Due monaci – il primo

Due monaci, oggi, dominano il pensiero della mia mente.

Il primo è Benedetto da Norcia, i cui ricordi architettonici sono, per l’ennesima volta nella storia, andati in polvere e cenere, tra la Valnerina, Norcia, le terre del Vettore, San Benedetto a Montemonaco, di cui sono stato parroco (la so danneggiata ma non distrutta, dai tanti fratelli che ho in quelle terre ed a cui non mi stanco di telefonare visto che mi è impossibile recarmi da loro in questi frangenti).

Chiesa di San Benedetto a Montemonaco
Chiesa di San Benedetto a Montemonaco

Benedetto da Norcia, monaco, iniziatore del monachesimo in Occidente, scrittore di una regola cui tuttora ispiro la mia vita, che accoppia l’Ora al Labora, il riconoscimento della assoluta sovranità di Dio sulla vita e sulla storia dell’uomo (nulla e niente può esserGli anteposto!), al lavoro, alla fatica, di costruire e ricostruire ogni giorno.

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Benedetto da Norcia non si sarebbe sgomentato di fronte a quanto, ancora una volta, è successo dalle sue parti. Avrebbe ripreso a lavorare per ricostruire. Non solo le opere di pietra ma soprattutto la fede, la fiducia delle persone. Ho sentito stamani un’amica di ottanta e passi anni che abita a Montemonaco, in “zona rossa”, vicino alla chiesa di cui parlavo prima che mi diceva appunto questo, della fatica che si va, dopo una vita di lavoro in montagna, quando si pensa “ora mi posso finalmente riposare e godere gli ultimi anni di vita”, della fatica che si prova quando si scopre che invece nulla è deciso, che ancora si deve camminare, mettersi in cammino, ricominciare. Della rabbia che prende.

Ma alla fine dopo tutto si riprende a pregare, e si ringrazia Dio perchè ancora lo si può fare in vita, perchè la vita che ci è stata donata, e che mai si potrebbe ricostruire come si può fare con le pietre, le case, le basiliche, quella vita è ancora nostra. E possiamo ancora fare del bene, aiutando i bimbi, i nipoti, rincuorando loro, dando loro la forza di credere che si può vivere ancora anche in quei borghi, in quei paesi, su quei monti… E’ questo che sarà decisivo per la vita sui Monti Sibillini, in Val Nerina, a Visso, Ussita, Amatrice, Arquata… Dare quella speranza ai bambini, ai giovani. Fossi un governante, avessi potere decisionale, partirei dalle scuole a ricostruire, oltre che dalle chiese. Perchè senza la fede in Dio e nel futuro non si va da nessuna parte. Con le “new town” senz’anima non si va da nessuna parte, di resta nel deserto…

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Ma conosco la gente dei Sibillini e di Norcia, conosco la loro anima indomabile come le montagne che li circondano, come le Alpi del Centro Italia e so che c’è speranza. Purchè nulla si anteponga al riconoscimento della superiorità di Dio, purchè non ci si creda un Dio… come traspare da alcune dichiarazioni di certi politici che dicono”ricostruiremo tutto esattamente com’era”, che mi ricordano certe dichiarazioni alla “più bella e più grande di prima”… Perchè non si può. Illudersi che nulla sia successo e che nulla più succederà. Tante volte nella storia il terremoto ha devastato e raso al suolo quelle zone, tante volte ancora accadrà.

Ma con l’Ora et Labora, con la fede in Dio e nella sua Parola, nel Verbo fatto uomo, tutto si può.

20 Allora Giobbe si alzò, si stracciò il mantello, si rase il capo, si prostrò a terra e adorò dicendo:

21 «Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo tornerò in grembo alla terra; il SIGNORE ha dato, il SIGNORE ha tolto; sia benedetto il nome del SIGNORE».

22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nessuna colpa.

(Giobbe 1)