questo lo sanno bene. Il Nemico li ha fatti perché essi stessi generino: “fecondità”, la chiamano. Il nome del meccanismo è “sesso”. Il luogo dove la generazione si esercita e le generazioni si ritrovano si chiama “famiglia” ed è lì che i viventi imparano i rudimenti di questo incomprensibile guazzabuglio.

Se vogliamo cancellare il concetto di “generato” dobbiamo dividere la riproduzione dal sesso, il sesso dall’amore, l’amore dalla famiglia. Dobbiamo renderli in-fecondi, de-generati.”

Il tributo e la coscienza

13 Gli mandarono alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in fallo con una domanda.

14 Essi andarono da lui e gli dissero: «Maestro, noi sappiamo che tu sei sincero, e che non hai riguardi per nessuno, perché non badi all’apparenza delle persone, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare? Dobbiamo darlo o non darlo?»

15 Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché mi tentate? Portatemi un denaro, ché io lo veda». 16 Essi glielo portarono ed egli disse loro: «Di chi è questa effigie e questa iscrizione?» Essi gli dissero: «Di Cesare». 17 Allora Gesù disse loro: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio». Ed essi si meravigliarono di lui.

(Marco 12)

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Una moneta ha sempre due facce. Nell’antichità una era sempre riservata al faccione del potente di turno, al Cesare del momento. La risposta che Gesù dà a riguardo ai farisei ed agli erodiani, venuti a coglierlo in fallo, è una risposta molto chiara, in linea con tutto il suo insegnamento.

Egli non è venuto per dirimere i nostri problemi e le nostre beghe con le autorità di questo mondo. Non è uno dei tanti “liberatori” dalle tasse, dai balzelli, dalle oppressioni, che ti fanno vedere la loro faccia buona e poi, preso il potere, si trasformano a loro volta in oppressori (tutte le rivoluzioni di questo mondo hanno fatto e faranno questa fine).

Egli è venuto a liberarci davvero, non va confuso con i finti signori delle nostre vite, che in realtà non hanno alcun potere su di esse, ma solo sulle apparenze mondane di queste.

Al potere civile va dato il “suo”, finchè questo si occupa del bene comune, della retta amministrazione, dei servizi per la comunità. Ma sapendo che il potere civile non ha mai salvato nessuno, e non sarà mai in potere di farlo.

Nelle scelte della propria vita occorre obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. La priorità va data a Dio. Perchè il “Suo”, di Dio è infinitamente più grande, alto e decisivo per noi del suo degli uomini.

“A ciascuno il suo” non è, come alcuni pretenderebbero, il manifesto del “libera chiesa in libero stato”. Ma è una precisazione utile per noi peccatori. Non crediamo di poterci tirare indietro dal rispetto dei comandamenti di Dio in virtù di quanto stabiliscono le leggi degli uomini.

Se le leggi degli uomini confliggono con la legge di Dio è a questa che occorre obbedire.

Bisogna ubbidire a Dio anziché agli uomini. (Atti 5,29)

L’obiezione di coscienza di cui tanto (poco a mio parere…) si parla di questi tempi è un dovere per il cristiano. Perchè il cristiano è chiamato a ricostruire dentro di lui e fuori di lui l’immagine e somiglianza di Dio con cui è stato creato.

Non certo il faccione, l’immagine del potente di turno, che si crede Dio o vuole farsi credere tale. Il Cesare di turno è destinato sempre a perire e ad essere sostituito da un altra illusoria effigie. E nell’effigie di chiunque non è lecito riporre qualsivoglia fiducia.

Solo in Dio il credente riporrà la propria fiducia.

17 Allora Gesù disse loro: «Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio».

Rendete a Cesare quel che è suo: il denaro, il potere, il falso successo, l’effimero del momento. E a Dio quel che è Suo. La fede, l’obbedienza della coscienza e di ogni azione in questo mondo.

E non vi preoccupate per il domani…

33 Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più. 34 Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.

(Matteo 6)

Accresci Signore la nostra fede.
Amen, secondo la Tua volontà.

La parrhesia come ethos

La parresia, ricorda Foucault è, secondo l’etimologia, quell’attività verbale che consiste nel «dire-tutto»: pan-rhema.

Il parresiasta, colui che usa la parresia, è colui che dice tutto, o meglio, colui che dice con chiarezza, senza dissimulazione, né riserve, né ornamenti retorici, la verità.

La parresia è quindi un «dire-tutto» che ha a che fare con la verità: dire tutto della verità, non nascondere nulla della verità, dire la verità senza mascherarla in alcun modo.

Non solo: il parresiasta lega se stesso alla verità che annuncia al punto di assumerne su di sé ogni rischio, dalla rottura della relazione con l’interlocutore, che potrebbe essere ferito o offeso dal dire-il-vero del parresiasta, fino alla perdita della vita: un uomo insorge di fronte a un tiranno e gli dice la verità, esponendosi alla violenza della sua reazione; ecco una scena esemplare e paradigmatica di ciò che può essere, al limite, il rischio parresiastico.

In ogni caso, il dire-il-vero proprio della parresia comporta un’esposizione del soggetto a un pericolo indeterminato, ovvero l’apertura di uno spazio di rischio che può mettere in gioco la vita stessa del parlante: la parresia è il coraggio della verità.

In quanto tale, e a differenza della retorica, essa non è una tecnica, non è una strategia discorsiva, non è un mestiere. La parresia è qualcosa di più difficile da definire, una sorta di «nozione-ragno» (notion-araignée) che implica un atteggiamento, un modo di essere simile alla virtù, un ethos.

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(testo ripreso dal blog Timore e Tremore)

La parrhesia

La parrhesia: è la franchezza, il parlar chiaro, il dire tutto, il non omettere la verità, il parlare “si, si, no, no“, evitando il di più che viene dal maligno, dice Gesù.

La parrhesia: è  non solo questo, non solo un dovere del credente, ma anche una grazia, una capacità che è frutto del dono dello Spirito, quello Spirito che vi insegnerà, ci insegna, tutto ciò che dobbiamo dire, è bene dire, quando siamo interrogati, ed anche quando non lo siamo, perchè abbiamo comunque il dovere, con parrhesia, di rendere ragione della speranza che è in noi.

L’essere aperta alla parrhesia è un dovere della comunità cristiana, che deve essere disponibile ad essere riempita dallo Spirito, tramite l’ascolto fedele e costante della Parola di Dio.

Vittorio Subilia, teologo valdese le cui opere ho studiato a fondo preparando la mia (mai discussa) tesi di dottorato per la Facoltà Valdese di Teologia, in un suo lavoro per Protestantesimo (1966, n°1, p. 10) ebbe ad identificare il problema di una deferenza della Chiesa verso il mondo che finisce per concretizzarsi in un paradossale “conformismo all’incredulità“.

Senza la deferenza allo Spirito, senza l’apertura alla parrhesia richiesta dalla Parola di Dio, la chiesa finisce per disobbedire al Suo Signore, a quanto sta scritto nel capitolo 12 della lettera ai Romani.

2 Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà“.

Fu facile profeta Vittorio Subilia, intravedendo l’iniziale deriva che la sua chiesa, la chiesa valdese, tante chiese e credenti (non solo valdesi) stavano iniziando a prendere in quegli anni, paradossalmente conformandosi sempre di più a quel mondo che la Parola invitava a ripudiare.

La parrhesia è essere nel mondo ma non del mondo. E’ conoscere il mondo, amarlo, pregare per esso, per la sua conversione, ma mai adagiarsi, adattarsi o tantomeno approvare le sue logiche!

Non si tratta di “stupire il mondo con effetti speciali” ma semplicemente di essere uomini e donne, credenti, cristiani, ad alta fedeltà. Fedeltà alla Parola di Dio. Franchezza nell’annuncio della Parola di Dio. Tutta e senza sconti.

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La parrhesia,  è il tema del lavoro del fratello pastore Elpidio Pezzella che ho terminato ieri sera di leggere, e che consiglio anche a voi.

 

 

La vigna, i servi, il figlio

1 Poi cominciò a parlare loro in parabole:

«Un uomo piantò una vigna, le fece attorno una siepe, vi scavò una buca per pigiare l’uva e vi costruì una torre; l’affittò a dei vignaiuoli e se ne andò in viaggio. 2 Al tempo della raccolta mandò a quei vignaiuoli un servo per ricevere da loro la sua parte dei frutti della vigna. 3 Ma essi lo presero, lo picchiarono e lo rimandarono a mani vuote.4 Egli mandò loro un altro servo; e anche questo insultarono e ferirono alla testa. 5 Egli ne mandò un altro, e quelli lo uccisero; poi molti altri che picchiarono o uccisero.

6 Aveva ancora un unico figlio diletto e quello glielo mandò per ultimo, dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio”. 7 Ma quei vignaiuoli dissero tra di loro: “Costui è l’erede; venite, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra”. 8 Così lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori dalla vigna. 9 Che farà dunque il padrone della vigna? Egli verrà, farà perire quei vignaiuoli e darà la vigna ad altri.

10 Non avete neppure letto questa Scrittura:
“La pietra che i costruttori hanno rifiutata
è diventata pietra angolare;
11 ciò è stato fatto dal Signore,
ed è una cosa meravigliosa ai nostri occhi”?»

12 Essi cercavano di prenderlo, ma ebbero paura della folla; perché capirono che egli aveva detto quella parabola per loro. E, lasciatolo, se ne andarono.

(Marco 12)

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Una parabola, quella che ci propone oggi il Vangelo di Marco, di non difficile interpretazione. Talmente chiara che, alla fine del racconto, gli avversari di Gesù se la danno a gambe, fuggono, perchè capiscono che egli aveva detto quella parabola per loro.

Il padrone della vigna è il Signore. Egli le tenta tutte, un servo dopo l’altro, un profeta dopo l’altro (ne manda tre, uno dei numeri che indica la pienezza, la completezza del tentativo; ancora oggi si dice che tre è il numero perfetto), ma questi vengono rifiutati ed uccisi, uno dopo l’altro.

Cercava di avere la sua parte dei profitti della vigna, la Creazione, che Egli aveva “affittato” o se preferite “affidato” agli uomini, perchè la custodisse e la facesse fruttare. Ma l’uomo, egoista, pensa di poter tenere tutto per sè. Anzi, pensa di sostituirsi del tutto a Dio, dicono l’eredità sarà nostra.

Allora Egli manda il Figlio. Anche questo viene ucciso, ma la sua uccisione segna, al contrario di quanto speravano i suoi assassini, un cambio netto. La vigna viene tolta ai temporanei affidatari e viene affidata ad altri. A quelli cioè che hanno avuto rispetto per la missione del Figlio, a quelli che hanno scelto di continuarne l’opera, a quelli che non si stancheranno mai di annunciare la Parola del padrone della vigna, che ne faranno l’opera principale della loro vita.

Facciamo nostra l’esortazione di Gesù, per la preghiera di oggi:

10 Non avete neppure letto questa Scrittura:
“La pietra che i costruttori hanno rifiutata
è diventata pietra angolare;
11 ciò è stato fatto dal Signore,
ed è una cosa meravigliosa ai nostri occhi”?»

Verifichiamo se il Cristo è, veramente, la pietra angolare sulla quale poggiamo tutte le scelte della nostra vita. Verifichiamo se la sequela del Cristo, l’obbedire fedele alla Parola di Dio, è veramente una cosa meravigliosa per il nostro cuore e per i nostri occhi, o non è piuttosto un semplice fastidioso richiamo della nostra coscienza…

Accresci la nostra fede, Signore Gesù.

Amen, secondo la Tua volontà.

 

Il merito e la misericordia

sufficiente

Dove i deboli troveranno vero riposo e tranquilla sicurezza, se non nelle piaghe del nostro Salvatore? Tanto più confido in esse, in quanto egli è potente nel salvare. Il mondo mi sta dietro per turbarmi, il mio corpo mi pesa, il diavolo è in agguato per sorprendermi: non cadrò, poiché sono appoggiato a una solida pietra.
Se ho gravemente peccato, la mia coscienza è turbata, ma non sarà confusa poiché mi ricorderò delle piaghe del Signore.

Così dunque il mio merito è la misericordia del Signore. Essendo il Signore ricco in compassioni, abbondo di meriti. Canterò la mia giustizia? Signore, mi ricorderò della tua sola giustizia; quella sola è mia, in quanto sei stato fatto giustizia per me, da Dio tuo Padre.

Ecco, il merito dell’uomo è di mettere tutta la sua speranza in colui che salva l’uomo intero.
“Rimanga a Te la gloria, non diminuita di una sola briciola; per me è più che sufficiente la pace”. Rinuncio totalmente alla gloria, poiché temo, usurpando quel che non è mio, di perdere anche quel che mi è dato.

Perché la Chiesa si preoccuperebbe dei meriti, se trova, per gloriarsi, più solido e certo argomento nel libero volere di Dio? Non dobbiamo, per tanto, chiederci per quali meriti speriamo avere vita, soprattutto quando udiamo, per bocca del Profeta: “Non lo farò per causa vostra, ma a causa di me, dice il Signore” (Ezechiele 36:22; 32).

Basta dunque, per aver meriti, sapere che i meriti non bastano; ma come è sufficiente il non contare su alcun merito per averne, così l’esserne privo è sufficiente per essere condannato“.

(Parole di Bernardo da Chiaravalle; ringrazio la sorella Daniela che ha riportato la citazione ai fratelli ed alle sorelle del sentiero antico).

Falsità e Sapienza, Mercanzia e Parresia

Sto leggendo piano piano, perchè merita, ed è al contempo molto denso, un libro del fratello Elpidio Pezzella sul concetto di parresia, “franchezza” nella traduzione più comune, “si, si no, no” nella “traduzione” evangelica. E mi è tornato in mente quanto scrivevo a riguardo lo scorso anno commentando una lettura dell’Ufficio. Ve lo ripropongo.