Le mostre del babbo

Stamani ho scritto del colloquio di lavoro fatto ieri, all’Eur, vicino alle sede di un’ente importante di cui mio padre, quando lavorava era un “controllore”, per conto della Presidenza del Consiglio.

Sono come sempre arrivato in anticipo, così prima mi sono fermato a pregare nei giardini di Viale dell’Artigianato, poi mi sono accostato a vedere i giochi d’acqua presso il Palazzo dei Congressi.

Ieri c’era l’inaugurazione dell’edizione romana del Cybertech Europe (semplificando. sicurezza informatica ai massimi livelli).

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Non ho potuto fare a meno di pensare a mio padre. Non solo e non tanto per quanto ho scritto prima, quanto per il fatto che quando ero bambino, poi ragazzo, spesso il mio babbo Giovanni mi portava alle mostre che si facevano presso questo palazzo. Non ne mancavo una. Editoria, Giochi, Difesa, Scienza e Tecnologia gli argomenti preferiti. Quanto mi piaceva girare per quei corridoi, salire per quelle scale, giocare con l’acqua delle fontane, correre con mia sorella sul piazzale davanti al palazzo.

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Ho lavorato per tanto tempo all’Eur, dal 1997 al 2014. Sono sincero, non mi piace particolarmente il quartiere, ma ormai lo sento un po’ “mio”, vista la frequentazione intensa…

Lavoro, fede, compleanno

Riflessioni a voce alta e a tutto campo.

Lavoro

Come chi mi conosce sa, sono in mobilità da dicembre 2014, coperto parzialmente dal sussidio INPS fino a dicembre del 2017.

Sono sempre stato quello che si dice “un gran lavoratore”. Mi alzo molto presto e sono subito operativo, non sono mai stato “a guardare l’orologio” quando ci sono state urgenze o necessità particolari, non perdo tempo, sono flessibile nel senso moderno del termine, mi sono sempre adattato quando è servito sostituire un collega in un altro ruolo.

In più ho una professionalità che in ambito sistemistico informatico ed in campo formativo risale al 1984. Completano il quadro la maturità classica, una laurea (in Teologia), un dottorato di ricerca (in Utroque Iure, preso mentre lavoravo), un diploma professionale (come analista programmatore), non so più quanti corsi di aggiornamento e 4 lingue oltre alla mia, a vario livello.

Non ho perso tempo in questi due anni di mobilità. Ho approfondito la mia conoscenza in ambito social network e lingua inglese, mi occupo del marketing per conto della società Bon Bags della mia amica Valentina, collaboro per i siti in WordPress e la formazione con Francesca Imbiscuso di Posizioniamoci, ho insegnato informatica di base in una scuola elementare… Più le attività di volontariato per il mio club sportivo e la scuola di mia figlia.

Non scrivo tutto questo per farmi bello. Ma per rimarcare che, nonostante tutto questo, solo ieri ho avuto un primo colloquio di lavoro degno di questo nome. Tre quarti d’ora di colloquio, all’Eur (lunedì ne saprò l’esito). Ringrazio chi me lo ha concesso. Non so se avrò o meno una proposta di assunzione alla fine, ma intanto già mi sono messo a studiare gli argomenti su cui dovrei lavorare.

Fede

Poi c’è la fede. Poi… meglio prima, per me è quella che dà forma e senso a tutto quello che sono, faccio, vivo. Non è una dimensione accessoria. Ogni tanto qualcuno mi chiede perchè non faccio il pastore o sono alla guida di qualche comunità. Non ho una risposta. Se non che la mia fede è una fede profondamente biblica e che non fa sconti o adattamenti al “moderno”. Non esattamente quello che va di moda o ‘tira’ in una società e in delle chiese come quella/quelle di oggi dove tanti sedicenti credenti si costruiscono delle fedi su misura, sincretiste, piene di idoli e di falsi dei (soldi, sesso, prosperità, etc…).

La mia è una fede costruita su cinque “Sola”, senza aggiunte improprie ed extrabibliche (come nella chiesa cattolica dove sono nato) o diminuzioni di comodo (come nella chiesa valdese di cui in seguito ho fatto parte).

Comunque nessuno me lo ha chiesto di essere il pastore di questa o quella comunità. O meglio me lo chiese tempo fa qualcuno, della Tavola Valdese, ho fatto pure il percorso accademico relativo, a parte la tesi di dottorato, ma alla fine non me la sono sentita, sarei stato in buona parte “fasullo” come lo ero già stato da prete cattolico. Ed io non voglio mentire prima di tutto al Cristo e poi nemmeno agli uomini.

Compleanno

Oggi  è l’undicesimo compleanno di Sara. Diventare suo padre nella carne è stato un meraviglioso dono di Dio, Suo vero e solo Padre. Sara è mia figlia, la mia adorabile figlia, ma, lo vedo sempre più chiaramente man mano che cresce, non è “mia” nel senso umano del termine. Me ne prendo cura come meglio posso, faccio quello che devo fare come padre umano nel modo migliore di cui sono capace (come mi hanno insegnato agli scout…) ma, come me, come la mia meravigliosa moglie, Antonella, so che Sara è nelle mani di Dio, e prego ogni giorno perchè Egli la ricolmi delle Sue benedizioni.

Ignorare le Scritture significa ignorare Cristo.

Adempio al mio dovere, ubbidendo al comando di Cristo: “Scrutate le Scritture” (Gv 5, 39), e: “Cercate e troverete” (Mt 7, 7), per non sentirmi dire come ai Giudei: “Voi vi ingannate, non conoscendo né le Scritture, né la potenza di Dio” (Mt 22, 29).

Se, infatti, al dire dell’apostolo Paolo, Cristo é potenza di Dio e sapienza di Dio, colui che non conosce le Scritture, non conosce la potenza di Dio, né la sua sapienza.

Ignorare le Scritture significa ignorare Cristo.

Perciò voglio imitare il padre di famiglia, che dal suo tesoro sa trarre cose nuove e vecchie, e così anche la Sposa, che nel Cantico dei Cantici dice: O mio diletto, ho serbato per te il nuovo e il vecchio (cfr. Ct 7, 14 volg.).

(Dal Prologo al commento del Profeta Isaia di Girolamo)

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Confidate per sempre nel Signore

Confidate per sempre nel Signore, perché il Signore, è la roccia dei secoli (Isaia 26,4)

Una simile fiducia noi l’abbiamo per mezzo di Cristo presso Dio (II Corinzi 3,4)

Confidate per sempre nel Signore. Mentre mi preparo, ci prepariamo, Antonella ed io, a ricordare, domani, 27 settembre, la benedizione ricevuta dall’Eterno sulla nostra unione nella Sua chiesa, preghiamo (e chiediamo a voi di pregare) perchè la nostra fede, questa confidenza assoluta che abbiamo in Lui, nella sua provvidenza, nel bene e nel male (perchè il Signore c’è, ci è vicino anche quando ci sembra di non riuscire a vederlo, o quando le cose umane non vanno come secondo noi dovrebbero!), non ci venga mai meno.

Accresci Signore la nostra fede, Amen, Amen.

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Rosh haShana 5777

Rosh haShana (in ebraico ראש השנה, letteralmente capo dell’anno) è il capodanno religioso, uno dei tre previsti nel calendario ebraico.

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Rosh haShana è il capodanno cui fanno riferimento i contratti legali, per la cura degli animali e per il popolo ebraico. La Mishnah indica in questo capodanno quello in base al quale calcolare la progressione degli anni e quindi anche per il calcolo dell’anno sabbatico e del giubileo.

Nella Torah vi si fa riferimento definendolo “il giorno del suono dello Shofar” (Yom Terua, Levitico 23:24). La letteratura rabbinica e la liturgia descrivono Rosh haShana come il “Giorno del giudizio” (Yom ha-Din) ed il “Giorno del ricordo” (Yom ha-Zikkaron).

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Nei midrashim si racconta di Dio che si siede sul trono, di fronte a lui i libri che raccolgono la storia dell’umanità (non solo del popolo ebraico). Ogni singola persona viene presa in esame per decidere se meriti il perdono o meno.

La decisione, però, verrà ratificata solo in occasione di Yom Kippur. È per questo che i 10 giorni che separano queste due festività sono chiamate i 10 giorni penitenziali. In questi 10 giorni è dovere di ogni ebreo compiere un’analisi del proprio anno ed individuare tutte le trasgressioni compiute nei confronti dei precetti ebraici. Ma l’uomo è rispettoso anche verso il proprio prossimo. Ancora più importante, allora, è l’analisi dei torti che si sono fatti nei confronti dei propri conoscenti. Una volta riconosciuto con sé stessi di aver agito in maniera scorretta, occorre chiedere il perdono del danneggiato. Quest’ultimo ha il dovere di offrire il proprio perdono. Solo in casi particolari ha la facoltà di negarlo. È con l’anima del penitente che si affronta lo Yom Kippur.

La festa dura 2 giorni sia in Israele che in diaspora, ma è una tradizione recente. Esistono infatti testimonianze di come a Gerusalemme si festeggiasse solo il primo giorno ancora nel XIII secolo. Le scritture recano il precetto dell’osservanza di un solo giorno. È per questo che alcune correnti dell’ebraismo, tra le quali i Karaiti, festeggiano solo il primo. L’ebraismo ortodosso e quello conservativo, invece, li festeggiano entrambi.

Nel 2016 il Capodanno Ebraico sarà la notte tra il 2 ed il 3 Ottobre, momento dal quale iniziano i 10 giorni penitenziali durante i quali tutti gli Ebrei prendono coscienza delle proprie azioni dell’anno appena terminato e chiedono perdono a Dio.

Sarà il capodanno Ebraico n° 5777.

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Tra le altre usanze legate al Capodanno ebraico c’è il Tashlich (nel pomeriggio precedente al primo giorno): gli ebrei lanciano degli oggetti vecchi in uno specchio d’acqua per liberarsi dai peccati.

La cena della prima sera di Rosh haShana è detta Seder di Rosh haShanà; durante questa cena, assieme alla recitazione di piccole formule di preghiera, si usa consumare sia qualcosa di dolce (tipica la mela intinta nel miele), sia cibi che diano l’idea di molteplicità, come il melograno, per augurarsi un anno dolce e prospero.
Tra i vari piatti che si servono durante questa cena, differenti nelle varie tradizioni, è una costante la presenza di qualche parte di animale che faccia parte della testa, a simboleggiare il capo dell’anno. Solitamente viene portata in tavola anche una forma di pane (challa) tonda, a simboleggiare la circolarità dell’anno.

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Nel pasto della seconda sera, col secondo Seder come il primo, vengono servite più varietà possibili di frutta, perché vengano incluse nella benedizione di shehecheyanu (la benedizione che si recita la prima volta che si assaggia qualcosa nell’anno).

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Essere grandi nel Suo Nome (Luca 9:46-50)

46 Poi cominciarono a discutere su chi di loro fosse il più grande. 47 Ma Gesù, conosciuto il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo pose accanto e disse loro: 48 «Chi riceve questo bambino nel nome mio, riceve me; e chi riceve me, riceve Colui che mi ha mandato. Perché chi è il più piccolo tra di voi, quello è grande».

49 Allora Giovanni disse: «Maestro, noi abbiamo visto un tale che scacciava i demòni nel tuo nome, e glielo abbiamo vietato perché non ti segue con noi». 50 Ma Gesù gli disse: «Non glielo vietate, perché chi non è contro di voi è per voi».

(Luca 9)

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Il monaco Giovanni Cassiano commentava così questa pericope evangelica:

Giovanni Cassiano (ca 360-435)
Conferenza, n°15, 6-7; SC 54, 216
« Venite e imparate da me » (Mt 11,29)

I grandi nella fede non si vantavano affatto del loro potere di compiere meraviglie. Professavano che il loro merito non contava nulla, ma che la misericordia del Signore aveva fatto tutto.
Se qualcuno ammirava i loro miracoli, rifiutavano la gloria umana con parole prese in prestito agli apostoli: «Fratelli, perché vi meravigliate di questo e continuate a fissarci come se per nostro potere e nostra pietà avessimo fatto camminare quest’uomo?» (At 3,12).
Ritenevano infatti che nessuno dovesse essere lodato per i doni e le meraviglie di Dio…

Tuttavia a volte capita che uomini portati al male, riprovevoli riguardo alla fede, scaccino i demòni e compiano prodigi nel nome del Signore.
Di questo gli apostoli si lamentavano un giorno: «Maestro, abbiamo visto un tale che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non è con noi tra i tuoi seguaci».
Per ora Gesù risponde: «Non glielo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi» (Lc 9,49-50).
Ma quando, alla fine dei tempi, costoro diranno: «Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?», egli attesta che risponderà: «Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità» (Mt 7,22-23).

A coloro che lui stesso ha gratificati con la gloria dei segni e dei miracoli, Il Signore raccomanda di non innalzarsi sopra gli altri per questo motivo.
«Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20).
L’autore di tutti i segni e miracoli chiama i suoi discepoli ad accogliere la sua dottrina
: «Venite, dice loro, … e imparate da me» – non a sciacciare i demòni con la potenza del cielo, né a guarire i lebbrosi, né a rendere la vista ai ciechi, e nemmeno a risuscitare i morti, bensì egli dice: «…imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 28-29).

In qualche modo è un sunto dei principi della Riforma questo commento! Non c’è infatti, sottolinea Cassiano, nessun merito dell’uomo, nè nella conversione, nè nei segni e prodigi. Tutto avviene per la sola grazia di Dio e tutto avviene solo e soltanto per rendere solo a Dio la gloria.

Questo è vero a tal punto che, sottolinea Cassiano, ma prima ancora e soprattutto sottolinea l’Evangelo, lo stesso Gesù dirà “Non vi conosco“, a chi pure avrà cacciato demoni nel Suo Nome. Quello che importa veramente è accogliere la Sua dottrina, accogliere quanto dice la sola Scrittura, credere al solo Cristo, con la forza della sola fede.

Amen.

Suggerimenti per la preghiera e la lettura biblica della settimana

Ricevo dal fratello pastore Elpidio Pezzella

La vigna del Signore

«Voglio cantare per il mio diletto un cantico del mio amico circa la sua vigna. Il mio diletto aveva una vigna su una collina molto fertile». Isaia 5:1

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Nel libro di Isaia (5:1-7) un cantico descrive la vigna del Signore, con un parallelismo descrittivo richiamante il popolo d’Israele e che oggi potrebbe rappresentare il popolo spirituale di Dio. Il testo narra dell’amore che Dio ha non solo collettivamente per il Suo popolo, ma per ogni persona senza alcuna distinzione. Egli dà a tutti egual valore, a prescindere dalla carica o dal compito svolto. Infatti, Gesù ha versato il Suo sangue indistintamente per tutti. Un racconto dei padri del deserto dice che se un nostro fratello sta toccando il cielo con le mani bisogna afferrarlo per i piedi e riportarlo sulla terra, suggerendo che dobbiamo camminare tutti fianco a fianco.

Nel canto sono elencate tre attività rappresentative dell’opera che Egli compie in ognuno: ha posto una siepe, ha tolto le pietre, vi ha poi piantato delle viti di ottima qualità. Nessuno di noi, nemmeno la chiesa sarà la vigna perfetta. Gesù ha proclamato sé stesso la vite da cui viene ottimo vino al cospetto del Padre. Il vino che Dio vuole dalla Sua vigna siamo noi, quel raccolto che al cospetto del Padre sarà la gloria del Figlio, poiché noi siamo l’uva prodotta dalla morte di Gesù, quel seme che si è immolato per noi. È da Lui, la vite cui siamo collegati, che porteremo frutto per la Sua gloria.

La vigna e la vite

Nel greco del Nuovo Testamento un unico termine – àmpelos/àmpelon – designa sia la vigna sia la vite. La vigna o vigneto indica un terreno dedicato alla coltura della vite. L’immagine biblica della vite/vigna è caratterizzata da una ricchezza simbolica che percorre svariati testi biblici, tra cui quello appena letto del profeta Isaia. Nella Bibbia la vigna/vite si presenta prevalentemente come simbolo del popolo di Israele. Nei frutti prodotti grazie alle solerti cure del vignaiolo, o in assenza di questi frutti a motivo dell’incuria e dell’abbandono, la Bibbia vede il progressivo realizzarsi di Israele o la sua progressiva decadenza fino ad estinguersi sotto il severo giudizio di Dio. Una vigna curata e florida, infatti, è l’immagine di tutto Israele che cammina alla luce della Parola del suo Dio. Mentre una vigna abbandonata e distrutta è invece l’immagine del severo giudizio di Dio che “sradica” dalla terra promessa il popolo a Lui infedele. Sarà Giovanni nel suo Vangelo ad applicare al discepolo di Gesù (e al cristiano) questo duplice valore dell’immagine della vigna/vite (Giovanni 15:1-11).

Lettura della Bibbia

26 settembre Isaia 65-66; Giovanni 7-8

27 settembre Geremia 1-2; Giovanni 9-10

28 settembre Geremia 3-4; Giovanni 11-12

29 settembre Geremia 5-6; Giovanni 13-14

30 settembre Geremia 7-8; Giovanni 15-16

01 ottobre Geremia 9-10; Giovanni 17-18

02 ottobre Geremia 11-12; Giovanni 19-20

Conoscere, amare, desiderare (Luca 9:18-22)

18 Mentre egli stava pregando in disparte, i discepoli erano con lui; ed egli domandò loro: «Chi dice la gente che io sia?» 19 E quelli risposero: «Alcuni dicono Giovanni il battista; altri, Elia, e altri, uno dei profeti antichi che è risuscitato». 20 Ed egli disse loro: «E voi, chi dite che io sia?» Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». 21 Ed egli ordinò loro di non dirlo a nessuno, e aggiunse:
22 «Bisogna che il Figlio dell’uomo soffra molte cose e sia respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, sia ucciso, e risusciti il terzo giorno».

(Luca 9)

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Egli stava pregando in disparte. Luca inizia la sua narrazione oggi  notando, come spesso fa, un piccolo ma indicativo particolare. Il Figlio era in intimità con il Padre. Questo è il senso del pregare in disparte.

I discepoli erano con lui ed egli domandò loro. Ora il Figlio si rivolge ai discepoli, e porge loro una domanda che vuole verificare che grado di intimità essi hanno con Lui. Consideriamo la domanda rivolta a noi. Egli vuole verificare che grado di intimità noi abbiamo con lui.

Chi dice la gente che io sia?  Questa la prima parte della domanda, generica, che mira, direi, in un certo senso, a togliere di mezzo le risposte inesatte o imprecise. «Alcuni dicono Giovanni il battista; altri, Elia, e altri, uno dei profeti antichi che è risuscitato». Sono le risposte che, anche oggi, potrebbe darvi molta della gente che vi circonda, se vi prendeste la briga di chiederglielo. Per alcuni Gesù è un sapiente, per altri un profeta o il più grande tra essi, per altri ancora un avatar del Signore dell’universo e roba simile.

Perchè ho scritto “se vi prendeste la briga di chiederglielo”? Perchè sono pochi quello che lo fanno. Perchè è scomodo, perchè subito dopo si verrebbe interrogati sulla propria di fede, e lì potrebbero sorgere problemi. Perchè verrebbe subito dopo la domanda: “E chi è per te Gesù?”.

Nel Vangelo, tolta di mezzo la prima parte delle risposte, arriva, “puntuale come una cambiale” la seconda parte della domanda in cui Gesù mette in mezzo la “nostra” fede. Non quella di un altro, o del mondo, ma la nostra, la propria fede in lui.

«E voi, chi dite che io sia?»

Luca ci riporta la risposta di Pietro, che, così recita la maggior parte dei titoli dati a questo gruppo di versetti evangelici, “riconosce” Gesù. Conosce Gesù per quello che effettivamente è.

Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».

Ma, contrariamente a quello che forse ci aspetteremmo, Gesù dice a Pietro ed a tutti loro di non dire nulla a nessuno, perchè «Bisogna che il Figlio dell’uomo soffra molte cose e sia respinto dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi, sia ucciso, e risusciti il terzo giorno».

Perchè? Bisogna intendersi sul significato di quello che vuol dire conoscere Gesù, riconoscerlo per Colui che è. Conoscere non è un verbo qualsiasi nella Bibbia. Non è il verbo come solitamente lo intendiamo noi, legato alla pratica scientifica. Noi studiamo botanica, studiamo gli alberi, studiamo il loro modo di fruttificare, e quando vediamo una mela diciamo: “questa è una mela”. Tutti possiamo farlo, sia quelli che amano mangiare le mele, sia quelli che non si sognerebbero mai di farlo. Conoscere nella nostra cultura ha un significato in un certo senso neutro. Non è questo il tipo di conoscenza, di ri-conoscenza che vuole da noi Gesù.

Conoscere in senso biblico significa amare l’altro, desiderare l’altro fino a perdersi e ritrovarsi in lui. Non a caso la Scrittura lo usa nel senso del rapporto sessuale, della propria fusione con l’altro o l’altra da sè che il Signore ti ha messo accanto. Così all’inizio della Genesi, al capitolo 4, versetto 1, sta scritto che, dopo che entrambi si erano persi nel giardino, a causa del loro peccato, si ritrovano vicini e si coprono riscoprendosi e riconoscendo l’immagine di Dio che era in loro.

Adamo conobbe Eva, sua moglie, ed ella concepì e partorì.

Ovvero Adamo ebbe un rapporto sessuale, intimo, non con qualcuno a caso, ma con Eva (chiamata per nome), sua moglie (prescelta per lui da Dio per crescere e moltiplicarsi, non solo in senso numerico…). La desiderò e le volle bene a tal punto che questa concepì (ovvero divenne, ad immagine di Dio, datrice di vita, assieme ad Adamo) e partorì (l’amore della conoscenza è così grande da provocare la nascita di altro amore, la nascita del primo figlio della coppia umana).

La conoscenza biblica, la conoscenza in senso biblico è questa, non altra. L’amare un altra persona fino a considerarla essenziale per sè stessi, per la propria compiutezza come essere umano, come creatura umana. Gesù perciò dice ai discepoli di non dire a nessuno perchè sa che essi a quel momento, pur dando una risposta “esatta”, diciamo così, dal punto di vista “scientifico” non erano arrivati al punto di considerarlo essenziale per la loro esistenza. Non desideravano perdersi in lui, non lo amavano con la stessa bellissima disperazione con cui Adamo ed Eva si conobbero fondendosi tra loro! Tanto è vero che nel momento del culmen, la Passione, fuggirono uno dopo l’altro, per primo lo stesso Pietro che qui pare rispondere per benino… addirittura lo rinnegò per tre volte, rifiutò per tre volte di essere congiunto anche semplicmente con il suo ricordo.

Non lo conosco! Non conosco quell’uomo! 

Di nuovo il verbo conoscere. Non è un caso! Nulla è lasciato al caso nella Scrittura di Dio! Gesù dice ai discepoli di tacere per ora. Dopo, dopo si che lo riconosceranno, dopo sì che diverranno capaci di dare la vita per lui, di perdersi per lui, fino a morire con lui e per lui.

Badate, questo è il significato delle promesse matrimoniali che ci scambiamo in chiesa, di fronte a Dio. Finchè morte non ci separi… in ricchezza è povertà… in salute e malattia…  sono espressioni che significano che io scelgo di perdermi in te e tu in me. Che io scelgo di riconoscere te, mia moglie, mio marito, che mi sei stato affidato o affidata dal Signore, come qualcuno in cui perdermi per ritrovare me stesso, e se è il caso morire. E quella meraviglia che è la sessualità umana, correttamente vissuta, significa esattamente questo! Con te io scelgo di vivere sino a morire, sia simbolicamente, all’apice del piacere, sia veramente, fisicamente, quando ad entrambi ed a ciascuno sarà chiesto.

Perciò dopo il verbo amare nel titolo, viene il verbo desiderare. ?erchè questo amare noi non sappiamo dove comincia nè dove finisce. Non sappiamo perchè ci siamo ri.conosciuti oggi e non piuttosto dieci o vent’anni fa, non sappiamo nè mai potremo sapere in anticipo quando e dove e perchè finirà, se finirà…

Perciò l’amare non basta. Perchè siamo creature finite, e quindi abbiamo bisogno di un continuo rinnovare questo maore, abbiamo bisogno di mantenere vivo, sveglio, desto il desiderio…

Ricordate Gesù che parla a Pietro, verso la fine del Vangelo di Giovanni? Simone di Giovanni mi ami? Mi mami davvero? mi ami tu più di costoro? Pietro si schernisce, quasi si offedne, ma è esattamente questo che vuole fargli capire Gesù. Gli dice, non ti accontentare mai dell’amore, non ti basti mai dire “ti amo” alla tua compagna e poi darlo per scontato. L’amore va costantemente rinnovato, aumentato, incrementato, desiderato! Vale per l’uomo verso la donna, per la moglie verso il marito, per i genitori verso i figli e viceversa.

Ma vale anche per l’uomo, per la creatura umana verso Dio. Devo rinnovare il mio desiderio, il mio amore per Dio, la mia tensione non solo razionale, ma ideale, sentimentale, tutto, verso di Lui.

Non basta studiare una volta la Parola di Dio e poi darla per scontata. Perchè non si tratta di banale conoscenza, si tratta di amore! Di amore che ti avviluppa, di amore che ti prende e ti riprende di nuovo. O non ci sarebbe, nellanostra fede, c’è solo nel cristianesimo!, un rapporto che comprende il proprio, il nostro e di ciascuno compartecipare del Corpo e del Sangue di Cristo. Non ci sarebbe il mangiare ed il bere, il nutrirsi dell’Altro da noi! Fatreci caso, la SantaCena o Eucaristia è assieme al Battesimo l’unico sacramento riconosciuto come tali da tutti, ma proprio tutti i cristiani. Non è un caso!

Attenti, allora, oggi, a come leggete o intendete questo brano nella preghiera! La preghiera deve essere incessante come incessante deve essere il desiderio del Cristo. La professione di fede di Pietro e la nostra non possono essere solo la semplice confessione di una verità scoperta, che “Gesù è il Figlio di Dio”, ma devono far diventare la nostra vita un continuo desiderio di Dio. Così come, nella vita di ogni giorno di due sposi, la vita non è più semplicemente la sommatoria di due vite distinte, ma due vite che si fanno una, la ricerca di un unico piacere, uno per l’altra, una per l’altro, entrambi con Dio.

Allora si che il nostro piacere non avrà fine. Perchè inizio e fine, Alfa ed Omega, si congiungeranno. Stavolta per sempre.

Amen.

Il terrore del potere (Luca 9,7-9)

7 Erode, il tetrarca, udì parlare di tutti quei fatti; ne era perplesso, perché alcuni dicevano: «Giovanni è risuscitato dai morti»; 8 altri dicevano: «È apparso Elia»; e altri: «È risuscitato uno degli antichi profeti». 9 Ma Erode disse: «Giovanni l’ho fatto decapitare; chi è dunque costui del quale sento dire queste cose?» E cercava di vederlo.

(Luca 9)

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Erode, il potere, è terrorizzato. E’ spaventato da Gesù, da quell’uomo di Nazareth, che con il suo ministero, con il suo instancante annunciare la Parola di Dio, ribadire la Legge di Dio senza sconti per nessuno, ne mette in crisi l’effimero ma forte regno sui corpi e sulle asservite coscienze della gente del suo tempo. Non bastava il Battista? Aveva dovuto farlo decapitare. Così come gli antichi rappresentanti del popolo, così detti, meglio rappresentanti del proprio interesse, non si erano fatti scrupoli ad eliminare un profeta del Signore dopo l’altro. Ma questo era diverso, persino Erode lo percepiva…

Sia chiaro. Non c’è possibilità di convivenza tra un potere fine a sè stesso, asservito ai propri interessi, e la Signoria assoluta di Dio sulla vita del mondo e di ogni uomo. Al potere perciò vanno bene i predicatori all’acqua di rose, i preti ed i pastori asserviti alle ideologie dominanti, o che le disturbano il meno possibile, i credenti che sono tali al massimo due o tre ore alla settimana, la Parola di Dio diluita come se fosse camomilla concentrata, il messaggio biblico ed evangelico ridotto a tre o quattro frasette di senso comune.

Ma il profeta no! Il profeta disturba, il profeta richiama, il profeta sveglia le coscienze. A partire dalla propria, tanto che persino il profeta stesso a volta si mette paura del messaggio di cui è portatore (vedi Giona, o Geremia, o la ritrosia di Isaia).

E se disturba il profeta, figuriamoci il Cristo. Lo metteranno in Croce, credendo di fermarlo, ma in realtà ne amplificheranno la voce e la portata del messaggio, come se avessero alzato in alto un altoparlante che nessuno sarà mai in grado di far tacere.

Annunciamo il messaggio del Cristo, annunciamo la Sua Parola, non ci vergogniamo, non ci mettiamo paura, gridiamo con forza senza tacere, senza aver paura del potere. Del potere umano alla fine non resta traccia, come di tutti i potenti, i dittatori, quelli che si credono grandi. Finiscono nella tomba, nella polvere, frantumano le loro statue, sputano sulle loro effigi, devastano le loro tombe, quei vigliacchi dei loro consimili, dopo che sono morti. Dice Qohelet:

Vanità delle vanità, tutto è vanità. … Non resta più ricordo degli antichi, ma neppure di coloro che saranno si conserverà memoria presso coloro che verranno in seguito.

Ma il Signore Gesù dalla Croce ha trionfato per sempre, il Signore Gesù è Risorto, il Signore Gesù è con noi, se gridiamo quell’Evangelo che ci ha affidato.

Gridiamolo allora, facciamo terrore al potere, mettiamogli spavento. Gli Erode di questa terra ci perseguiteranno, ma la vittoria è del Signore. E di nessun altro.

Amen.

20 settembre, il “conosciversario”

20 settembre 1977, trentanove anni fa, primo giorno di liceo, IV ginnasio (allora così si chiamava il primo anno di liceo classico) presso la succursale del Liceo “Manara”, a Monteverde Vecchio, a Roma.

Lo chiamo il nostro “conosciversario” perchè è il primo giorno in cui ci siamo visti Antonella, mia moglie, ed io. Ad essere sinceri, per quei cinque anni non ci siamo parlati un granchè, eravamo simpatici uno all’altro ma più di tanti non ci filavamo.

Ma evidentemente il Signore aveva comunque un progetto con noi e su di noi, perchè quando, dopo i cinque anni di liceo (maturità 1982), e dopo tanti altri anni, ci siamo ritrovati, in un momento molto delicato per la vita di entrambi, abbiamo scoperto di essere fatti l’uno per l’altra.

Ti amo, Antonella, e grazie di esistere. E grazie al Signore che ci ha permesso di ritrovarci uno sul sentiero dell’altro. Spero di avere ancora tanti e tanti anni da trascorrere assieme.

Amen, perchè ci sta…

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Roma, 27 settembre 2014, Piazza San Bernardo, vicino alla Chiesa Metodista di Roma di Via XX settembre, dove ci siamo uniti in matrimonio