Il ramo di mandorlo e la pentola che bolle (Geremia 1,11-19)

11 Poi la parola del SIGNORE mi fu rivolta in questi termini: «Geremia, che cosa vedi?» Io risposi: «Vedo un ramo di mandorlo».

12 E il SIGNORE mi disse: «Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per mandarla ad effetto».

13 La parola del SIGNORE mi fu rivolta per la seconda volta: «Che cosa vedi?» Io risposi: «Vedo una gran pentola che bolle e ha la bocca rivolta dal settentrione in qua».

14 E il SIGNORE mi disse: «Dal settentrione verrà fuori la calamità su tutti gli abitanti del paese. 15 Poiché, ecco, io sto per chiamare tutti i popoli dei regni del settentrione», dice il SIGNORE; «essi verranno, e porranno ognuno il suo trono all’ingresso delle porte di Gerusalemme, contro tutte le sue mura all’intorno, e contro tutte le città di Giuda. 16 Pronuncerò i miei giudizi contro di loro, a causa di tutta la loro malvagità, perché mi hanno abbandonato e hanno offerto il loro incenso ad altri dèi, e si sono prostrati davanti all’opera delle loro mani.

17 Tu dunque, cingiti i fianchi, àlzati, e di’ loro tutto quello che io ti comanderò. Non lasciarti sgomentare da loro, affinché io non ti renda sgomento in loro presenza. 18 Ecco, oggi io ti stabilisco come una città fortificata, come una colonna di ferro e come un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda, contro i suoi prìncipi, contro i suoi sacerdoti e contro il popolo del paese.

19 Essi ti faranno la guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per liberarti», dice il SIGNORE.

(Geremia 1)

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Due simboli appaiono al profeta Geremia.

Il simbolo dei fiori di mandorlo, i primi a sbocciare, che sia in primavera o sul finire dell’inverno, simboleggiano la speranza, della vita che ritorna. Nel libro dell’Esodo il Signore dice a Mosè di prenderli a modello per forgiare con l’oro la menorah ovvero il candelabro a sette braccia. Ma simboleggiano anche la caducità della vita umana e, nel testo dell’Ecclesiaste o Qohelet indicano anche la caducità della vita umana. Questo perchè nella realtà sfioriscono in breve tempo, mutano di colore e cadono. Stanno quindi ad indicare la necessaria vigilanza sulla propria vita, ma insieme a ricordare che questa finirà ed è breve.

Dice infatti il Signore a Geremia che il ramo di mandorlo che ha visto indica sia il fatto che la speranza di una rinascita per l’uomo passa attraverso la Sua Parola, sia il fatto che Egli è vigilante, e non lascerà che questa cada. Come ci dirà il Signore Gesù, neppure uno iota della Parola di Dio cadrà prima che tutto sia compiuto.

Ma vista la caducità e l’incostanza dell’uomo, dovute al peccato, la creatura umana dovrà affidarsi completamente all’azione del Signore, dovrà fidare esclusivamente in Lui, come è chiamato a fare Geremia.

Il simbolo della pentola che bolle è tradizionalmente il simbolo del desiderio della carne da parte di Israele, un desiderio che bolle dentro di lui, un desiderio che lo porta a cercare di cambiare lo stato delle cose, lo stato della natura. Dal liquido al gassoso l’acqua, sospinta dall’azione incessante del fuoco.

C’è un simbolismo buono del fuoco, ma viene dal dentro l’uomo, è quello a cui allude Gesù quando dice che c’è un fuoco dentro di Lui e non vede l’ora che divampi. Ma in questo caso il fuoco non proviene dal di dentro, non proviene dal Signore, proviene dal settentrione, proviene da fuori l’uomo, ed è alimentato per la sua rovina, per pervertirne le azioni.

E’ un fuoco di giudizio da parte di Dio e questo giudizio sarà deciso dalla capacità di resistenza del Profeta, di resistenza del popolo che Dio si è scelto, unicamente per Sua Grazia, alle mille brucianti tentazioni che gli vengono dalla storia, che gli vengono dal di fuori.

Il profeta, ogni uomo, è chiamato a cingersi i fianchi, ad indossare un’armatura; questa è la Parola di Dio. Essa è il solo muro efficace per la difesa dell’uomo dalle fiamme che divampano nel mondo. Dì loro tutto ciò che io ti comanderò, solo questo, null’altro. E se il mondo resterà sgomento (Questo parlare è duro… chi potrà osservarlo… se è così allora non conviene) tu non temereindurisci la tua faccia come pietra, rivestiti di Cristo, resta saldo nella fede. Se non lo farai, se non avrai il coraggio di farlo, fidando solo nelle forze che Dio ti donerà, allora diverrai tu sgomento, ed il mondo ti porterà alla rovina.

La forza del fuoco esterno, quello che porta l’acqua ad ebollizione è grande. E tu potrai essere chiamato ad opporti contro tutto il paese, contro i re di Giuda, contro i suoi prìncipi, contro i suoi sacerdoti e contro il popolo del paese. Non c’è una categoria immune dai desideri che provengono dalla carne, dai desideri che provengono dalle forze che cercano di cambiare la natura umana, di pervertirne l’immagine di Dio che ha dentro, di farlo ‘mutare di stato’. Anche i sacerdoti, anche i pastori possono pervertire la loro natura e condurti su sentieri sbagliati, su sentieri che ti portano verso la perdizione.

Ma tu, profeta, tu credente, tu creatura umana, non temere, e fidati solo de Signore, affidati solo alla Sua Parola.

19 Essi ti faranno la guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per liberarti», dice il SIGNORE.

Accresci la nostra fede, Signore Gesù. Preghiamo il Signore con il Salmo 71. Facciamolo diventare nostro, facciamo sì che risuoni nel nostro intimo, che motivi ogni nostra azione. Amen.

1 In te confido, o SIGNORE, fa’ che io non sia mai confuso.

2
 Per la tua giustizia, liberami, mettimi al sicuro!
Porgi a me il tuo orecchio, e salvami!
3 Sii per me una rocca in cui trovo scampo,
una fortezza dove io possa sempre rifugiarmi!
Tu hai dato ordine di salvarmi,
perché sei il mio baluardo e la mia fortezza.
4 Mio Dio, liberami dalla mano dell’empio,
dalla mano del perverso e del violento!
5 Poiché tu sei la mia speranza,
Signore, Dio;
sei la mia fiducia sin dalla mia infanzia.

6
 Tu sei stato il mio sostegno fin dal grembo materno,
tu m’hai tratto dal grembo di mia madre;
a te va sempre la mia lode.
7 Io sono per molti come un prodigio:
tu sei il mio rifugio sicuro.
8 Sia la mia bocca piena della tua lode,
ed esalti ogni giorno la tua gloria!

9
 Non respingermi nel tempo della vecchiaia,
non abbandonarmi quando le mie forze declinano.
10 Perché i miei nemici sparlano di me,
e quelli che spiano l’anima mia tramano insieme,
11 dicendo: «Dio l’ha abbandonato;
inseguitelo e prendetelo, perché non c’è nessuno che lo liberi».

12
 O Dio, non allontanarti da me;
mio Dio, affrèttati a soccorrermi!
13 Siano confusi, siano annientati gli avversari dell’anima mia,
siano coperti di vergogna e disonore quelli che desiderano il mio male!

14
 Ma io spererò sempre,
e a tutte le tue lodi ne aggiungerò altre.
15 La mia bocca racconterà ogni giorno la tua giustizia e le tue liberazioni,
perché sono innumerevoli.
16 Proclamerò i prodigi di Dio,
il SIGNORE,
ricercherò la tua giustizia, la tua soltanto.

17
 O Dio, tu mi hai istruito sin dalla mia infanzia,
e io, fino a oggi, ho annunciato le tue meraviglie.
18 E ora che sono giunto alla vecchiaia e alla canizie, o Dio, non abbandonarmi,
finché non abbia raccontato i prodigi del tuo braccio a questa generazione
e la tua potenza a quelli che verranno.

19
 Anche la tua giustizia, Dio, è eccelsa;
e tu hai fatto cose grandi; o Dio, chi è simile a te?
20 Tu, che ci hai fatto vedere molte e gravi difficoltà,
ci darai di nuovo la vita
e ci farai risalire dagli abissi della terra;
21 tu accrescerai la mia grandezza
e ritornerai a consolarmi.

22
 Allora ti celebrerò con il saltèrio, celebrerò la tua verità, o mio Dio!
A te salmeggerò con la cetra, o Santo d’Israele!
23 Le mie labbra esulteranno, quando salmeggerò a te,
e così l’anima mia, che tu hai riscattata.
24 Anche la mia lingua parlerà tutto il giorno della tua giustizia,
perché sono stati svergognati, sono stati umiliati quelli che desideravano il mio male.

(Salmi, 71)

Notizie dai Sibillini

E’ la faglia del monte Vettore, della mia montagna, quella che è im movimento. Si vede chiaramente nelle foto scattate da un geologo a circa 2000 metri, sul versante umbro, quello che sale da Forca di Presta verso la vetta. Alcune le metto qui, assieme al comunicato ufficiale dell’Ente Parco dei Monti Sibillini che invita a sospendere le escursioni fino all’esaurimento dello sciame sismico in corso. Vale lo stesso ovviamente anche per le escursioni nei parchi della Laga e del Gran Sasso.

Il soccorso alpino e speleologico umbro invita alla massima prudenza nella frequentazione delle montagne nella zona dei Monti Sibillini e della Valnerina.
A seguito degli eventi sismici dei giorni scorsi e delle continue scosse di assestamento gli esperti forniscono alcuni consigli sulla frequentazione delle nostre montagne. «Se nei prossimi giorni andate in montagna, nella zona nord della Valnerina e Monti Sibillini o altre catene dell’Appennino centrale – è spiegato in una nota – è necessario fare molta attenzione.

Sui sentieri c’è il rischio di frane e caduta massi, in particolare bisogna fare attenzione nelle gole o forre. Inoltre nei sentieri sotto alle pareti di roccia o esposti, anche se non si notano pericoli evidenti, potrebbero essere stati resi insicuri dalle scosse».
Viene consigliato di non andare ai laghi di Pilato o sulle creste meridionali dei Sibillini finché non si calmano le scosse di assestamento.
Intanto il Comune di Montefortino – informa il soccorso alpino e speleologico dell’Umbria – ha emesso un’ordinanza per chiudere la strada che collega la frazione di Rubbiano alle gole dell’Infernaccio e alle parti interne.

Questo l’elenco delle zone più a rischio.
Ne vengono contate dieci:

1- tutta la valle del Lago di Pilato; 2- creste del Vettore e del Redentore; 3- tutta la valle di foce di Montemonaco; 4- Lame Rosse; 5- Gole dell’Infernaccio; 6- Monte Priora; 7- Gole dell’Acquasanta di Bolognola; 8- Gole del Fiastrone; 9- strada del Fargno in particolar modo verso Bolognola; 10- strada del monte Sibilla.

Prima di muoversi, dunque, è meglio chiedere informazioni a chi di competenza.

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L’Essenza e l’essenziale (Luca 14:1.7-14)

1 Gesù entrò di sabato in casa di uno dei principali farisei per prendere cibo, ed essi lo stavano osservando […]

7 Notando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro questa parabola:

8 «Quando sarai invitato a nozze da qualcuno, non ti mettere a tavola al primo posto, perché può darsi che sia stato invitato da lui qualcuno più importante di te, 9 e chi ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedi il posto a questo!” e tu debba con tua vergogna andare allora a occupare l’ultimo posto. 10 Ma quando sarai invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, affinché quando verrà colui che ti ha invitato, ti dica: “Amico, vieni più avanti”. Allora ne avrai onore davanti a tutti quelli che saranno a tavola con te.

11 Poiché chiunque si innalza sarà abbassato e chi si abbassa sarà innalzato».

12 Diceva pure a colui che lo aveva invitato: «Quando fai un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i vicini ricchi; perché essi potrebbero a loro volta invitare te, e così ti sarebbe reso il contraccambio; 13 ma quando fai un convito, chiama poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14 e sarai beato, perché non hanno modo di contraccambiare; infatti il contraccambio ti sarà reso alla risurrezione dei giusti».

(Luca 14)

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La pericope evangelica che viene proposta oggi per l’ascolto, la preghiera e la meditazione può essere suddivisa a sua volta in due parti, ciascuna corrispondente ad un insegnamento di Gesù.

Il contesto, al versetto 1, è quello di un invito a pranzo ricevuto da Gesù da quello che il testo qualifica come uno dei principali farisei. Il giorno è il sabato, il giorno del Signore, tuttora, per la comunità ebraica. Il giorno in cui la comunità tutta si raduna assieme e prende assieme un pasto di condivisione.

Nei versetti che non si leggono oggi, da 2 a 6, Gesù mette subito in chiaro quale debba essere il motivo vero del riunirsi, il centro dell’interesse, dove sta il vero cibo: guarisce un uomo affetto da idropisia e lo mette davanti agli altri scribi e farisei invitati. A dire che il centro è, deve essere Dio ed il compiere la Sua volontà.

Oggi è domenica, giorno del Signore, le nostre comunità cristiane si riuniscono. Le domande, alla luce anche solo di questo primo versetto sono tante.

Prima: ci andiamo? Sappiamo di essere stati invitati dal Signore? Sappiamo che questo è il momento più importante della nostra settimana?

Seconda: cosa mettiamo al centro? Dio, il desiderio di ascoltare la Sua Parola, quanto ci dirà, o piuttosto non noi stessi, i nostri desideri, la nostra ricerca di risposte a questo o quel particolare problema che abbiamo o crediamo di avere? La Sua Parola o le nostre parole?

Al versetto 7 l’evangelista ci dice che Gesù nota come gli invitati spesso scelgano i primi posti, quanta importanza si dia ai primi posti, alle precedenze, alle preferenze.

Nei sistemi umani, nelle organizzazioni umane, tutte, chiese comprese purtroppo, si dà una grande importanza a questo. Chiese comprese, si, soprattutto alcune, e ad esempio la chiesa cattolica è tra queste. Quando ero in Seminario ricordo che ogni volta che c’era qualche evento, liturgico o conviviale che fosse, c’erano estenuanti sedute (nel mio caso con l’economo, Franco Peracchi, ed il vicerettore, Gianrico Ruzza) per verificare le ‘precedenze’, ossia quale vescovo dovesse passare per primo in processione, quale cardinale dovesse sedere più o meno vicino al Papa, a chi toccasse presiedere questo o quello. E guai a sbagliare, ti beccavi lo sguardo torvo del prelato di turno per tutta la durata dell’occasione, e se era il caso pure una protesta buttata là al Rettore (“Non è che a me importi, però…”, tutte così inziavano, almeno facevano finta di vergognarsene).

“Niente di nuovo sul fronte occidentale”, “così va il mondo” potrebbe dirsi, e non è che Ortodossi e Riformati siano del tutto avulsi da queste pratiche, anche se tra i Riformati mi sembrano assai meno rilevanti.

La pratica ai tempi di Gesù diceva che dovevi metterti due o tre posti indietro rispetto a quello che ti sarebbe spettato… per rango, diciamo così. Gesù radicalizza la richiesta. Non due o tre posti indietro, ma all’ultimo posto. Non però per falsa umiltà, ma proprio perchè non è rilevante agli occhi di Dio in quale posto tu ti metti a sedere o gli uomini ti mettono a sedere.

Le precedenze o le preferenze sono robe da uomini, perchè gli uomini guardano le apparenze. Dio guarda il cuore, Dio guarda il pulito o lo sporco del tuo interno, del tuo intimo, del tuo interiore. Non gli importa dove sei seduto quando sei in assemblea, ma piuttosto dove hai il tuo cuore quando sei in assemblea.

Sei in assemblea per ascoltare Lui o cosa? Hai come centro del tuo cuore la Parola che ti viene annunciata o il tuo cuore è preso da altro? Perchè, fratello o sorella che mi leggi, tu puoi anche essere seduto all’ultimo posto, avere lo sguardo compunto e l’occhio attento, essere vestito semplicemente, essere cortese con chi ti è accanto, ma se il tuo cuore è con le cose del mondo, è preso dalle preoccupazioni del mondo, persino quando è il Giorno del Signore, persino mentre ti viene annunciata la Sua Parola, ti servirà davvero a poco essere in assemblea con la tua comunità!

Potrai ingannare i tuoi fratelli, che vedono solo il tuo esteriore, ma non potrai certo ingannare Dio! Potrai essere innalzato dagli uomini, magari anche, a causa dell’umiltà dei tuoi gesti, della semplicità con cui ti rapporti ad ognuno. Ma quello che davvero importa è essere innalzato da Dio, e Dio ci innalza per la fedeltà vera della nostra vita ai dettami della Sua Parola, non certo per il nostro apparire. Dio ci abbasserà allo stesso modo per la nostra infedeltà, sempre alla Sua Parola.

Non basta essere “una chiesa che bada all’essenziale”, come ho sentito dire di recente a qualcuno. Occorre essere una chiesa che bada all’Essenza. La Parola di Dio è l’Essenza della Chiesa. L’obbedienza alla Parola di Dio è ciò che innalza una comunità o un credente.

Si arriva così alla seconda parte della pericope evangelica in lettura oggi (XXII domenica del Tempo Ordinario, anno C secondo il Lezionario cattolico; XV domenica dopo Pentecoste, anno C, secondo il Lezionario Comune Riformato).

I versetti da 12 a 14 trattano di quelli che dobbiamo invitare nei nostri banchetti, nelle nostre assemblee, nelle nostre adunanze.

In sintesi, senza ripetere tutto, dobbiamo invitare sopratutto quelli che non ci possono contraccambiare, rendere favori, rendere grazie da un punto di vista umano.

La stessa logica di cui sopra. Il nostro criterio per ‘fare la lista degli invitati’ è farla sforzandoci di seguire quella che è la logica di Dio e non le nostre logiche. La logica di Dio dice, invita soprattutto chi ha bisogno di ascoltare la mia Parola, invita soprattutto chi è bisognoso di conversione, invita soprattutto chi è povero, poverissimo dal punto di vista spirituale. Invita chi è cieco e sordo alla Parola di Dio, invita chi è zoppo, chi cammina per le strade del mondo sforzandosi di tener dietro alle fandonie umane, ai discorsi senza capo nè coda, alle parole vane. Vane perchè inutili o vane perchè vanesie, vuote, inconcludenti.

Perchè la logica del nostro convito, il motivo di organizzare un nostro convito, una nostra assemblea deve essere quello di rendere gloria a Dio e non a noi stessi. Riflettiamoci, noi spesso organizziamo conviti, eventi, anche liturgici, quasi come se dovessimo fare un favore a Dio. E’ tutto il contrario! Il convito è di Dio, il banchetto a cui siamo invitati è del Signore, il cibo che siamo chiamati a mangiare è la Parola di Dio, quello che siamo chiamti a spezzare è il pane che è Corpo di Cristo, quello che siamo chiamati a bere è il Vino che è il Sangue di Cristo.

Ma tutto questo è Dio che ce lo dona, noi non abbiano alcun merito in tutto questo, nè possiamo arrogarcelo.

Mi tornano in mente le parole dell’Apostolo Paolo a riguardo…

14 Perciò, miei cari, fuggite l’idolatria.
15 Io parlo come a persone intelligenti; giudicate voi su quel che dico.
16 Il calice della benedizione, che noi benediciamo, non è forse la comunione con il sangue di Cristo? Il pane che noi rompiamo, non è forse la comunione con il corpo di Cristo? 17 Siccome vi è un unico pane, noi, che siamo molti, siamo un corpo unico, perché partecipiamo tutti a quell’unico pane. 18 Guardate l’Israele secondo la carne: quelli che mangiano i sacrifici non hanno forse comunione con l’altare? 19 Che cosa sto dicendo? Che la carne sacrificata agli idoli sia qualcosa? Che un idolo sia qualcosa? 20 Tutt’altro; io dico che le carni che i pagani sacrificano, le sacrificano ai demòni e non a Dio; ora io non voglio che abbiate comunione con i demòni. 21 Voi non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; voi non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni.22 O vogliamo forse provocare il Signore a gelosia? Siamo noi più forti di lui?

(1 Corinti 10)

17 Nel darvi queste istruzioni non vi lodo del fatto che vi radunate, non per il meglio, ma per il peggio. 18 Poiché, prima di tutto, sento che quando vi riunite in assemblea ci sono divisioni tra voi, e in parte lo credo;19 infatti è necessario che ci siano tra voi anche delle divisioni, perché quelli che sono approvati siano riconosciuti tali in mezzo a voi. 20 Quando poi vi riunite insieme, quello che fate, non è mangiare la cena del Signore;21 poiché, al pasto comune, ciascuno prende prima la propria cena; e mentre uno ha fame, l’altro è ubriaco. 22 Non avete forse le vostre case per mangiare e bere? O disprezzate voi la chiesa di Dio e umiliate quelli che non hanno nulla? Che vi dirò? Devo lodarvi? In questo non vi lodo.
23 Poiché ho ricevuto dal Signore quello che vi ho anche trasmesso; cioè, che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane, 24 e dopo aver reso grazie, lo ruppe e disse: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». 25 Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me.26 Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga».

(1 Corinzi 11)

La Parola è del Signore, il Corpo è del Signore, il Sangue è del Signore. Senza il Signore non c’è banchetto, non c’è convito, non c’è vino, non c’è gioia. Senza la Parola non c’è nulla di tutto questo. Perciò, fratelli e sorelle, oggi osserviamo attentamente le nostre assemblee ed il nostro essere in assemblea.

Chi c’è al centro? Dio o il pastore? La Parola o le tante parole del mondo? La Verità o mille diverse verità? Chi ha la precedenza? Dio o i nostri infiniti bisogni? Siamo in assemblea per scoprire qual’è la volontà di Dio per la nostra vita, o per cercare di piegare Dio alle nostre volontà?

27 Perciò, chiunque mangerà il pane o berrà dal calice del Signore indegnamente, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. 28 Ora ciascuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva dal calice; 29 poiché chi mangia e beve, mangia e beve un giudizio contro se stesso, se non discerne il corpo del Signore.

(1 Corinti 11)

Che l’Eterno ci perdoni, se il nostro riunirci in assemblea non è secondo ed a servizio della Sua Parola. Amen.

Culto #SentieriAntichiValdesi – Essere nella stessa squadra dei campioni della fede

(ripubblico dal sito Valdesi.Eu)

1560

Si è tenuto il culto di agosto di Sentieri Antichi Valdesi presso l ex scuola rurale valdese Emilio Talmon di Vilar Pellice. Ha presieduto il culto il pastore Paolo Castellina, predicando su due passi molto toccanti:

Geremia 2: “Così dice l’Eterno: «Che cosa hanno trovato di ingiusto in me i vostri padri, per allontanarsi da me, andare dietro alla vanità e diventare essi stessi vanità? … I sacerdoti non hanno detto: “Dov’è l’Eterno?”, quelli che si occupano della legge non mi hanno conosciuto, i pastori si sono ribellati contro di me, i profeti hanno profetizzato per Baal e hanno seguito cose che non giovano a nulla… Ha mai una nazione cambiato i suoi dèi, anche se non sono dèi? Ma il mio popolo ha cambiato la sua gloria per ciò che non giova a nulla. Stupitevi, o cieli, di questo; inorridite e siate grandemente desolati», dice l’Eterno. «Poiché il mio popolo ha commesso due mali: ha abbandonato me, la sorgente di acqua viva.”

Ebrei 13: “Continuate nell’amore fraterno. Non dimenticate l’ospitalità, perché alcuni, praticandola, hanno ospitato senza saperlo degli angeli. Ricordatevi dei carcerati come se foste loro compagni e di quelli che sono maltrattati, sapendo che anche voi siete nel corpo. Sia il matrimonio tenuto in onore da tutti e il letto coniugale sia incontaminato, poiché Dio giudicherà i fornicatori e gli adulteri. Nel vostro comportamento non siate amanti del denaro e accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: «Io non ti lascerò e non ti abbandonerò». Così possiamo dire con fiducia: «Il Signore è il mio aiuto, e io non temerò. Che cosa mi potrà fare l’uomo?». Ricordatevi dei vostri conduttori, che vi hanno annunziato la parola di Dio e, considerando il risultato della loro condotta, imitate la loro fede. Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno. Non lasciatevi trasportare qua e là da varie e strane dottrine, perché è bene che il cuore sia reso saldo dalla grazia e non da cibi, da cui non ebbero alcun giovamento quelli che ne fecero uso.”

Il pastore non l’ha mai detto, ma certo questi passi sono suonati assai attuali ai presenti.

Prendendo lo spunto dai recenti Giochi Olimpici la predicazione ha prospettato il paragone della vita cristiana all’impegno sportivo. Occorre innanzitutto non limitarsi ad essere spettatori, ma prendere parte alle gare e prepararsi con serietà e costanza ad esse. Noi siamo insufficienti al compito, ma Dio ci dà gli strumenti necessari e ci sostiene nel cimento. E noi siamo chiamati all’onore di vestire la stessa maglia, di entrare nella stessa squadra dei grandi della fede, dei maggiori campioni del cristianesimo. Noi non ne siamo all’altezza, ma è Cristo che ci chiama in quella squadra.

Queste parole, nella Val Pellice, non possono che richiamare alla memoria i secoli di straordinario esempio di fede degli antichi valdesi, che non sono venuti meno alla loro fede di fronte alle persecuzioni, i rapimenti di bambini, le vessazioni, le discriminazioni.

Un bilancio del #sinodovaldese 2016

Il sito ufficiale della Chiesa Valdese ha pubblicato da poco una intervista al moderatore rieletto della Tavola, pastore Bernardini, che fa il punto sul Sinodo 2016 appena concluso.

Vi invito ad ascoltare ed a giudicare voi. Io l’ho trovata assai deludente e preoccupante.
Ad un certo punto il moderatore parla della chiesa valdese come una chiesa che bada all’essenziale e dice che i valdesi sono “Predicatori dell’unica Parola che salva e trasforma le persone e il mondo… senza guardare alla fede (?!), al genere sessuale (?) alla cultura, alla religione…” (vedi i minuti 3.40 – 4.33).

Se non si guarda alla fede, al genere sessuale, alla cultura, alla religione, a cosa si guarda, mi chiedo? Chi si guarda, mi chiedo più ancora,giacchè se prendi una creatura umana e lo depuri dal genere sessuale, dalla cultura, dalla religiosità, dalla professione di fede, che razza di uomo guardi? E che Parola annunci?

La Parola di Dio è una parola concreta, incarnata, che guarda alla creatura umana con tutto il suo ‘carico’ personale, che ama l’uomo a partire dal suo essere maschio o femmina, dall’avere una determinata nazionalità, cultura, identità religiosa…

Il problema di fondo è sempre lo stesso. Se ti consideri annunciatore di una Parola depurata da tutto ciò che fa problema all’uomo moderno mettere in discussione, perchè l’uomo moderno vuole la libertà assoluta di autodeterminarsi, in tutto, genere sessuale compreso, il tuo annuncio te lo fai dettare dal mondo e non dalla Parola di Dio. E’ l’uomo che ti dice: io vorrei questo e tu adatti la Parola al bisogno umano.

L’equivoco è di fondo. Noi annunciamo la Parola per servire Dio, per dare gloria a Dio, e facendo questo annunciamo all’uomo la via per la quale egli trova la salvezza. Non viceversa. Non annunciamo la Parola per servire l’uomo, perchè sarebbe asservire la Parola alla creatura umana ed al suo peccato.

La Parola genera la diaconia e non viceversa! O potremmo fare a meno della Parola, ed anche di Dio. La bestemmia contro lo Spirito, l’unico peccato che non può essere perdonato. Il credere che l’uomo in sè sia buono e non peccatore e bisognoso di conversione.

La maratona della vita cristiana (Ebrei 12,1-3)

Sintesi: La fede cristiana autentica è ben lungi dall’essere “una credenza” privata, “mentale”, ma uno stile di vita, anzi, una gara che si corre in vista di un premio. Non però come una gara dove c’è chi arriva primo e si prende il premio, ma una sorta di maratona in cui tanti si iscrivono e “vincono tutti” quelli che arrivano al traguardo. Implica comunque impegno: non serve a nulla rimanerne spettatori. L’incoraggiamento a parttecipare ed a perseverarvi fino alla fine lo troviamo nel testo biblico di questa domenica, in Ebrei 12:1-3.

1 Anche noi, dunque, poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, 2 fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio.

3 Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate perdendovi d’animo.

(Ebrei 12)

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La parabola della gara

Oggi il testo della Parola di Dio che viene sottoposto alla nostra attenzione ci accompagna, per così dire, ad assistere ad una “gara sportiva”, ad una maratona, a un qualcosa di simile ad una corsa campestre.

E’ un percorso lungo e difficile, pieno di ostacoli. Dalla nostra prospettiva più alta di spettatori possiamo vedere laggiù il traguardo dove una corona d’alloro attende il vincitore. Diciamo meglio: tutti coloro che arrivano ricevono un premio, un attestato di partecipazione, il che è già un onore. I primi ricevono una speciale menzione, ma in questa gara tutti coloro che arrivano al traguardo sono vincitori.

Ecco, dall’altra parte gli atleti al nastro di partenza. Si tolgono il mantello e al via dello starter partono con passo sicuro e regolare. Si sono allenati bene, i loro muscoli sono agili, forti e scattanti. Non c’è nulla che li possa distrarre, sono ben concentrati e determinati a giungere al traguardo. Li seguiamo con il nostro sguardo mentre affrontano le difficili prove del percorso, alcuni cadono, poi si rialzano e procedono imperterriti. É visibile dopo un po’ il loro sudore e la loro fatica. Arrivano così al traguardo e partecipiamo alla gioia del vincitore che riceve la sua corona. È esausto ma felice e ora sollevato di riceverla, quella corona. Il suo impegno è stato premiato.

Altri erano pure partiti, pieni di buone intenzioni, ma dopo le prime difficoltà avevano rinunciato alla corsa ed erano tornati indietro. Altri ancora avevano solo promesso di parteciparvi, si erano iscritti alla gara, avevano avuto il loro numero, ma per qualche motivo nemmeno sono partiti… Un gruppo di atleti fedeli ed impegnati però ce l’ha fatta!

Ecco che però succede l’inaspettato. Il direttore della gara si muove e si avvicina proprio dove siamo noi, noi spettatori. Viene avanti e rivolge la sua parola proprio a te. Sei piuttosto sorpreso, soprattutto ad udire le sue parole. Si, ti sta invitando a scendere in campo, si proprio te, a far parte di quelle valorose squadre ed a correre la gara insieme a quei famosi e valenti atleti. Ti chiedi perché abbia invitato proprio te. Non te ne credi certamente all’altezza, ma lui insiste, rassicurandoti che ti darà tutti gli strumenti tecnici necessari per partecipare anche tu alla gara con onore. L’onore però è ancora un altro: l’onore di portare la maglia di quelle valenti squadre! Vi sono gli allenamenti, ricevi le necessarie istruzioni e arriva il momento di partire. Sarai fra quelli che partono davvero e perseverano fino alla fine della gara per ricevere la corona che spetta a coloro che giungono al traguardo? Non ti lascerai spaventare dalle difficoltà oppure preferirai tornare fra i semplici spettatori?

Questa che vi ho raccontato è una parabola che illustra la vita cristiana assomigliandola ad una gara sportiva. Ogni illustrazione ha i suoi limiti, ma credo che ci possa servire oggi per chiarire i termini di quanto ci comunica il Signore Iddio nel testo biblico di Ebrei 12:1-6.

Chiamati dalla Sua grazia

Ci sono quindi due tipi di “sportivi” quelli che lo sport …lo guardano, e quelli che allo sport …partecipano. Oserei dire che i veri sportivi sono quelli che “fanno” lo sport. Oggi infatti sono fin troppi quelli che fanno i semplici spettatori della fede e delle attività dei cristiani attivi e professanti. Magari “finanziano” le chiese. È già qualcosa, ma rimangono pur sempre spettatori, fuori dalla gara: valutano le attività degli altri e magari le criticano, battendo le mani oppure fischiando, a seconda del gradimento…

In ogni caso ci sono occasioni importanti – come quella di oggi – in cui Iddio, attraverso l’annuncio dell’Evangelo, chiama anche noi, anche te, a far parte della Sua “squadra di atleti”, di un popolo speciale, il Suo popolo eletto, la Sua chiesa. Egli chiama anche noi a “scendere in campo”.

Si tratta indubbiamente di una stupefacente espressione dell’amore e della grazia di Dio verso creature come noi siamo, la cui vita – per usare la nostra immagine – è pigra, sedentaria, squilibrata, malsana, indifferente e spesso anche molto critica verso squadre ed allenatori… in una parola, per noi peccatori, quella di sentirci rivolgere la parola della verità, l’appello ad affidarci ad essa, scoprire la disponibilità di Dio nei nostri riguardi che ci vuole riscattare e perdonare attraverso l’opera efficace di un valente “allenatore”, il Salvatore Gesù Cristo. Come non gridare di gioia e di riconoscenza per “l’onore” che Iddio ci vuol fare chiamandoci ad essere anche noi partecipi della Sua vittoria!

Il testo biblico

Consideriamo però ora più da vicino il testo biblico che Dio ci vuole rivolgere quest’oggi. L’apostolo scrive a cristiani d’origine ebraica:

“Anche noi, dunque, poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio.
Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate, perdendovi d’animo”

(Ebrei 12:1-3).

Motivi incoraggianti

Dobbiamo dire innanzitutto che l’Apostolo qui si rivolge ad “atleti” della vita cristiana che, scesi in campo e partiti, sperimentano la durezza della gara e sono tentati a scoraggiarsi e forse anche a rinunziarvi. La cosa è comprensibile, ma qui l’apostolo, vero e proprio “allenatore”, incoraggia questi “atleti” mettendo davanti a loro i motivi per cui a questa “gara” ne valga comunque la pena di parteciparvi.

I cristiani di quella generazione, ma quanti ancora oggi, vedono la loro fede ed il loro impegno messo a dura prova da difficoltà di ogni genere. Queste parole ispirate da Dio vengono però rivolte anche a noi per nostro incoraggiamento ed istruzione. La confessione della nostra fede non si esprime forse oggi nel contesto di difficoltà e persecuzioni dirette, nondimeno, portare avanti con coerenza la nostra professione di fede nemmeno oggi è facile, è anticonformista e può causare opposizione e incomprensione. Per questo, pur non nascondendo ai nostri figli la difficoltà della coerenza cristiana, li incoraggiamo a proseguire con coraggio e preghiamo per loro.

Credo che sia importante pure notare come lo scrittore non si limiti qui a dare “consigli” ed esortazioni come colui che si limiti a “stare in panchina”. E’ egli stesso un “atleta” d’esperienza e sa bene identificarsi con i suoi lettori scoraggiati. Al capitolo 10 aveva già detto:

“Ora noi non siamo fra quelli che si tirano indietro a loro perdizione, ma quelli che hanno fede per ottenere la vita” (10:39).

I precursori

La prima frase del testo che colpisce la nostra attenzione è: “Anche noi, dunque, poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni…” (1a). E’ il primo motivo di incoraggiamento degli atleti in pista: “Non siete soli e non siete stati i primi a correre – e con successo – questa gara”.

C’è una così grande schiera (una nuvola, un nugolo) di testimoni (martiri della fede) che ci circonda, noi che corriamo la gara della fede cristiana. Quanti ci hanno preceduto nella fede e tuttora nel mondo brillano come luminosi esempi di fede e di impegno nonostante le difficoltà che devono affrontare e proprio per portare avanti la fede che oggi noi dichiariamo di professare. Essi sono dei testimoni in quanto la loro vita, opere, sofferenze e morte, attestano la loro fede, e testimoniano a noi attraverso le pagine della Scrittura e della storia il loro impegno è stato abbondantemente retribuito.

Pensate: noi che siamo chiamati a far parte o che facciamo parte della squadra dei cristiani, “portiamo i colori” di un popolo che enumera gli “eroi” della fede di cui sono piene le pagine dei nostri calendari (e non solo), uomini, donne, ragazzi e bambini che attraverso questi venti secoli di storia cristiana, ma anche di più se contiamo pure l’antico popolo di Israele in cui siamo stati innestati, che spesso hanno sofferto e pagato con la loro vita pur di portare avanti la fiaccola della fede… Fare dei nomi, a questo punto, significherebbe fare dei torti a qualcuno. E’ la “comunione dei santi”, migliaia e migliaia nostri predecessori nella fede che si sono distinti per fede, forza e virtù. E’ come se essi ci stessero ora a guardare incoraggiandoci a proseguire con fiducia la nostra corsa nonostante tutto. Dobbiamo anche dire che essi testimonieranno pro o contro di noi a seconda se siamo stati all’altezza della loro e nostra comune vocazione.

Essi sono come nuvole cariche di pioggia ristoratrice per le dottrine vivificanti che ci hanno portato; per i loro esempi rinfrescanti nell’ardore della persecuzione; per la loro guida ed indicazioni che ci danno nelle vie di Dio; per il loro grande numero, come una spessa nuvola che ci circonda da ogni parte, sono di indubbia istruzione. Dovremmo prendere l’abitudine di nutrirci leggendo le biografie dei cristiani valorosi del passato e del presente. Il loro esempio decisamente mi incoraggia tanto che non mi lascerò intimidire da nulla.
Impedimenti in noi stessi

Il secondo incoraggiamento ci viene dall’espressione: “deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge” (1b).

Ci possono essere tanti fattori esterni che ci sono di ostacolo nella corsa della vita cristiana. Tanti impedimenti ed ostacoli che noi avvertiamo, però, sono in noi stessi: la nostra pigrizia, indolenza, vizi, difetti, il nostro atteggiamento psicologico nei confronti della vita cristiana, il nostro peccato…

Il nostro testo dice: Deponiamo (cioè gettiamo via, eliminiamo) ogni peso (impedimento), tutto ciò che ci “appesantisce” e ci “frena”. Come l’atleta disciplina sé stesso nel corpo, nella mente e nello spirito per correre la gara nel modo migliore e più efficace possibile, come l’atleta si sbarazza di tutto ciò che impedirebbe il suo procedere, così pure nella “corsa” cristiana ogni zavorra deve essere scaricata. Gli antichi atleti correvano nudi, e anche oggi l’abbigliamento deve essere adatto alla gara. Non si corre con cappotto e stivali…

La figura compara il peccato ad una veste lunga che impedisce il libero movimento del corridore. L’apostolo ci dice: deponiamo il peccato, che così facilmente ci avvolge (che ci tiene stretto e che ci fa inciampare, ci aggroviglia). Il riferimento è al peccato in quanto tale che ci assedia da ogni lato. Abbiamo difficoltà nella vita cristiana? Quante di queste difficoltà dipendono solo da noi? Chiediamo a Dio di aiutarci a prenderne coscienza ed a sbarazzarcene perché altrimenti non faremo molta strada…
Perseveranza

Un terzo incoraggiamento ha a che fare con la necessità di essere perseveranti e diligenti: “e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta” (1c).

L’atleta deve allenarsi regolarmente e con impegno, e poi procedere con determinazione senza lasciarsi distrarre da niente e da nessuno. La costanza e la determinazione oggi è una virtù molto rara.

Qualcuno ha detto: “Costanza: di questa parola si è fatto un nome proprio, forse perché non è comune”. S. Agostino disse: “Non è gran cosa l’incominciare; la perfezione sta nel condurre a termine”. Corriamo la vita cristiana, dice il nostro testo, sforziamoci di progredire con perseveranza, paziente sopportazione, con determinazione la gara che ci è proposta, e la parola originale che il testo usa ha a che fare con il nostro “agonismo”.

La gara cristiana non è uno sprint di breve durata ma una gara che dura a lungo, una maratona.

Non vi saranno premi per coloro che non perseverano fino alla fine della corsa.

L’apostolo Paolo diceva:

“Ma non faccio nessun conto della mia vita, pur di condurre a termine con gioia la mia corsa e il servizio affidatomi dal Signore Gesù Cristo” (At. 20:24).

Al termine della sua vita lo stesso apostolo scriveva:

“Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede. Ormai mi è riservata la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi assegnerà in quel giorno, e non solo a me…” (2 Ti. 4:7,8).

Siamo chiamati ad essere perseveranti: quanti fra coloro che si erano disposti alla corsa non sono mai partiti veramente oppure dopo un po’ vi hanno rinunciato tornando indietro? Essi non riceveranno il premio finale.
Lo sguardo fisso su Gesù

Il motivo più importante di incoraggiamento che questo testo ci rivolge, però, è il quarto:

“fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio. Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate, perdendovi d’animo” (3, 4).

Ecco il segreto del maratoneta, dell’alpinista e di chiunque altro intende raggiungere il suo obiettivo: un’attenzione indivisa verso la meta, un’attenzione indivisa – nel nostro caso – verso Colui che ci precede, ci dà forza, ci incoraggia: il Signore Gesù Cristo.

Fissate lo sguardo, tenete fissi gli occhi, su Gesù, Colui che crea la fede, il pioniere, il fondatore, l’originatore, e la rende perfetta (il perfezionatore). Leonardo da Vinci disse: “Non si volta chi a stella è fisso”.

E’ davvero il segreto della perseveranza cristiana. Avremo forza solo quando il nostro sguardo è fissato sul grande oggetto della nostra fede. La vittoria appartiene solo a chi guarda a Gesù perché Egli è

(1) il fondatore della fede, Colui che ha ispirato questa gara e la rende possibile. Egli solo ha illuminato il sentiero della salvezza come un sentiero possibile. Egli è:

(2) esempio di fede, Lui solo ha portato la fede a perfezione, ci ha aperto la strada e l’ha percorsa per intero. Nei giorni della sua carne, Cristo ha calcato senza deviarne mai il sentiero della fede. Noi siamo chiamati ed abbiamo la possibilità di essere come Lui. Per la gioia che gli era posta dinanzi [lo stesso verbo usato prima per la gara che noi dobbiamo correre], Egli sopportò la croce e stette fermo nei suoi propositi. Egli è il:

(3) il compitore che questa gara l’ha portata nella Sua propria persona a perfetto compimento. Aveva ogni tipo di beatitudine, ma soffrì volontariamente la vergogna della croce non tenendo in alcun conto l’infamia, la vergogna, la disgrazia di una simile morte. E non si trattò di una gioia egoistica, era la gioia raggiunta attraverso quella redenzione che avrebbe realizzato la salvezza di tutto il suo popolo. Di lui Isaia dice: “Egli vedrà il frutto del suo tormento interiore, e ne sarà saziato; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, si caricherà egli stesso delle loro iniquità” (Is. 53:11).

(4) Il vincitore. Si, Gesù è il vincitore, non nel senso che sia stato l’unico – a scapito di altri – a vincere. In questa gara tutti coloro che arrivano al traguardo, ne conseguono il premio. Egli, per così dire, è il giudice stesso della gara che personalmente ne percorre il percorso, alle stesse condizioni degli altri, e ne riporta la vittoria. “E si è seduto alla destra del trono di Dio”. Il fatto della sua sofferenza è completamente passato, ma i risultati d’essa rimangono per sempre.

La fede riconosce che ‘questo Gesù’ è stato fatto da Dio “e Signore e Cristo” (At. 2:36). Colui che un giorno soffrì sulla terra ora governa in cielo (Mt. 28:18). I destinatari di questa lettera devono credere a questo, nonostante che le attuali circostanze sembrino contraddirlo, e così dobbiamo noi!
Epilogo

A coloro che corrono la gara della vita cristiana, lo scrittore così dice: “Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate, perdendovi d’animo”. Considerate, riflettete, comparate, perciò Colui che ha sopportato una simile ostilità, odio, opposizione, contro la Sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate, perdendovi d’animo, affinché il vostro animo non venga meno.

La Sua morte di croce non è stata una sconfitta. Attraverso la morte di croce ha conseguito la vittoria sul peccato e sulla morte ed è entrato nella gloria della risurrezione. La ragione di fissare su di Lui il nostro sguardo è considerare quello che Lui aveva dovuto sopportare era molto di più di che cosa dobbiamo sopportare noi. L’innocente sulle cui spalle grava il peccato del suo popolo e gli strali implacabili dei suoi avversari. L’apostolo Pietro scrisse:

“Già designato prima della creazione del mondo, egli è stato manifestato… per voi; per mezzo di Lui credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria affinché la vostra fede e la vostra speranza siano in Dio” (1 Pietro 1:20,21).

Molti sono spettatori della gara della vita cristiana, ed è chiaro che rimanendo tali rimarranno privi della ricompensa dei vincitori, così come chi aveva promesso di iniziare questa gara e non è mai veramente partito, e come coloro che, spaventati dalle difficoltà, hanno rinunciato a correre e sono tornati indietro.

Chi vorrà veramente “scendere in campo” e perseverare fino alla fine?

Abbiamo motivi di grande incoraggiamento non solo fra quelli fin qui esposti, ma anche per la promessa del Signore. L’apostolo Paolo dice infatti:

“Io ringrazio il mio Dio… per voi, e sempre, in ogni mia preghiera per tutti voi, prego con gioia a motivo della vostra partecipazione al vangelo, dal primo giorno fino ad ora. E ho questa fiducia: che colui che ha cominciato in voi un’opera buona, la condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” (Filippesi 1:3-6).

(Predicazione del pastore Paolo Castellina)

Pregando per le chiese cristiane e per il #sinodovaldese

17 Infatti Cristo non mi ha mandato a battezzare ma a evangelizzare; non con sapienza di parola, perché la croce di Cristo non sia resa vana.
18 Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio; 19 infatti sta scritto:
«Io farò perire la sapienza dei saggi
e annienterò l’intelligenza degli intelligenti».

20 Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo?
21 Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione.
22 I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, 23 ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; 24 ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; 25 poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.

(1 Corinti)

bibbiaaperta

Con queste parole della Prima Lettera di Paolo Apostolo ai Corinti veniamo oggi invitati a pregare e di nuovo l’accento è sul dovere della predicazione e sul contenuto della stessa, che è la Croce, il Cristo Crocifisso, il piano di Dio rivelato nella Sacra Scrittura.

Noi cristiani e noi comunità ecclesiali, che di quel Cristo portiamo il Nome, siamo chiamati a vivere senza implorare continuamente miracoli, come, a detta dell’Apostolo, fanno i Giudei e senza perderci nelle sapienze vuote di questo mondo, messa al posto della vera Sapienza che è quella di Dio, quella che viene dallo Spirito, come fanno i Greci.

La Chiesa viene salvata dalla Croce e dalla Parola che la rivela. Non viene salvata dalle teologie, mutevoli nei secoli, e dalle sapienze umane. La Chiesa viene salvata da quella stessa Sola Scriptura che la edifica. La Chesa viene salvata dal Cristo Solo che è fondamento, per l’opera della Sua Sola Grazia.

A noi di vivere con la Sola Fede, pensando, parlando ed operando per la Sola Gloria di Dio.

Ogni chiesa e comunità cristiana torni alla fedeltà assoluta alla Parola di Dio. O perirà, come è giusto ed inevitabile che sia.

Ma l’uomo nella prosperità, tenuto in grande onore (dal mondo!) non comprende, è come gli animali che periscono…

I sapienti muoiono;
lo stolto e l’ignorante periscono tutti
e lasciano ad altri le loro ricchezze.
11 Pensano che le loro case dureranno per sempre
e che le loro abitazioni siano eterne;
perciò danno i loro nomi alle terre.
12Ma anche tenuto in grande onore, l’uomo non dura;
egli è simile alle bestie che periscono.

(Salmi, 49)

Accresci la nostra fede, Signore Gesù!

Ti affidiamo in particolare i credenti rappresentati al Sinodo Valdese e Metodista che si chiude oggi. Custodiscili, Signore, nella fedeltà alla Tua Parola.

Amen, secondo la Tua Volontà.

Le dieci vergini (Matteo 25:1-13)

1 «Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini le quali, prese le loro lampade, uscirono a incontrare lo sposo.

2 Cinque di loro erano stolte e cinque avvedute; 3 le stolte, nel prendere le loro lampade, non avevano preso con sé dell’olio; 4 mentre le avvedute, insieme con le loro lampade, avevano preso dell’olio nei vasi. 5 Siccome lo sposo tardava, tutte divennero assonnate e si addormentarono.

6 Verso mezzanotte si levò un grido: “Ecco lo sposo, uscitegli incontro!” 7 Allora tutte quelle vergini si svegliarono e prepararono le loro lampade. 8 E le stolte dissero alle avvedute: “Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. 9 Ma le avvedute risposero: “No, perché non basterebbe per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene!” 10 Ma, mentre quelle andavano a comprarne, arrivò lo sposo; e quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala delle nozze, e la porta fu chiusa. 11 Più tardi vennero anche le altre vergini, dicendo: “Signore, Signore, aprici!” 12 Ma egli rispose: “Io vi dico in verità: Non vi conosco”.

13 Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.

(Matteo 25)

bibbia-dottrina

Le dieci vergini di cui parla Matteo, in questa prima parte del capitolo 25, sono come i servi di Luca al capitolo 12:

35 «I vostri fianchi siano cinti, e le vostre lampade accese; 36 siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando tornerà dalle nozze, per aprirgli appena giungerà e busserà. 37 Beati quei servi che il padrone, arrivando, troverà vigilanti! In verità io vi dico che egli si rimboccherà le vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38 Se giungerà alla seconda o alla terza vigilia e li troverà così, beati loro!

39 Sappiate questo, che se il padrone di casa conoscesse a che ora verrà il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. 40 Anche voi siate pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate».

Il concetto è chiarissimo, o almeno dovrebbe essere tale, Gesù lo ripete continuamente nel Vangelo. Noi non abbiamo alcun potere, nè come singoli, nè come comunità, per aggiungere un giorno o un capello alle nostre vite, per sapere quanto il Signore ci chiamerà al giudizio, quando il Signore verrà a giudicare una volta per tutte le nostre azioni.

Siamo servi senza pretese, incaricati di servire con le nostre azioni il Figlio, usando della Luce, della grazia che Egli stesso ci ha donato, procurando che questa Luce, la Luce della Parola di Dio, splenda bella alta sul lucernaio che è la nostra vita.

La lampada è la nostra vita, l’olio che alimenta la luce è la Parola di Dio, il fuoco divampa per la grazia di Dio ed è dalla Parola alimentata.

Quanta ne mettiamo nella nostra vita? Quanto contatto abbiamo con essa?
Quanto “olio” biblico, evangelico alimenta i nostri pensieri, le nostre parole, le nostre azioni?

Pensiamoci, oggi, pregando con questo brano, vediamo se ce n’è abbastanza per purificarci quanto serve. Siamo vigilanti! Ciò che viene da Dio nella nostra vita deve crescere ed essere alimentato. Al resto, alle cose del mondo, siamo chiamati a morire.

1 «All’angelo della chiesa di Sardi scrivi:
Queste cose dice colui che ha i sette spiriti di Dio e le sette stelle:
“Io conosco le tue opere: tu hai fama di vivere ma sei morto. 2 Sii vigilante e rafforza il resto che sta per morire; poiché non ho trovato le tue opere perfette davanti al mio Dio.
3 Ricòrdati dunque come hai ricevuto e ascoltato la parola, continua a serbarla e ravvediti. Perché, se non sarai vigilante, io verrò come un ladro, e tu non saprai a che ora verrò a sorprenderti. 4 Tuttavia a Sardi ci sono alcuni che non hanno contaminato le loro vesti; essi cammineranno con me in bianche vesti, perché ne sono degni.
5 Chi vince sarà dunque vestito di vesti bianche, e io non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma confesserò il suo nome davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli.

(Apocalisse 3)

Don Giovanni D’Ercole, Vescovo

Ho conosciuto don Giovanni D’Ercole quando prestavo servizio in Seminario Romano. Era un grande amico del mio Rettore (Luigi Conti, oggi arcivescovo di Fermo). Don Luigi marchigiano (“vero, del nord” sottolineava talvolta scherzando, perchè diceva che io amavo di più i marchigiani “sporchi”, quelli del Piceno e dei Sibillini) e don Giovanni, di Rendinara, abruzzese, condividevano, dicevano loro scherzando, “la capoccia tosta” e, aggiungo io, un grandissimo amore per la Parola di Dio che a me, prima Diacono, poi giovane Presbitero, li faceva amare entrambi.

Don Giovanni lavorava da poco in Segreteria di Stato, si era sempre occupato di comunicazione, come me, era anche stato, se non mi sbaglio, vice direttore della Sala Stampa della Santa Sede con Giovanni Paolo II e seguiva le attività di Telepace.

Don Giovanni D'Ercole, Vescovo di Ascoli Piceno
Don Giovanni D’Ercole, Vescovo di Ascoli Piceno

Mi chiamò una volta a condividere assieme a lui il commento di una Ordinazione Presbiterale che si svolgeva a San Pietro in Vaticano, la prima ed unica volta che feci da ‘speaker’ televisivo.

Lo ricordo come una persona semplice, schietta, che sapeva ascoltare e che (cosa non sempre così scontata come dovrebbe essere) metteva la Parola di Dio avanti alle proprie.

Così non mi stupisce oggi vederlo come lo vedo in televisione, tra la sua gente sconvolta dal terremoto. In giro tra la sua gente fin dal primo momento dopo la prima scossa ad Arquata, a Montegallo, nelle frazioni distrutte scavando, cercando, pregando, consolando, portando la Parola di Dio per il conforto di tutti.

Non mi stupisce leggere articoli come quello che gli dedica Repubblica o altri.
Un Vescovo deve confermare nella fede, oltre che vigilare, e don Giovanni, grazie a Dio, di fede ne ha tanta.

Prego per il suo ministero, e per quello dei tanti presbiteri della zona che conosco.
Prego per la gente di quelle terre sconvolte. Per chi è tornato al Padre e per i vivi.