La Parola del giorno. La Verità e le amicizie orfane

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:

«Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento.
In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti.

Entrando nella casa, rivolgetele il saluto. Se quella casa ne è degna, la vostra pace scenda su di essa; ma se non ne è degna, la vostra pace ritorni a voi. Se qualcuno poi non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città».

(Matteo 10:7-15)

La Tua Parola è la mia gioia
La Tua Parola è la mia gioia

Se c’è un errore vistoso e comune nell’attuale comportamento di un buon numero di cristiani, è probabilmente il fraintendimento del nostro amore verso gli altri.

Amare gli altri è solitamente frainteso come voler essere necessariamente e ad ogni costo amici di tutti.

Beata ingenuità.

Anzi, peggio: rischio di tradire la Verità per amicizie orfane.

Il Vangelo ci chiama ad amare tutti, ma ci ricorda che non possiamo andare d’accordo con tutti. Ci ricorda che il Vangelo non sarà sempre accolto e che amiamo, non quando chiudiamo il Vangelo, ma quando scuotiamo la polvere dei nostri piedi, con la speranza di scuotere i cuori… e forse allora amiamo veramente l’altro e non l’apparente concordia.

(Commento di Robert Cheaib)

Devotional – Spogliato per me – Settimana dal 10 al 16 luglio

Devotional – Spogliato per me

a cura del fratello pastore Elpidio Pezzella

«Allora i soldati del governatore portarono Gesù nel pretorio e radunarono attorno a lui tutta la coorte. E, spogliatolo, gli misero addosso un manto scarlatto».
Matteo 27:27-28

Nel corso del processo a suo carico, Gesù è umiliato e deriso. Spogliato delle sue vesti viene ironicamente coperto con un mantello di porpora a rappresentare il suo essere re. Dopo averlo schernito è nuovamente spogliato e rivestito dei suoi abiti per essere condotto al luogo della crocifissione, ove è nuovamente denudato.

Nel racconto del Vangelo di Matteo il Cristo è spogliato per tre volte. Lui, il figlio di Dio, che aveva lasciato la gloria del cielo per nascere in un umile mangiatoia, viene umiliato fino alla fine.

Non provo vergogna, ma profonda ammirazione per un comportamento senza eguali e nello stesso tempo per un gesto di grande amore.

Così come dopo la caduta di Adamo ed Eva, Dio provvide loro delle vesti di pelle di animale, per mezzo di Gesù – l’agnello senza peccato – ha rivestito ciascuno di noi di grazia e misericordia. Perduti e lontani come il figlio prodigo,

Egli ci ha atteso, pronto ad accoglierci e a donarci un abito nuovo.

Nessuno si senta coperto, perché al Suo occhio siamo sempre nudi, e la chiesa di Laodicea in Apocalisse lo insegna.

Andiamo a Lui, per il prezioso sacrificio di Cristo, e compriamo senza denaro quelle vesti bianche che coprono la nostra vergogna. Non cerchiamo come i due progenitori nell’Eden di costruirci abiti con foglie di fico, ma affidiamoci alle Sue amorevoli mani.


La tunica di Gesù


Nel vangelo di Giovanni leggiamo che i soldati “presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una parte per ciascun soldato. Presero anche la tunica, che era senza cuciture, tessuta per intero dall’alto in basso” (Giovanni 19:23-24).

I soldati fecero in quattro pezzi “la veste”, o “il mantello”, cioè l’indumento esteriore di Gesù, non la tunica, il chiton, che era l’indumento intimo, portato a diretto contatto con il corpo. Gli antichi autori vedevano raffigurato nelle vesti e nella tunica il mistero della Chiesa, corpo di Cristo, rispettivamente nella sua universalità e nella sua integrità/unità.

Le vesti, distribuite in quattro parti, indicano l’universalità: il corpo del Figlio è per tutti i fratelli. La tunica invece indica il mistero della integrità/unità: l’unico corpo donato rende ognuno figlio, unito al Padre e ai fratelli.
 
Il 10 luglio 1509, nasceva a Noyon in Francia il riformatore Giovanni Calvino.


 Lettura della Bibbia

10 luglio         Salmi 87-89; Galati 5-6
11 luglio         Salmi 90-92; Efesini 1-2
12 luglio         Salmi 93-95; Efesini 3-4
13 luglio         Salmi 96-98; Efesini 5-6
14 luglio         Salmi 99-101; Filippesi 1-2
15 luglio         Salmi 102-104; Filippesi 3-4
16 luglio         Salmi 105-107; Colossesi 1-2

Devotional - Spogliato per me
Devotional – Spogliato per me

Spezzare minutamente il cuore!

Bisogna spezzare minutamente il cuore…

Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. 19, 2-3; CCL 41, 252-254)

 

*Ufficio delle Letture della Domenica XIV del Tempo Ordinario

Davide ha confessato: «Riconosco la mia colpa» (Sal 50, 5).

Se io riconosco, tu dunque perdona.

Non presumiamo affatto di essere perfetti e che la nostra vita sia senza peccato. Sia data alla condotta quella lode che non dimentichi la necessità del perdono.

Gli uomini privi di speranza, quanto meno badano ai propri peccati, tanto più si occupano di quelli altrui. Infatti cercano non che cosa correggere, ma che cosa biasimare. E siccome non possono scusare se stessi, sono pronti ad accusare gli altri.

Non è questa la maniera di pregare e di implorare perdono da Dio, insegnataci dal salmista, quando ha esclamato: «Riconosco la mia colpa, il mio peccato mi sta sempre dinanzi» (Sal 50, 5).

Egli non stava a badare ai peccati altrui. Citava se stesso, non dimostrava tenerezza con se stesso, ma scavava e penetrava sempre più profondamente in se stesso. Non indulgeva verso se stesso, e quindi pregava sì che gli si perdonasse, ma senza presunzione.

Comprendi e poni attenzione

Vuoi riconciliarti con Dio? Comprendi ciò che fai con te stesso, perché Dio si riconcili con te.

Poni attenzione a quello che si legge nello stesso salmo: «Non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti» (Sal 50, 18).

Dunque resterai senza sacrificio? Non avrai nulla da offrire? Con nessuna offerta potrai placare Dio? Che cosa hai detto? «Non gradisci il sacrificio e, se offro olocausti, non li accetti» (Sal 50, 18).

Prosegui, ascolta e prega: «Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi» (Sal 50, 19).

Dopo aver rigettato ciò che offrivi, hai trovato che cosa offrire. Infatti presso gli antichi offrivi vittime del gregge e venivano denominate sacrifici. «Non gradisci il sacrificio»: non accetti più quei sacrifici passati, però cerchi un sacrificio.

Se offro olocausti, non li accetti

Dice il salmista: «Se offro olocausti, non li accetti». Perciò dal momento che non gradisci gli olocausti, rimarrai senza sacrificio? Non sia mai. «Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, Dio, tu non disprezzi» (Sal 50, 19).

Hai la materia per sacrificare. Non andare in cerca del gregge, non preparare imbarcazioni per recarti nelle più lontane regioni da dove portare profumi.

Cerca nel tuo cuore ciò che è gradito a Dio. Bisogna spezzare minutamente il cuore. Temi che perisca perché frantumato? Sulla bocca del salmista tu trovi questa espressione: «Crea in me, o Dio, un cuore puro» (Sal 50, 12). Quindi deve essere distrutto il cuore impuro, perché sia creato quello puro.

Quando pecchiamo dobbiamo provare dispiacere di noi stessi, perché i peccati dispiacciono a Dio. E poiché constatiamo che non siamo senza peccato, almeno in questo cerchiamo di essere simili a Dio: nel dispiacerci di ciò che dispiace a Dio.

In certo qual modo sei unito alla volontà di Dio, poiché dispiace a te ciò che il tuo Creatore odia.

Agostino, bisogna spezzare minutamente il cuore (commento al Salmo 50)
Agostino, bisogna spezzare minutamente il cuore (commento al Salmo 50)

Le campane di Montemonaco e la gioia dell’essere insieme

Domani nel mio “paese del cuore”, Montemonaco, sui monti Sibillini, si terrà un insolito concerto di campane. Tutte o quasi le campane delle frazioni, recuperate dopo il terremoto, sono state “incastellate”, credo si dica così, assieme e verranno fatte suonare.

Se ricordo bene quanto ho letto, anche ai bambini sarà dato modo di farle rintoccare con una apposita “tastiera”.

Me le ricordo bene tutte o quasi quelle campane. Quelle di San Benedetto a Montemonaco o di Isola San Biagio spesso le ho anche fatte suonare o suonate, a corda, in prima persona.

E’ bella la campana. Il suo suono è bello. Ma è bello soprattutto il suo significato. Perchè richiama all’idea stessa di non essere soli, di essere comunità, di essere popolo.

Richiama alla bellezza dello stare insieme. Richiama alla giustizia infallibile del tempo, al tempo che è dono del Signore. Al tempo che passa uguale per ogni uomo ed ogni donna. Al tempo terreno che ha un’inizio (lo scampanio festoso per una nascita) ed una fine (le campane a martello per chi ritorna al Padre).

Richiama alla festa, alla gioia del Risorto… la Distesa… Richiama alla preghiera… il Cenno, l’Ave Maria, il Vespro…

Di fondo richiama alla comunità dicevo, all’essere comunità ecclesiale, all’essere chiesa.

Perciò oggi, in tempi di solitudini, di solipsismo, di suoni indistinti, a tanti la campana non piace.  Perchè oggi molti, troppi, amano vivere da soli, amano il loro privato, hanno trasformato il silenzio della preghiera nel silenzio del frastuono.

Eh, si, perchè il frastuono può essere silenzioso. Macchine, musiche, cellulari, televisioni, suonerie degli smartphone, che ci assordano ai rumori veri, ai richiami vivi dell’altro o dell’altra, alla campana che suona per te, per me, per tutti.

 

Campane di Montemonaco (foto ripresa da Mimma Bei)
Campane di Montemonaco (foto ripresa da Mimma Bei)

 

Campane di Montemonaco (foto ripresa da Piceno Time)
Campane di Montemonaco (foto ripresa da Piceno Time)

Convèrtiti nel tempo favorevole!

Convèrtiti nel tempo favorevole

Dalle «Catechesi» di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo
(Catech. I, 2-3. 5-6; PG 33, 371. 375-378)

Un testo da leggere e da meditare, su cui pregare, in vista del Giorno del Signore che celebreremo domani.

Se vi è qualcuno schiavo del peccato, si disponga per mezzo della fede a rinascere libero nell’adozione filiale. E dopo aver abbandonato la pessima schiavitù dei peccati e aver conseguita la beata schiavitù del Signore, sia stimato meritevole di ottenere l’eredità del regno celeste.

Per mezzo della conversione spogliatevi dell’uomo vecchio che si corrompe dietro i desideri ingannatori, per rivestire l’uomo nuovo che si rinnova conforme alla conoscenza di colui che lo ha creato.

Acquistate attraverso la fede il pegno dello Spirito Santo, perché possiate essere accolti nelle dimore eterne. Accostatevi al mistico contrassegno, perché vi si possa distinguere bene fra tutti.

Siate annoverati nel gregge di Cristo, santo e ben ordinato, così che posti un giorno alla sua destra possiate ottenere la vita preparata come vostra eredità.

Quelli infatti ai quali rimane ancora attaccata, come fosse una pelle, la ruvidezza dei peccati, prendono posto alla sinistra, per il fatto che non si sono accostati alla grazia di Dio, che viene concessa, per Cristo, nel lavacro di rigenerazione.

Certamente non parlo della rigenerazione dei corpi, ma della rinnovata nascita dell’anima. I corpi infatti sono generati per mezzo dei genitori visibili, le anime invece vengono rigenerate attraverso la fede, e infatti: «Lo Spirito soffia dove vuole».

Allora, se ne risulterai degno, potrai sentirti dire: «Bene, servo buono e fedele» (Mt 25, 23), sempre che tu sia trovato esente nella coscienza da ogni impurità e simulazione.

Se dunque qualcuno dei presenti pensa di tentare la grazia di Dio, si inganna da se stesso, e ignora il valore delle cose. Procurati, o uomo, un’anima sincera e priva di inganno, per colui che scruta mente e cuore.

Il tempo presente è tempo di conversione. Confessa ciò che hai commesso sia con la parola che con l’azione, sia di notte che di giorno. Convèrtiti nel tempo favorevole, e nel giorno della salvezza accogli il tesoro celeste.

Ripulisci la tua anfora, perché accolga la grazia in misura più abbondante; infatti la remissione dei peccati viene data a tutti egualmente, invece la partecipazione dello Spirito Santo viene concessa in proporzione della fede di ciascuno.

Se hai lavorato poco riceverai poco, se invece avrai fatto molto, molta sarà la mercede. Quanto fai, lo fai per il tuo bene. È nel tuo interesse considerare e fare ciò che ti conviene.

Se hai qualcosa contro qualcuno, perdona. Se ti accosti per ricevere il perdono dei peccati, è necessario che anche tu perdoni a chi ha peccato.

Convèrtiti - Cirillo di Gerusalemme
Convèrtiti – Cirillo di Gerusalemme

Chi si fa piccolo come un bambino sarà il più grande nel regno dei cieli

Antifona

Chi si fa piccolo come un bambino
sarà il più grande nel regno dei cieli.

SALMO 130 Confidare in Dio come il bambino nella madre
Imparate da me che sono mite ed umile di cuore (Mt 11, 29).

Signore, non si inorgoglisce il mio cuore *
e non si leva con superbia il mio sguardo;
non vado in cerca di cose grandi, *
superiori alle mie forze.

Io sono tranquillo e sereno †
come bimbo svezzato in braccio a sua madre, *
come un bimbo svezzato è l’anima mia.

Speri Israele nel Signore, *
ora e sempre.

Gloria al Padre e al Figlio *
e allo Spirito Santo.

Come era nel principio, e ora e sempre *
nei secoli dei secoli. Amen.

Antifona

Chi si fa piccolo come un bambino
sarà il più grande nel regno dei cieli.

Chi si fa piccolo come un bambino sarà il più grande nel regno dei cieli.
Chi si fa piccolo come un bambino sarà il più grande nel regno dei cieli.

Amarcord – La mia scuola elementare – Foto di classe

Amarcord - La mia scuola elementare - Prima classe - 1969/70
Amarcord – La mia scuola elementare – Prima classe – 1969/70 (quarto da sx in prima fila)
Amarcord - La mia scuola elementare - Seconda classe - 1970/71
Amarcord – La mia scuola elementare – Seconda classe – 1970/71 -Via Crivelli 24 – Maestra Maddalena Tornatora (sono il bambino davanti alla maestra)
Amarcord - La mia scuola elementare - Quarta classe - 1972/73 - Festa di Carnevale
Amarcord – La mia scuola elementare – Quarta classe – 1972/73 – Festa di Carnevale (bambino appoggiato alla cattedra)
Amarcord - La mia scuola elementare - Quinta classe - 1973/74
Amarcord – La mia scuola elementare – Quinta classe – 1973/74 (in foto c’è il bidello perchè la maestra era malata! – sono il secondo da dx per terra)

Ricordando Tommaso, nel nome di mio padre, Giovanni

Il nome di mio padre

Il nome di mio padre era Giovanni. Giovanni Zacchi, fu Michele, come si diceva un tempo.

Mio padre festeggiava il compleanno il 3 luglio, e come secondo nome gli misero quello dell’Apostolo che la chiesa cattolica ricorda in questo giorno, Tommaso appunto.

Poi ne aveva altri due di nomi. Pio, come il Pontefice allora regnante e Maria, che nella mia famiglia veniva dato come terzo o quarto nome a tutti, maschi o femmina che fossero. Per ricordarci, così mi disse una volta mia nonna, che come Maria dovevamo conoscere, meditare ed obbedire alla Parola di Dio.

L’apostolo Tommaso

Ne racconta la storia il Vangelo secondo Giovanni:

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

(Giovanni 20:24-29)

Giovanni, Tommaso, il nome di mio padre
Giovanni, Tommaso, il nome di mio padre

La fede di Tommaso

La fede di Tommaso, potreste chiedervi? In effetti  a causa di questo racconto, letto spesso in modo superficiale, il nome di Tommaso è più spesso legato all’incredulità. Al fatto che egli non abbia creduto agli altri apostoli che gli dicevano di aver incontrato il Risorto e che abbia avuto bisogno di mettere le mani nelle ferite di Gesù per credere.

Diciamola tutta. Spesso ci ha fatto sentire migliori Tommaso. Perchè noi ci consideriamo tra quelli che hanno creduto senza aver visto direttamente nè il Risorto, nè le sue piaghe. Ci auto-includiamo tra i beati di cui parla Gesù.

La nostra fede tra parentesi

Ma lo siamo, davvero, tra quei beati? Crediamo davvero al Cristo fino in fondo? Curiamo le sue piaghe curando le piaghe dei nostri fratelli e le nostre sorelle?

E quando la nostra fede è messa alla prova, e lo è continuamente messa alla prova in un mondo stracolmo di idoli e di falsi profeti come questo, reagiamo nel modo giusto, testimoniando con franchezza e coraggio la nostra fede, oppure semplicemente ci scansiamo e passiamo oltre, magari adducendo come scusa gradita il “rispettare” l’altro e le sue credenze?

E’ rispettare l’altro, mi chiedo sempre più spesso, lasciarlo perseverare nel proprio errore? E’ essere beati mettere “tra parentesi” o in secondo piano la propria fede per “non disturbare” il vicino?

Le dita di Tommaso si infilano nelle piaghe del Signore. La sua fede si infila e si nutre del corpo e del sangue del Signore. E la nostra? C’è nutrimento tra le parentesi?

Mio padre Giovanni, ricordo il suo corpo

Mio padre Giovanni credeva. Era un peccatore, come me, come Tommaso. A volte riusciva a fare come Giovanni, il discepolo che Egli amava, e si tratteneva sotto la Croce. Altre volte, assai più spesso, come Tommaso, come Pietro, come i Dodici, fuggiva, si allontanava, faceva finta di non conoscere il Signore.

Ma invariabilmente, sempre da Lui tornava. Sapeva che solo da Lui poteva tornare. Sapeva che solo tra le sue braccia avrebbe trovato la pace.

Ricordo gli ultimi giorni della sua vita, in coma, all’ospedale San Camillo, intubato e silenzioso. Ricordo, come se fosse ieri, l’ultimo giorno che l’ho visto (sarebbe tornato al Padre quella notte), e ho carezzato le sue mani, le sue piaghe, causate dall’immobilità forzata nel letto.

Ricordo la corona del rosario che mia madre mise tra le sue mani. A sottolineare che, come Maria, come ogni donna ed ogni uomo credente, la salvezza per noi, la sola salvezza, è abbandonarci alla fede nella volontà del Padre che ti dice di seguire la Sua volontà (Fiat…), sforzarci di essere alla sequela del Figlio come servi che obbediscono (…fate tutto quello che vi dirà…), lasciare che sia lo Spirito a fare per conto nostro le cose grandi di cui spesso la nostra povera fede non è capace.

Ciao babbo! Quando il Signore vorrà ci rivediamo!

Le vesti di Giuseppe, dai vari colori – Devotional

Le vesti di Giuseppe, dai vari colori – Devotional

a cura del fratello pastore Elpidio Pezzella

«Or Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché era il figlio della sua vecchiaia; e gli fece una veste lunga fino ai piedi» Genesi 37:3

La storia di Giuseppe è accompagnata da una veste. La veste lunga con le maniche o come dice un’altra traduzione, una veste di vari colori, non era un semplice regalo del padre, ma un’espressione di stima e di amore ed un segno della sua vocazione. Giuseppe era il figlio della vecchiaia, il suo bastone. In lui Giacobbe aveva riposto, forse, le sue speranze tanto da fargli una tunica dalle lunghe maniche, cioè rivestirlo delle cose più belle. Quella veste particolare gli fu tolta dai fratelli nel momento che decisero di liberarsi di lui e venne restituita al padre come prova della sua fantomatica morte. Si ritroverà così in Egitto come schiavo in casa di Potifarre, dov’è oggetto delle lusinghe della moglie di costui. Un’altra veste segna la sua vita, ed è appunto quella che si sfila e lascia nelle mani di questa donna per non cedere alle sue avance. Sarà la prova contro di lui e che lo farà imprigionare. Apparentemente dimenticato dalla famiglia e senza amici, non è abbandonato da Dio che proprio nella prigione esalta il suo dono di interpretare i sogni. Condotto alla corte di Faraone mostrerà il suo talento al punto da ricevere una veste regale. Quello che gli altri gli toglievano gli è restituito ad un livello superiore. Con l’autorevole veste sarà lo strumento per aiutare propri quei fratelli che lo avevano spogliato, fino a consegnare loro una veste per il viaggio. Quel che gli avevano sottratto lui non lo nega agli altri. Se ora pensi alla veste come alla tua vita o alla tua dignità, la storia di Giuseppe assumerà un sapore particolare.

Memorie

Il 6 luglio 1415 il grande teologo, riformatore e martire della fede, Jan Hus, morì arso sul rogo in seguito alla condanna della Chiesa Cattolica Romana inflittagli nel Concilio di Costanza… Esortato ad abiurare, Hus alzati gli occhi al cielo replicò: “Dio m’è testimone che mai insegnai le cose che mi sono falsamente attribuite e di cui falsi testimoni mi accusano. Egli sa che l’intenzione dominante della mia predicazione e di tutti i miei atti e dei miei scritti era solo tesa a strappare gli uomini dal peccato. E oggi sono pronto a morire lietamente”. «Perciò, fedele cristiano, cerca la verità, ascolta la verità, apprendi la verità, ama la verità, di’ la verità, attieniti alla verità, difendi la verità fino alla morte: perché la verità ti farà libero dal peccato, dal demonio, dalla morte dell’anima e in ultimo dalla morte eterna» (Jan Hus, Spiegazione della Confessione di fede, 1412).

Le vesti di Giuseppe - Devotional
Le vesti di Giuseppe – Devotional

Lettura della Bibbia

03 luglio Salmi 66-68; 2Corinti 4-5

04 luglio Salmi 69-71; 2Corinti 6-7

05 luglio Salmi 72-74; 2Corinti 8-9

06 luglio Salmi 75-77; 2Corinti 10-11

07 luglio Salmi 78-80; 2Corinti 12-13

08 luglio Salmi 81-83; Galati 1-2

09 luglio Salmi 84-86; Galati 3-4