Li chiamò, lo seguirono (Matteo 4,18-22)

18 Mentre camminava lungo il mare della Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone detto Pietro, e Andrea suo fratello, i quali gettavano la rete in mare, perché erano pescatori. 19 E disse loro: «Venite dietro a me e vi farò pescatori di uomini». 20 Ed essi, lasciate subito le reti, lo seguirono.

21 Passato oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni, suo fratello, i quali nella barca con Zebedeo, loro padre, rassettavano le reti; e li chiamò. 22 Essi, lasciando subito la barca e il padre loro, lo seguirono.

(Matteo 4)

bibbiaaperta

Li chiamò, lo seguirono. Questa è la dinamica della salvezza. Non ne esiste una alternativa. La Parola chiama, l’uomo sceglie di seguirla o di non seguirla.

Se l’uomo, l’umanità accoglie la Parola, ne segue i precetti, ne e-segue i comandamenti, si rcionosce come chiamato, riconosce che solo in quella voce del Verbo che lo chiama vi è salvezza, allora per volontà di Dio è dato che sia salvato.

Se non lo fa, il contrario. E’ perduto, si perde.

Il giorno del giudizio finale, dice tutta la Scrittura, lo dice ancora più chiaramente Gesù, non ci sono tre o più alternative. Due sole. O sarai salvato e sarai per sempre nella Sua gloria, figlio nel Figlio anche per l’eternità. O sarai perduto per sempre.

O destra o sinistra. O nella gioia eterna o nella dannazione eterna. O salvato o dannato. Tertium non datur.

E allora, fratello, sorella, smettiamola di cercare compromessi. Non esiste compromesso in Dio. O si, o no. O ti alzi dalle tue certezze, dalle tue reti e lo segui, e ti lasci pescare e peschi sulla Sua Parola. O non lo fai. E non pescherai altro che la tua rovina.

Che Dio non voglia.

Maranathà! 

Appianate le vie, colmate le strade…

1 Consolate, consolate il mio popolo,
dice il vostro Dio.
2 Parlate al cuore di Gerusalemme e proclamatele
che il tempo della sua schiavitù è compiuto;
che il debito della sua iniquità è pagato,
che essa ha ricevuto dalla mano del SIGNORE
il doppio per tutti i suoi peccati.

3 La voce di uno grida:
«Preparate nel deserto la via del SIGNORE,
appianate nei luoghi aridi
una strada per il nostro Dio!

4 Ogni valle sia colmata,
ogni monte e ogni colle siano abbassati;
i luoghi scoscesi siano livellati,
i luoghi accidentati diventino pianeggianti.

5 Allora la gloria del SIGNORE sarà rivelata,
e tutti, allo stesso tempo, la vedranno;
perché la bocca del SIGNORE l’ha detto».

(Isaia 40)

Strada per Castelluccio di Norcia (foto fornita da Alessandro Barchetta di Montemonaco)
Strada per Castelluccio di Norcia (foto fornita da Alessandro Barchetta di Montemonaco)

Le strade realizzate dalla mano dell’uomo, eventi naturali come il terremoto ce ne danno una dimostrazione più che plastica, sono strade destinate a crollare, a frantumarsi.

I sentieri che l’uomo disegna, nei boschi, come sui fianchi delle montagne, per la propria gloria, per l’ansia di mostrarsi grande, sono destinati a franare, e spesso la natura li cambia, li muta, li devia, cosicchè non portano più dove l’uomo crede che debbano portare, ma in altri luoghi. Una esperienza che spesso si fa in montagna, che è capitata anche a chi scrive questo blog.

Certo, strade e sentieri crollati si possono appianare, si possono rettificare, le buche si possono riempire. Ed è un lavoro che va fatto, a beneficio di tutti, quando queste strade servono al lavoro, sono al servizio dell’operosità di una terra e di chi ci vive.

Ma la fragilità delle strade umane deve farci riflettere. Anzitutto sulla solidarietà, sulla forza della comunità. Perchè ci vogliono, entrambe, per ricostruire. Non si può, da soli, riadattare una strada perchè molti ci camminino. Si deve lavorare assieme, costruire assieme, fidarsi l’uno dell’altro, mettere in comune quel magari poco che si ha, che così si trasforma in molto.

Ma non basta. Occorre anche, oltre che fidarsi, af-fidarsi, ciascuno, a Dio, perchè guidi la nostra opera, perchè la indirizzi nel modo opportuno, perchè l’opera di ricostruzione sia rispettosa della natura, che è parte della Creazione; e così facendo sia rispettosa di Chi della Creazione è l’Autore, unico ed irripetibile.

Perchè la bellezza, il fascino incredibile di un luogo è merito di Dio, sempre, e mai dell’uomo che ne è un semplice custode; dai tempi dell’Eden l’uomo, l’umanità, è la custode della Creazione, il suo guardiano.

Quanti tradimenti invece di questa bellezza eterna… Quanti sfregi operati, questi si, dall’uomo che della natura si fa e si crede padrone, anzichè custode, che pretenderebbe di asservire la natura ai suoi scopi… e non vale solo per le strade questa considerazione…

Lo sfregio della Sibilla: la strada che porta in cima | © Nicola Pezzotta. All rights reserved.
Lo sfregio della Sibilla: la strada che porta in cima | © Nicola Pezzotta. All rights reserved.

Prima che le strade umane, i sentieri umani allora, prima di ricostruire queste e questi, occorre ricostruire se stessi, vedere dentro di noi qual’è il nostro orientamento, verso la natura, verso la Creazione, verso Dio.

Perchè quello che ora è un tempo di Avvento, un tempo di attesa, un tempo di ricerca di soluzioni, un tempo di percorsi faticosi si trasformi nel tempo di nuova nascità che sarà, ma gia è, il Natale. Un tempo di ricostruzione, un tempo di rinascita, un tempo di grazia.

Ma facendo attenzione. Se non si ricostruisce prima sè stessi, il tessuto connettivo di sè stessi, se non si ricostruisce prima la comunità, la consapevolezza di essere uomini e donne in cammino insieme, si rischia di disperdere ancora le proprie forze.

La grazia di Dio non è mai mancata e non mancherà mai agli uomini; siamo noi che “manchiamo” verso Dio,ma che, per nostra fortuna e per nostra salvezza “manchiamo” a Dio, molto più spesso, purtroppo, di quanto Egli non manchi a noi.

Egli ci vuole, ci vuole salvi, ci vuole rialzati!

8 Così parla il SIGNORE:
«Nel tempo della grazia io ti esaudirò,
nel giorno della salvezza ti aiuterò;
ti preserverò e farò di te l’alleanza del popolo,
per rialzare il paese,
per rimetterli in possesso delle eredità devastate,
9 per dire ai prigionieri: “Uscite”,
e a quelli che sono nelle tenebre: “Mostratevi!”
Essi pasceranno lungo le vie
e troveranno il loro pascolo su tutte le alture;
10 non avranno fame né sete,
né miraggio né sole li colpirà più;
poiché colui che ha pietà di loro li guiderà,
li condurrà alle sorgenti d’acqua.
11 Io trasformerò tutte le mie montagne in vie,
le mie strade saranno elevate.
12 Guardate! Questi vengono da lontano;
ecco, questi altri vengono da settentrione e da occidente,
e questi dal paese dei Sinim».
13 Esultate, cieli,
e tu, terra, festeggia!
Prorompete in grida di gioia, monti,
poiché il SIGNORE consola il suo popolo
e ha pietà dei suoi afflitti.

(Isaia 49)

Beati gli occhi che vedono le cose di Dio! (Luca 10,21-24)

21 In quella stessa ora, Gesù, mosso dallo Spirito Santo, esultò e disse: «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli! Sì, Padre, perché così ti è piaciuto!

22 Ogni cosa mi è stata data in mano dal Padre mio; e nessuno sa chi è il Figlio, se non il Padre; né chi è il Padre, se non il Figlio e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo».

23 E, rivolgendosi ai discepoli, disse loro privatamente: «Beati gli occhi che vedono quello che voi vedete! 24 Perché vi dico che molti profeti e re hanno desiderato vedere quello che voi vedete, e non l’hanno visto; e udire quello che voi udite, e non l’hanno udito».

(Luca 10)

bibbiaaperta

Scrive il fratello ed amico teologo Robert Cheaib, a proposito del brano di Evangelo che ascoltiamo e sui cui preghiamo oggi, martedì della prima settimana del tempo di Avvento:

«Che cosa ti serve disputare intorno ai profondi misteri della Trinità, se poi ti manca l’umiltà, senza la quale non riesci gradito alla Trinità?», così scriveva l’autore dell’Imitazione di Cristo, esortando non certo all’ignoranza, ma all’autenticità e alla coerenza tra mente e cuore.

Non è il sapere ciò che si frappone fra l’uomo e Dio. Cristo, in fondo, è la sapienza di Dio. Sono la presunzione e l’orgoglio a ostacolare l’accesso alla vera conoscenza di Dio perché il Padre è conosciuto da chi è conforme al Figlio e il Figlio è mite e umile di cuore.

L’affermazione di Gesù al versetto 21 non è rimprovero a chi è sapiente o intelligente, ma a chi, pur avendo avuto questi doni dal Signore, pure non vede, non vuole vedere, il disegno di Dio sulla Creazione e sull’uomo.

Viceversa, la lode di Gesù ai ‘piccoli’ non è un’elogio all’ignoranza ed al non sapere, ma l’affermazione che non è l’essere ‘piccolo’ in questo senso che blocca l’accesso al Regno di Dio, ma il non sapersi riconoscere piccolo, umile, peccatore di fronte a Dio, al di là di quante tante o poche ricchezze si posseggano nel proprio umano essere.

Noi abbiamo avuto in dono la Rivelazione, abbiamo avuto in dono il Cristo, il Figlio di Dio, abbiamo avuto avuto in dono il Vangelo! Eppure a volte sembriamo non rendercene conto, non esserne consapevoli! Per orgoglio, per presunzione, perchè ricerchiamo grandezza e considerazione solo umana.

Bene dice Gesù, privatamente, nel cuore, ai suoi discepoli:

Beati gli occhi che vedono quello che voi vedete!

Lo vediamo? Vediamo “che siamo stati visitati”? Abbiamo il nostro sguardo, i nostri passi, il nostro cuore, fissi verso la celeste Gerusalemme?

Interroghiamoci oggi su questo, nella preghiera del giorno.

Alleluia, alleluia.
Ecco, viene il Signore nostro Dio
con potenza grande,

illuminerà gli occhi dei suoi servi.
Alleluia.

Maranathà!

Signore, io non sono degno (Matteo 8,5-13)

5 Quando Gesù fu entrato in Capernaum, un centurione venne da lui, pregandolo e dicendo: 6 «Signore, il mio servo giace in casa paralitico e soffre moltissimo».

7 Gesù gli disse: «Io verrò e lo guarirò».

8 Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito.
9
 Perché anche io sono uomo sottoposto ad altri e ho sotto di me dei soldati; e dico a uno: “Va'”, ed egli va; e a un altro: “Vieni”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo”, ed egli lo fa».

10 Gesù, udito questo, ne restò meravigliato, e disse a quelli che lo seguivano: «Io vi dico in verità che in nessuno, in Israele, ho trovato una fede così grande! 11 E io vi dico che molti verranno da Oriente e da Occidente e si metteranno a tavola con Abraamo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, 12 ma i figli del regno saranno gettati nelle tenebre di fuori. Là ci sarà pianto e stridor di denti».

13 Gesù disse al centurione: «Va’ e ti sia fatto come hai creduto». E il servitore fu guarito in quella stessa ora.

(Matteo 8)

bibbiaaperta

Signore, io non sono degno, ma dì soltanto una Parola. Il Signore una Parola ha detto, ad una Parola siamo chiamati ad obbedire, e solo a quella. E ci verrà dato, se crediamo davvero, infinitamente di più di quello che possiamo immaginare. A volte non capiremo perchè e come, perchè in quel modo. Occorre fare come il centurione, che non fa altro che fare come Maria a Cana, lascia fare a Dio. Fate quello che vi dirà… Dì soltanto una parola… Avvenga di me secondo la Tua Parola.

Al Signore la Parola, a noi l’obbedienza e la salvezza per la sola fede. 

Amen.

Maranathà!

Guerrico d’Igny (ca 1080-1157), abate cistercense
Discorso 3 per l’Avvento, 2; SC 166, 123

« Gli venne incontro un centurione »

O vero Israele, sii pronto ad andare incontro al Signore! Non soltanto sii pronto ad aprirgli quando arriverà e busserà alla porta, ma anche vagli incontro allegramente e gioiosamente mentre è ancora lontano e, avendo, per così dire, piena fiducia per il giorno del giudizio, prega con tutto il cuore che venga il suo regno… Possa cantare la tua bocca: « Saldo è il mio cuore, o Dio, saldo è il mio cuore ! »…

E tu Signore, vieni incontro a me, che ti vengo incontro! Non potrò infatti, nonostante tutti i miei sforzi, elevarmi fino alla tua altezza, se tu, chinandoti, non stendi la tua destra all’opera delle tue mani.
Vienimi dunque incontro e vedi se non percorro una via di menzogna; e se troverai in me una via di menzogna che ignoro, allontanala da me e abbi pietà di me, guidami sulla via della vita, che è Cristo, perché lui è la via dove si cammina e l’eternità alla quale si giunge, via immacolata e dimora beata.

[Riferimenti biblici: Am 3,12 ; Lc 12,36 ; Lc 14,32 ; 1 Gv 4,17 ; Sal 57,8 ; Gb 14,15 ; Sal 139,24]

Suggerimenti per la preghiera e la lettura biblica della settimana

Per la settimana che va da domani, lunedì 28 novembre, a domenica 4 dicembre 2016, II del Tempo Liturgico di Avvento, a cura come sempre del fratello pastore Elpidio Pezzella, cui va il mio ringraziamento. 

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L’Eterno mi conosce

«Tu mi hai investigato, o Eterno, e mi conosci»

Salmo 139:1

I testi dei Salmi sono capaci di cogliere e raccogliere i nostri pensieri più intimi e profondi. Se l’incipit del salmo recita: «Tu mi hai investigato, o Eterno, e mi conosci», la parte finale dice: «Investigami, o Dio, e conosci il mio cuore…». Non solo siamo conosciuti dal Signore, ma c’è un desiderio di voler essere investigati nell’anima. Occorre coraggio per chiedere a Dio di metterci a nudo ed investigarci per vedere se c’è qualcosa in noi che non va. La tendenza solita è quella di nascondersi, o tutt’al più chinare il capo dinanzi a Dio, come fece il pubblicano, sulla porta del tempio, per implorare “Abbi pietà di me”. Attualmente è diffuso il pensiero presuntuoso di dichiarare che Dio ci conosce, ci investiga, ma ci ama così come siamo, peccatori iniqui. Vero è che Lui ci ama così, ma è altrettanto vero che non ci vuole “iniqui”. Le parole del Salmo conducono a comprendere, non solo, che la Sua presenza non ci lascia e non ci abbandona, ma anche come il Suo sguardo sia sempre su noi. Egli è l’Emmanuele, l’Iddio con noi, Colui che ci conduce per sentieri di giustizia e lungo pascoli verdeggianti. La domanda è se lo crediamo e se ne abbiamo la consapevolezza o, invece, viviamo una fede ipocrita basata su di una persuasione più che su una certezza.

Piangere

È la prima modalità espressiva di ogni nato, considerato segnale di vitalità e principale comunicazione nelle prime fasi della vita. Una volta cresciuti le lacrime divengono sinonimo di dolore e sofferenza. Difficilmente il pianto ci ricorda momenti felici, anche se questi hanno conosciuto lacrime dolcissime di commozione e gioia. Quando penso al pianto e alle lacrime che si versano soprattutto nel silenzio o nel segreto, mi sovviene la il Salmo 6: «l’Eterno ha dato ascolto alla voce del mio pianto» (verso 8). Dio ascolta il nostro pianto, non il singhiozzare. Mi piace pensare che le lacrime giungono a Lui come parole. Gli occhi che non hanno mai versato lacrime non possono comprendere quel che si prova quando si attraversa il deserto del silenzio. Eppure il salmo 30 ci ricorda che non si piangerà per sempre. Come ogni notte lascia la scena al giorno, alle lacrime seguirà la gioia. E quando la gioia arriva dopo il pianto sarà accompagnata di grida. Confida pure nel tuo Dio, perché «quelli che seminano con lacrime, mieteranno con canti di gioia» (Salmo 126:5).

bibbiaaperta

Lettura della Bibbia

28 novembre  Osea 8-9; Tito 1-2

29 novembre  Osea 10-11; Tito 3; Filemone

30 novembre  Osea 12-13; Ebrei 1-2

01 dicembre   Osea 14; Gioele 1; Ebrei 3-4

02 dicembre   Gioele 2-3; Ebrei 5-6

03 dicembre   Amos 1-2; Ebrei 7-8

04 dicembre   Amos 3-4; Ebrei 9-10

Le Beatitudini, da Rino Gaetano a Bonhoeffer…

Un regalo per l’Avvento, una bella ed originale meditazione sul Sermone della Montagna del fratello Paolo Brancè; mentre mi scuso con lui per il tempo che ci ho messo a leggere ed apprezzarla. Ma ne è valsa la pena, e mi fa piacere condividerla con voi.

Mentre attendiamo il Regno, meditiamo insieme sulle caratteristiche (i “beati”) che dobbiamo assumere per esserne parte, secondo la Sua volontà.

Buona lettura… ed anche buon ascolto!

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E Dal Monte Il Signore Parlo’: “Beati I Poveri In Ispirito

Le Beatitudini, Ovvero Il Carattere Straordinario Del Discepolo Di Gesu’ (Matteo 5:1-12)

Alla fine degli anni ’70 il Giullare della Canzone d’autore italiana, Rino Gaetano, morto tragicamente il 2 giugno del 1981, scrisse una canzone particolarmente provocatoria come era suo stile fare, titolata “Le Beatitudini“.

Edita nell’album “Gianna e le altre” pubblicato nel 1988, “le Beatitudini” sono parole musicate infocate rivolte contro un sistema di potere e di prevaricazione che danneggia le classi deboli, meno abbienti e i “cafoni” per usare un termine molto caro a Silone.

In alcuni passaggi il testo recita nel seguente modo:

…Beati sono i ricchi perché hanno il mondo in mano
Beati i potenti e i re e beato chi è sovrano
Beati i bulli di quartiere perché non sanno ciò che fanno
Ed i parlamentari ladri che sicuramente lo sanno
Beata è la guerra, chi la fa e chi la decanta
Ma più beata ancora è la guerra quando è santa

La canzone finisce in maniera burlesca, goliardica:

…Beata la mia prima donna che mi ha preso ancora vergine
Beato il sesso libero si ma entro un certo margine
Beati i sottosegretari, i sottufficiali
Beati i sottaceti che ti preparano al cenone
Beati i critici e gli esegeti di questa mia canzone“.

Testo di grande, straordinaria attualità, esso assume un fascino accattivante,grazie alla sua voce graffiante e a un ritmo musicale, che richiama alla mente le classiche marce militari, quasi a invitare l’ascoltatore a un impavida ribellione contro chi si grazia alle spalle dei disgraziati. L’Istrione della Canzone d’autore fa risaltare ironicamente la condizione “felice” dei potenti, come “paradigma” di una imperitura beatitudine laicamente terrena conquistata con l’inganno e con la frode.

Contro questa cultura delle beatitudini laicamente e cinicamente intesa si afferma la controcultura cristiana delle Beatitudini. Il tema cristiano delle Beatitudini è sviluppato ampiamente nell’Evangelo di Matteo ( l’Evangelo di Luca lo riporta in maniera più succinta). Esso è il leitmotiv del cosiddetto Sermone sul Monte, che Gesù pronunciò durante la sua attività pubblica. In realtà, esso racchiude una serie di insegnamenti gesuani, una vera e propria collezione di predicazioni pubbliche riguardante il carattere eccezionale del discepolo, che Gesù pronunciò in diverse occasioni e che sono stati strutturati da Matteo come se fosse un unico sermone.

Beato Angelico, Beatitudini
Beato Angelico, Beatitudini

Si può dire che è il manifesto programmatico del discepolato (cfr. Luca 4:16-19), teso a fare risaltare il carattere, il comportamento e i doveri del discepolo del Signore. Non è un codice universale, che investe l’intera ecumene, ma l’uomo che si mette alla sequela di Gesù. Non è un’etica generale, un modello di vita morale per la società, ma imperativi validi per chi s’incammina, e segue le orme di Gesù : solo chi accetta il giogo leggero dell’autorità di Gesù è chiamato ad applicare liberamente e responsabilmente le sue esigenze etiche .

Tuttavia, se il “Discorso della montagna” è il più conosciuto delle parole dette da Gesù, è anche il meno obbedito. Alcuni dicono che esso è un ideale di vita utopico, irrealizzabile nella vita intraterrena, ma che rimanda a quella ultraterrena. Una simile concezione porta a un pericoloso lassismo morale del discepolo. Al contrario, le esigenze etiche di Gesù lo impegnano qui ed ora, pur nella sua imperfezione, sperimentando quel rinnovamento della mente, che lo allontanano gradualmente dallo stato naturale di un modo di vivere alieno a Dio, e lo avvicinano alla eterna Società di Dio (La Città di Dio), in cui l’uomo è amico di Dio e servo dell’uomo (cfr. Giov.13:34-35).

Le beatitudini evangeliche rivelano la personalità del discepolo di Gesù, potremmo dire la sua “Carta di identità”. Esse sono le qualità dello stesso gruppo,cioè poveri, miti, misericordiosi, affamati e assetati di giustizia, portatori di pace e perseguitati. Essi non sono un gruppo elitario, che si differenzia dagli altri cristiani, ma sono proprio ciò che l’intera totalità di cristiani deve essere.

Se noi potessimo viaggiare nel tempo, usufruendo della macchina del tempo degli “scienziati” disneyani Zapotec e Martin,che solitamente mandano a passeggiare nelle ere passate il saggio Topolino e l’ingenuo Pippo, potremmo essere catapultati in una collina della Galilea, forse in prossimità della città di Capernaum, dove Gesù aveva la sua sede, e cogliere uno dei momenti più suggestivi della predicazione di Gesù nell’atteggiamento di un Rabbi, che, seduto, ammaestra solennemente i suoi discepoli di fronte a una folla che lo segue, avendo visto o sentito che è un uomo di grande carisma taumaturgico e abile e incisivo divulgatore del Regno dei Cieli che si è notevolmente approssimato. Gesù vede la folla che aspetta di ricevere parole di speranza rinnovatrice, ma vede anche i suoi discepoli a cui rivolgerà quelle parole di vita che tanta presa avranno negli anni a venire …, quei discepoli che hanno rinunciato a tutto, in virtù della sua chiamata, soffrendo privazioni:

… Sono i più poveri tra i poveri, i più tentati tra gli esposti alla tentazione, i più affamati tra gli affamati. Hanno solo lui. E, con lui, nel mondo non hanno nulla, proprio nulla … Egli ha trovato una piccola comunità, e ne cerca una grande quando guarda il popolo. Discepoli e popolo formano un tutt’uno; i discepoli saranno i suoi messaggeri, essi troveranno pure degli uditori e dei credenti. Eppure, tra loro e il popolo regnerà inimicizia fino alla fine. Tutta l’ira contro Dio e la sua Parola ricadrà sui suoi discepoli ed essi saranno respinti assieme a Lui. La croce è in vista. Cristo,i discepoli, il popolo: ecco tutto il quadro della passione di Gesù e della sua comunità”. (1)

Ecco che Gesù delinea il carattere straordinario di coloro che entrano nella Città di Dio, enfatizzato dalla parola “beato”(gr.makarios).
Le otto beatitudini esaltano l’azione salvifica definitiva di Dio nella persona di Gesù e lo stile di vita che i suoi discepoli devono assumere nella sequela. Sono divisi in due grandi blocchi o strofe: la prima (vv.3-6) è incentrata sul tema della povertà e della sofferenza; la seconda (vv.7-10) riguarda l’atteggiamento del discepolo di Gesù nei confronti del prossimo). Tali beatitudini sono armoniosamente incastonate grazie alla ripetizione della frase “perché di loro è il Regno dei Cieli” (vv.3,10). E’ un modo di essere e di vivere, che stravolge il naturale e convenzionale ordine sociale.

In genere, si guarda con invidia chi ha potere, ricchezza,prestigio,non importa come siano stati acquisiti.
Ma le beatitudini di Gesù mettono sottosopra il mondo sociale e concettuale della convivenza civile e religiosa. Beati non sono, come ironicamente metteva in risalto, la ballata di Rino Gaetano, i ricchi che hanno il mondo in mano, i potenti, i re, i bulli di quartiere, i parlamentari ladri e i signori della guerra, ma i poveri, gli afflitti, gli affamati di giustizia, i miti, i costruttori di pace, i perseguitati a causa della giustizia … Costoro saranno il sale della terra e la luce del mondo … Gesù sta creando un nuovo ordine sociale, che convivrà con quello tradizionale e lo stravolgerà, a patto che i cristiani saranno poveri, affamati, afflitti, perseguitati. Se i cristiani vengono risucchiati dal mondo secolare essi si priveranno della beatitudine evangelica e godranno invece di quella secolare, che “passa presto e vola via” (Salmo 90).

Ma chi è veramente il povero, l’afflitto, l’affamato e il perseguitato per Gesù? E perché necessariamente deve avere queste qualità che nessuno invidia? Analizzando una per una le beatitudini possiamo scoprire un mondo concettuale e uno stile di vita, che può essere veramente interessante.

Innanzitutto, le beatitudini iniziano con il chiamare beati i “poveri”…. Certamente questa parola fa paura. In una situazione economica come quella attuale, la povertà spaventa, perché implica mancanza di potere e di acquisto, perdita di autonomia e di benessere. E i poveri, veramente poveri lo sanno bene. Chi è cresciuto nell’immediato dopoguerra sa cosa significhi povertà. L’uomo lotta perché acquisti e assicuri alla sua progenie una condizione economica e uno status sociale dignitosi.

Ma Gesù non sta esaltando la povertà materiale, né tantomeno l’abbandono volontario delle ricchezze come valore assoluto per essere più vicini a Dio, sebbene Gesù consideri la ricchezza una forma di oggetto divinizzato a cui l’uomo offre la sua completa dedizione (cfr.Mt19:16-26). Allora, perché Gesù considera beati i poveri? Chi sono i “poveri” del Regno? Se analizziamo l’intera frase, vediamo che Gesù parla di un tipo di povertà, quella spirituale

I “Poveri” del Regno sono coloro che, al pari del povero che manca di beni materiali e necessariamente dipende da chi può aiutarlo a sollevarsi, confessano al Signore la loro miseria spirituale, dipendendo soltanto da Lui, dalla sua premurosa cura di sollevarli dalla condizione di uomini, privi di capacità di realizzare il grande valore universale dell’amore-agape, che è il carattere di Cristo. I “Poveri del Regno” , quindi, non sono i poveri esternamente, perché essi possono essere tali e allo stesso tempo superbi, ma coloro che sono umili, consapevoli di non potersi arricchire da sé di una autentica umanità, ma da Dio che la dona in Cristo.

Essi quotidianamente combattono contro il loro orgoglio, la presunzione di potercela fare da soli, di sganciarsi da Dio, magari estrometterlo, anche se assumono e conservano una esteriore pietà religiosa. Questa povertà è richiesta da Gesù a tutti i suoi seguaci, sia che siano gente semplice, magari veramente povera, non istruita,che anche siano gente benestante e ricca, socialmente e culturalmente elevata, religiosamente influente. Mordenti sono le parole di Bonhoeffer:

…I discepoli subiscono privazioni in tutti i campi. Sono semplicemente dei “poveri”. Non hanno sicurezza, non beni da chiamare propri, non un pezzo di terra da chiamare patria, nessuna comunità terrena a cui appartiene completamente. Ma non hanno neppure una propria forza spirituale, una propria esperienza,una propria sapienza alla quale richiamarvisi, con la quale consolarsi. Hanno perso tutto questo per amore di Gesù. Quando si incamminarono dietro a lui, persero pure se stessi e così tutto ciò che avrebbe potuto arricchirli. Ora sono poveri, così inesperti, così stolti, da non avere più nulla in cui sperare tranne colui che li ha chiamati. Gesù conosce anche quegli altri, i rappresentanti e i predicatori della religione di popolo, questi potenti, rispettati, che stanno ben fondati in terra, radicati nel carattere nazionale, nello spirito del tempo, nella religiosità popolare. Non sono, però, questi, ma solo i suoi discepoli che Gesù chiama “beati, perché di loro è il regno dei Cieli”. Il Regno dei Cieli viene per quelli che, per amore di Gesù, vivono semplicemente “in privazioni e rinunce”. In mezzo alla loro povertà essi sono gli eredi del regno celeste. Essi hanno il loro tesoro profondamente nascosto, lo hanno sulla croce. Il regno dei cieli è loro promesso in gloria visibile, ed è già donato a loro nella perfetta povertà della croce ….” (2)

La seconda beatitudine esalta il discepolo che è afflitto. Egli è povero, ma anche afflitto.

Isaia 61:1-3 parla del Messia, che annuncia la salvezza ai poveri e consola gli afflitti. Di che cosa è afflitto il discepolo di Gesù? cosa lo fa piangere? Non certo, le disgrazie naturali, le quali colpiscono tutta l’intera umanità, ma il fatto di essere cristiano. Ecco il pianto e il dolore del discepolo: egli subisce le angherie e le vessazioni del mondo che cerca di eliminarlo, come hanno fatto con Gesù. Il cristiano è portatore di dolore, il dolore del peccato altrui. Come Gesù si caricò del male del mondo, anche il cristiano è afflitto dal carico doloroso della malvagità umana (cfr.Fil3:17-19). Ma il discepolo di Gesù non piange solo perché vede l’uomo corroso dal verme famelico del peccato, ma piange anche per i propri peccati.

Un aspetto inquietante del cristiano odierno è che egli non mostra un forte dispiacere per il proprio peccato. Non piange per avere ancora conficcato il chiodo dell’umiliazione nella carne di Gesù, non sente il grido straziante dell’Uomo del dolore ogni qualvolta che la sua carne è trafitta per le sue trasgressioni. Una cosa raccapricciante e che i cristiani “confessano” i propri peccati come se adempissero a una prassi rituale e cultuale, senza contrizione.

Quante appassionate sono le parole dell’Apostolo: ” Perché la tristezza secondo Dio, produce un ravvedimento che porta alla salvezza, del quale non c’è mai da pentirsi; ma la tristezza del mondo produce la morte”(2 Cor.7:10). L’afflitto piange per essere stato compunto a causa dei suoi peccati, sono lacrime che santificano, lacrime che purificano, lacrime che liberano. E’ il grido di dolore ma è anche grido di esultanza: “Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Grazie siano rese a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore (Rom7:24-25). Gli afflitti saranno da Dio consolati per la croce di Cristo.

Di grande intensità spirituale sono le parole di Bonhoeffer:

La frattura fra discepoli e popolo diviene maggiore. La schiera dei discepoli viene chiamata fuori in forma sempre più visibile. Gli afflitti sono appunto quelli che sono pronti a vivere rinunciando a ciò che il mondo chiama felicità e pace, quelli che non possono essere accordati allo stesso tono del mondo, che non possono adeguarsi al mondo. Sono afflitti a causa del mondo,della sua colpa … Nessuno comprende i suoi simili meglio della comunità di Gesù. Nessuno ama i suoi simili più dei discepoli di Gesù, appunto perché sono esclusi, appunto perché sono afflitti …. La comunità dei discepoli non si scuote di dosso il dolore come non la toccasse per nulla, ma lo porta. E su questo si fonda la comunione con gli altri uomini ….. La comunità non cerca arbitrariamente il dolore, che non si ritira per un arbitrario disprezzo dal mondo, ma porta ciò che le viene imposto, ciò che le tocca per amore di Gesù Cristo, mentre lo segue. Ed infine, i discepoli non vengono piegati, logorati, amareggiati dal dolore, in modo da esserne spezzati. Anzi, portano il dolore loro imposto solo per la forza di colui che sulla croce porta tutto il dolore. Come “portatori di dolore” si trovano in comunione con il Signore crocifisso. (3)

Il discepolo di Gesù, oltre ad essere povero e afflitto, è anche mite. La terza beatitudine ricalca una citazione veterotestamentaria, precisamente il versetto 11 del salmo 37: …”gli umili erediteranno la terra”. Il termine greco “praeis” è tradotto con la parola “mite”,ma significa anche “umile” e coincide con la prima beatitudine. Il vocabolo è presente nel NT in Matteo, oltre che in 1^Pietro3:4, ed è riferito a Cristo, il quale, in armonia con Zaccaria 9:9 entra su una cavalcatura in Gerusalemme come un re benigno e mite (Mt21:5). Egli è anche presentato come benigno/mite e umile di cuore (Mt11:29).

I miti sono coloro che portano il giogo leggero di Gesù. Alla persecuzione e alla oppressione i discepoli di Gesù oppongono la mitezza, ossia la mansuetudine, la pazienza nel sopportare le ingiurie. Il cristiano non è un vigliacco, uno senza nerbo, lo zerbino del mondo, ma è colui che ha rinunciato alla malizia, al furore della vendetta. La mansuetudine cristiana non coincide con la debolezza ma con il vigore e con la fermezza. Essi sono coloro i quali non fanno uso della violenza per rivendicare i loro diritti, ma ripongono la loro fiducia nel Signore per ottenere quello che gli è dovuto. Essi sono coloro che erediteranno la terra. Essa in questo eone è in mano ai prepotenti, ai potenti, ai violenti. Tuttavia, la terra è creazione di Dio ed essa sarà data ai mansueti nel momento in cui il Signore rigenererà la terra, con la palingenesi, ossia con la ri-creazione di “nuovi cieli e nuova terra” (Ap,21:1). Il modo di vivere di Cristo è diverso dal modo di vivere del “mondo”: il discepolo di Gesù va dietro al Suo Maestro, portando su di sé il giogo leggero della mansuetudine del Signore.

… Nessun diritto proprio protegge questa comunità di stranieri nel mondo. Non lo pretende nemmeno, perché i miti di cuore sono coloro che vivono rinunciando ad ogni proprio diritto per amore di Gesù Cristo. Se li si rimprovera tacciono, se si usa loro violenza la sopportano, se li si caccia cedono. Non fanno processi per difendere il proprio diritto, non fanno chiasso se subiscono ingiustizia. Non cercano il proprio diritto. Voglio lasciare ogni diritto a Dio; non cupidi vindictae, diceva la chiesa antica ……. La terra appartiene a questi uomini senza diritti, impotenti. Quelli che ora la occupano con violenza e ingiustizia la perderanno; e quelli che qui hanno completamente rinunziato, che erano miti fino alla croce domineranno sulla nuova terra. Non si tratta qui di pensare ad una giustizia punitiva di Dio in terra, ma quando il regno dei cieli sarà istaurato, la forma della terra sarà rinnovata e sarà la terra della comunità di Cristo. Dio non abbandona la terra. Egli l’ha creata. Ha mandato Suo Figlio in terra. Ha edificato la Sua comunità in terra. Così il Regno incomincia già in questo tempo. Un segno è stato dato. Già qui agli impotenti è data una parte di terra, hanno la chiesa, la comunità, i loro beni, fratelli e sorelle, in mezzo alla persecuzione fino alla croce. Anche il Golgota è un pezzo di terra. Da Golgota, dove il più mite morì, parte il rinnovamento della terra. Se viene il regno dei cieli, i miti possederanno la terra (4).

Il carattere complessivo del discepolo di Gesù nel suo rapporto con Dio si completa con la quarta beatitudine: “Beati gli affamati e gli assetati di giustizia per saranno saziati”. Di quale giustizia Gesù sta parlando? Della giustizia puramente sociale? Assolutamente no. La giustizia di cui Gesù si fa paladino adempiendola pienamente è la giustizia di Dio, ossia la giustificazione, la corretta relazione del credente con Dio. E questa giustizia è donata attraverso la fede in Cristo , poiché egli è il termine della legge, per la giustificazione di tutti coloro che credono (Rom10:4).

E’ interessante notare come le prime quattro beatitudini seguono una stupenda logica progressiva: coloro che sono poveri,afflitti,mansueti, sono anche affamati e assetati di giustizia. La povertà del discepolo porta il discepolo a chiedere al Signore di arricchirlo con il suo Spirito di santità. Ciò porta a soffrire per il proprio peccato e per il peccato del proprio compagno di umanità e a ingentilirsi della gentilezza di Gesù, ricercando continuamente la giustizia di Dio, la comunione con Cristo. Ecco, il discepolo è affamato e assetato di giustizia, di vestirsi del carattere morale e spirituale di Cristo. L’etica esatta da Dio che impegna il suo popolo viene radicalizzata e amata dal discepolo di Gesù, che si è messo alla sua sequela. E’ finito il tempo di creare sistemi cavillosi di pensiero interpretativo dei comandamenti divini, che hanno causato l’affermazione di un popolo di adoratori formali, che onorano Dio con le labbra, ma il cuore è ben lontano da una onesta adorazione. Adesso la legge è scritta nel cuore dei discepoli di Gesù. Egli è il loro Dio ed essi sono il suo popolo (Ger.31:33) Chi ha fame ed è assetato di giustizia sappia che è saziato qui ed ora ed avrà il completo appagamento quando il Regno dei Cieli si affermerà definitivamente.

L’impegno etico del discepolo di Gesù non è solamente personale e privato, ma diventa anche azione sociale. Egli si impegna anche per una giustizia sociale. Chi si mette alla sequela di Gesù non può non esimersi dal lottare per la liberazione dell’uomo dall’oppressione, dalle prevaricazioni, invocando i diritti civili, la giustizia nelle aule dei tribunali, l’integrità e l’onestà negli affari. I Cristiani sono affamati e assetati di giustizia nella comunità sociale di quella giustizia che è gradita al Signore. Certamente il mondo andrà per la sua strada e non può essere completamente rinnovato, ma il discepolo di Gesù è chiamato a operare in misura di quello che realmente può fare. Ciononostante, tra i cristiani si registra un calo di appetito se non una vera e propria inappetenza. La giustizia di Dio non è un dono che lo esime dall’agire. Al contrario, il vero discepolo del Signore è continuamente affamato e assetato di giustizia: il dono della giustizia in Cristo da parte di Dio richiede una costante, appassionante azione etica in armonia con le esigenze presentate Da Gesù nel discorso della Montagna. E’ errato pensare che avere fame e sete voglia solo dire aspirare, perché l’insistente appetito del discepolo di Gesù porta necessariamente a darsi da fare, non per le sue intrinseche, naturali qualità morali, perché non ne ha, ma per il fatto che è alla sequela di Gesù.Chi si adopera intensamente, ha bisogno di una spinta interiore che extra nos, è fuori dalla natura umana,è data da quel Signore che il discepolo sta seguendo e con il quale è in continua comunione. Ecco che prepotentemente il discepolo di Gesù ha davanti ai suoi occhi la prima beatitudine: “beati i poveri in spirito, perché di loro è il Regno dei Cieli”.

… Chi segue Cristo non vive rinunciando solo al proprio diritto, ma persino rinunciando alla propria giustizia. Con le proprie azioni e con i propri sacrifici non si acquista nessuna gloria propria. Non si può ottenere giustizia se non essendone affamato e assetato; né giustizia propria né giustizia di Dio in terra;lo sguardo del seguace è sempre rivolto alla futura giustizia di Dio, ma non può crearla lui stesso. Chi segue Gesù sarà affamato e assetato durante il cammino. Desidera perdono dei peccati e totale rinnovamento della terra e perfetta giustizia di Dio. …
Colui che egli segue deve morire maledetto sulla croce… seguendo Gesù, il discepolo è beato in questo cammino perché gli sarà promesso che sarà saziato. Otterrà giustizia, non solo a parole; sarà fisicamente saziato di giustizia. Mangerà il pane della vera vita nella futura Cena con il suo Signore. E’ beato per questo futuro pane; perché lo ha già qui presente. Colui che è il pane della vita è in mezzo ai suoi discepoli, in tutta la loro fame. Ecco la beatitudine dei peccatori.”
(5)

Con la quinta beatitudine inizia la seconda strofa delle beatitudini (7-10).

Cosa significa essere misericordiosi? (gr.eleèmones)

La parola misericordia suggerisce il carattere compassionevole del discepolo di Gesù: essere misericordiosi significa essere compassionevoli verso i nostri compagni di umanità che sono nelle necessità. I misericordiosi sono i Figli del Regno che in qualche modo si caricano del dolore, delle sofferenze, della miseria del prossimo. E’ interessante che Gesù non specifica la categoria di persone verso cui il discepolo è chiamato a essere misericordioso. Può essere qualcuno che è caduto in disgrazia, come il viandante, che da Gerusalemme si reca a Gerico e che si imbatte nei ladroni lasciandolo mezzo morto e a cui il Samaritano ha mostrato misericordia o dei poveri materialmente intesi, degli ammalati o dei cosiddetti “rifiuti della società” sui quali Gesù stesso ha riversato la sua compassione, o perfino coloro che ci fanno torto verso i quali invochiamo giustizia per la punizione, ma allo stesso tempo misericordia per il perdono.

I Cittadini del Regno applicano la legge divina della misericordia: come il Signore è misericordioso, così sono chiamati ad essere i Cristiani. In questa beatitudine riecheggia il grande insegnamento di Dio espresso da Gesù nella parabola del servo infingardo (Mt18:21.35). E’ stridente il contrasto tra l’insegnamento di Gesù sulla compassione e l’atteggiamento spesso mondano della Chiesa nel corso della sua storia, indipendentemente dal confessionalismo. Spesso l’atteggiamento secolare dell’uomo è di tragica indifferenza nei confronti del dolore e delle disgrazie umane. Il Cittadino del Secolo è più addomesticato alla vendetta che all’esercizio della misericordia.

Il Cittadino del Regno spesso trasferisce la sua cittadinanza nella Città del Secolo, divenendo spietato verso il suo prossimo. Ma le parole di Gesù sono fortemente ammonitrici: … “Se voi perdonate agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt6:14-15). La prova dell’essere stati perdonati da Dio sta nella prontezza con cui il discepolo di Gesù perdona chi gli arrecato una offesa. Vale anche per i cristiani ciò che Dio disse al suo popolo: “voglio misericordia non sacrifici”.

… Questi nullatenenti,questi stranieri, questi impotenti, questi peccatori, questi seguaci di Cristo vivono con lui ora rinunciando anche alla propria dignità, poiché sono misericordiosi. Non si accontentano delle proprie difficoltà, delle proprie privazioni, ma partecipano pure alle difficoltà altrui, alla bassezza altrui, al peccato altrui. Hanno un amore irresistibile per i piccoli, gli ammalati, i miserabili, gli umiliati e oltraggiati, per quelli che subiscono ingiustizie, per gli esclusi, per tutti quelli che si tormentano e si preoccupano, cercano quelli che sono caduti nel peccato e nella colpa. Non c’è difficoltà troppo grave, peccato troppo terribile, perché la misericordia non li cerchi. Il misericordioso dona il proprio onore a chi si è macchiato di vergogna e prende su di sé la sua vergogna. Egli si fa trovare presso i pubblicani e i peccatori e subisce volontariamente il disonore della loro compagnia. Cede il massimo bene che un uomo possa avere, la propria dignità ed il proprio onore, ed è misericordioso. Conosce solo una dignità e un onore: la misericordia del Signore, della quale sola egli vive. Gesù non si vergognò dei suoi discepoli, divenne fratello degli uomini, portò la loro vergogna fino alla morte sulla croce. Questa è la misericordia di Gesù, della quale sola vogliono vivere quelli che sono legati a lui. La misericordia del Cristo crocifisso fa loro dimenticare ogni proprio onore e dignità e cercare solo la compagnia dei peccatori. E se anche sono coperti di vergogna sono pure beati . Perché sarà fatta loro misericordia. Dio si chinerà profondamente su di loro e prenderà su di sé i loro peccati e al loro vergogna . Dio darà loro il suo onore e lui stesso toglierà loro il loro disonore. Sarà l’onore di Dio a portare l’infamia dei peccatori e a rivestirli del suo onore. Beati i misericordiosi, perché hanno per il Signore il Misericordioso. (6)

“Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. La sesta beatitudine fa risaltare la purezza del cuore del discepolo di Gesù. E’ una espressione che richiama alla mente riferimenti anticotestamentari…

Il cuore puro è una delle condizioni richiesta per l’ammissione nella liturgia della porta del tempio, secondo Salmo 24: … “Chi salirà al monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? L’uomo innocente di mani e puro di cuore, che non eleva l’animo a vanità e non giura con il proposito di ingannare” (Salmo 24:3-4). Ancora, nel salmo 15 è accentuata la purezza del credente, che è immune dallo spergiuro:. “O Signore, chi dimorerà nella tua tenda? E chi abiterà sul tuo monte santo? Colui che è puro e agisce con giustizia e dice la verità come l’ha nel cuore.” (Salmo 15:1-2)

Cosa significa la parola “cuore”? Il cuore è il centro della persona, la parte più profonda dell’Io, da cui scaturisce una spiritualità autentica. In tal caso la sesta beatitudine evidenzia la sincerità e l’integrità del discepolo di Gesù nel rapporto con Dio e con i fratelli. Esso è promessa escatologica della salvezza definitiva. Di conseguenza, viene bandita la doppiezza d’animo, caratterizzata a un tempo dalla purità ipocrita che è connessa con pure pratiche esteriori: é veramente puro colui che è purificato da ogni contaminazione morale e mantiene integro il suo rapporto con il Signore e con i suoi compagni di umanità. Nel Salmo 51 è esaltato il penitente che, schiacciato dal suo peccato, fortemente compunto lo confessa, invocando il Signore perché crei in lui un cuore puro e che nel suo intimo risieda la verità. La purezza richiesta dal Signore è in netto contrasto con la purezza cerimoniale dei Farisei (Mt 23). Gesù richiede dal suo discepolo che la saggezza regni nel suo intimo più che un formale adempimento di una giustizia legalista.

L’Io del discepolo è indiviso: da una coscienza pulita si sprigiona una forza interiore che investe ogni sua relazione esterna, da quella intellettuale, a quella rituale, da quella sociale, a quella interpersonale. Nella sua relazione con Dio e con gli uomini il discepolo di Gesù è libero dalla disonestà e dalla bugia, l’intera sua vita, pubblica e privata, è trasparente davanti a Dio e davanti agli uomini. Purtroppo, ci si accorge con profonda tristezza e costernazione che nelle chiese si aggirano parecchi cristiani portatori di maschere, che recitano un ruolo specifico in ciascuna occasione in cui si vengono a trovare.
Solo il puro di cuore vedrà Dio, adesso con gli occhi della fede, in futuro, nella Città di Dio, a faccia a faccia.

…. Chi è puro di cuore? Solo chi ha dato totalmente il suo cuore a Gesù, perché lui solo regni;chi non macchia il proprio cuore del proprio male, ma neppure del proprio bene….Chi rinuncia alle proprie azioni buone e malvagie, al proprio cuore,chi vive nel pentimento e resta unito solo a Gesù avrà un cuore puro per opera della Parola di Gesù. La purezza del cuore è qui il contrario di ogni purezza esteriore, di cui fa parte anche la purezza dei buoni sentimenti . Il cuore puro è puro dal bene e dal male, appartiene indiviso a Cristo, guarda solo a lui che precede. Vedrà Dio solo chi , in questa vita, ha guardato unicamente a Gesù Cristo, il Figlio di Dio… Vedrà Dio colui il cui cuore è divenuto specchio dell’immagine di Gesù Cristo”. (7)

“Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio”…. La settima beatitudine pone il discepolo di Gesù sulla vetta del suo stato beato … Egli è un costruttore di pace.

Ma di quale pace Gesù sta parlando? Non certo in maniera diretta di una pace civile, intraterrena, costruita con la promulgazione di specifiche leggi, perché questa è una pace esteriore, sia pure importante, ma terrena e destinata ad essere infranta. La pace (shalom), di cui parla Gesù, è la sintesi dell’azione salvifica di Dio. E’ una pace duratura, definitiva, escatologica: è la pace che godranno i cittadini del Regno. Il discepolo di Gesù annuncia questa pace, che parte da Dio, raggiunge l’uomo, che si apre alla salvezza, e si invola verso Dio che l’ha donata: l’uomo che crede si riconcilia con Dio (cfr. Rom5:1).

I costruttori di pace sono coloro che, essendosi rappacificati con Dio, sono anch’essi promulgatori di pace. E lo fanno con passione nell’ambito vitale in cui si muovono quotidianamente, la famiglia, i vicini, gli amici, gli ambienti di lavoro. E questo significa anche che i governanti cristiani possono estendere la pace di Dio all’intera nazione. Il discepolo di Gesù è portatore di pace ed è un’attività mossa dallo Spirito di Dio. Gesù stesso è portatore di una pace, che il mondo non può dare: ” Vi lascio pace, vi do’ la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato, né si sgomenti (Giov.14:27). Dio è l’autore della pace e della riconciliazione. Per questa pace Dio ha sacrificato il Figlio. E’ una pace donata con il sangue. Non è una pace che si può vendere a basso costo. Nell’Antico Testamento, il Signore è fortemente indignato perché constatava che i alcuni profeti offrivano una pace pelosa, sporca, compromessa con il peccato (cfr.Geremia 23:16-17). L’opera del discepolo di Gesù è quella di portare i peccatori a Cristo, offrire il dono della pace e della riconciliazione. Ma il discepolo di Gesù è anche foriero di pace all’interno della chiesa … Spesso vi sono conflitti, offese, ma anche dispute dottrinali di scarso rilievo che sconvolgono la pace nella chiesa. Ma questa ricerca della pace ha un alto costo, la pace si può ristabilire quando c’è vero pentimento,quando il Signore rende l’anima bianca come la neve, perché il cristiano è stato abbattuto nell’orgoglio del suo peccato e rialzato dalla forza del perdono. Per quanto riguarda le dispute dottrinali, in genere si cerca l’unità senza che la dottrina sia stata purificata dalle scorie di elementi concettuali estranei alla Scrittura.

Cercare e promuovere la pace senza purificazione, equivale a vendere la pace a basso costo. La proclamazione dell’evangelo della pace senza sequela, che costa la vita al discepolo, equivale alla vendita della fede senza pentimento.

… I seguaci di Cristo sono chiamati alla pace. Quando Gesù li chiamò essi trovarono la loro pace. Gesù è la loro pace. Ora non devono accontentarsi della loro pace, devono anche farla. Questo vuol dire rinunciare alla violenza e ribellione. Queste infatti non servono mai alla causa di Cristo. Il regno di Cristo è un regno di pace, e la comunità di Cristo si scambia il saluto di pace. I discepoli di Gesù mantengono la pace soffrendo loro stessi il male piuttosto di farne ad altri, conservano la comunione dove un altro la rompe, rinunciando all’autoaffermazione e subiscono in silenzio odio e ingiustizia. Così vincono il male con il bene. Essi diffondono la pace divina in mezzo ad un mondo che si nutre di odio e di guerra. Ma la loro pace non sarà da nessuna parte maggiore che lì dove vanno incontro al malvagio offrendogli pace e sono pronti a subire del male da parte sua. I pacifici porteranno la croce con il Signore: infatti sulla croce fu conclusa la pace. Essendo così attirati nell’opera di pace di Cristo, chiamati a partecipare all’opere del Figlio di Dio, essi stessi saranno chiamati figli di Dio” (8)

Il discepolo di Gesù, che è povero, afflitto, mansueto, affamato, misericordioso, puro, e pacifico, è soggetto ad aspre azioni repressive da parte di quella società, nella quale si muove e verso la quale indirizza il suo stile di vita e il suo messaggio di libertà. Gesù lo chiama beato. “Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il Regno dei Cieli”.

Se la società secolare si è sbarazzata di Gesù perché non gradiva affatto il suo messaggio stravolgente quei valori terreni a cui è morbosamente attaccata, tanto più lo farà con i suoi seguaci. Il discepolo di Gesù è perseguitato, perché è alla sua sequela.

Se Gesù è il compimento della Legge, i discepoli annunciano Gesù come l’autentica giustizia. Il messaggio di Gesù sovverte l’ordine dei valori, il mondo viene messo sottosopra. Ma l’uomo secolare è fortemente attaccato ai suoi valori e perseguita il seguace di Gesù, il cui messaggio mette in crisi il sistema vigente. La persecuzione contro il Cittadino del Regno è diversificata: egli è calunniato, molestato con le parole ingiuriose, ma anche battuto, imprigionato, privato dei suoi beni e persino eliminato. Come è chiamato il discepolo a reagire? Non certo con la violenza, ma con una disposizione spirituale che fa accapponare la pelle: i discepoli sono chiamati a gioire. Certamente, non è la gioia che un uomo prova, quando ha raggiunto o conquistato mete importanti nella sua vita, e non è la risata che viene suscitata dopo avere ascoltato una simpatica barzelletta o dopo esilaranti battute o azioni mimiche durante la visione di una divertente commedia. Ma la gioia, di cui parla Gesù, è uno dei frutti dello Spirito Santo (cfr. Gal.5:22), è uno stato spirituale donato dal Signore, perché si è alla sequela di Gesù. La sofferenza del discepolo scaturisce dal fatto che il discepolo è leale a Gesù e ai suoi modelli di verità e di giustizia. Abbiamo una testimonianza evangelica di questa reazione passiva alla persecuzione ed è quella data dagli apostoli, dopo essere stati battuti dal Sinedrio (cfr.Atti 5:41). Se c’è un indizio che possa avvalorare l’autenticità del discepolato è proprio il fatto che il seguace di Gesù è sempre respinto dai sistemi religiosi e politici. La persecuzione è il marchio del vero discepolato. Coloro che dicono di essere cristiani e sposano modelli culturali e stili di vita della società secolare in netto contrasto con la giustizia di Dio, della quale Gesù si è reso garante, e godono del plauso del secolo, dovranno rivedere seriamente e responsabilmente il loro mondo concettuale e la loro condotta etica, affinché possano recuperare umilmente l’autenticità del discepolato.

…. Coloro che seguono Gesù rinunziando a beni terreni, a felicità, al diritto, alla giustizia, all’onore, alla violenza si distingueranno dal mondo nel giudizio e nell’azione, saranno di scandalo al mondo. Perciò i discepoli saranno perseguitati per cagione di giustizia. Il premio delle loro parole ed azioni non sarà riconoscenza, ma riprovazione da parte del mondo. E’ importante che Gesù chiama beati i suoi discepoli anche lì dove non soffrono direttamente per la testimonianza del suo nome, ma per una causa giusta. E’ a loro rivolta la stessa promessa che ai poveri. Come perseguitati, infatti, sono uguali a questi” (9)

Le beatitudini sono il ritratto dell’autentico discepolato. Il carattere eccezionale del cristiano determina non una fragilità umana, ma una espressione di potenza. Per mezzo delle beatitudini Gesù sferra un poderoso attacco al mondo non cristiano e alla sua struttura, richiedendo ai suoi discepoli di incarnare interamente la Charta Magna dei valori cristiani.

… Alla fine delle beatitudini sorge la domanda, quale luogo in terra resti ancora a una simile comunità. E’ chiaro che a loro resta solo un posto, cioè quello dove si trova il più povero, il più esposto alla tentazione, il più mite, la croce sul Golgota. La comunità delle beatitudini è la comunità del Cristo crocifisso. Con lui ha perso tutto e con lui ha trovato proprio tutto. Partendo dalla croce ora si dice: “beati, beati”. Ma ora Gesù parla esclusivamente a quelli che possono comprenderlo, ai discepoli, perciò usa la seconda persona: “Beati voi, quando vi oltraggeranno e vi perseguiteranno e mentendo diranno male di voi per causa mia. Gioite ed esultate, perché molta è la vostra ricompensa nei cieli, così infatti perseguitarono i profeti prima di voi”. I discepoli vengono ripudiati, ma è Gesù stesso a essere colpito, tutto ricade su di lui, perché essi sono oltraggiati per causa sua. Egli porta la colpa. L’oltraggio, la persecuzione, la persecuzione fino alla morte, la maldicenza sigillano la beatitudine dei discepoli nella loro comunione con Gesù. Non può essere altrimenti se non che il mondo si sfoghi con parole,violenza, calunnia contro lo straniero mite. Troppa minacciosa, troppo forte è la voce di questi poveri e miti, troppo paziente e silenziosa la loro sofferenza, troppo potentemente la schiera dei discepoli testimonia, mediante povertà e dolore, dell’ingiustizia del mondo. Questo deve essere punito con la morte. Mentre Gesù grida: “Beati, beati!”, il mondo grida: “via, via!”. Sì, via, ma dove? Nel Regno dei cieli, Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli. Ecco i poveri nella sala addobbata a festa. Dio stesso asciuga le lacrime versate dagli afflitti in esilio, sazia gli affamati con la sua Cena. I corpi feriti e martoriati ora sono trasfigurati, e al posto delle vesti del peccato e della penitenza portano le vesti bianche dell’eterna giustizia. Da queste eterna letizia già ora una voce giunge alla comunità dei seguaci sotto la croce, la voce di Gesù: “Beati, beati”. (10)

(1) Dietrich Bonhoeffer- Sequela- Queriniana ed, Brescia 1971, pag. 86

(2) Dietrich Bonhoeffer- op. cit., pagg.87- 88

(3) Dietrich Bonhoeffer-op.cit. pagg. 88- 89

(4) Dietrich Bonhoeffer-op.cit.pagg. 90- 91

(5) dietrich Bonhoeffer-op.cit- pagg.91

(6) Dietrich Bonhoeffer- op. cit. pagg. 91- 92

(7) Dietrich Bonhoeffer-op. cit. pagg. 92- 93

(8) Dietrich Bonhoeffe-op.cit.pagg. 93.94

(9) Dietrich Bonhoeffer-op. cit. pagg. 94

(10) Dietrich Bonhoeffer, op. cit. pagg.94- 95

Levate il capo, allargate lo sguardo…

Levate il capo, allargate lo sguardo… Sono gli ammonimenti che ci vengono rivolti in questa prima domenica di Avvento. Anche oggi una preghiera particolare viene rivolta in direzione dei miei fratelli e delle mie sorelle che vivono in montagna, e che tante cose hanno perso per via del terremoto. E si allarga, non può fare a meno di allargarsi, a chi le stesse privazioni, o simili, le sta vivendo per i nubifragi nel nord e nel sud d’Italia.

Levate il capo, allargate lo sguardo… 

Montemonaco non è solo il suo centro, ma è anche un numero incredibile di frazioni sparse per i monti e le vallette di cui il circondario è ripieno. Ricordo la Pasqua e l’estate in cui ho svolto le funzioni di parroco in quel luogo. Con il fido amico, nonchè organista e direttore di coro, Sandro Barchetta (cui il terremoto, per fortuna, oltre alla fede, non ha tolto il gusto di scherzare, e che mi inonda il telefonino di barzellette e di video divertenti, pur dal suo camper!), e con il diacono permanente, passavo le giornate, soprattutto le domeniche… in macchina o sul fuoristrada, per celebrare messe, annunciare il Vangelo, confessare, ascoltare le persone in tutti quei piccoli agglomerati di case.

Tornando a casa rinvigorito nella fede, si, ma ingrassato pure di qualche etto, un po’ brillo, e un po’ eccitato, a forza di assaggi questo, mangi quello, caffè, ammazzacaffè e quant’altro che la generosità di quei luoghi e di quelle genti ti offriva e che non potevi rifiutare o avresti fatto loro torto.

Ogni frazione aveva ed ha una chiesa, una cappella, un luogo dove fermarsi dal lavoro e ringraziare per ciò che si aveva. La vita, ogni giorno, i figli, il lavoro, i frutti della terra, ora scarsi, ora copiosi.

Ora non so, dopo il terremoto, quanti di quei luoghi “fisici” siano rimasti in piedi, quanti invece siano da rinforzare e da ricostruire da capo. Di alcuni ho notizie, di altri no. Ma so che la fede di quegli uomini e di quelle donne è tanta, e che, se è il caso, si raduneranno in una casa a dire: “Maranathà”, “Vieni Signore Gesù”. Abbiamo sempre bisogno di te, particolarmente in quest’ora.

E il Signore viene, il Signore verrà. Che non venga mai meno la nostra fede. Amen.

Cese, frazione di Montemonaco (foto di Andrea Piccirilli)
Cese, frazione di Montemonaco (foto di Andrea Piccirilli)

Con l’ immagine della piccola Cese di Montemonaco, esprimiamo affetto e vicinanza a tutte le bellissime frazioni di Montemonaco.

Per Cese ❤ Lanciatoio❤ Ferrà❤ Ropaga ❤ Poggio di Pietra❤ San Giorgio all’ Isola❤ Arigoni❤ Cona❤ Cerqueto❤ Cittadella❤ Vallefiume❤ Pignotti❤ Tofe❤ Rocca❤ Foce❤ Rascio❤ Vallegrascia❤ San Lorenzo❤ Rivorosso❤Altino❤ Contrada Vallone❤ Colleregnone❤ Isola San Biagio❤ Collina❤Monte Perticone❤

Con mia mamma all'Ambro, estate 2010.Lei ora è sempre là, oltre che nel mio cuore
Con mia mamma all’Ambro, estate 2010. Lei ora è sempre là, oltre che nel mio cuore

Maranathà (Matteo 24,37-44)

37 Come fu ai giorni di Noè, così sarà alla venuta del Figlio dell’uomo.

38 Infatti, come nei giorni prima del diluvio si mangiava e si beveva, si prendeva moglie e s’andava a marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, 39 e la gente non si accorse di nulla, finché venne il diluvio che portò via tutti quanti, così avverrà alla venuta del Figlio dell’uomo.

40 Allora due saranno nel campo; l’uno sarà preso e l’altro lasciato; 41 due donne macineranno al mulino: l’una sarà presa e l’altra lasciata.

42 Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il vostro Signore verrà.

43 Ma sappiate questo, che se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte il ladro deve venire, veglierebbe e non lascerebbe scassinare la sua casa.

44 Perciò, anche voi siate pronti; perché, nell’ora che non pensate, il Figlio dell’uomo verrà.

(Matteo 24)

bibbialectio

Prima domenica di Avvento.

Si celebra l’attesa dell’Incarnazione del Verbo e si può celebrare perchè questa è già avvenuta. Il Cristo si è incarnato nel grembo di Maria, è nato, si è fatto vero uomo rimanendo vero Dio, ha predicato il Vangelo, è morto e risorto per noi guadagnandoci la salvezza. E noi preghiamo Maranathà, “il Signore è venuto”.

Questo per quanto attiene a quello che noi umani chiamiamo “storia”, che sono però un granello di polvere nella storia della Creazione, un giorno gli occhi di Dio. Perciò, nel racconto secondo Matteo, Gesù comincia dicendo che Come fu ai giorni di Noè, così sarà alla venuta del Figlio dell’uomo.

Gli effetti dell’Avvento, l’Incarnazione, non è qualcosa valido solo per quel momento, ma anche per tutta la storia umana che era prima e per tutta la storia umana che sarebbe venuta dopo. Per dirla con l’autore della lettera agli Ebrei, Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre, ossia prima, durante e dopo l’Incarnazione. Tutta la realtà della storia umana, passata, presente e futura è stata redenta, salvata dal Cristo.

Ma Cristo deve ancora venire, e noi preghiamo Maranathà, “Vieni o Signore Gesù”. Cristo deve ancora mostrarsi come giudice della storia, deve renderci palese il giudizio finale di Dio sulla Creazione. E da questo punto di vista tutto è come allora.

38 Infatti, come nei giorni prima del diluvio si mangiava e si beveva, si prendeva moglie e s’andava a marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, 39 e la gente non si accorse di nulla, finché venne il diluvio che portò via tutti quanti, così avverrà alla venuta del Figlio dell’uomo.

40 Allora due saranno nel campo; l’uno sarà preso e l’altro lasciato; 41 due donne macineranno al mulino: l’una sarà presa e l’altra lasciata.

42 Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il vostro Signore verrà.

Tutto è come allora, noi mangiamo e beviamo, prendiamo moglie e prendiamo marito, lavoriamo nel nostro campo, maciniamo al mulino. E tutto sarà come allora. Come allora nessuno si aspettava che da Betlemme, dalla più piccola città di Giuda, sarebbe venuto il Salvatore del mondo, così sarà per noi, rischiamo di non essere pronti, rischiamo di non saper riconoscere, lo dice Gesù pregando su Gerusalemme, il tempo in cui saremo visitati. E di ritrovarci in quel momento lontani da Lui, lontani dalla Sua Parola, lontani dalla Sua salvezza.

43 Ma sappiate questo, che se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte il ladro deve venire, veglierebbe e non lascerebbe scassinare la sua casa.

Il Signore verrà come un ladro, è solo una similitudine ovviamente. Perchè il ladro ruba le cose altrui, il Signore verrà a chiederci conto di quanto è già Suo, della nostra vita, che Egli ci ha donato, della Creazione, a cui Egli ha dato inizio, della nostra storia, che Egli ha reso possibile, da quel giorno in cui disse “Sia la luce” e la luce fu.

Noi ci crediamo i padroni di casa, ma non lo siamo, perchè non possediamo alcunchè. E la nostra morte corporale ce lo mostra in modo che più limpido non si potrebbe, anche se tanti di noi, per orgoglio o egoismo, preferiscono esser ciechi fino alla fine. Ne renderanno, ne renderemo conto a Dio, dell’ostinazione con cui stringono, stringiamo le palpebre. Perchè rifiutare la luce è rifiutare lo Spirito, e ci dice Gesù che quello, rifiutare lo Spirito, è l’unico peccato che non può esser perdonato dal Padre.

44 Perciò, anche voi siate pronti; perché, nell’ora che non pensate, il Figlio dell’uomo verrà.

Non sappiamo nè il giorno nè l’ora, quante volta ci viene rivolto nella Parola di Dio questo ammonimento o ammonimento simile! Ma possiamo essere certi:

Maranathà, il Signore è venuto!,
Maranathà, il Signore viene!,
Maranathà, il Signore verrà. 

Facciamoci trovare pronti.

Amen.

Soli Deo Gloria

Nell’articolo che segue, il pastore Paolo Castellina si chiede: “Possiamo rivolgere le nostre preghiere ad altri che non siano Dio?”. Ovviamente la risposta è negativa. Possiamo e dobbiamo pregare solo il Cristo e come il Cristo ci ha insegnato. Perchè, come recita uno dei principi della Riforma, Soli Deo gloria!

Cattolici romani ed aderenti a chiese ortodosse e orientali sostengono che sia permesso (e persino comandato) di rivolgere preghiere e venerazione religiosa a personalità cristiane particolarmente eccellenti (i “santi” canonizzati dalle loro istituzioni religiose), Maria, madre di Gesù, e ad angeli.

Si tratta, però, di una pratica aliena all’insegnamento ed esempio delle Sacre Scritture, frutto di contaminazioni della teologia e della pratica cristiana provenienti dall’influenza esercitata da altre religioni o dalla tendenza del cuore umano (vera e propria fucina d’idoli) di esaltare e idealizzare la creatura.

Niente di più lontano dallo spirito e dall’insegnamento della fede biblica. Si giustificano tali pratiche di fatto assumendo come autorità “infallibile” (accessoria o persino superiore) la tradizione ecclesiastica, codificata poi da istituzioni religiose ed i loro decreti. Se poi si cita l’insegnamento biblico, lo si fa in maniera pretestuosa estraendone testi letti fuori dal loro contesto e distorcendone o falsificandone l’insegnamento oggettivo tramite sofismi o traendone implicazioni non necessarie.

Il brano principale che viene più spesso addotto per giustificare la preghiera rivolta ai santi è Apocalisse 5:8 (insieme a 8:3-4).

Certamente se la preghiera rivolta ai santi fosse stata una pratica insegnata e praticata nel Nuovo Testamento, se ne troverebbe l’evidenza, ma non è così. Il libro dell’Apocalisse è un libro scritto secondo la terminologia tipica della letteratura apocalittica piena di simboli ed immagini che bisogna ben conoscere per non cadere nei facili equivoci in cui molti che non ne sono avvezzi sono caduti ed ancora cadono. Apocalisse 5:8 non dice che vi sono santi in cielo che offrono a Dio le preghiere di altri santi.

Apocalisse 5:8 dice: “E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi”

In questo brano, sia le 5 creature viventi ed i 24 anziani si prostrano di fronte all’Agnello tenendo in mano coppe di incenso “che sono le preghiere dei santi”. Dove sta scritto che siano essi stessi coloro che le istituzioni ecclesiastiche hanno proclamato “santi”? Si può presumere che le quattro creature viventi siano i cherubini (secondo Ezechiele 1), ma i cherubini non sono ”i santi”, ma creature celesti. L’identità dei 24 anziani è stata molto discussa e non vi sono interpretazioni univoche. Essi probabilmente rappresentano il popolo di Dio nel corso del tempo. Una cosa, però, è certa: essi non sono in alcun modo l’oggetto delle preghiere di chicchessia. La TILC traduce: “Allora i quattro esseri viventi e i ventiquattro anziani si inginocchiarono davanti all’Agnello. Ognuno di loro teneva in mano un’arpa e una coppa d’oro piena d’incenso che rappresenta le preghiere di quelli che appartengono al Signore”. Per tutto il libro di Apocalisse è Dio e l’Agnello (Gesù Cristo) ad essere sempre il punto focale del culto, dell’onore e della lode.

In cielo vi sono sicuramente i santi, ma chi sono “i santi”? Forse quegli individui privilegiati che certe istituzioni ecclesiastiche sulla terra hanno proclamato tali, oppure, com’è piuttosto vero, tutti coloro che Dio ha redento in Cristo e che ora sono, per grazia di Dio, dopo la vita terrena, accanto a Dio? Il concetto di “santo”, secondo l’uso che ne fa il Nuovo Testamento, è inequivocabile: sono coloro che vivi o già morti appartengono a Dio, gli eletti, tutti gli autentici credenti, e che grazie all’opera redentrice di Cristo, sono stati purificati dai loro peccati e sono stati resi degni della vita eterna accanto a Dio.

Essi sono alla presenza di Dio (Ebrei 12:22-24) ma non è scritto da nessuna parte che essi odano le nostre preghiere ed intercedano per noi.

Ebrei 12:22-24 mostra come la chiesa di Cristo esiste a due livelli, quella sulla terra e quella in cielo. Il concetto di preghiere rivolte ai “santi” non può in alcun modo essere letto in Apocalisse 5:8. Non dice che i 24 anziani siano “i santi”, ma che essi offrono le preghiere dei santi (dei redenti) a Dio forse come loro rappresentanti. Anche gli angeli offrono a Dio le preghiere dei santi (Apocalisse 8:3-4), ma quello non vuol dire che essi siano “i santi” come alcuni li intendono. Tutti coloro che sono in Cristo sono santi (1 Corinzi 1:2) e per essere considerati tali non hanno bisogno di “processi di canonizzazione”. I santi esistono su due livelli, in cielo (coloro che sono morti) e sulla terra (quelli che ancora vivono sulla terra).

Che dire sulla questione della “preghiera di intercessione”. Forse che noi, santi, redenti per la grazia di Dio in Gesù Cristo, non intercediamo per gli altri? Certo lo facciamo. I santi in cielo, però, continuano ad intercedere per noi? Non ce n’è alcun bisogno, perché è già Cristo che intercede efficacemente per i Suoi sulla terra come unico loro Mediatore (1 Timoteo 1:5). Noi possiamo e dobbiamo pregare gli uni per gli altri (1 Timoteo 2:1-4). Ciononostante, un’importante distinzione da farsi è che tale intercessione non è mai comandata o esemplificata di cristiani che pregano per coloro che già sono morti. Lo si può e deve fare solo nei contesto dei viventi e nel presente. Tutti i testi che parlano di intercessione lo testimoniano. Non vi è un solo caso di preghiera intercessoria in favore di chi già è morto e tantomeno di preghiere rivolte ai redenti (più eccelsi) che sono morti. Se sono eccelsi lo sono stati grazie a Dio, e non per le loro virtù intrinseche. A Dio solo ogni onore, gloria e ringraziamento.

Invocare personaggi celesti significa di fatto praticare una sorta di necromanzia (comunque lo si intenda giustificare) – è pratica d’occultismo. Invocare dei morti equivale a consultare dei morti. C’è ben poca o nessuna differenza.

Citare al riguardo l’esempio di Mosè e Elia che appaiono alla Trasfigurazione non ha senso. Elia non era morto, ma era stato traslato. Mosè indubbiamente era morto. In ogni caso appaiono non perché i discepoli di Gesù li avessero invocati (non avevano idea di quel che stava accadendo). Essi appaiono con Gesù e discutevano della Sua morte a Gerusalemme, “Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme” (Luca 9:30-31).

L’apparizione di Elia e Mosè rappresenta l’adempimento della Legge (Mosè) e dei Profeti (Elia) in Gesù Cristo. Gesù dice che Dio è il Dio dei viventi e che per Lui tutti sono viventi (Luca 20:37-38). La Trasfigurazione mostra come i servitori di Dio siano vivi alla Sua presenza nella gloria. La Trasfigurazione mostra la gloria di Gesù (cfr. 2 Pietro 1:17-18) e in nessun modo che essa insegni che possiamo pregare ai “santi”. Mosè e Elia non sono di per sé nemmeno mai chiamati “santi” nelle chiese che sostengono questa pratica. Mosè ed Elia sono in cielo accanto a Dio, ma perché allora non pregare “San Mosè” e “Sant’Elia”?

I redenti in cielo non possono udire le nostre preghiere perché non sono onnipresenti ed infiniti come Dio. Come potrebbero Maria e “i santi” udire tutte le preghiere che si fanno nel mondo? Solo Dio può farlo perché è onnisciente ed onnipresente. I santi nella loro finitudine sarebbero esseri resi onnipresenti e onniscienti? Come e dove è scritto che essi condividerebbero gli attruti stessi di Dio, che per altro, per principio, sono incomunicabili alle creature, senza violare così un principio di base della rivelazione biblica, vale a dire la non mescolanza fra Dio e la creatura? Anche in Cristo umanità e divinità sono insieme ma “senza confusione”.

Chi vorrebbe giustificare la preghiera rivolta “ai santi” persino cita talvolta le parole dei Salmi che dicono: “Benedite il SIGNORE, voi suoi angeli, potenti e forti, che fate ciò ch’egli dice, ubbidienti alla voce della sua parola! Benedite il SIGNORE, voi tutti gli eserciti suoi, che siete suoi ministri, e fate ciò che egli gradisce!” (Salmi 103:20-21); “Alleluia. Lodate il SIGNORE dai cieli; lodatelo nei luoghi altissimi. Lodatelo, voi tutti i suoi angeli; lodatelo, voi tutti i suoi eserciti!” (Salmi 148:1-2).

I comandi vengono qui espressi all’imperativo. I Salmi sono composizioni poetiche dotate del proprio stile letterario. A volte esortano gli angeli a lodare Dio, ma le stesse esortazioni vengono rivolte pure ad oggetti inanimati. Non si tratta di preghiere rivolte ad angeli, ma richiami all’intero creato a lodare Dio: “Lodatelo, sole e luna; lodatelo voi tutte, stelle lucenti! Lodatelo, cieli dei cieli, e voi acque al di sopra dei cieli!” (148:3-4). Di fatto sono inviti rivolti alle creature umane di lodare Dio. Se fossero “preghiere ai santi” allora, con la stessa logica, bisognerebbe forse invocare il sole e la luna a che preghino per noi? Se si cita un testo bisogna farlo nel suo contesto e non scegliervi quello che pensiamo possa esserci utile e tralasciare il resto.

Si dovrebbe poi non solo invocare “i santi”, ma anche Maria, madre di Gesù e gli angeli, in particolare gli “angeli custodi”? Quando qualcuno aveva tentato di farlo durante la loro stessa vita terrena (l’idolatria è sempre latente fra gli umani) essi stessi lo rifiutano con orrore e Gesù stesso lo proibisce. “Mentre diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!»” (Luca 11:27-28). Così Pietro: “Mentre Pietro stava per entrare, Cornelio gli andò incontro e si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Àlzati: anche io sono un uomo!»” (Atti 10:25-26); e così un angelo: “Allora mi prostrai ai suoi piedi per adorarlo, ma egli mi disse: «Guàrdati bene dal farlo! Io sono servo con te e i tuoi fratelli, che custodiscono la testimonianza di Gesù. È Dio che devi adorare” (Apocalisse 19:9-10).

Non c’è nulla nelle Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento che insegni, raccomandi o esemplifichi un qualsiasi culto o preghiere alcune rivolte ad altri che noi sia Dio. L’insegnamento biblico è chiaro e Gesù e gli apostoli lo sostengono con vigore: “Non avrai altri dèi di fronte a me” (Esodo 20:3).

Certo, pretesti, sofismi ed equilibrismi verbali abbondano per giustificare l’ingiustificabile, ma, ad un’analisi attenta, la fallacia di tali ragionamenti diventa evidente.

Solo a Dio è dovuto ogni onore e gloria, preghiera e ringraziamento, e a nessun’altra creatura per quanto eccelsa possa essere. A questo si attengono strettamente coloro che intendono essere fedeli all’insegnamento del Signore Gesù come trasmesso autorevolmente dagli scrittori del Nuovo Testamento e confermato dall’Antico Testamento.

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(link all’articolo originale)

Alzo gli occhi verso i monti… Sibillini!

Alzo gli occhi verso i monti…
Da dove mi verrà l’aiuto?
2 Il mio aiuto vien dal SIGNORE,
che ha fatto il cielo e la terra.

(Salmi 121)

Vista dei monti Sibillini da Foce (frazione di Montemonaco)
Vista dei monti Sibillini da Foce (frazione di Montemonaco)

Sarà una giornata impegnativa oggi. Antonella ed io assistiamo mia zia Sara, classe 1932, sorella maggiore di mia mamma Maria Grazia (amante di Montemonaco e dei Sibillini, al punto di averci chiesto di spargere le sue ceneri nell’Ambro…), che oggi trasloca da Cerveteri a Roma, non troppo distante da casa nostra.

Come ogni giorno ho iniziato la giornata con la preghiera, in particolare con la preghiera dei Salmi. E, come scrivevo ieri, con il pensiero come sempre rivolto al monte del Signore.

La foto di montagna e ‘montemonachese’ che vi propongo oggi è presa nella frazione di Foce. Lì inizia un lungo sentiero che tante volte ho percorso (l’ultima due anni fa, con Antonella) e che ha sempre riempito il mio animo di gioia.

Perchè è un sentiero, un paesaggio che ti spinge ad aprire il cuore, ti allarga la vista, ti muove le gambe a camminare, ma assieme ti spinge a fermarti ed a contemplare.

Esci dalle poche case del paese e ti trovi nella Piana della Gardosa, finchè inizia il bosco, ed il sentiero inizia a salire… Affronti le Svolte, la parte più ripida e difficile del percorso, e, di colpo, quando esci alla luce, ti pare di essere in una valle alpina! Tra due alte pareti di roccia, la neve (a volte anche a luglio), la luce accecante, ogni sfumatura di verde…

La lunga valle, alti e bassi, salite e discese continue, tra rocce, nevai e ghiaioni, ti porta fino al lago di Pilato (conosciuto anticamente anche come Lacum Sibillae, Lago della Sibilla). Non so quante volte ci sono andato (ho iniziato nel 1992…), non le conto.

Sei volte, queste invece le so, da lì ho affrontato le Roccette e sono salito per il canale fino alla vetta del Vettore. Due volte assieme a mio fratello Leonardo. Una volta sola, giunto al lago, ho girato a destra e sono salito alla Cima del Redentore.

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Spero di poterlo ripercorrere prima possibile questo itinerario, per ora mi accontento di farlo con gli occhi e con il cuore.

E ora partiamo per la giornata…