Dichiarazione di Lund (31 ottobre 2016)

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(testo integrale ripreso dal sito della Radio Vaticana)

Nel corso della celebrazione della Preghiera Ecumenica Comune, nella Cattedrale Luterana di Lund, Papa Francesco e il Vescovo Munib Yunan, Presidente della LWF (Lutheran World Federation) hanno firmato la Dichiarazione congiunta. Ne riportiamo di seguito il testo:

«Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me» (Gv15,4).

Con cuore riconoscente
Con questa Dichiarazione Congiunta, esprimiamo gioiosa gratitudine a Dio per questo momento di preghiera comune nella Cattedrale di Lund, con cui iniziamo l’anno commemorativo del cinquecentesimo anniversario della Riforma. Cinquant’anni di costante e fruttuoso dialogo ecumenico tra cattolici e luterani ci hanno aiutato a superare molte differenze e hanno approfondito la comprensione e la fiducia tra di noi. Al tempo stesso, ci siamo riavvicinati gli uni agli altri tramite il comune servizio al prossimo, spesso in situazioni di sofferenza e di persecuzione. Attraverso il dialogo e la testimonianza condivisa non siamo più estranei. Anzi, abbiamo imparato che ciò che ci unisce è più grande di ciò che ci divide.

Dal conflitto alla comunione
Mentre siamo profondamente grati per i doni spirituali e teologici ricevuti attraverso la Riforma, confessiamo e deploriamo davanti a Cristo il fatto che luterani e cattolici hanno ferito l’unità visibile della Chiesa. Differenze teologiche sono state accompagnate da pregiudizi e conflitti e la religione è stata strumentalizzata per fini politici. La nostra comune fede in Gesù Cristo e il nostro battesimo esigono da noi una conversione quotidiana, grazie alla quale ripudiamo i dissensi e i conflitti storici che ostacolano il ministero della riconciliazione. Mentre il passato non può essere cambiato, la memoria e il modo di fare memoria possono essere trasformati. Preghiamo per la guarigione delle nostre ferite e delle memorie che oscurano la nostra visione gli uni degli altri. Rifiutiamo categoricamente ogni odio e ogni violenza, passati e presenti, specialmente quelli attuati in nome della religione. Oggi ascoltiamo il comando di Dio di mettere da parte ogni conflitto. Riconosciamo che siamo liberati per grazia per camminare verso la comunione a cui Dio continuamente ci chiama.

Il nostro impegno per una testimonianza comune
Mentre superiamo quegli episodi della storia che pesano su di noi, ci impegniamo a testimoniare insieme la grazia misericordiosa di Dio, rivelata in Cristo crocifisso e risorto. Consapevoli che il modo di relazionarci tra di noi incide sulla nostra testimonianza del Vangelo, ci impegniamo a crescere ulteriormente nella comunione radicata nel Battesimo, cercando di rimuovere i rimanenti ostacoli che ci impediscono di raggiungere la piena unità. Cristo desidera che siamo uno, così che il mondo possa credere (cfr Gv 17,21).

Molti membri delle nostre comunità aspirano a ricevere l’Eucaristia ad un’unica mensa, come concreta espressione della piena unità. Facciamo esperienza del dolore di quanti condividono tutta la loro vita, ma non possono condividere la presenza redentrice di Dio alla mensa eucaristica. Riconosciamo la nostra comune responsabilità pastorale di rispondere alla sete e alla fame spirituali del nostro popolo di essere uno in Cristo. Desideriamo ardentemente che questa ferita nel Corpo di Cristo sia sanata. Questo è l’obiettivo dei nostri sforzi ecumenici, che vogliamo far progredire, anche rinnovando il nostro impegno per il dialogo teologico.

Preghiamo Dio che cattolici e luterani sappiano testimoniare insieme il Vangelo di Gesù Cristo, invitando l’umanità ad ascoltare e accogliere la buona notizia dell’azione redentrice di Dio. Chiediamo a Dio ispirazione, incoraggiamento e forza affinché possiamo andare avanti insieme nel servizio, difendendo la dignità e i diritti umani, specialmente dei poveri, lavorando per la giustizia e rigettando ogni forma di violenza. Dio ci chiama ad essere vicini a coloro che aspirano alla dignità, alla giustizia, alla pace e alla riconciliazione. Oggi, in particolare, noi alziamo le nostre voci per la fine della violenza e dell’estremismo che colpiscono tanti Paesi e comunità, e innumerevoli sorelle e fratelli in Cristo. Esortiamo luterani e cattolici a lavorare insieme per accogliere chi è straniero, per venire in aiuto di quanti sono costretti a fuggire a causa della guerra e della persecuzione, e a difendere i diritti dei rifugiati e di quanti cercano asilo.

Oggi più che mai ci rendiamo conto che il nostro comune servizio nel mondo deve estendersi a tutto il creato, che soffre lo sfruttamento e gli effetti di un’insaziabile avidità. Riconosciamo il diritto delle future generazioni di godere il mondo, opera di Dio, in tutta la sua potenzialità e bellezza. Preghiamo per un cambiamento dei cuori e delle menti che porti ad una amorevole e responsabile cura del creato.

Uno in Cristo
In questa occasione propizia esprimiamo la nostra gratitudine ai fratelli e alle sorelle delle varie Comunioni e Associazioni cristiane mondiali che sono presenti e si uniscono a noi in preghiera. Nel rinnovare il nostro impegno a progredire dal conflitto alla comunione, lo facciamo come membri dell’unico Corpo di Cristo, al quale siamo incorporati per il Battesimo. Invitiamo i nostri compagni di strada nel cammino ecumenico a ricordarci i nostri impegni e ad incoraggiarci. Chiediamo loro di continuare a pregare per noi, di camminare con noi, di sostenerci nell’osservare i religiosi impegni che oggi abbiamo manifestato.

Appello ai cattolici e ai luterani del mondo intero
Facciamo appello a tutte le parrocchie e comunità luterane e cattoliche, perché siano coraggiose e creative, gioiose e piene di speranza nel loro impegno a continuare la grande avventura che ci aspetta. Piuttosto che i conflitti del passato, il dono divino dell’unità tra di noi guiderà la collaborazione e approfondirà la nostra solidarietà. Stringendoci nella fede a Cristo, pregando insieme, ascoltandoci a vicenda, vivendo l’amore di Cristo nelle nostre relazioni, noi, cattolici e luterani, ci apriamo alla potenza di Dio Uno e Trino. Radicati in Cristo e rendendo a Lui testimonianza, rinnoviamo la nostra determinazione ad essere fedeli araldi dell’amore infinito di Dio per tutta l’umanità.

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Due monaci – il secondo

Il secondo monaco, nel giorno 31 ottobre, giorno della Riforma, è Martin Lutero, monaco agostiniano mendicante.

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L’enciclopedia recita che “Gli ordini mendicanti, sorti tra il XII ed il XIII secolo in seno alla Chiesa cattolica, sono quegli ordini religiosi ai quali la regola primitiva imponeva l’emissione di un voto di povertà che implica la rinuncia a ogni proprietà non solo per gli individui, ma anche per i conventi, e che traevano sostentamento unicamente dalla raccolta delle elemosine (questua).”.

L’ordine agostiniano, come molti altri ordini dell’epoca, attraversò una profonda crisi nel 1300, specie dopo la peste nera in Europa, che svuotò i conventi, spingendo molti superiori ad accogliere tutti nei conventi, senza badare troppo alla vera fede, alla preparazione, alla disciplina. Si aggiunse poi il cosiddetto “scisma d’Occidente”, papi ed antipapi che si fronteggiavano, ad acuire il tutto.

Nacquero quindi, in seno all’ordine agostiniano, dei conventi cosiddetti “osservanti” dove si ricercava l’autenticità della vocazione, della regola, in obbedienza assoluta alla Parola di Dio. In Italia mi viene in mente Lecceto (Siena) dove spesso sono stato ospite, e Tolentino, altra città provata dal terremoto di queti giorni; in Germania l’osservanza di Sassonia, uno dei cui centri era Erfurt, il convento dove viveva e studiava Martin Lutero.

Monastero di Erfurt, Sassonia - Chiostro
Monastero di Erfurt, Sassonia – Chiostro
Monastero di Erfurt - Chiesa
Monastero di Erfurt – Chiesa

Martin Lutero questo cercava, da bravo monaco, ovvero persona che pone il suo centro nel “monos“, nel solo Cristo. Penso spesso all’etimologia della parola “monaco” e non mi sorprende, sapete, che sia questa, che in lingua italiana si possa tradurre con “Solo”. E mi stupisce ancora di meno che alla base della spiritualità della Riforma, che ebbe un interprete decisivo nel monaco agostiniano Martin Lutero, ci siano i famosi 5 Sola della Riforma.

Sola Scriptura, Sola Fide, Sola gratia,
Solus Christus, Soli Deo Gloria

Nulla bisogna anteporre all’amore di Cristo, diceva il monaco Benedetto da Norcia, ed a null’altro che alla Parola di Dio, alla Sola Scriptura, occorre vincolare la propria coscienza, ribadiva tanti secoli dopo il monaco Martin Lutero.

Nella vita della Chiesa ci sono alti e bassi, ci sono crolli improvvisi, ci sono vette da scalare, ci sono ostacoli imprevisti, terremoti di fede e di fiducia. Ma c’è una unica ricetta possibile per tutto questo, ed è quella di mettere il Cristo, il Verbo Incarnato, la Parola di Dio prima di ogni cosa, prima di ogni teologia e determinazione umana, prima di ogni tradizione e di qualsiasi pur umanamente sapiente magistero.

E non stancarsi mai di costruire e di ricostruire, di riformare… La Chiesa è giustamente detto che è semper Reformanda, perchè sempre ci troviamo a costruire e ricostruire sulle conseguenze del nostro peccato, dei nostri peccati anche come membri di chiese, pastori e preti, vescovi e papi…

Ma, come dice la Parola, facendo attenzione a che il Cristo, soltanto Lui, sia la pietra angolare di qualsiasi nostra costruzione. Perchè occorre non illudersi, non siamo nè saremo noi a fare l’unità della Chiesa. E’ un compito che sfugge del tutto alle nostre possibilità. Anche perchè, a ben guardare, è stato già eseguito dal Padre attraverso il Figlio.
A noi sta solo di renderlo visibile agli uomini, con la nostra preghiera, con il nostro lavoro.

Ora et Labora, Soli Deo Gloria.

Amen.

Due monaci – il primo

Due monaci, oggi, dominano il pensiero della mia mente.

Il primo è Benedetto da Norcia, i cui ricordi architettonici sono, per l’ennesima volta nella storia, andati in polvere e cenere, tra la Valnerina, Norcia, le terre del Vettore, San Benedetto a Montemonaco, di cui sono stato parroco (la so danneggiata ma non distrutta, dai tanti fratelli che ho in quelle terre ed a cui non mi stanco di telefonare visto che mi è impossibile recarmi da loro in questi frangenti).

Chiesa di San Benedetto a Montemonaco
Chiesa di San Benedetto a Montemonaco

Benedetto da Norcia, monaco, iniziatore del monachesimo in Occidente, scrittore di una regola cui tuttora ispiro la mia vita, che accoppia l’Ora al Labora, il riconoscimento della assoluta sovranità di Dio sulla vita e sulla storia dell’uomo (nulla e niente può esserGli anteposto!), al lavoro, alla fatica, di costruire e ricostruire ogni giorno.

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Benedetto da Norcia non si sarebbe sgomentato di fronte a quanto, ancora una volta, è successo dalle sue parti. Avrebbe ripreso a lavorare per ricostruire. Non solo le opere di pietra ma soprattutto la fede, la fiducia delle persone. Ho sentito stamani un’amica di ottanta e passi anni che abita a Montemonaco, in “zona rossa”, vicino alla chiesa di cui parlavo prima che mi diceva appunto questo, della fatica che si va, dopo una vita di lavoro in montagna, quando si pensa “ora mi posso finalmente riposare e godere gli ultimi anni di vita”, della fatica che si prova quando si scopre che invece nulla è deciso, che ancora si deve camminare, mettersi in cammino, ricominciare. Della rabbia che prende.

Ma alla fine dopo tutto si riprende a pregare, e si ringrazia Dio perchè ancora lo si può fare in vita, perchè la vita che ci è stata donata, e che mai si potrebbe ricostruire come si può fare con le pietre, le case, le basiliche, quella vita è ancora nostra. E possiamo ancora fare del bene, aiutando i bimbi, i nipoti, rincuorando loro, dando loro la forza di credere che si può vivere ancora anche in quei borghi, in quei paesi, su quei monti… E’ questo che sarà decisivo per la vita sui Monti Sibillini, in Val Nerina, a Visso, Ussita, Amatrice, Arquata… Dare quella speranza ai bambini, ai giovani. Fossi un governante, avessi potere decisionale, partirei dalle scuole a ricostruire, oltre che dalle chiese. Perchè senza la fede in Dio e nel futuro non si va da nessuna parte. Con le “new town” senz’anima non si va da nessuna parte, di resta nel deserto…

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Ma conosco la gente dei Sibillini e di Norcia, conosco la loro anima indomabile come le montagne che li circondano, come le Alpi del Centro Italia e so che c’è speranza. Purchè nulla si anteponga al riconoscimento della superiorità di Dio, purchè non ci si creda un Dio… come traspare da alcune dichiarazioni di certi politici che dicono”ricostruiremo tutto esattamente com’era”, che mi ricordano certe dichiarazioni alla “più bella e più grande di prima”… Perchè non si può. Illudersi che nulla sia successo e che nulla più succederà. Tante volte nella storia il terremoto ha devastato e raso al suolo quelle zone, tante volte ancora accadrà.

Ma con l’Ora et Labora, con la fede in Dio e nella sua Parola, nel Verbo fatto uomo, tutto si può.

20 Allora Giobbe si alzò, si stracciò il mantello, si rase il capo, si prostrò a terra e adorò dicendo:

21 «Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo tornerò in grembo alla terra; il SIGNORE ha dato, il SIGNORE ha tolto; sia benedetto il nome del SIGNORE».

22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nessuna colpa.

(Giobbe 1)

L’umanesimo o Cristo?

Un articolo scritto dal fratello pastore Paolo Castellina, di cui condivido anche le pause e le virgole. Stavo pensando di scriverne uno io e, credetemi sulla parola, tono e concetti erano identici. Nel Giorno della Riforma è perfetto da condividere.

bibbiaaperta

Posso comprendere la reazione dei tradizionalisti cattolici scandalizzati che questo Papa voglia riabilitare “Lutero”! Perché? Perché non si rendono forse ben conto di una cosa, che ora cerco di spiegare.

L’umanismo religioso, in nome della pace, dell’amore e della tolleranza, promuove l’ecumenismo non solo fra le diverse confessioni cristiane, ma anche fra tutte le religioni. Esso le considera, infatti, come espressioni diverse della religiosità umana che dovrebbero, secondo l’ideologia che lo caratterizza, convergere per un comune progetto umanista, riconoscendosi fondamentalmente affratellate.

Sostengono questo umanismo religioso le ali “liberal” delle chiese cristiane che sono riuscite a far salire i loro esponenti ai vertici delle “chiese storiche” e che vorrebbero, inevitabilmente, condizionarle in quel senso. È tipico come questi “liberal” considerino sé stessi come “progressisti” e le loro posizioni “evolute” rispetto alle “vecchie ortodossie” che essi relativizzano.

Sicuramente Jorge Bergoglio è un umanista religioso, se non per convinzione almeno per convenienza, perché ha scoperto come questo umanismo sia in qualche modo compatibile ed anche utile all’ambizione universalista del Cattolicesimo e del Papato stesso (quando si interpreta il titolo e il ruolo di “pontefice” come quello di “costruttore di ponti”). Deve però pagarne anche lui il prezzo, vale a dire la relativizzazione della dottrina cattolico-romana, causando, così, l’ira, l’incomprensione e la confusione dei tradizionalisti cattolici ancorati alla propria identità storica che (non abbracciando l’umanesimo religioso) si sentono traditi da questi stessi loro leader.

In questo senso Jorge Bergoglio può essere definito come un “post-cattolico”, così come i liberal delle chiese protestanti ed orientali sono “post-protestanti” (“post-valdesi”, “post-luterani”, “post-calvinisti”), per non parlare di chi chiama quest’epoca come “post-cristiana”. Non sorprende quindi che tutti questi “post”, condividendo lo stesso umanismo religioso, si sentano affratellati e si ricevano fra di loro con tanto di baci ed abbracci… indipendentemente dalle loro tradizioni.

Interessante, infine, notare come questo umanesimo religioso universalista sia l’ideologia tipica pure della Massoneria, così come è sicuramente inquietante la connivenza (se non l’identificazione) di molti di questi leader religiosi con quest’ultima organizzazione (Bergoglio stesso ed espressamente, ad esempio, gli attuali vertici della Chiesa valdese che notoriamente celebrano la collaborazione di lunga data con la Massoneria, magari in nome del “laicismo” anti-cattolico! …ma queste sono “vecchie” categorie!).

Ecco così che non sorprende come si sentano scandalizzati i cattolici tradizionalisti dagli abbracci del Papa agli “eretici” luterani ed all’onore che egli rende alla figura (dico “figura” e non “sostanza”) di Martin Lutero. Lo stesso, però, vale, dalla nostra parte, della forte critica che noi rivolgiamo come “vecchi” luterani e “vecchi” calvinisti a quei leader che, di fatto, noi consideriamo “pseudo-luterani”, così come consideriamo “pseudo-valdesi” e “pseudo-riformati” i liberal ai vertici dell’attuale Chiesa valdese, esperti ed ingannevoli manipolatori di simboli religiosi e “revisori” della storia stessa.

È per questo che noi evangelici conservatori comprendiamo (anche se non concordiamo sulla sostanza) con i cattolici conservatori, e questo per un solo motivo: né noi né loro condividiamo l’ideologia dell’umanesimo religioso (e non siamo Massoni!). Gli esponenti di quest’ultimo di fatto non verranno a “baciarci ed abbracciarci”, perché sanno che non siamo “dei loro”. Potranno magari per un po’ cercare di sedurci con i loro sorrisi, ma dopo un po’ “per la nostra ostinazione” si allontaneranno condannandoci “offesi” magari come “inguaribili fondamentalisti”, “retrogradi” o chissà che altro.

Chi legge, però, è chiamato a scegliere chi vuole servire: o l’umanesimo religioso, oppure… Quanto a noi evangelici conservatori, diciamo così, continueremo a servire il Cristo annunciato e spiegato dal Nuovo Testamento, sperando e pregando che vi sia chi sappia distinguerlo da tutto “l’ambaradan” religioso del nostro tempo.

Suggerimenti per la preghiera e la lettura biblica della settimana

(ricevo dal fratello pastore Elpidio Pezzella)

I legami della morte

I legami della morte mi avevano circondato, mi aveva raggiunto la disgrazia e il dolore. Ma io invocai il nome del Signore: «Signore, libera l’anima mia!»
(Salmo 116:3-4)

Il grido “Signore, libera l’anima mia!” nasce da una situazione di turbamento e angoscia a tutti noi familiare lungo il cammino di questa vita. Eppure si trova in un salmo di ringraziamento, in cui l’orante ringrazia il Signore perché la sua supplica è stata ascoltata. La certezza che ci spinge alla preghiera è che Dio ha l’orecchio teso al nostro ascolto. Egli non è sordo nei confronti di chi si rivolge a Lui. Per questo, qualunque sia la circostanza, anche quando la portata del dolore sembra sopraffarci, il cuore credente leva la sua voce: “Signore, liberami”. Il salmo ci rivela poi “Ho creduto perciò ho parlato” (116:10). La certezza dell’essere ascoltati ha le sue radici nella fede in un Dio misericordioso, pietoso e giusto, che non spegne il lucignolo fumante. La proposta del salmo è una fiaccola di speranza e di incoraggiamento per ogni credente che, in ogni tempo e in ogni luogo, si trovi a fare esperienza del male in ogni forma esso si presenti. Perché comunque e ovunque aggiungeremo: “Ringraziato sia Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo” (1 Corinzi 15:57).

L’usanza di andare al cimitero

Ogn’anno, il due novembre, c’é l’usanza

per i defunti andare al Cimitero.

Ognuno ll’adda fà chesta crianza;

ognuno adda tené chistu penziero.

Questa la strofa iniziale della poesia A’ livella di Antonio De Curtis, in arte Totò, che richiama un dovere che la tradizione religiosa cattolica comanda. I morti e con essi il cimitero sono parte di ciascuno di noi, così come dell’immaginario collettivo. Intorno ad essi ruotano paure e sogni, racconti di famiglia e leggende fantasiose, speranze e disperazioni. Ecco allora che il 2 novembre e nei giorni precedenti puoi notare passando nei pressi di un cimitero un via via senza sosta. Quello che di solito è il luogo del pianto e del distacco sembra diventare per poco tempo una finestra sull’al di là. La cura dei loculi, l’abbellimento della tomba, l’accensione di luci e lampade di varie forme e dimensioni pare essere un modo per ridare vita a chi là dentro oramai ha lasciato solo il corpo (se ancora vi è). Ma se parli con le persone c’è chi crede che questo sia un modo per dare pace alle anime che vanno in giro, acquetare l’anima del parente a cui era stato fatto uno sgarbo: retaggio di una religiosità popolare senza alcun fondamento biblico. Adoperiamoci in vita a manifestare i nostri sentimenti per i cari che nella vita Dio ha posto intorno a noi, e se proprio vogliamo offrire un fiore in ricordo dei cari defunti facciamolo nel silenzio e non per cercare l’approvazione di qualcuno.

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Lettura della Bibbia

31 ottobre Ezechiele 12-13; 1 Corinti 12-13

01 novembre Ezechiele 14-15; 1 Corinti 14-15

02 novembre Ezechiele 16-17; 1 Corinti 16; 2 Corinti 1

03 novembre Ezechiele 18-19; 2 Corinti 2-3

04 novembre Ezechiele 20-21; 2 Corinti 4-5

05 novembre Ezechiele 22-23; 2 Corinti 6-7

06 novembre Ezechiele 24-25; 2 Corinti 8-9

Il 31 ottobre 1517 consegna a molti credenti evangelici il ricordo di un inizio, la scintilla della protesta, quando il monaco sassone Lutero con il gesto dell’affissione delle 95 tesi sul portone della cattedrale di Wittenberg dava “fuoco” alla Riforma.

Le chiese domestiche – Circolare Sentieri Antichi Valdesi 10/2016

Circolare S. A. V. dell’ottobre 2016

Dedichiamo questo numero della nostra circolare alle chiese domestiche, che davvero in tutto il mondo si stanno dimostrando il presente ed il futuro della Chiesa (ma quella era la forma della chiesa durante i primi secoli del Cristianesimo e la tipica forma delle chiese dell’antico movimento valdese). Le grandi assemblee hanno sicuramente la loro funzione, ma la comunità cristiana domestica è il prezioso nucleo di base dove i singoli credenti (insieme a tutte le persone in ricerca) possono essere interpellati personalmente e curati. I contributi di questo numero provengono da fratelli in fede intervenuti su FaceBook in risposta ad una nostra sollecitazione in questo senso e li ringraziamo. Le chiese domestiche è la strada che vogliamo percorrere soprattutto per chi fra di noi è isolato e non trova una comunità cristiana adeguata nelle sue vicinanze.

Leggete o scaricate questo numero qui

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Rigidità e Firma fides

Rigidità e Firma fides

Considerazioni iniziali

Due considerazioni iniziali. Leggo l’ennesima omelia a Santa Marta di Papa Francesco, che lamenta l’eccessiva “rigidità” di certi credenti che, a suo dire, non vivono la loro fede nella tranquillità del quotidiano e pretendono, guarda un po’, che tutti osservino la legge.

Prende come esempio della rigidità il figlio maggiore della parabola del figliol prodigo.

La lettura mi sconcerta un po’. Perchè a mio parere è una lettura troppo semplificata e che si presta ad ambiguità e fraintendimenti.

E’ certo infatti che il figlio maggiore della parabola non è un’esempio di accoglienza nei riguardi del figlio minore. Ed è anche certo che il cristiano è chiamato ad essere misericordioso verso la persona che sbaglia come il padre della parabola. Ma, per l’appunto, è chiamato ad essere misericordioso verso la persona, a dare una seconda possibilità, o una terza, alla persona che sbaglia.

Ma la misericordia verso la persona, che il padre ha, ed il figlio maggiore no, secondo la parabola, non è misericordia verso l’errore. L’errore resta, la violazione della legge resta, è quella va condannata e denunciata per quello che è.

Figlio…

Il messaggio di risposta del padre al figlio maggiore è chiaro (cito a memoria, perdonatemi se manca qualcosa).

Figlio, tu sei sempre con me (ovvero sei sempre stato fedelmente sotto la mia legge) e tutto quello che è mio è anche tuo (ovvero se sei sotto la mia legge non solo per obbedienza ma per amore alla mia persona, non senti il bisogno di altro, di altre cose o di altro riconoscimento), ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato.

Cosa significa? Che il padre sa che il figlio minore ha violato la legge, vivendo da guadente, dilapidando le ricchezze donategli dal padre, nella dissolutezza anche sul piano sessuale (non anche forse ma soprattutto visto che si tratta della dimensione più intima della persona). Il padre però è misericordioso e dice al figlio minore: hai violato la legge, saresti meritevole di condanna, ma poichè ti sei pentito, ti sei convertito, hai cambiato radicalmente la tua strada, allora ti dono, e sono felicissimo di donartela, una seconda possibilità. E poi dice al figlio maggiore, quello obbediente alla legge: come rispetti la mia legge, cerca di imitare il mio comportamento.

L’ambiguità

Qui sta l’ambiguità di certi messaggi. Perchè nella lettura quotidiana di moltissimi credenti, cattolici e non, la parte che io ho messo in neretto (poichè ti sei pentito, ti sei convertito, hai cambiato radicalmente la tua strada) viene completamente cancellata.

Si mettono di fronte ai nostri occhi comportamenti contro la legge di Dio, completamente sbagliati e si dice che dobbiamo perdonarli. Ma non si possono perdonare i comportamenti contro la Legge di Dio! Si possono e si debbono perdonare le persone che li hanno, ma se rispettano i requisti di cui sopra: se si pentono, se lo dichiarano come fa il figlio minore della parabola, se cambiano la loro strada, se dichiarano di non voler peccare più!

Neppure uno iota della legge perirà, lo dice Gesù nel Vangelo, non uno qualsiasi, e nemmeno un papa può derogare da questo, o far finta che non sia scritto. O, peggio ancora a mio modo di vedere, sapendo che questa è la Verità, lasciar intendere altro.

Allora, è giusto dire che occorre non essere rigidi come il figlio maggiore della parabola; che occorre sforzarsi di essere misericordiosi come il Padre (sforzarsi, perchè non siamo il Padre, e se eccediamo credendo di esserlo, la nostra, da santa misericordia, diventa colpevole indulgenza!, o peggio ancora indifferenza morale, indifferenza al peccato) ma la non-rigidità, il lasciare il giudizio ultimo al Padre, non ci esime dal condannare un peccato che è chiaramente contro la Legge che è espressa nella Parola di Dio, rivelata agli uomini, confermata dal Cristo! 

Firma fides

La non-rigidità si deve affiancare alla firma fides, alla fede ferma in quanto dice la Legge. Non uccidere significa non uccidere, ovvero non togliere mai la vita all’altro per tua libera scelta o decisione, perchè la vita è di Dio. E non sono mai ammesse eccezioni. Se ancora esiste la fede sulla terra non è certo grazie alle nostre teologie, è grazie al Sangue di Cristo sulla Croce, ed al sangue dei martiri nel nome di Cristo.

Grazie al sangue di chi ha vissuto dal primo all’ultimo momento della sua vita con firma fides, rivolgendo la sua speranza (devota spes) solo e soltanto al Cristo e comportandosi con misericordia (sincera caritas) verso gli altri.

La firma fides è tuttora necessaria per la salvezza. Perchè, senza di essa, senza la fede nel Cristo, la nostra non è misericordia, ma solo, perdonatemi l’espressione, carità pelosa, un lasciare alla fine le cose come stanno facendo finta che vadano bene. Allora forse non si sarà rigidi, ma sicuramente si diventerà ipocriti. E non mi sembra che Gesù ammetta l’ipocrisia per chi dice di credere in Lui e nel Padre che lo ha mandato, e ha donato la Legge agli uomini.

Il Signore accresca la nostra fede.

Amen.

Rigidità e Firma fides
Rigidità e Firma fides

Gerusalemme città di pace e di tormento

31 In quello stesso momento vennero alcuni farisei a dirgli: «Parti, e vattene di qui, perché Erode vuol farti morire». 32 Ed egli disse loro: «Andate a dire a quella volpe: “Ecco, io scaccio i demòni, compio guarigioni oggi e domani, e il terzo giorno avrò terminato”. 33 Ma bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme.

34 Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! 35 Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”»

(Luca 13)

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Giovanni Taulero (ca 1300-1361), domenicano a Strasburgo
Discorso 21, 4° per l’Ascensione

“Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina
la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto!”

Gerusalemme era una città di pace, ma anche simbolo di tormento, poiché Gesù vi ha sofferto moltissimo e lì è morto fra immensi dolori. E’ in questa città che gli dobbiamo essere testimoni, e non a parole, ma in verità, con la nostra vita, imitandolo per quanto possiamo.

Molti sarebbero volentieri testimoni di Dio nella pace, a condizione che tutto vada secondo quanto desiderano. sarebbero volentieri santi, a condizione che non ci sia nulla di difficile nell’esercizio e nell’ascesa alla santità.
Vorrebbero gustare, desiderare e conoscere le dolcezze divine, senza passare in alcuna amarezza, pena e desolazione. Quando arrivano loro forti tentazioni, tenebre, quando non sentono più Dio e la sua vicinanza, e si sentono abbandonati dentro e fuori, allora cedono, tornano indietro e non sono pertanto veri testimoni.

Tutti cercano la pace. Dovunque, con azioni e in ogni modo, si cerca la pace.
Oh! Potessimo liberarci di questa ricerca e cercare, noi, la pace nel tormento!

Là solamente nasce la vera pace, quella che resta e non finisce…

Cerchiamo la pace nel tormento, la gioia nella tristezza, la semplicità nella molteplicità, la consolazione nell’amarezza; è così che diventeremo testimoni di Dio.

Molti cercheranno di entrare e non potranno

22 Egli attraversava città e villaggi, insegnando e avvicinandosi a Gerusalemme.

23 Un tale gli disse: «Signore, sono pochi i salvati?» Ed egli disse loro: 24 «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché io vi dico che molti cercheranno di entrare e non potranno.

25 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, stando di fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici”. Ed egli vi risponderà: “Io non so da dove venite”. 26 Allora comincerete a dire: “Noi abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze!” 27 Ed egli dirà: “Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori”.

28 Là ci sarà pianto e stridor di denti, quando vedrete Abraamo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi ne sarete buttati fuori.

29 E ne verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno, e staranno a tavola nel regno di Dio.

30 Ecco, vi sono degli ultimi che saranno primi e dei primi che saranno ultimi».

(Luca 13)

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Il Signore Gesù attraversa città e villaggi, attraversa le nostre vite, insegnandoci attraverso la Sua Parola e facendo sì che, se ascoltiamo e mettiamo in pratica, ci avviciniamo con Lui a Gerusalemme, ovvero alla città dove è Dio, alla città della pace ritrovata tra Dio e l’uomo.

Se ascoltiamo e mettiamo in pratica, appunto, perchè, ci dice Gesù in questo breve passo, molti si limitano ad una vicinanza di facciata, a mangiare e a bere qualcosa in sua presenza (pensiamo a quante persone stanno al culto o a messa come se stessero al bar o ad una festa in cui ‘dovevano’ esserci ma senza un vero interesse, un vero desiderio di conversione; a quanti sacramenti ricevuti per forma o per abitudine ma senza lasciarsi trasformare dalla grazia e dallo spirito) o ad ascoltare il suo insegnamento, ma senza udire veramente, ascoltando con le orecchie, ma senza lasciarsi toccare il cuore.

A tutti costoro il Signore dirà: “Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori“. Mal-fattori, si, poichè chi non ascolta la Parola di Dio, o chi la ascolta ma non la ode, non la mette in pratica, non può pensare di essere, per così dire, in una posizione ‘neutrale’.

Non esiste la neutralità di fronte a Dio ed alla Sua Parola. O “Si” o “No”, ci dice il Cristo. Tutto il resto, anche il “forse”, anche il “Ni” che a tanti di noi così piace, non ha diritto di cittadinanza di fronte al Vangelo!

Torna quindi la minaccia della Geenna nelle parole di Gesù, la minaccia, o meglio il monito a non ritrovarsi in quel luogo dove sarà pianto e stridore di denti. La Geenna, l’immondezaio di Gerusalemme. O si considera spazzatura tutto, pur di piacere a Dio, o si verrà considerati spazzatura nel giorno del giudizio. E si finirà nella discarica che è fuori Gerusalemme, fuori dalla compagnia di Dio; perchè così si è vissuti nella vita terrena.

Gli ultimi due versetti riaprono il cuore alla speranza. Non ci sono pregiudizi da parte di Dio. L’elezione non è un pregiudizio! L’elezione da parte di Dio, si intende, non quella alla maniera umana. Si può venire da uno qualsiasi dei punti cardinali, si può ascoltare la chiamata di Dio da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno, e, se lo si fa, con la Sua Grazia, con la forza della Sua Sola Grazia, si può arrivare alla Sua tavola, si può sedere alla Sua mensa.

E molti di quelli su cui noi, umanamente, non avremmo scommesso una lira, per così dire, ce la faranno; e molti di quelli che noi, in base ai nostri preconcetti e falsi giudizi, viziati dal peccato del nostro cuore, abbiamo pensato arrivati, “santi” agli occhi di Dio, li troveremo all’ultimo posto o completamente fuori.

Ma non è cosa che ci riguardi questa. Inutile stare a preoccuparsi più di tanto di questo. A ciascun giorno basta la sua pena. Dedichiamoci piuttosto a combattere il nostro peccato, dedichiamoci all’ascolto, alla preghiera, ad una vita di conversione secondo la Sua Parola, rinunciamo ad ogni stima da parte del mondo, e quello che veramente ci occorre ci sarà dato in sovrappiù.

24 «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché io vi dico che molti cercheranno di entrare e non potranno».

Convertiamo il nostro cuore alla Sua Parola. Per essere capaci di entrare.

Amen.

Hallowed, Halloween e il Giorno della Riforma

Per una curiosa combinazione, la vigilia della festa di Ognissanti, il 31 ottobre, è anche il cosiddetto “Giorno della Riforma“, che in passato veniva celebrato in questa data fissa, al di là di quale giorno fosse della settimana. La data della celebrazione poi fu spostata dalle chiese luterane e riformate alla domenica più vicina al 31 ottobre o all’ultima domenica di ottobre.

Cosa si ricorda nel “Giorno della Riforma” o nella “Festa della Riforma”?

L’evento accaduto il 31 ottobre 1517, giorno in cui il monaco agostiniano Martin Lutero affisse le sue Novantacinque Tesi (meglio sarebbe dire “Discussione sulla dichiarazione del potere delle indulgenze”; in latino: Disputatio pro declaratione virtutis indulgentiarum) sulla porta della chiesa del castello di Wittenberg o Wuttenberg che dir si voglia.

Non c’è una “prova provata” in realtà che Lutero le abbia affisse alla porta della chiesa in quel giorno esatto, ma gli storici sono però tutti o quasi concordi che in quella data egli le abbia spedite all’arcivescovo di Magonza Alberto di Hohenzollern, al Papa Leone X, ad alcuni amici e ad altre università.

L’ho chiamata una curiosa combinazione, ma, da credente, so che Dio non ama le combinazioni, o meglio, che quello che a noi sembra dettato dal caso o da un imprevisto ha una logica nel suo piano di salvezza. E mi appare provvidenziale che la spinta decisiva data alla Riforma della Chiesa sia stata data proprio in quel giorno, la vigilia cioè del giorno in cui si celebra il rinnovamento completo della vita umana, la possibilità piena per l’uomo di rigenerarsi per la Sola Gratia di Dio, per il dono assolutamente gratuito che Egli fa alle nostre vite attraverso il sacrificio del Figlio.

La controversia aveva proprio questo al centro. La domanda se ci fossero dei meriti dell’uomo nella salvezza, se ci fossero dei meriti propri delle persone ricordate come santi e sante di Dio, ed anche se la Chiesa, intesa come potere ecclesiastico, potesse disporre di questi meriti.

Per me la risposta è ovvia, lo era, non subito in modo pienamente consapevole, anche quando ero prete!, ed è una risposta negativa. La salvezza è possibile solo e soltanto per la Sola Grazia di Dio e nessun merito vi è da parte dell’uomo, di qualsiasi uomo per la salvezza. A partire dalla madre di Dio, da Maria, che è madre di tutti i credenti, esempio grandissimo di fede a partire dal suo “Fiat“, “Avvenga di me secondo la Tua Parola” ma che deve integralmente anche essa la salvezza all’azione del Padre attraverso il Figlio che ella ha portato per nove mesi nel suo grembo di madre.

Badate, le Novantacinque Tesi (potete leggerle qui se volete) checchè molti ne dicano oggi, non sono affatto un qualcosa “proprio del tempo”, di quel tempo storicamente lontano, ma spiritualmente qui vicino, accanto a noi.

Ancora in questo Giubileo indetto dalla chiesa cattolica, che va a terminare, si parla di lucrare indulgenze, di meriti di Maria e dei Santi, di tesori della chiesa che rimettono i peccati in virtù di una offerta umana in pratiche di pietà o in denaro… Non se ne parla con i modi e gli eccessi del XVI secolo, ma tuttora se ne parla.

La Riforma non è conclusa, nè mai lo sarà io credo, finchè l’uomo sarà in questa terra a combattere con il proprio peccato. Siamo tutti chiamati a far parte del Regno di Dio, siamo tutti chiamati ad essere Santi, ma non tutti siamo Eletti da Dio. E nessuno, nessuno!, può presumere di esserlo, o pensare che senza dubbio qualcuno lo sia stato o lo sia. Solo a Dio è il giudizio, perchè solo a Dio è la gloria.

La vigilia del giorno di Ognissanti, il giorno di Halloween, sia allora il giorno in cui imploriamo dal Signore la Sua Grazia, perchè impariamo come meglio possiamo a vivere in santità di vita, perchè riformiamo, diamo nuova forma alla nostra vita, ai nostri comportamenti, alle nostre parole, perchè, in parole povere, ci convertiamo veramente e pienamente al Vangelo del Cristo Nostro Unico Signore.

Esaminiamo la nostra fede, il nostro credo, le nostre tesi (che siano dieci, novantacinque o mille poco importa) e vediamo se tutte o solo alcune ci riconducono al Cristo ed al Suo Vangelo. Esaminiamo tutto, come dice Paolo, teniamo ciò che è buono e scartiamo tutto il resto, riteniamolo come spazzatura e gettiamo quello nell’immondezzaio che è la Geena, per non esserci gettati noi, quando il Signore verrà ad esaminarci.

Amen.

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