Suggerimenti per la preghiera (dal 27 giugno al 3 luglio)

Ricevo e condivido dal fratello Elpidio Pezzella.
Settimana 27/2016 – Il padrone e la vigna

«Disse anche questa parabola: Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna; andò a cercarvi del frutto e non ne trovò…»

Luca 13:6

Il padrone che entra nella sua proprietà in cerca di frutto ricorda l’Eterno Dio del racconto di Genesi che «alla brezza del giorno passeggiava» (3:8) nell’Eden in cerca della sua creatura. Non viene difficile immaginare questo uomo entrare con passo fiero e certo nella sua vigna, voltarsi intorno a scrutare i suoi alberi, a considerare il lavoro dei vignaioli. Improvvisamente però, la sua attenzione è catturata da un albero in particolare, quel fico entrato a far parte dei suoi pensieri già da qualche anno. Non aveva frutto l’ultima volta che lo aveva esaminato, così come la volta precedente. Chissà se adesso le cose sono cambiate. Il suo passo accelera, si fa incalzante, fin quando eccolo sotto al fico. Alza la testa, scruta tra i rami, sposta le foglie. Nulla. Niente ancora! Allora? Ordina al vignaiolo: «Taglialo!». Potremmo ritrovarci d’accordo prima con le sue considerazioni e poi con il suo ordine di tagliare. Eppure, i nostri cuori preferiscono il grido del Genesi (3:9b) rivolto all’uomo nascosto: «Dove sei?», testimone della ricerca e dell’interessamento di un Dio vicino e in cerca di relazione. La reazione del padrone della vigna dinanzi al fico sterile incute invece un certo timore. L’ordine dato al vignaiolo fa tremare le gambe, al punto di sollevare alla nostra memoria un’altra tragica sentenza: «Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, malfattori» (Matteo 7:23).

La vigna

In questo periodo le vigne cominciano a riempirsi dei grappoli che matureranno durante l’estate. Nel greco del Nuovo Testamento un unico termine – àmpelos/àmpelon – designa sia la vigna sia la vite. La vigna o vigneto indica un terreno dedicato alla coltura della vite. L’immagine biblica della vite/vigna è caratterizzata da una ricchezza simbolica che percorre svariati testi biblici, tra cui quello appena letto del profeta Isaia. Nella Bibbia la vigna/vite si presenta prevalentemente come simbolo del popolo di Israele. Nei frutti prodotti grazie alle solerti cure del vignaiolo, o in assenza di questi frutti a motivo dell’incuria e dell’abbandono, la Bibbia vede il progressivo realizzarsi di Israele o la sua progressiva decadenza fino ad estinguersi sotto il severo giudizio di Dio. Una vigna curata e florida, infatti, è l’immagine di tutto Israele che cammina alla luce della Parola del suo Dio. Mentre una vigna abbandonata e distrutta è invece l’immagine del severo giudizio di Dio che “sradica” dalla terra promessa il popolo a Lui infedele.

(Puoi approfondire il tema nel mio libro Il vignaiolo e il fico)

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 Il 28 giugno 1703 nasceva John Wesley, teologo inglese, fondatore del metodismo. In oltre sessant’anni di ministero scrisse oltre 40.000 sermoni. Spero di eguagliarlo.

Lettura della Bibbia

27 giugno       Salmi 66-68; 2Corinti 4-5

28 giugno       Salmi 69-71; 2Corinti 6-7

29 giugno       Salmi 72-74; 2Corinti 8-9

30 giugno       Salmi 75-77; 2Corinti 10-11

01 luglio         Salmi 78-80; 2Corinti 12-13

02 luglio         Salmi 81-83; Galati 1-2

03 luglio         Salmi 84-86; Galati 3-4

Camminando con… al Castrum Antuni

Seconda bellissima giornata in montagna per Sara, Antonella e per me, ancora con gli amici di Camminando con, associazione affiliata a Federtrek, di cui oggi sono diventato socio a tutti gli effetti.

L’escursione era all’antico Borgo di Antuni, al Castrum Antuni, dove l’Associazione Culturale Medievale Ordo Scarabeus e l’Associazione Sportiva Lancio di Lame, hanno collaborato ad una vera e propria rievocazione medievale, con tanto di costumi, racconti, musica antica, armeggi di scherma antica e dimostrazioni di lancio di coltelli, asce e chiodi.

Sara si è persino cimentata, ovviamente assistita, con un discreto successo, nel lancio dei coltelli e dell’ascia!

Nel pomeriggio un bel gruppo si è poi diretto all’antichissimo Eremo del Santissimo Salvatore, ammirandone gli affreschi ancora visibili dopo settecento e passa anni.

Castrum Antoni o Antuni sorge sulla cima del monte omonimo prospiciente l’abitato di Castel di Tora. Collegato mediante un sottile istmo alla terraferma, il colle è proteso verso il Lago del Turano dal quale è quasi completamente circondato.
Il panorama che si può godere è di notevole suggestione soprattutto per la presenza del lago che al tempo della fondazione di Antuni non esisteva.
Il Lago del Turano è sorto tra il 1937 e il 1938 a seguito della costruzione di una diga di sbarramento posta sul Fiume Turano in corrispondenza di un marcato restringimento della valle dove un tempo scorreva il fiume.

La fondazione di Antuni sembra risalire ai primi decenni dell’XI secolo forse dovuta all’iniziativa della consorteria dei Guidoneschi che donarono a Farfa, nel 1092, il Castrum Antoni. Fino al basso medioevo le vicende legate alle sorti di Antuni non sono note. Nei documenti ufficiali se ne parla quando il borgo entra in possesso della borgo di antunifamiglia Brancaleoni.
Da ora in poi il feudo passò per vari proprietari: nel 1583 i Brancaleoni vendettero il castrum a Paolo Mattei. Poi, nel 1676, venne ceduto al duca Filippo Lante della Rovere che lo tenne fino al 1720 anno in cui passò al marchese Filippo Gentili. Il 25 ottobre 1816 la marchesa Margherita Sparapani Gentili Boccapaduli rinunciò ai diritti feudali su Antuni e tutti i possedimenti vennero ceduti ai Principi Del Drago. Il 19 giugno del 1832, il feudo di Antuni venne eretto a principato da Gregorio XVI a favore del principe Urbano.
La storia di Antuni, seppur non al centro di grandi avvenimenti, termina bruscamente durante il corso della Seconda Guerra Mondiale quando nel 1944 un errore di mira del pilota di un caccia che doveva abbattere il ponte sul Lago del Turano, colpì per errore l’abitato. Furono così danneggiate molte abitazioni e il Castello del Drago e andò completamente distrutta la chiesa. Dopo alcuni anni d’agonia e stenti, nel 1950 Antuni è ormai di fatto un borgo disabitato. Passato al comune di Castel di Tora, nel 1992 sono iniziati vari lavori di restauro, che dopo mezzo secolo di incuria e abbandono, stanno portando alla luce la bellezza dell’antico Castrum Antoni incastonato in un paesaggio incantevole e suggestivo a dominio del Lago del Turano.

Completamente abbandonato e quasi inaccessibile fino al 1990, l’antico borgo di Antuni sta riacquistando sempre maggior interesse grazie all’opera di restauro degli edifici più importanti quali il Palazzo del Drago e la corte bassa. Terminato il restauro nel dicembre del 1999, i lavori hanno avuto seguito grazie ai fondi del Giubileo 2000. Infatti, negli anni seguenti, iniziarono i lavori di recupero delle mura, poste nella parte destra dell’abitato, dell’antica mulattiera che conduceva al centro del borgo, della torretta, e di molti insediamenti abitativi.
Oltre ai numerosi ruderi delle case che formavano il nucleo centrale di Antuni sul colle sorge anche l’antico Eremo di San Salvatore posto su una parete che guarda a picco sul lago. Così, durante la visita di questo paese scomparso, ci si può rendere benissimo conto di che posizione godeva e quanti colpi d’occhio offre tutt’ora sul vicino Lago del Turano. Lungo l’itinerario è possibile ancora vedere le mura delle abitazioni e ricostruirne mentalmente sia l’aspetto e la che la posizione. Il Palazzo (o castello) del Drago che con la sua mole è certamente il complesso più interessante da vedere ha ospitato per diversi anni le attività della Comunità Incontro.  Completamente ristrutturato, si presenta per buona parte modificato, non solo nel suo aspetto ma anche nei suoi elementi architettonici. Il Palazzo del Drago, a cui si accede passando sotto un archetto, era composto da un gran numero di sale, molte delle quali affrescate, da scalinate di pietra e contava in tutto ben 365 finestre. Tutta la struttura è visitabile, nella facciata è rimasto nell’aspetto originale solo il portale d’ingresso. Facendo il periplo del palazzo, oltre a notare gli ambienti, è possibile osservare anche gli antichi bastioni, rimasti nel loro aspetto primitivo e i contrafforti che si affacciano sul lago.

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La sequela

51 Poi, mentre si avvicinava il tempo in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù si mise risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme. 52 Mandò davanti a sé dei messaggeri, i quali, partiti, entrarono in un villaggio dei Samaritani per preparargli un alloggio. 53 Ma quelli non lo ricevettero perché era diretto verso Gerusalemme. 54 Veduto ciò, i suoi discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che un fuoco scenda dal cielo e li consumi?» 55 Ma egli si voltò verso di loro e li sgridò. 56 E se ne andarono in un altro villaggio.

57 Mentre camminavano per la via, qualcuno gli disse: «Io ti seguirò dovunque andrai». 58 E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo».

59 A un altro disse: «Seguimi». Ed egli rispose: «Permettimi di andare prima a seppellire mio padre». 60 Ma Gesù gli disse: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; ma tu va’ ad annunciare il regno di Dio».

61 Un altro ancora gli disse: «Ti seguirò, Signore, ma lasciami prima salutare quelli di casa mia». 62 Ma Gesù gli disse: «Nessuno che abbia messo la mano all’aratro e poi volga lo sguardo indietro, è adatto per il regno di Dio».

(Luca 9)

bibbia

La sequela del Cristo.

Richiede un impegno prioritario ed assoluto. Senza facili entusiasmi e voli pindarici, senza distinguo ed eccezioni. Dietro al Signore.

Si guardi avanti, si guardi alla Parola di Dio, e si cammini con fede lungo la strada indicata, lungo il sentiero antico.

Annunciando la Parola di Dio, mettendo mano all’aratro.

Perchè la Parola di Dio non è per pigri e posapiano. E’ per i lavoratori, della prima come dell’ultima ora, ma per i lavoratori. Per chi si affatica dietro di lei.

Amen.

Ci appartiene!

futurociappartiene

In termini di comunicazione, quello rappresentato da questo manifesto è quello che si chiama un epic-fail, una “toppa” detto alla romana. Fa pensare a tutto quello che si è detto circa l’utero in affitto, la maternità surrogata, bambini comprati e venduti.

Il domani ci appartiene, il figlio visto come una proprietà, da possedere, o, se già non posseduta, da acquistare, finchè si può. Hai visto mai che questi reazionari, questi omofobi, questi convinti che non si possa fare riescano a riorganizzarsi e ce lo impediscono?

Il domani ci appartiene. Quel bambino può essere il nostro. Il suo domani può dipendere da noi. Sbrighiamoci a comprarcelo!

L’insostenibile leggerezza del (diritto di) voto

“Ora, non sarò certo io – che non scordo, fra le altre cose, come quella volta a Gesù sia stato democraticamente preferito a Barabba – ad insinuare che la maggioranza abbia sempre ragione e neppure intendo, almeno qui, addentrarmi nello specifico delle implicazioni della Brexit. Il ragionamento che vorrei brevemente svolgere è un altro vale a dire una sottolineatura dell’atteggiamento negativo – un misto fra rifiuto, incredulità e astioso rattristamento – rispetto al voto inglese da parte dell’Europa che si crede intelligente solo perché più istruita e dalla parte giusta della storia solo perché meno anziana. Cos’è: la democrazia va bene, sì, ma a corrente alternata? Il funzionamento democratico è tale solo se unidirezionale, mentre tutto il resto sono becero populismo, arretratezza e xenofobia? Ripeto: appartengo a coloro che i limiti della democrazia li hanno ben presenti, ma dai paladini della democrazia e dell’antifascismo non mi sarei aspettato un così repentino dietrofront elitarista.”

Essere cristiani

Thomas Manton, citato dal pastore Paolo Castellina si interroga su cosa voglia dire essere cristiani.

CHE COSA VUOL DIRE ESSERE CRISTIANI? Un tempo essere cristiani voleva dire fare parte di una popolazione, o di una famiglia, che si dice “cristiana” nel suo insieme. Oggi la nostra società è “pluralista” e, al suo interno si trovano persone che apertamente dicono di far parte di religioni diverse, oppure di non appartenere ad alcuna d’esse, dicendosi, magari, “liberi pensatori”. Essere cristiani, quindi, non è più “automatico”. Altri affermano che si è cristiani quando si appartiene ad una famiglia che per tradizione. appartiene ad una chiesa. si è stati battezzati e confermati, o quando si sostiene finanziariamente una chiesa. Aumenta, però, oggi, il numero di quelle persone che non sono state mai sottoposte, nemmeno da bambini, ad alcun rito religioso, e che non partecipano alla vita di una chiesa.

Si dice che questa sia “la fine della cristianità”, e molti se ne rammaricano con tristezza, considerandolo una delle disgrazie dei tempi moderni. Si potrebbe, però, vedere tutto questo anche in senso positivo, perché spesso, un tempo, “essere cristiani” era solo una formalità con scarse conseguenze pratiche. A che serve, infatti, dire d’essere cristiani se poi non lo si dimostra nei fatti? Vuol dire solo portare una maschera, è un’ipocrisia che non giova veramente né alla persona che la porta, né alla società, e che, soprattutto, discredita anche al nome di Cristo. L’apostolo Paolo, al riguardo d’ipocriti formalisti religiosi, afferma: «Il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra fra gli estranei» (Romani 2:24).

E’ bene, quindi, che finisca la cristianità formale, per ricuperare un cristianesimo coerente con i principi biblici che lo definiscono, un cristianesimo fatto di forti persuasioni personali e di una vita vissuta in autentico riferimento a Cristo, coerente con ciò che Lui era, diceva e faceva. John Bunyan, a proposito di un cristianesimo formale, scrisse: “La casa di un formalista è altrettanto vuota di religione come il bianco dell’uovo è privo di sapore”, od anche: “Del fuoco dipinto sul muro non ha bisogno di carburante: è altrettanto facile alimentare una professione di fede morta e formale”  (Thomas Manton).

Nota bene. Thomas Manton era un predicatore, cristiano, riformato, puritano, vissuto tra il 1620 ed il 1677. Ma queste righe sembrano scritte oggi e per l’oggi. Perchè Thomas Manton era innamorato della Parola di Dio, e questa parla con accenti eterni. Con buona pace di chi si ostina a considerarla “superata”, essa è sopra qualsiasi creatura e qualsiasi dialettica invenzione umana…

La Parola di Dio è il carburante della fede. Senza di essa la fede, il cristianesimo, scalda come un fuoco dipinto sul muro…

L’essere che è

Scritto dall’amica e sorella in Cristo, Paola.

“Io, invecchiando e forse maturando, ho scoperto di avere un solo e unico problema vero da risolvere nella vita. Vivere in modo da non distogliere la misericordia di Dio da me e non rifiutarla perché voglio andare in Paradiso. Unico problema vero: vivere bene, per morire bene e andare in Cielo. E non è una favola. Basta un nanosecondo di distrazione dal continuo intrattenimento al quale siamo invitati e sollecitati da tutte le parti per ricordarci che siamo stati buttati nell’essere, nella vita e che vogliamo essere felici, per sempre.”