Mia madre e i miei fratelli (Luca 8,19-21)

19 Sua madre e i suoi fratelli vennero a trovarlo; ma non potevano avvicinarlo a motivo della folla. 20 Gli fu riferito: «Tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori, e vogliono vederti». 21 Ma egli rispose loro: «Mia madre e i miei fratelli sono quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

(Luca 8)

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Chi sono mia madre (la chiesa) e chi sono i miei fratelli (i discepoli)?

Egli rispose loro: «Mia madre e i miei fratelli sono quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».

Perciò, scrivevo ieri commentando quanto scritto da un conoscente valdese, non mi preoccupo più di tanto della sopravvivenza della chiesa valdese (o di altre chiese e/o confessioni) in particolare. Perchè se viene a mancare la fede biblica, se viene a mancare la fede nel principio della Sola Scriptura, se viene a mancare il rapporto vivo, vitale, quotidiano con la Parola di Dio, viene a mancare quello con Cristo.

E chi si stacca da Cristo è come un virgulto che si stacca dalla vite, inevitabilmente prima lentamente avvizzisce e poi muore.

La scelta è se lasciarsi cambiare, convertire, se necessario stravolgere dalle richieste della Parola di Dio o se, al contrario, illudersi di poter fare, noi, il contrario, ovvero credere di poter mutare a nostro piacimento la Parola ed i comandi immutabili di Dio.

Se la scelta è la prima siamo riconoscibili come madre (la comunità, la confessione, la chiesa) e come fratelli, figli nel Figlio (i singoli credenti) di Gesù.

Se la scelta è la seconda, beh, personalmente non mi interessa di viverla. Non ho alcun interesse a far parte o a vivere in una comunità che pensa di poter trattare la Parola di Dio come i poteri di questo mondo trattano tutto il resto, girando parole, discorsi e fatti secondo il loro interesse del momento.

Prego per la conversione di questa chiesa, prego e mi impegno per una sua rinnovata fedeltà alla Parola di Dio, ma, come i profeti, indurisco la faccia, cerco di rafforzare il mio piede e le mie mani, e proseguo per il sentiero antico su cui il Signore mi ha detto di camminare, la via stretta che conduce alla vita. E che il Signore mi aiuti.

Amen.

Suggerimenti per la preghiera e la lettura biblica della settimana

A cura del fratello pastore Elpidio Pezzella.

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La fede è azione

«Non ti ho detto che se tu credi, vedrai la gloria di Dio?» (Giovanni 11:40).

Dinanzi alla sfida della parola di Dio tendiamo a voler dare spiegazioni e giustificazioni, perché quando Dio viene incontro alla nostra esistenza noi restiamo essere umani ed in quanto tali, ci relazioniamo da esseri finiti che si lamentano per gli sforzi vani diretti ad applicarla nel concreto, ma spesso con insuccesso. Se la nostra fede, invece, ascoltasse molto di più la Sua parola e non i medici gli analisti economici e tanti altri portatori di infauste notizie, saremmo come Simone il quale affermò “Alla tua parola calerò le reti”. È questo quello che sta venendo meno! Ascoltiamo, ma facciamo fatica ad obbedire alla parola del Maestro quando ci dice gettare le reti. La fede non cerca spiegazioni o scuse, ma azioni! Gesù, nel Suo discorso con la sorella di Lazzaro le disse: «Non ti ho detto che se tu credi, vedrai la gloria di Dio?» (Giovanni 11:40). Anche il centurione di Capernaum è per noi di esempio, quando disse a Gesù che non era necessario che si recasse a casa sua per guarire il suo servo ammalato. Era persuaso che con una sola Sua parola sarebbe guarito.

La pappagallina Trilly

Una storia vera raccolta dai diretti interessati.

Circa tre mesi addietro Trilly, la femmina dei due pappagallini dei nostri figli, Michele e Davide, è scappata. Michele è davvero caduto nello sconforto… Quando prima di consumare i pasti invitavo Michele a ringraziare Dio, lui chiedeva al Signore con insistenza e a voce rotta di fare tornare Trilly. Io e mia moglie lo guardavamo con tenerezza, consapevoli che le probabilità di sopravvivenza all’aperto di un volatile cresciuto in cattività sono pochissime. Stamattina, mentre ci trovavamo in una piccola proprietà rurale a quasi dieci km di distanza da casa, abbiamo assistito all’impossibile. Un esemplare femmina di colorito della stessa taglia e dello stesso piumaggio di Trilly si è posato sulla gabbia dove si trovava l’altro nostro pappagallino. Con circospezione abbiamo aperto la porticina della gabbia e lei è entrata cominciando ad amoreggiare con Pablo. Gli unici a non essere stupiti sono stati i nostri figli. Michele, in particolare, vedendomi particolarmente sorpreso mi ha semplicemente detto: “Papà hai visto? Dio ha ascoltato la mia preghiera!”

Lettura della Bibbia

19 settembre Isaia 51-52; Luca 17-18

20 settembre Isaia 53-54; Luca 19-20

21 settembre Isaia 55-56; Luca 21-22

22 settembre Isaia 57-58; Luca 23-24

23 settembre Isaia 59-60; Giovanni 1-2

24 settembre Isaia 61-62; Giovanni 3-4

25 settembre Isaia 63-64; Giovanni 5-6

Lunedì 21 è la Giornata Internazionale della Pace, si levi una preghiera affinché la pace regni in Gerusalemme e sulla terra tutta, mentre su ogni cuore si levi il vessillo del Principe della Pace.

Nessun domestico può servire due padroni (Luca 16:1-13)

Domani, domenica 18 settembre 2016, Giorno del Signore, per il lezionario comune riformato è la XVIII domenica dopo la Pentecoste, ciclo C; per il lezionario cattolico è la XXV domenica del tempo ordinario, ciclo C.

I testi per la liturgia della Parola sono gli stessi, ma il lezionario comune riformato permette una doppia scelta per le letture prese dall’Antico Testamento. La riporto di seguito.

READINGS FOR THE COMING WEEK
Proper 20 (25) (September 18, 2016)

First reading and Psalm
Jeremiah 8:18-9:1
Psalm 79:1-9

 

Alternate First reading and Psalm
[Letture scelte dal lezionario cattolico]
Amos 8:4-7
Psalm 113

 

Second reading
[1 Timoteo 2:1-8 per il lezionario cattolico]
1 Timothy 2:1-7

 

Gospel
Luke 16:1-13

Il racconto evangelico è spesso titolato nelle nostre Bibbie e nei nostri commentari come la”Parabola del fattore infedele” o dell’ “Amministratore disonesto”. Il testo segue-

1 Gesù diceva ancora ai suoi discepoli:

«Un uomo ricco aveva un fattore, il quale fu accusato davanti a lui di sperperare i suoi beni. 2 Egli lo chiamò e gli disse: “Che cos’è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore”. 3 Il fattore disse fra sé: “Che farò, ora che il padrone mi toglie l’amministrazione? Di zappare non sono capace; di mendicare mi vergogno. 4 So quello che farò, perché qualcuno mi riceva in casa sua quando dovrò lasciare l’amministrazione”. 5 Fece venire uno per uno i debitori del suo padrone, e disse al primo: “Quanto devi al mio padrone?” 6 Quello rispose: “Cento bati d’olio”. Egli disse: “Prendi la tua scritta, siedi, e scrivi presto: cinquanta”. 7 Poi disse a un altro: “E tu, quanto devi?” Quello rispose: “Cento cori di grano”. Egli disse: “Prendi la tua scritta, e scrivi: ottanta”. 8 E il padrone lodò il fattore disonesto perché aveva agito con avvedutezza; poiché i figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce.

9 E io vi dico: fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste; perché quando esse verranno a mancare, quelli vi ricevano nelle dimore eterne. 10 Chi è fedele nelle cose minime, è fedele anche nelle grandi; e chi è ingiusto nelle cose minime, è ingiusto anche nelle grandi. 11 Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà quelle vere? 12 E, se non siete stati fedeli nei beni altrui, chi vi darà i vostri?

13 Nessun domestico può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona».

(Luca 16)

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In questa parabola nessuno dei protagonisti è da prendere ‘da esempio’. Non il fattore, che è comunque un disonesto; un disonesto intelligente, come tanti, troppi protagonisti delle cronache dei nostri giorni, ma comunque un disonesto. Uno che ruba agli altri ed al padrone. E neppure il padrone, l’uomo ricco, quello che accumula i suoi beni senza sapere che non li raccoglierà è da prendere ad esempio. Tantomeno perchè, alla fine dei conti, finisce per lodare il servo che lo ha derubato! Anche di cose come queste le nostre cronache quotidiane sono piene. Di arricchiti disonesti che fanno fare soldi e carriera sempre agli stessi, di ladri di risorse in grande che aiutano ladri di risorse in piccolo. E di onesti che, cito sempre la Scrittura, si impoveriscono ed hanno fame.

Niente di nuovo sotto il sole, direbbe il sapiente Qohelet.

Gesù non loda nè l’uno nè l’altro quindi, nè il fattore nè il ricco padrone, ma esorta il credente a guardare: dove ha il proprio cuore? Quali ricchezze cerca? Quale padrone serve? Le ricchezze del mondo infatti non sono, mai!, le ricchezze di Dio. Le ricchezze del mondo sono le ricchezze di Mammona, ricchezze che perdono e ci fanno disperdere, ricchezze che ci fanno dissipare la vita che abbiamo, il tempo che abbiamo, i respiri che mai potremmo contare o di cui mai potremmo disporre. Non sapremo mai quando il soffio di vita che Dio ci dona in questo mondo si interromperà. Ma si interromperà, questo è certo, ed allora saremo esaminati dal Signore, Giusto Giudice su come avremo impiegato il nostro tempo, come avremo usato il nostro respiro, quale tesoro avremo nel nostro cuore.

Siamo un domestico, un servo inutile, un servo senza pretese. Perchè che pretese potremmo mai avere verso Colui al quale siamo debitori di tutto? Di che utilità potrebbero essergli le nostre umane costruzioni? Cosa altro di sensato potremmo fare con la nostra vita se non servirlo, e sperare di poter rimanere in Eterno nella Sua casa, la santa dimora verso cui ci dicono di camminare i Salmi?

Non illudiamoci! Mai potremo essere servitori di due padroni. Le cose, i fatti, le sensazioni e le passioni del mondo non ci schiavizzino, non lasciamo che ci seducano e ci dicano loro cosa fare. Quella è la disonesta ricchezza! E noi, lo ripeto, non siamo chiamati a fare i furbi con questa, sperando, con la stessa vacua vaghezza con cui molti credono, crediamo, di riuscire alla fine a scamparla, ma a rifiutarla ed a cercare il vero tesoro che è la volontà del Signore, come è rivelata, solo e soltanto nella Sua Parola.

Il seme è la Parola di Dio (Luca 8:4-15)

4 Or come si riuniva una gran folla e la gente di ogni città accorreva a lui, egli disse in parabola:

5 «Il seminatore uscì a seminare la sua semenza; e, mentre seminava, una parte del seme cadde lungo la strada: fu calpestato e gli uccelli del cielo lo mangiarono. 6 Un’altra cadde sulla roccia: appena fu germogliato seccò, perché non aveva umidità. 7 Un’altra cadde in mezzo alle spine: le spine, crescendo insieme con esso, lo soffocarono. 8 Un’altra parte cadde in un buon terreno: quando fu germogliato, produsse il cento per uno». Dicendo queste cose, esclamava: «Chi ha orecchi per udire oda!»

9 I suoi discepoli gli domandarono che cosa volesse dire questa parabola. 10 Ed egli disse: «A voi è dato di conoscere i misteri del regno di Dio; ma agli altri se ne parla in parabole, affinché vedendo non vedano, e udendo non comprendano.

11 Or questo è il significato della parabola: il seme è la parola di Dio. 12 Quelli lungo la strada sono coloro che ascoltano, ma poi viene il diavolo e porta via la parola dal loro cuore, affinché non credano e non siano salvati. 13 Quelli sulla roccia sono coloro i quali, quando ascoltano la parola, la ricevono con gioia; ma costoro non hanno radice, credono per un certo tempo ma, quando viene la prova, si tirano indietro. 14 Quello che è caduto tra le spine sono coloro che ascoltano, ma se ne vanno e restano soffocati dalle preoccupazioni, dalle ricchezze e dai piaceri della vita, e non arrivano a maturità. 15 E quello che è caduto in un buon terreno sono coloro i quali, dopo aver udito la parola, la ritengono in un cuore onesto e buono, e portano frutto con perseveranza.

(Luca 8)

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Sola Scriptura. 

Il seme è la Parola di Dio. E’ lapidario Gesù quando gli viene chiesto di “spiegare” questa parabola. Metto”spiegare” tra virgolette perchè, in realtà, la parabola non si spiega, si illustra. Si spiega qualcosa che poi deve essere accolto con la semplice luce della ragione.

Ma qui è in gioco molto di più, qui è in gioco la salvezza, la vita stessa. Ed allora bisogna non solo ascoltare, capire,ma, prima ancora, essere terreni docili all’azione dello Spirito, lasciarsi arare, rivoltare da questa azione, lasciarsi tagliare in due, lasciarsi svergognare, come quando rovesci il terreno con un attrezzo, ed escono fuori pezzi di radice, insetti, vermi… ovvero peccati, mancanze, vizi…

Duro da accettare per chi quasi quasi è sempre più convinto di potersi salvare da solo, o che basti un ascolto superficiale, una adesione formale per “scamparsela” agli occhi de Signore.

Perciò la maggioranza di coloro che ascoltano il Vangelo è composta da terreni lungo la strada, ovvero da uomini e donne che vogliono restare comunque liberi di fare il proprio comodo sulle strade del mondo, viene il diavolo e porta via la parola dal loro cuore, affinché non credano e non siano salvati.

Oppure da quelli il cui terreno è come la roccia, dove il seme attecchisce appena, dove il Vangelo è uno dei tanti libri, la fede cristiana una delle tanti fedi, perchè, dicono questi, la Verita biblica è una delle tante verità, la Verità del Cristo è quella di uno dei tanti salvatori, dei tanti avatar mandati per la nostra ‘bella’ faccia. Quelle persone per cui tutte le fedi, tutti i credo sono uguali e di pari dignità, che sembrano credere a tutto ed a tutti, ma fino in fondo non credono a niente ed a nessuno. Tantomeno al Dio della Bibbia, che è un Dio geloso, che non ammette alcuno al di fuori di Lui, perchè non c’è nessuno al di fuori di Lui. Egli è l’Unico, il Solo, l’Eterno. Senza il seme, senza la Parola di Dio, senza l’adesione piena e completa al Cristo, Solus Christusnon potete far nulla.

Poi ci sono quelli incapaci di abbandonarsi, incapaci di credere che è per la Sola gratia di Dio che si viene salvati, che è la Sola fide il dono più grande. Quelli che quindi si arrovellano nei loro mille e più tentativi di “fare” qualcosa, di operare, che si angosciano per se e/o per gli altri, convinti che i loro meriti ed i loro tentativi scomposti di “fare la Parola” di “metterla in pratica” valgano come e quanto l’adesione piena e totale di fede. E che spesso non si rendono conto di finire a non operare più Soli Deo gloria ma per la loro soddisfazione, per la soddisfazione di un loro bisogno intimo (di essere utili, di mostrarsi capaci, di farsi vedere buoni) che piano piano li ha avviluppati ed è diventato più grande del bisogno che la Parola, il seme, rivela che è quello di essere prima di tutto con Dio.

Per Cristo, con Cristo ed in Cristo. Se la nostra opera, la nostra azione non è permeata, completamente, di questa triplice dimensione, è vana ed ingannevole, pure se apparentemente buona agli occhi del mondo. Perchè non arriva mai a maturità, mai a maturazione. Perchè c’è sempre qualcosa da migliorare, da perfezionare, che alla fine inevitabilmente ci fa perdere di vista il motivo intimo, profondo, per cui operiamo , che è la nostra santificazione, ma in risposta alla grazia della Parola di Dio e non ‘per se stessa’ (giacchè nessuno di noi, da solo, può santificarsi, siamo irreparabilmente peccatori) o ‘al posto di’ essa (giacchè tutto ciò che ci salva viene da Dio, nulla da noi, dal nostro merito).

Il buon terreno è quello dell’inizio. E’ quello del peccatore che sa di esserlo e si lascia aprire, sventrare dalla Parola di Dio. Con la perseveranza lascia che la Parola lo cambi, lo rivolti, lo faccia parlare, agire, pensare in modo completamente diverso. Accetta anche l’infestazione dei vermi e degli insetti perchè sa che sono un modo che il Signore ha di metterlo alla prova, per renderlo più fertile, perchè porti più frutto, ma sappia che lo fa nel Suo Nome e per Sua grazia. Come Paolo accettava la spada nella carne… Sapeva in cuor suo che non se ne sarebbe mai potuto liberare, ma accoglieva, per amore di Dio, la devastazione che questa gli portava. Perchè sapeva anche in cuor suo, per l’azione dello Spirito che egli lasciava libero di agire, che ogni altra cosa sarebbe stata spazzatura a confronto, quanto ad utilità per la sua vita.

Un cuore onesto e buono, quello di cui parla Gesù nella parabola, non è un cuore che non si chiede più nulla (quello è il cuore di un morto, un cuore che non batte più), ma è un cuore pacificato perchè sa che la sua inquietudine trova e troverà ogni risposta nella Parola di Dio. Un cuore che sa che le sue aritmie, le imperfezioni del suo battitto, hanno fine quando esso si lascia sprofondare nel cuore di Dio che batte nel mondo, comprendendolo tutto. E’ il cuore dell’innamorato, dell’altro, della vita, perchè è immerso nel cuore di Dio che è la Via stessa. E’ il cuore che non cerca altre verità, perchè la Verità è Dio e non ve ne sono altre. E’ il cuore che non pompa il sangue disperdendolo per mille vie, ma lo spinge nell’unica Via possibile, nell’aorta dell’amore divino, e lascia che il sangue rosso, pulsante, ravvivato scorra per ogni dove… sapendo che si sporcherà, si colmerà di imperfezioni, ma che ogni volta, se rimarrà nella Vita, di nuovo sarà purificato dalla Verità.

Amen.

La grande bottega degli orrori

Avviso: se qualcuno si sentisse offeso dal titolo di questo post, fa prima a cancellarmi dalle sue amicizie, reali o virtuali che queste siano. Se qualcuno dovesse considerare tutto quello che segue segno di progresso dell’umanità, lo stesso, prego. Sul valore ed il rispetto della vita, come il Signore l’ha creata, io non faccio sconti, a nessuno.

ORRORE PRIMO

LO CHIAMANO PROGRESSO.
Il famosissimo settimanale liberal americano “Time” dedica un lungo articolo entusiasta alla nascita del primo bambino da padre transgender. Nelle foto il mammo ( non saprei come definirlo meglio) barbuto e irsuto allatta compiaciuto da un seno peloso.
Non riesco a provare alcuna simpatia. Anzi.
Osservo pero’ che nessuno, ma proprio nessuno si preoccupa dei contraccolpi psicologici che subirà il povero neonato che avrà un solo genitore, mezzo uomo e mezza donna o forse ne’ uomo ne’ donna. (ripreso dal post di un conoscente su Facebook)

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ORRORE SECONDO

In Inghilterra si sta sperimentando il modo di ottenere embrioni unendo spermatozoi e cellule della pelle, eliminando così la necessità dei gameti femminili per consentire alle coppie gay di avere figli col loro patrimonio genetico al 100%. Ovviamente il progetto continua a includere l’affitto dell’utero di una donna. Almeno finché non sarà pronto l’utero artificiale, su cui già si lavora. L’essere umano è ormai ridotto a un puro prodotto commerciale, ma solo noi ce ne accorgiamo?… (Post ripreso da Generazione Famiglia)

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“L’elogio della follia” di Erasmo da Rotterdam e la sua attualità

Un contributo del fratello Paolo Brancè, che ringrazio.

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Cos’è?

L’elogio della Follia o Morias Encomium è un breve scritto satirico del grande umanista rinascimentale Erasmo da Rotterdam (1466/69-1536).

Redatto in forma giocosa e divertente nell’agosto del 1509 a Bucklersbury, Londra sulla base di appunti annotati durante il suo viaggio dall’Italia in Inghilterra. E’ diviso in sessantotto sezioni o brevi capitoli, divisione apportata in una edizione del XVIII sec. Lo storico Delio Cantimori definisce il Morias Encomium uno scritto satirico , che è a un tempo una critica del mondo universitario ed ecclesiastico ed un appello alla vera follia che è quella della fede cristiana.

Si suole dividere “l’Elogio della Follia” in due blocchi:

1° il più vasto, destruens,(1-60), in cui prevale una grande capacità sapientemente descrittiva in chiave satirica;

2° Una parte finale, molto esigua, “costruens”, in cui Erasmo fa l’elogio della vera follia, ossia la follia della croce.
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Che cosa Erasmo hai inteso perseguire con il suo “Morias Encomium”?

Si può ragionevolmente affermare che Erasmo ha voluto denunciare la falsa apparenza e i falsi valori, ricercando il volto autentico dietro la maschera: ” L’intera vita umana non è altro che uno spettacolo in cui, chi con una maschera, chi con un’altra , ognuno recita la propria parte, finchè, a un cenno del capocomico, abbandona la scena. Costui, tuttavia, spesso lo fa recitare in parti diverse, in modo che chi prima si presentava come un re ammantato di porpora, compare poi nei cenci di un povero schiavo. Certo, sono tutte cose immaginarie; ma la commedia umana non consente altro svolgimento”(cap.XXIX).

Sono evidenziate due immagini simmetriche e opposte: sapiens/insipiens: la scoperta al di là dell’apparenza e della maschera, dell’altra faccia. Erasmo espone in tono scherzoso ciò che ha detto in modo più serio nel “Manuale del Soldato Cristiano”: l’antitesi Stulticia/Sapientia diventa il rapporto dialettico fra la follia della croce e la sapienza umana.

La protagonista dell’opuscolo satirico è una signora che, secondo il linguaggio mitico-allegorico è identificata con la dea Follia, che, compiacendosi di se stessa, arringa una folla di iniziati divertiti dalla sua capacità oratoria. In realtà, la Follia ha le sembianze rinascimentali del buffone di corte che porta il classico berretto a sonagli , un birbone arguto e astuto che sa ironicamente ridere di se stesso e della umane facezie impunemente (cap. II).

Tutta l’esposizione oratoria della Follia è un crescendo di ironiche battute sull’impudenza del genere umano, toccando le parti più raffinate e aristocratiche della scala sociale per poi arrivare a declamare la vera pazzia dell’uomo che abbraccia la fede cristiana.

In un crescendo di battute ironiche e mordaci su ciò che è follia, l’istrione parla di alcune fasce d’età, soprattutto la vecchiaia, per poi ironizzare sulla dura fatica dello studioso alla ricerca della vera sapienza. Viene citata l’amicizia come un sentimento appartenente ai folli, così come anche il matrimonio.

Senza la Follia, nessuna società, nessun legame potrebbe durare felicemente:”Il popolo, si stancherebbe del principe, il servo del suo padrone, la serva della padrona, il maestro dello scolaro, l’amico dell’amico, la moglie del marito, il locatore, del locatario, il compagno del compagno, l’ospite dell’ospite, se volta a volta non si ingannassero a vicenda, ora adulandosi, ora facendo saggiamente finta di non vedere, ora lusingandosi con il miele della Follia”(Cap.XXI).

Nel Cap. XXXI vi è forse la punta più alta della descrizione del folle, descrivendo situazioni grottesche e paradossali. La Follia si presenta come elargitrice di spensieratezza, tanto da far dimenticare i malanni, esaltando i piaceri a tal punto che nessuno vuole lasciare la vita, neppure quando resta poco da vivere e la vita stessa viene meno. Nel Cap. XL la Follia approda nei lidi delle pratiche religiose, esaltando la classe sacerdotale, che sa trarre guadagno dalla divulgazione di riti fantastici che rende folli al pari di loro chi ascolta: ” … E’ sena dubbio della mia pasta la schiera di quegli uomini che si divertono ad ascoltare o narrare storie di miracoli o di prodigi fantastici e non si stancano mai di ascoltare favole in cui si parla di eventi portentosi, di spettrin di fantasmi, di larve, degli inferi, e delle innumerevoli cose del genere. Quanto più la favola si scosta dal vero tanto più volentieri ci credono, tanto più voluttuosamente le loro orecchie ne sono sollecitate. Di qui, non solo un apprezzabile passatempo contro la noia, ma anche una fonte di guadagno specialmente per i sacerdoti e i predicatori”(Cap.XL).

Negli ultimi sei capitoli Madonna Follia compie la metamorfosi finale. Essa diviene la Follia della Croce. Ciò conferisce al libro una mordace satira contro la stoltezza umana dalla più grossolana alla più sofisticata. Prima di enunciare la Follia della Croce, Erasmo lancia dardi infocati contro i teologi che dibattono sulla Eucaristia, cercando di capire come gli accidenti sussistono senza sostanza, sciorinado sofisticate inezie crica la quiddità e le entità.

Sarcastica è la battuta pungente di Erasmo:
” …. C’è tanta erudizione, tanta astrusità, che, secondo me, persino gli Apostoli, se si trvovassero a dover discutere on questi teologi di nuovo genere, avrebbe bisogno di un secondo Spirito Santo.”(cap. LIII).

Non sono esenti da parole mordaci di disapprovazione neppure i sommi pontefici, i cardinali e i vescovi, i quali vivono da veri e propri principi gaudenti .
Dice Follia: “….Già da un pezzo i Sommi Pontefici, i Cardinali, e i Vescovi, hanno preso con impegno a modello di genere di vita dei principi, e con successo forse maggiore. Certo, se uno riflettesse sul significato della veste di lino, splendida di nuovo candore, simbolo di una vita, senza macchia, e pensasse a quelle della mitra a due punte riunite in un solo nodo a indicare una perfetta conoscenza del Vecchio e Nuovo Testamento o dell mani coperte da guanti, segno della purezza, immune da ogni umano cedimento, con cui vengono amministrati i sacramenti, se si chiedesse che vuol dire il pastorale, simbolo della cura estrema con cui si veglia sul proprio gregge, se, dico, si riflettesse su queste cose e su molte altre del genere, che vita sarebbe la sua piena di malinconia e di affanni! Bene fanno quelli che pensano soltanto a ingozzarsi e le cure del gregge o la rimettono a Cristo stesso, o la scaricano su coloro che chiamano fratelli vicari….” Cap.LVII).

Contro le istituzioni ecclesiastiche che abusano dell’Evangelo, riducendolo a una mercanzia e a oggetto di dissertazione filosofica, Erasmo pone il lettore di fronte al paradosso evangelico della Prima epistola ai Corinzi: la follia della croce è saggezza e la saggezza umana è follia.

E’ follia per Erasmo, biasimandole, le indulgenze o la sciocca credenza dei miracoli, l’adorazione dei Santi. La teologia scolastica è disapprovata, perché tende a spiegare con sofisticherie teologiche cose che non possono mai essere umanamente comprese. Riportando alcune espressioni paoline della prima lettera ai Corinzi, Erasmo vuole inneggiare alla vera Follia: ” La pazzia di Dio è più savia di quella del mondo” o ” Il messaggio della Croce è follia per quelli che periscono, ma per coloro che sono sulla via della salvezza è potenza di Dio” (1^ Cor. 1:18,25).

La follia cristiana è uscire fuori di se stessi, che porta alla liberazione dalla terra. Tuttavia, uscire fuori dalla terra, ossia esserne liberato, non vuol dire oziare, impigrirsi. Il Cristiano si butta a capofitto in ogni opera umana, ma con distacco.

Erasmo guarda l’uomo del suo tempo come un folle che guarda se stesso in uno specchio con aria problematica. Ogni uomo è folle, conclude Erasmo, compreso se stesso. Questa intuizione porta a sorridere di se stesso, che non è scherno, ma piuttosto pietà e speranza,, la quale speranza rende l’uomo veramente folle l’uomo con la speranza cristiana, ribaltando i valori umani e rendendo i l cristiano vivo e operante nel mondo, ma anche distaccato da esso, vivendo il suo pellegrinaggio terreno sulle tracce di colui che percorse la via dolorosa.

Erasmo finisce il suo Elogio, così come lo ha iniziato, scherzando e ridendo, commiatandosi dai suoi spettatori come un giullare di corte, inchinandosi davanti a essi, avendo divertito la platea:

“…. Vedo che aspettate una conclusione, ma siete proprio scemi, se crede che dopo essermi abbandonata a un simile profluvio di chiacchiere io mi ricordo di ciò che ho detto. C’è un vecchio proverbio che dice- odio il convitato che ha buona memoria-. Oggi ce n’è un altro : “odio l’ascoltatore che ricorda- Perciò addio! Applaudite, vivete, bevete, famosissimi iniziati alla follia”(Cap.LXVIII).

Attualità dell’Elogio della Follia.

L’Elogio della Follia, sebbene, sia un testo satirico della società religiosa e culturale rinascimentale (redatto otto anni prima dell’opuscolo-denuncia delle Novantacinque tesi di Lutero), aspramente critico della prassi religiosa popolare, basata sulle indulgenze, sulla ricerca del miracoloso, sul culto dei santi e , soprattutto, sul culto mariano, di gran lunga superiore del culto cristiano, esso si rivela essere un testo di grande attualità.

Sono trascorsi cinque secoli dalla sua stesura e pubblicazione senza che il tempo abbia oscurato l’arguta e pungente ironia nei confronti dell’istituzione ecclesiale, i cui rappresentanti (pontefici, cardinali e vescovi) si ammantavano di abiti regali, simboli del potere temporale e della corruzione che ne consegue, a causa della sua collusione con la finanza e i poteri forti della politica, incoraggiando e promovendo forme di religiosità popolare superstiziosa e idolatra con la complicità di sacerdoti compiacenti.

“….Vi rende conto, suppongo, di quel che mi deve questa specie di uomini, che, esercitando tra i mortali una sorta di tirannia attraverso cerimonie da burla, ridicole sciocchezze e urla incomposte, si credono de nuovi San Paolo e Sant’Antonio”(Cap. LIV).

Di più: “… il negoziante, il soldato e il giudice, rinunciando a una sola monetina dopo tante ruberie, credono di avere lavato il fango di una intera vita e ritiene che tanti spergiuri, tanta libidine, tante ubriacature, tante risse, tante imposture, tante perfidie, tanti tradimenti, siano riscattati come in base a un regolare patto, e riscattati al punto da potere ricominciare da zero una nuova catena di delitti.Roba da matti! Persino, io mi vergogno. Sono cose, tuttavia, che godono l’approvazione non solo del volgo, ma anche di chi propina insegnamenti religiosi. O non è forse lo stesso caso di quando ogni regione reclama il suo particolare santo protettore, ognuno con i suoi poteri, ognuno venerato con determinati riti? Questo fa passare il mal di denti, quello assiste le partorienti. C”è il santo che fa recuperare gli oggetti rubati, quello che rifulge benigno al naufrago , un altro che protegge il gregge”(Cap.LV).

Tuttavia, “l’Elogio della Follia” va letto anche come testo satirico nei confronti dell’odierno evangelismo nelle sue diverse componenti strutturali: l’Evangelismo liberale e l’Evangelismo fondamentalista.

Il primo è rappresentato dai Valdo-Metodisti e Battisti dell’UCEBI e dai Luterani, i cui rappresentanti, indossando l’abito del cattedratico, si compiacciono sciorinare complessi teoremi filosofico-teologici, umiliando e sabotando la semplicità della tradizione apostolica. Contro di loro Madonna Folli scaglia i suoi micidiali strali:

“…. Quanto ai teologi, forse meglio farei a non parlarne, evitando di suscitare un simile vespaio e di toccare quest’erba puzzolente, perché altezzosi e litigiosi come sono, non abbiano ad assalirmi a schiere con centinaia di argomenti, costringendomi a fare ammenda. Ché, se mi rifiutassi, mi accuserebbero senz’altro di eresia, questo essendo il fulmine con cui di solito atterriscono, chi non gode le loro simpatie. Eppure, ancorché siano i meno propensi a riconoscere i miei meriti nei loro confronti, anche loro, e di non poco, mi sono debitori: devono a me quell’alta opinione di sé che li rende felici, come se il terzo cielo fosse la loro dimora e li induce a guardare dall’alto in basso con una sorta di commiserazione tutti gli altri mortali, quasi animali che strisciano a terra, mentre loro trincerati dietro un valido esercito di magistrali definizioni , conclusioni, corollari, proposizioni esplicite ed implicite, a tal segno abbondano di scappatoie da poter sfuggire anche alle reti di Vulcano con distinzioni che recidono ogni nodo con una
Facilità che neppure la bipenne di Tenedo possiede, inesauribili nel coniare termini nuovi e parole rare…… C’è tanta erudizione, tanta astrusità, che, secondo me, persino gli Apostoli, se si trovassero a dover discutere con questi teologi di nuovo genere, avrebbero bisogno di un secondo Spirito Santo“(Cap.LIII).

Il secondo, l’Evangelismo fondamentalista, una buona parte del quale è rappresentato da religiosi prezzolati, ignoranti, senza arte né parte. Insuperbiti della loro ignoranza, credendo che sia sapienza, uccidono l’anima di molte persone pie. Follia grida indignata contro di loro:

“…. Quasi altrettanto felici sono coloro che comunemente si fanno chiamare religiosi e monaci, usando, in entrambi i casi, denominazioni quanto mai false…. Pur essendo questa genìa a tal segno detestata da tutti, che persino un incontro causale con qualcuno di loro è ritenuto di malauguri, si cullano tuttavia nell’illusione di essere chissà che cosa. In primo luogo ritengono il massimo della pietà consista nell’essere tanto ignoranti da non sapere neppure leggere. Poi, quando con la loro voce asinina ragliano i loro salmi, di cui sono in grado di indicare a memoria il numero d’ordine senza peraltro capirli, sono convinti di accarezzare in modo dolcissimo le orecchie degli dèi. Né mancano quelli che vendono a caro prezzo il loro sudiciume e il loro andare mendicanti, dinanzi alle porte chiedono il pane, emettendo muggiti lamentosi …… Così , queste carissime persone, dicono di darci una immagine degli Aposotli con la loro sporcizia, con la loro ignoranza, con la loro rozzezza, con la loro impudenza”(Cap.LIV).

Interessante è l’analogia delle vecchie, vuote e inerti predicazioni dei monaci rinascimentali con la vacuità retorica di predicatori evangelici che recitano a soggetto:

“….Eppure, quale commediante, quale ciarlatano andresti a vedere a preferenza di costoro, quanto a predica si esibiscono in tirate retoriche, che, pure nella loro assoluta ridicolaggine, si attengono nel modo più spassoso alle norme sull’arte del dire tramandate dai Maestri? Dio immortale! Come gesticolano! Come si spenzolano verso l’uditorio! Come mutano espressione! Come punteggiano tutto con urla ….. Ho sentito con le mie orecchie un esimio stupido, scusate, volevo dire dotto, che, in una predica famosissima, dovendo spiegare il mistero della Trinità, volendo far cosa che suonasse gradita all’orecchio dei teologi, e mettere al tempo stesso in mostra la sua non comune dottrina, si dette a battere una strada affattonuova; partì dalle lettere dell’alfabeto , dalle sillabe, dal discorso, dalla concordanza del nome con il verbo e dell’aggettivo con il sostantivo, tra la meraviglia de più, anche se non mancava qualcuno che borbottava tra sé le parole di Orazio: << ma cosa approdano queste scemenze?>>”(cap. LIV).

Certo, l’Elogio della Follia suscitò allora la disapprovazione del Papa tiranno, di pessimi monaci e di teologi pedanti, offesi dalla libertà di linguaggio di Erasmo.

Ma questo è il rischio che deve essere messo in conto da coloro che, consapevoli della violenza arrecata all’evangelo dai mercanti di religione, non indietreggiano, ma coraggiosamente urlano indignati con Habacuc: “Violenza!!!”.

Sei tu o dobbiamo aspettarne un altro? (Luca 7:18-23)

18 I discepoli di Giovanni gli riferirono tutte queste cose. 19 Ed egli, chiamati a sé due dei suoi discepoli, li mandò dal Signore a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?»

20 Quelli si presentarono a Gesù e gli dissero: «Giovanni il battista ci ha mandati da te a chiederti: “Sei tu colui che deve venire o ne aspetteremo un altro?”»

21 In quella stessa ora, Gesù guarì molti da malattie, da infermità e da spiriti maligni, e a molti ciechi restituì la vista.

22 Poi rispose loro: «Andate a riferire a Giovanni quello che avete visto e udito: i ciechi ricuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, il vangelo è annunciato ai poveri. 23 Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!»

(Luca 7)

vangelodimarco

Non c’è proprio nulla da fare. Il Signore Gesù è scomodo, scomodissimo, per la nostra continua ed incessante ricerca di umane certezze. Quando ti sembra di averlo individuato, capito, preso con te, Egli subito ti mette alla prova, ti mette in crisi, manda anche in frantumi le tue mille e più sicurezze.

Il Battista, sono parole dello stesso Gesù, era il più grande tra tutti i profeti, nessuno era sorto tra lgi uomini più grande di lui quanto a capacità di leggere la realtà, di annunciare con efficiacia la venuta del Regno.

Eppure anche il Battista ha dei dubbi, e manda alcuni dei suoi discepoli ad interrogare Gesù, a fargli quella incredibile domanda che però, non crediamoci superiori al Battista, tantissimi di noi gli fanno ogni giorno.

Ma sei Tu, proprio Tu, il mio Salvatore? Sei tu quello che doveva venire? Ma proprio Tu? Con la Croce? E perchè proprio con la Croce? Non bastavano la persuasione, i discorsi sapienti, i miracoli?

La sappiamo la risposta. Evidentemente no, visto che l’epilogo della storia umana di Gesù è la sua Passione e Morte, nonostante i tentativi di persuasione del suo uditorio, la Sua incredibile sapienza che stupiva ogni Suo ascoltatore (poichè Egli parlava con autorità e non come gli scribi), i miracoli anche di resurrezione che compì lungo il Suo incessante cammino.

Non bastavano tutte queste cose allora, non bastavano al Battista, nè ai suoi discepoli, potevano bastare a noi?

Gesù non risponde subito ai discepoli di Giovanni. Continua a guarire, a cacciare spiriti maligni, a restituire la vista ai ciechi. Come se ci volesse dire: possibile che non vi rendiate conto delle vostre malattie, dei vostri vizi, del vostro peccato? Possibile che non vi accorgiate di come il maligno lavori nelle vostre anime, nelle vostre società, nei vostri ambienti? Possibile che non vediate, pure avendo la luce della mia Parola a vostra disposizione?

La Parola è la chiave di tutto. Termina, il versetto 22, un elenco di prodigi che si vedono e si sentono, con il prodigio più grande, che è il dono della Parola di Dio, con il vangelo che è annunciato ai poveri. Ai poveri di spirito. Ai poveri dello spirito di questo mondo.

Noi non capiamo tutto il resto, perchè siamo ricchi di spirito, ma ricchi dello spirito di questo mondo, ricchi delle sue false sapienze, ricchi della nostra pretesa di farcela da soli, ricchi della nostra presunzione di poterci guadagnare dei ‘meriti’ con le nostre parole e le nostre azioni.

Mentre il Signore ci vuole ricchi, solo, dello Spirito di Dio, del Suo Spirito, della Spirito che ci dice che senza di Lui non possiamo far nulla, che tutto dobbiamo alla Sua Grazia. Che nulla di quello che vediamo ed ascoltiamo ha senso se non siamo per Lui, con Lui ed in Lui. Qualsiasi cosa pensi il mondo.

Non si può essere ricchi di entrambi gli spiriti. O si serve l’uno, o si serve l’altro. Il mondo e Dio non sono e non saranno mai alla pari. Essere onorati da uno è essere disprezzati dall’altro. Perciò Gesù a più riprese ci ammonisce a riguardo. O Dio o mammona. La pace, ma non come la dà il mondo. Siete nel mondo ma non siete del mondo…

Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!

Beato chi ascolta la Parola, ed in essa trova le forze per il santo viaggio, sulla via della Croce. Sul sentiero antico della fedeltà alla Parola di Dio, e dell’amore vero che è disprezzo per le false ricchezze di questo mondo.

Amen.

A proposito di morti e di valdesi

Coloro invece che, facendo ciò che è male, cadono anche nell’abitudine cattiva in modo che la stessa assuefazione al male non permette loro di vedere che è male, diventano difensori delle loro male azioni e si arrabbiano quando sono ripresi… Individui siffatti, oppressi dalla cattiva abitudine, rassomigliano a dei morti sepolti. … Il pesante masso posto sul sepolcro rappresenta la penosa potenza dell’abitudine poiché opprime l’anima e non le permette né d’alzarsi né di respirare. …

Ascoltiamo dunque, carissimi, queste verità in modo che quelli che vivono continuino a vivere e coloro che sono morti tornino a vivere. … Che tutti facciano penitenza. …

(Agostino di Ippona)

pinerolo2007 246

Nelle ultime settimane questo blog si è occupato molto della Chiesa Valdese e delle discussioni al Sinodo. Discussioni non commentate ovviamente, perchè la Chiesa in questione, nella sua parte ufficiale, fa a gara a fare finta che non esista dissenso al suo interno, ignorando completamente qualsiasi voce critica, che sia nelle Valli o altrove. Una sorta di damnatio che riguarda il movimento dei Sentieri Antichi Valdesi e tutto ciò che a questo è collegato o che da esso è derivato nel tempo.

Però leggono evidentemente. E oggi un pastore valdese ha risposto ad un mio post, anzi ad un mio tweet. Ma attenzione, che non riguardava il Sinodo, la fede, la Bibbia, ma la mia critica ad una decisione europea (quella di marchiare i prodotti israeliani che vengono da certa area) che ho trovato e trovo antisemita e di nazista memoria. Il pastore in questione, come molti pastori su posizioni simili a quelle dei centri sociali e della sinistra estrema, filopalestinesi a prescindere, su questo mi ha replicato.

Altri due casi nel più o meno recente passato hanno riguardato due altri pastori, sul tema dei falsi matrimoni dello stesso sesso e di una proposta di referendum.

Morti, tanti pastori valdesi, alla fede proclamata nella confessione alla fede, pragmaticamente scettici di fronte alla Sola Scriptura che pure dovrebbe essere il centro della loro fede, che nulla sembrano avere a che dire sul tema, ma svegli, sveglissimi, quando si toccano gli interessi di quello che è il loro “pubblico di riferimento sociale”, quelli che danno loro l’8 per mille… Perchè è il sociale, solo il sociale, quello che interessa loro. Essere parte di quello che a loro pare progresso, ma che a me, fa sempre più spavento. Perchè vuole fare a meno di Dio. Vuole trasformare, sempre di più, l’uomo nell’unico dio di sè stesso.

Così non parlano di fede, e mettono massi sulla bocca di chi vuole farlo, vogliono tenerlo nel sepolcro che molto zelantemente gli hanno preparato e dove cercano di spingerlo…

Il pesante masso posto sul sepolcro rappresenta la penosa potenza dell’abitudine poiché opprime l’anima e non le permette né d’alzarsi né di respirare. …

Ma non si accorgono che nel sepolcro, sempre di più, ci sono loro. E si stanno tanto abituando a respirare quei miasmi che nemmeno si accorgono più di dove sono, e dove stanno trascinando tanti…

Preghiamo ed ascoltiamo la Parola di Dio…

in modo che quelli che vivono continuino a vivere e coloro che sono morti tornino a vivere. … Che tutti facciano penitenza. …

Tre specie di morte (Agostino commenta Luca 7:11-17)

11 Poco dopo egli si avviò verso una città chiamata Nain, e i suoi discepoli e una gran folla andavano con lui.

12 Quando fu vicino alla porta della città, ecco che si portava alla sepoltura un morto, figlio unico di sua madre, che era vedova; e molta gente della città era con lei.

13 Il Signore, vedutala, ebbe pietà di lei e le disse: «Non piangere!»

14 E, avvicinatosi, toccò la bara; i portatori si fermarono, ed egli disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!» 15 Il morto si alzò e si mise seduto, e cominciò a parlare. E Gesù lo restituì a sua madre.

16 Tutti furono presi da timore, e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra di noi»; e: «Dio ha visitato il suo popolo». 17 E questo dire intorno a Gesù si divulgò per tutta la Giudea e per tutto il paese intorno.

(Luca 7)

bibbia

C’è un bellissimo commento di Agostino di Ippona a questo brano, che vi riporto di seguito per intero.

Agostino (354-430), dottore della Chiesa
Discorsi, 98 (Nuova Biblioteca Agostiniana)
“Giovinetto, dico a te, alzati!”

Troviamo che dal Signore furono risuscitati tre morti in modo visibile, ma un gran numero in modo invisibile. Ma chi può sapere quanti morti risuscitò in modo visibile? …

Risuscitò la figlia morta del capo-sinagoga (Mc 5,22s), il figlio della vedova di Naim e Lazzaro (Gv 11)… Queste tre specie di morti rappresentano tre specie di peccatori che ancora oggi sono risuscitati da Cristo.

La figliola morta del caposinagoga era ancora dentro in casa, … il giovinetto invece non era più dentro la sua casa – è vero – ma tuttavia non era ancora nel sepolcro, … Lazzaro era già sepolto …

  1. Ci sono, dunque, coloro che hanno il peccato nel cuore ma non ancora nell’azione… hanno acconsentito nel cuore; hanno il morto dentro di sé, ancora non lo hanno portato al sepolcro. E come suole accadere, … e come si può sperimentare ogni giorno in se stessi, talora, dopo aver sentito la parola di Dio, è come se il Signore dicesse: “Alzati!”, allora si condanna il consenso dato al male, si aspira di nuovo alla salvezza e alla santità. …
  2. Altri invece, dopo aver acconsentito al desiderio, arrivano fino all’azione, come se portassero il morto alla sepoltura; in tal modo quanto era nascosto nel segreto appare in pubblico. Costoro che sono arrivati all’atto concreto, sono forse ormai senza speranza? Non fu detto forse a quel giovinetto: “Te lo dico io: alzati “? Non fu restituito forse anch’egli a sua madre? Così dunque anche uno che già ha compiuto l’atto peccaminoso, se per caso viene ammonito e si sente spinto dalla parola della verità, alla voce di Cristo risorge e viene restituito vivo. Ha potuto spingersi fino all’atto, ma non è arrivato alla rovina eterna.
  3. Coloro invece che, facendo ciò che è male, cadono anche nell’abitudine cattiva in modo che la stessa assuefazione al male non permette loro di vedere che è male, diventano difensori delle loro male azioni e si arrabbiano quando sono ripresi… Individui siffatti, oppressi dalla cattiva abitudine, rassomigliano a dei morti sepolti. … Il pesante masso posto sul sepolcro rappresenta la penosa potenza dell’abitudine poiché opprime l’anima e non le permette né d’alzarsi né di respirare. …

    Ascoltiamo dunque, carissimi, queste verità in modo che quelli che vivono continuino a vivere e coloro che sono morti tornino a vivere. … Che tutti facciano penitenza. …

    Coloro dunque che vivono, continuino a vivere; quelli che invece sono morti, in qualunque di queste tre specie di morte si trovino, facciano in modo di risorgere al più presto.

Cerchiamo di riconoscere, nella nostra vita, nella nostra esistenza cristiana, se e quanto siamo vittime di una di queste situazioni di morte. E cerchiamo di convertirci al Signore Gesù, moltiplicando le occasioni di vicinanza con Lui.

E che questo, preghiamo, ci faccia risorgere dalla morte in cui ci troviamo.

Amen.

Pillole di Blog – Sul matrimonio (Tolkien)

“La fede nel matrimonio cristiano implica questo: grande mortificazione. Per un cristiano non c’è alternativa.

Il matrimonio può aiutarlo a santificare e a dirigere verso un giusto obiettivo i suoi impulsi sessuali; la sua grazia può aiutarlo nella battaglia; ma la battaglia resta.

Il matrimonio non lo potrà soddisfare – come un affamato può essere soddisfatto da pasti regolari.[…]

Quando l’innamoramento è passato o quando si è un po’ spento, pensano di aver fatto un errore e di dover ancora trovare la vera anima gemella. Per vera anima gemella troppo spesso si scambia la prima persona sessualmente attraente che si incontra. Qualcuno che forse davvero avrebbero fatto meglio a sposare, se solo…

Da qui il divorzio, per risolvere quel «se solo». E naturalmente di solito hanno ragione: avevano fatto un errore. Solo un uomo molto saggio, arrivato al termine della sua vita, potrebbe esprimere un equo giudizio su quale persona, fra tutte, avrebbe fatto meglio a sposare!

Quasi tutti i matrimoni, anche quelli felici, sono errori: nel senso che quasi certamente (in un mondo migliore, o anche in questo, pur se imperfetto, ma con un po’ più di attenzione) entrambi i partner avrebbero potuto trovare compagni molto più adatti.

Ma la vera anima gemella è quella che hai sposato.

Di solito tu scegli ben poco: lo fanno la vita e le circostanze (benché, se c’è un Dio, queste non siano che i Suoi strumenti o la Sua manifestazione).[…]

(John Ronald Reuel Tolkien)

tolkien