Il granello di senape (Lc 13:18-19), commento patristico

Il granello di senape (Lc 13:18-19)

“A che cosa somiglia il regno di Dio, a che cosa dirò che è simile? È simile a un granello di senape, che, preso e gettato da un uomo nel suo orto, crebbe ed è divenuto un albero, e gli uccelli del cielo si sono posati sui suoi rami” (Lc 13,18-19).

Questo passo ci insegna che bisogna guardare alla natura delle similitudini, non alla loro apparenza. Vediamo dunque perché il sublime regno dei cieli è paragonato a un granello di senape.

Ricordo di aver letto, anche in un altro passo, del granello di senape, dove dal Signore è paragonato alla fede con queste parole: “Se avrete fede quanto un granello di senape, direte a questo monte: Spostati e gettati in mare” (Mt 17,20).

Non è certo una fede mediocre, ma grande, quella che è capace di comandare a una montagna di spostarsi: ed infatti non è una fede mediocre quella che il Signore esige dagli apostoli, sapendo che essi debbono combattere l’altezza e l’esaltazione dello spirito del male.

Vuoi esser certo che bisogna avere una grande fede? Leggi l’Apostolo: “E se avessi così tanta fede da trasportare le montagne” (1Co 13,2).

Orbene, se il regno dei cieli è come un granello di senape e anche la fede è come un granello di senape, la fede è certamente il regno dei cieli, e il regno dei cieli è la fede.

Quindi, chi ha la fede ha il regno dei cieli; e il regno dei cieli è dentro di noi come dentro di noi è la fede. Leggiamo infatti: “Il regno dei cieli è dentro di voi” (Lc 17,21); e altrove: “Abbiate la fede in voi” (Mc 11,22). E infine Pietro, che aveva tutta la fede, ricevette le chiavi del regno dei cieli, per aprirne le porte agli altri.

Consideriamo ora, tenendo conto della natura della senape, la portata di questo paragone. Il suo granello è senza dubbio una cosa modesta e semplice, ma si comincia a tritarlo, diffonde il suo vigore. E così la fede sembra semplice di primo acchito: ma triturata dalle avversità, diffonde la grazia della sua virtù, in modo da penetrare del suo profumo anche coloro che leggono o ascoltano.

Granello di senape sono i nostri martiri Felice, Nabor e Vittore. Essi avevano il profumo della fede, ma li si ignorava. Venne la persecuzione; essi deposero le armi, porsero il collo e, abbattuti dal fendente della spada, diffusero la grazia del loro martirio per tutto il mondo, tanto da potersi dire giustamente: “La loro eco si è propagata per tutta la terra” (Ps 18,5).

Ma la fede talvolta è tritata, talvolta premuta, talvolta seminata.

Lo stesso Signore è un granello di senape. Egli non aveva subito ingiurie, ma, come il granello di senape, prima di essersi accostato a lui, il popolo non lo conosceva. Egli volle essere stritolato, in modo che noi potessimo dire: “Noi siamo per Dio il buon profumo di Cristo” (2Co 2,15); volle essere premuto, sicché Pietro disse: “La folla ti preme intorno” (Lc 8,45) ed infine volle essere anche seminato come il granello che fu «preso e gettato da un uomo nel suo orto». Infatti in un orto Cristo fu catturato e poi seppellito; in un orto crebbe, dove pure risorse. È divenuto un albero, così come sta scritto: “Come un albero di melo tra gli alberi della foresta, così è mio fratello tra i giovani” (Ct 2,3).

Dunque, anche tu semina Cristo nel tuo orto – l’orto è un luogo pieno di fiori e di frutti diversi – in modo che vi fiorisca la bellezza della tua opera e profumi l’odore vario delle diverse virtù. Là dunque sia Cristo, dove c’è il frutto. Tu semina il Signore Gesù: egli è un granello quando viene arrestato, un albero quando risuscita, un albero che fa ombra a tutto il mondo. È un granello quando viene sepolto in terra, ma è un albero quando si eleva al cielo…

Vuoi sapere che Cristo è il granello, e che è stato seminato? “Se il granello di grano non cade in terra e vi muore, esso resta solo: ma quando è morto produce molto frutto” (Jn 12,24). Non abbiamo dunque sbagliato dicendo ciò che egli stesso ha già detto. Egli è anche il granello di grano, perché fortifica il cuore degli uomini (Ps 103,14-15), e granello di senape, perché accende il cuore degli uomini.

E, sebbene sia l’una che l’altra similitudine appaiano adatte, egli sembra tuttavia il granello di grano quando si tratta della sua risurrezione: egli è infatti il pane di Dio disceso dal cielo (Jn 6,33), affinché la parola di Dio e il fatto della risurrezione nutrano l’anima, accrescano la speranza e consolidino l’amore.

È invece granello di senape, affinché sia più amaro e austero il discorso sulla passione del Signore: più amaro, perché spinga alle lacrime, più austero perché generi commozione. Così, quando leggiamo o ascoltiamo che il Signore ha digiunato, che il Signore ha avuto sete, che il Signore ha pianto, che il Signore è stato flagellato, che il Signore ha detto al momento della passione: “Vigilate e pregate per non entrare in tentazione” (Mt 26,41), noi, colpiti, per così dire, dall’aspro sapore di questo discorso, siamo spinti a moderare la troppo gradevole dolcezza dei piaceri del corpo.

Dunque, chi semina il granello di senape, semina il regno dei cieli.

Non disprezzare questo granello di senape: “È certamente il più piccolo di tutti i semi, ma diviene, una volta cresciuto, il più grande di tutti gli ortaggi” (Mt 13,32). Se Cristo è il granello di senape, in che modo egli è il più piccolo, e in che modo cresce?

Non è nella sua natura, ma secondo la sua apparenza che cresce. Vuoi sapere in qual modo è il più piccolo? “Lo abbiamo visto e non aveva né bella apparenza né decorosa” (Is 53,2). Apprendi ora come è il più grande: “Risplendeva di bellezza al di sopra dei figli degli uomini” (Ps 44,3). Infatti colui che non aveva né bella apparenza né decorosa, è stato fatto superiore agli angeli (He 1,4), oltrepassando tutta la gloria dei profeti…

Cristo è il seme, in quanto è seme di Abramo: “Poiché le promesse furono fatte ad Abramo e al suo seme. Egli non dice: ai suoi semi, come parlando di molti; ma, come parlando di uno solo: al suo seme, che è il Cristo” (Ga 3,16). E non soltanto Cristo è il seme, ma è il più piccolo di tutti i semi, perché non è venuto né nella regalità, né nella ricchezza, né nella sapienza di questo mondo. Orbene, subito egli ha allargato, come un albero, la cima elevata della sua potestà, in modo che noi possiamo dire: “Sotto la sua ombra con desiderio mi sedetti” (Ct 2,3).

Sovente, credo, egli appariva contemporaneamente albero e granello. È granello quando si dice di lui: “Non è costui il figlio di Giuseppe l’artigiano?” (Mt 13,55). Ma, nel corso di queste stesse parole, egli subito è cresciuto, secondo la testimonianza dei giudei, perché essi non riescono neppure a toccare i rami di quest’albero divenuto gigantesco: “Donde gli viene” – essi dicono – “questa sapienza“? (Mt 13,54).

È dunque granello nella sua apparenza, albero per la sua sapienza. Tra le foglie dei suoi rami, l’uccello notturno nel suo nido, il passero sperduto sul tetto (Ps 101,8), colui che fu rapito in paradiso (2Co 12,4), e colui che dovrà essere trasportato sulle nubi in aria (1Th 4,17), hanno ormai un luogo sicuro dove riposare.

Là riposano anche le potenze e gli angeli del cielo, e tutti coloro che per le azioni spirituali meritarono di volare. Vi riposò san Giovanni, quando reclinava la testa sul petto di Gesù, o meglio, egli era come un ramo nutrito dal succo vitale di quest’albero.

Un ramo è Pietro, un ramo è Paolo “dimenticando ciò che sta dietro e tendendo a ciò che sta davanti” (Ph 3,13): e noi, che eravamo lontani, che siamo stati radunati dalle nazioni, che per lungo tempo siamo stati sballottati nella vanità del mondo dalla tempesta e dal turbine dello spirito del male, spiegando le ali della virtù, voliamo nel loro seno e come nei recessi della loro predicazione, affinché l’ombra dei santi ci protegga dal fuoco di questo mondo.

Così, nella tranquillità di un sicuro riposo, la nostra anima, che una volta era curva, come quella donna, sotto il peso dei peccati, «scampata come un uccello dalle reti dei cacciatori» (Ps 123,7) si è levata sui rami e i monti del Signore (Ps 10,1).

Ambrogio, Exp. in Luc., 7, 176-180; 182-186

Il granello di senape (Lc 13,18-19), commento patristico
Il granello di senape (Lc 13,18-19), commento patristico

Chi ci separerà dall’amore di Cristo?

Chi ci separerà dall’amore di Cristo?

“Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? Che diremo dunque riguardo a queste cose?

Se Dio è per noi chi sarà contro di noi?

Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? Cristo Gesú è colui che è morto e, ancor piú, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi.

Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?

Com’è scritto: « Per amor di te siamo messi a morte tutto il giorno; siamo stati considerati come pecore da macello» . Ma, in tutte queste cose, noi siamo piú che vincitori, in virtú di colui che ci ha amati.

Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesú, nostro Signore.”

Lettera ai Romani 8:31-39 

Chi ci separerà dall'amore di Cristo?
Chi ci separerà dall’amore di Cristo?

Camminare nella luce – Il Devotional di Elpidio Pezzella

Camminare nella luce

«Badate dunque di camminare con diligenza non da stolti, ma come saggi, riscattando il tempo, perché i giorni sono malvagi.  Non siate perciò disavveduti, ma intendete quale sia la volontà del Signore»
Efesi 5:15-17

 
Prima dell’inciso “… siate ripieni di Spirito”, l’apostolo esorta a vivere il cristianesimo “come si conviene ai santi”, ovvero separandosi dalle forme, dagli atteggiamenti e situazioni che non hanno riscontro nella fede cristiana. Per usare le parole di Gesù, ad essere “la luce del mondo”. Il credente è chiamato a camminare con avvedutezza. Non solo, è chiamato anche a riscattare il tempo. Tutto il tempo perduto prima che conoscessimo la grazia di Dio, deve essere recuperato.

La Scrittura, però, non ci condanna, ma ci chiede di recuperare quello che abbiamo avanti perché i giorni sono malvagi, feroci e sofferenti, e ne abbiamo prova quotidianamente. Come si fa a capire la volontà di Dio? L’unico modo è essere ripieni di Spirito. Chiediamo al Signore che il Suo Spirito spinga la nostra vita come una barca, così che navigando conosceremo quello che oggi conosciamo in parte. Esperienza dopo esperienza saremo di consolazione a chi è nella tempesta con la sua barca. Nel frattempo «Avendo dunque queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni contaminazione di carne e di spirito, compiendo la nostra santificazione nel timore di Dio» (2 Corinti 7:1).
 

Il 1° novembre

La festa di Ognissanti fu istituita nell’840 d.C. e cadeva inizialmente nel mese di maggio. Durante il Medioevo i credenti vennero a contatto con il culto dedicato a Samain, divinità celtica. Vi fu una sorta di interazione tra la fede nordica, quella dell’impero romano, permissivista seppur legato al cristianesimo, ed una tendenza all’oscurantismo mentale, diretto a difendere la propria identità. Da questa commistione, nel 1048, la ricorrenza venne modificata e spostata al 1° di novembre, per coprire il culto di Samain.

Si narra che Samain vada in giro a fare danni con gli spiriti dei morti, e l’obiettivo della festa è proprio controllare la sete di vendetta di Samain e delle sue schiere che quella notte vengono celebrati. A questa, che è l’origine della festa, si affiancano altre leggende, come quella di Jack o’lantern, che si racconta, avesse venduto l’anima al diavolo. La contrattazione della sua anima, dopo varie peripezie, si conclude con un carbone lanciato da satana in una zucca che Jack portava con sé e che diventò una lanterna.

Le leggende, le credenze, i simboli di questa festa sono le stesse del mondo delle streghe, e da semplice festività celtica, Halloween è diventato un contenitore di satanismo: è risaputo in tutto il mondo che la notte del 31 ottobre i satanisti eseguono il rituale di invocazione delle forze del male.

Camminare nella luce della Parola
Camminare nella luce della Parola

 Lettura della Bibbia

30 ottobre       Lamentazioni 3-4; Romani 14-15
31 ottobre       Lamentazioni 5; Ezechiele 1; Romani 16; 1 Corinti 1
01 novembre  Ezechiele 2-3; 1 Corinti 2-3
02 novembre  Ezechiele 4-5; 1 Corinti 4-5
03 novembre  Ezechiele 6-7; 1 Corinti 6-7
04 novembre  Ezechiele 8-9; 1 Corinti 8-9
05 novembre  Ezechiele 10-11; 1 Corinti 10-11

Parola, Corpo e Sangue: non ci sono altre risposte

Parola, Corpo e Sangue: non ci sono altre risposte

La Parola di Dio è la sola Verità.

Il Corpo ed il Sangue di Cristo sono il solo vero pane di vita, la sola vera bevanda di salvezza.

Altre risposte non ci sono, e non ne cerco.

Le domande, i dubbi, le incertezze sono le mie, mi vengono dal mio peccato. Le supero grazie alla Verità, alla Parola, alla Croce presso la quale la Santa Madre di Dio mi invita a restare saldo, in piedi.

Il Pane vivo disceso dal cielo, il Pane degli angeli, è quello che mi è donato per avere la forza di camminare e rialzarmi sempre, come fu per il profeta Elia. Cercava Dio nei segni potenti, ma Egli era nella brezza leggera, nello Spirito che ci sussurra all’orecchio cosa è giusto dire, come è giusto amare, secondo Verità.

Il Sangue di Cristo è quello che mi fortifica, mi da’ gioia, rinnova il mio desiderio di essere un tutt’uno con Lui. Che mi fa osare contro i poteri di ogni segno che sono su questo mondo. E avviene che la mia povera acqua, come a Cana, se fido in Lui, diviene il vino migliore, con cui, senza che nemmeno io sappia “da dove venga” Egli riesce a compiere meraviglie.

Disse la Santa Madre di Dio a Cana, a noi servitori del Signore: “Fate tutto quello che Egli vi dirà“.  Dal vino si torna alla Parola.

Tutto rimanda a Cristo. Solo a Cristo. Sempre a Cristo.

Amen. Alleluia!

Indipendenza: da chi e perchè

Indipendenza: da chi e perchè?

Indipendenza: da chi e perchè? Si fa un gran parlare di indipendenza in questi giorni. A proposito della Catalogna, del Veneto e di tanti altri posti, di tante altre situazioni.

Francamente, la cosa non mi tocca nè mi appassiona più di tanto. Credo che la storia, come il tempo, sia dominio di Dio e non dell’uomo. E che l’uomo sia solo un povero illuso convinto di poter fermare il tempo e di poter dominare la storia.

Eppure basterebbe leggerla la storia. Nulla si cambia, niente di nuovo sotto il sole. Poteri che cambiano, apparentemente si trasformano, mutano di segno… Democrazie, dittature, monarchie, parlamenti… Ma alla fine sempre quello sono.

Poteri ingiusti di questo mondo. Forme diverse di oppressione. Mutano i colori, mutano le “parole d’ordine”, ma resta sempre quello. Un uomo che pensa di essere più uomo di un altro, e che pensa di poterlo dominare o di avere le ragioni per farlo.

E come è bravo, come siamo bravi ad inventarcele le ragioni. Perchè siamo più intelligenti, più ricchi, perchè siamo della fede o della religione più giusta.

Non ci vuole molto, volendo farlo!, a vedere tutto ciò concretizzato, anche per esempio nella storia del cristianesimo europeo. Quando si tratta di potere terreno, temporale, il più pulito ha la rogna… Così nel 1500 e giù di lì il Papa e la Chiesa cattolica bruciavano i luterani sul rogo, Lutero ed i principi luterani massacravano contadini ed anabattisti, Calvino faceva giustiziare Serveto, e via dicendo…

Il potere, la voglia di essere indipendenti corrompono tutti. Perchè in realtà l’indipendenza non è un qualcosa di accessibile all’uomo. Da quando Adamo ed Eva provarono a fare a meno di Dio, o Caino del proprio fratello.

Siamo dipendenti da subito dopo il concepimento. Per 9 mesi dipendiamo totalmente da nostra madre. Se lei sta bene, noi stiamo bene. Se lei fuma, o beve o sta male, ne portiamo anche noi le conseguenze.

E continuiamo a dipendere dai nostri genitori, dalle loro scelte, dalla loro vita, per almeno un’altra ventina d’anni.

L’indipendenza. la voglia di farcela da soli, è il nostro primo desiderio. Da quando proviamo a tirarci su da soli, a muovere i nostri primi passi. Da quando ricadiamo continuamente ed un altro ci alza, ci aiuta, ci tira su.

Dura tanto questa fase, ed è a mio parere pedagogia di Dio questa, per farci capire che non saremo mai del tutto indipendenti. Ma che, anzi, la felicità la raggiungeremo solo se capiremo che dipendiamo sempre da un Altro, la cui immagine vediamo riflessa in quelle mani che ci tirano su, in quelle mani che curano le nostre ferite, in quelle indicazioni che guidano i nostri passi.

Perciò, le rivendicazioni di indipendenza su questa terra, di questo o quel popolo, gruppo, nazione, le seguo perchè occorre seguirle, perchè siamo dipendenti l’uno dall’altro. Ma so che non sono nè mai saranno nè giuste, nè risolutive. Sono rivendicazioni di questo mondo, di poteri di questo mondo. E andranno avanti solo se i poteri più forti di loro glielo consentiranno.

Altrimenti finiranno nel sangue, nella guerra, nella rivolta degli uni contro gli altri, nel terrorismo. Come è sempre stato nella storia umana. E come sempre ci rimetteranno i semplici, gli umili ed i poveri in spirito, che a parte Dio, non cercano null’altro, perchè in null’altro fidano.

La festa della Protezione della Madre di Dio

La festa della Protezione della Madre di Dio

La festa della Protezione della Madre di Dio è celebrata secondo l’uso greco il giorno 28 ottobre (nell’uso russo il 6 novembre). Me lo ricorda il fratello Giovanni Festa, della Chiesa Ortodossa di Palermo.

La festa della Protezione della Madre di Dio
La festa della Protezione della Madre di Dio

La storia della festa

La festa della santa Protezione della Madre di Dio[1] è stata istituita in seguito ad una visione che ebbe il Nostro santo Padre Andrea, il Folle per Cristo[2] , un giorno in cui si celebrava una vigilia nella chiesa di Blacherne a Costantinopoli. Alle quattro della notte il santo immerso in preghiera alzò i suoi occhi verso il cielo e vide la Santa Madre di Dio stare al di sopra dell’assemblea e ricoprire i fedeli con il suo velo (maphorion). Andrea si assicurò della realtà della visione presso il suo discepolo che era stato anche lui reputato degno di contemplare questo spettacolo. Il santo si precipitò allora nel santuario, aprì il cofano che conteneva il prezioso velo della regina del mondo, e, inginocchiato avanti alle porte sante, lo stese sopra la folla. Il velo era così grande che ricopriva tutta la numerosa assemblea, ma restava sospeso in aria, sostenuto da una forza misteriosa. La Madre di Dio si sollevò allora in cielo, circondata da un forte lampo luminoso, e scomparve, lasciando al popolo cristiano il santo velo a garanzia della sua protezione benevolente. Questa protezione, la Madre di Dio la mostrò a più riprese a riguardo della città imperiale e, per analogia, verso tutta la Santa Chiesa di Cristo, la nuova Gerusalemme. È in effetti dappertutto ed in ogni momento, che la Sovrana del mondo stende misticamente il suo velo sui cristiani, facendo salire verso il suo Figlio e Signore le sue preghiere e le sue intercessioni per la salvezza del mondo. 

Note:

1) Questa festa è particolarmente solenne nella Chiesa slava. In Grecia, dopo il 1960, è stata spostata al 28 ottobre in memoria alla protezione accordata dalla Madre di Dio alle truppe greche che resistevano all’invasione nazista sul fronte albanese nel 1940.

2) Commemorato il 28 maggio. C’erano due principali santuari consacrati alla Madre di Dio a Costantinopoli: la chiesa di Blacherne che custodiva il Mamphorion e la chiesa di Chalcoprateia dove si veneravano le vesti e la cintura della Vergine (cf. 2 luglio).

(dal sito ortodossia.it)

Il significato dell’icona

L’icona miracolosa della Madre di Dio “Gioia di tutti gli afflitti” fu glorificata nel 1688 dopo l’intercessione e la miracolosa guarigione di Eufemia, sorella del patriarca Ioachim, nella Chiesa di Bolshaja Ordinka a Mosca: nel calendario liturgico ortodosso è festeggiata il 24 ottobre (6 novembre). Il 23 luglio (5 agosto) si commemora il miracolo occorso a S. Pietroburgo nel 1888 a 200 anni dal primo miracolo quando una copia dell’icona sopravvisse ad un incendio n una cappella e fu ritrovata con 12 centesimi lasciati in offerta attaccati sopra. Il 19 novembre (2 dicembre) si commemora una terza icona miracolosa dello stesso nome. Nel corso del XVIII secolo l’icona conosce molte varianti influenzate da più elementi iconografici cattolici. La caratteristica comune è l’immagine degli afflitti che rivolgono le loro preghiere verso la Madre di Dio, loro protettrice e patrona. Gli afflitti sono consolati dagli angeli mandati dalla Madre di Dio. L’icona oggetto della festa è tipicamente russa, senza precedenti greci o bizantini, e per questo diffusa solo nel mondo slavo. L’originale, dipinto probabilmente verso la fine del 1500, risale al periodo della diffusione delle cosiddette “icone di preghiera”, con illustrazioni dell’Akathistos o di altri testi liturgici: le composizioni si distinguono per la presenza di molte piccole figure che circondano il personaggio principale, nel nostro caso la figura della Madre di Dio. In questa icona russa, infatti, domina la Madre di Dio al centro, rappresentata a figura intera: talvolta regge su un braccio il Figlio (tipo prevalentemente moscovita); più spesso è sola (tipo pietroburghese), magari con in mano uno scettro e, talvolta, un globo terrestre. Le figure della Madre e del Bambino si trovano spesso dentro una ‘mandorla’, segno di gloria. Sui loro capi di solito vi è una corona; i colori della mandorla variano da una tonalità di rosso tendente all’arancione a un rosa. Le figure che attorniano la Vergine ricordano la sua instancabile azione soccorritrice: in basso e ai lati vi sono malati, affamati, minorati, sofferenti d’ogni categoria, spesso aiutati da Angeli, quali messaggeri della sua materna benevolenza. Talvolta vi sono, rette dai personaggi, anche diverse scritte che precisano i diversi tipi di “affitti” di cui la Vergine è “gioia”. Tra la folla sventurata si vedono Angeli che invitano alla preghiera e confortano gli afflitti. Talvolta si hanno, attorno alla figura di Maria, raffigurazioni di Santi. In quasi tutte le immagini, Dio Padre si affaccia dalle nubi con i segni della sovranità cosmica: il sole e la luna. Il potere taumaturgico di questa icona si è rivelato, secondo una insistente tradizione, dapprima a Mosca in favore della sorella dello stesso Patriarca della Chiesa russa, Efimia, nel 1688. Questa, da tempo sofferente per una malattia che sembrava mortale, mentre invocava ardentemente la Vergine, udì una voce che le prometteva la guarigione se avesse pregato davanti all’icona “Gioia di tutti gli afflitti”, che si trovava nella chiesa della Trasfigurazione, sulla strada Ordinka. Il miracolo accade mentre lì si svolgeva una funzione (moleben) in onore della Madonna e la malata veniva aspersa con acqua benedetta. Era il 24 ottobre, giorno che rimase poi come “festa” di questa icona. Attorno al 1711 lo zar Pietro il Grande fece portare l’icona da Mosca alla nuova capitale, Pietroburgo, dove fu venerata nella Cappella privata della famiglia imperiale. Le più complete edizioni del libro liturgico (meneon) di Ottobre hanno una ufficiatura propria in onore della Madre di Dio onorata, appunto, nell’icona “Gioia di tutti gli afflitti”. L’Inno è l’Akathistos destinato a celebrare insieme le due icone sopramenzionate. Il testo è anonimo, ma figura nei libri liturgici slavi. Si compone, come al solito, di tredici kondak e di dodici iki (plurale di ikos). I primi, più brevi, si chiudono con l’Alleluja ripreso in coro dai fedeli; gli ikoi, invece, sono più lunghi, contengono una serie di cheretismì (salutazioni) e terminano con un ritornello comune indirizzato ad ambedue le icone: “Rallegrati, Ricerca delle anime perdute e Gioia di tutti gli afflitti”. Il testo, che si ispira a molti inni mariani della Chiesa bizantina, contiene anche numerose espressioni e invocazioni che si ritrovano tali e quali in molte preghiere occidentali, a conferma che la Vergine Maria è Madre di tutti, Regina dell’Oriente e dell’Occidente, Ausilio dei Cristiani e Promotrice di unità. Proviene dalla chiesa di S. Nicola a Tolmaci di Mosca un icona nella galleria Tretiakov a Mosca copia dell’icona miracolosa della Madre di Dio “La gioia di tutti gli afflitti” che fu glorificata nel 1688 dopo l’intercessione e la miracolosa guarigione della sorella del patriarca Ioachim. L’icona fu scritta nella chiesa della Trasfigurazione (Preobrazhenskaja) dopo la ricostruzione nel 1685. Il destino dell’icona non è chiaro. Secondo una delle versioni, l’immagine fu portata a San Pietroburgo nel 1711 e a Mosca rimase solamente una copia. L’icona di Mosca e di San Pietroburgo sono molto diverse nella loro iconografia. Nel XVIII secolo l’iconografia della Madre di Dio “Gioia di tutti gli afflitti” conosce molte varianti influenzate da più elementi iconografici cattolici. La caratteristica comune di tutte le varianti è l’immagine degli afflitti che rivolgono le loro preghiere verso la Madre di Dio, loro protettrice e patrona. Nel centro della composizione c’è sempre la Santa Vergine coronata, spesso è posta sulla luna e nella mano sinistra tiene il Bambino coronato. L’immagine è circondata dalla luce, tutti segni presi dal libro dell’Apocalisse “una donna vestita nel sole con la luna sotto i suoi piedi.” (Ap. 12:1). A volte il popolo che invoca la Madre di Dio è diviso in sei gruppi: glistaretz, gli ignudi, i malati, gli afflitti, gli affamati e i pellegrini; tutti sono consolati dagli angeli mandati dalla Madre di Dio. Questa immagine rappresenta direttamente il testo del tropario scritto sul rotolo nella parte bassa della composizione. L’icona dalla galleria Tretjakov è una delle copie più antiche di questo tipo. L’immagine raffigura la Madre di Dio al centro di un’aura a forma di mandorla, in piedi sopra una nuvola. La Madre di Dio regge il Cristo infante, benedicente, ed è circondata da schiere di persone sofferenti e di angeli. Gli afflitti reggono rotoli su cui sono scritte le suppliche da loro dirette alla Madre di Dio: “Santissima Signora, Madre di Dio, superiore agli Angeli e agli Arcangeli, più onorabile di tutte le creature, tu sei l’aiuto di chi è ferito, la speranza di chi è debole, l’intercessione di chi è povero, la consolazione di chi è triste, la nutrice di chi ha fame, colei che veste chi è nudo, la guaritrice di chi è ammalato, la salvezza dei peccatori, l’aiuto e la difesa di tutti i cristiani!”. Sotto alla nuvola, è scritta questa invocazione: “O Madre glorificata, portatrice del Verbo Santissimo, accetta ciò che ti offriamo, liberaci da ogni attacco malvagio, e libera dalle tribolazioni tutti coloro che gridano a te”. Dipinta sopra la Madre di Dio, si trova la Trinità, in un’aura luminosa. Alla destra Dio Padre, alla sinistra Dio il Figlio, e tra loro una colomba, simboleggiante lo Spirito Santo. Sopra ai sofferenti è dipinta una schiera di Santi, che possono variare a seconda del committente l’icona. Nel caso dell’icona qui raffigurata vediamo da sinistra S. Gregorio della Decapoli, S. Teodoro Vescovo, San Sergio di Radonez e San Valaam taumaturgo.

(dal sito Icona immagine di Dio)

La festa della Protezione della Madre di Dio
La festa della Protezione della Madre di Dio

La colonna di fuoco. La saga di Kingsbridge continua.

La colonna di fuoco. La saga di Kingsbridge. Terza parte.

La trama riportata da Amazon.it

Gennaio 1558, Kingsbridge. Quando il giovane Ned Willard fa ritorno a casa si rende conto che il suo mondo sta per cambiare radicalmente. Solo la vecchia cattedrale sopravvive immutata, testimone di una città lacerata dal conflitto religioso. Tutti i principi di lealtà, amicizia e amore verranno sovvertiti. Figlio di un ricco mercante protestante, Ned vorrebbe sposare Margery Fitzgerald, figlia del sindaco cattolico della città, ma il loro amore non basta a superare le barriere degli opposti schieramenti religiosi. Costretto a lasciare Kingsbridge, Ned viene ingaggiato da Sir William Cecil, il consigliere di Elisabetta Tudor, futura regina di Inghilterra. Dopo la sua incoronazione, la giovane e determinata Elisabetta I vede tutta l’Europa cattolica rivoltarsi contro di lei, prima tra tutti Maria Stuarda, regina di Scozia. Decide per questo di creare una rete di spionaggio per proteggersi dai numerosi attacchi dei nemici decisi a eliminarla e contrastare i tentativi di ribellione e invasione del suo regno. Il giovane Ned diventa così uno degli uomini chiave del primo servizio segreto britannico della storia. Per quasi mezzo secolo il suo amore per Margery sembra condannato, mentre gli estremisti religiosi seminano violenza ovunque. In gioco, allora come oggi, non sono certo le diverse convinzioni religiose, ma gli interessi dei tiranni che vogliono imporre a qualunque costo il loro potere su tutti coloro che credono invece nella tolleranza e nel compromesso. Dopo il successo straordinario de I pilastri della terra e Mondo senza fine, la saga di Kingsbridge che ha appassionato milioni di lettori nel mondo continua con questo magnifico romanzo di spionaggio cinquecentesco, in cui Ken Follett racconta con sapiente maestria la grande Storia attraverso gli intrighi, gli amori e le vendette di decine di personaggi indimenticabili, passando dall’Inghilterra e la Scozia, alla Francia, Spagna e Paesi Bassi. Ambientato in uno dei periodi più turbolenti e rivoluzionari di tutti i tempi, La colonna di fuoco è un romanzo epico sulla libertà, con un forte richiamo all’attualità di oggi.

La colonna di fuoco. La saga di Kingsbridge continua.
La colonna di fuoco. La saga di Kingsbridge continua.

Il commento di mia figlia Sara

Quando ieri mi ha visto tutto preso dal mio “librone” mi ha chiesto di cosa parlasse. Glielo ho raccontato per sommi capi e lei mi ha detto: “Ma babbo, leggi sempre cose di Chiesa?”.

Mi è venuto da ridere ma le ho risposto che si trattava di un romanzo storico, e che mi piaceva perché parlava della fede attraverso però la vita delle persone. E tu sai, le ho detto, che per il babbo la fede è la dimensione più importante della vita. E che il babbo ama e si comporta con le persone secondo la verità della sua fede, indipendentemente da come queste si comportino con lui.

Poi, le ho detto, nel periodo storico in cui è ambientato il libro (quello detto della Riforma e della Controriforma) la fede era l’elemento centrale della vita di tutti, non un qualcosa “solo privato” come tanti dicono oggi debba essere. Sbagliando.

“Vero”, mi ha risposto, “però ora mi aiuti a fare i compiti di informatica!”.

Alcune mie considerazioni

Dico subito che non vi racconto nulla della trama. Se vi andasse di leggerlo vi toglierei tutto il gusto di farlo. Però capite facilmente, se mi conoscete, perché un’opera come questa, dove trovano posto la nascita della Riforma, Ginevra e Calvino, Serveto e la strage degli Ugonotti, non possa non affascinare me.

Oltre che per i motivi di cui sopra, discussi con mia figlia Sara, per il mio essere un prete, un ministro cattolico ordinato, pure affascinato dalla Riforma e dai suoi 5 Sola, nato il 10 luglio come Calvino e che a questo si sente vicino per il suo sconfinato amore per la Scrittura, per il Verbo Rivelato di Dio.

Per chi si leggerà il libro (912 pagine!) sappia che mi sono ritrovato molto nei personaggi di Sylvie e di sua madre Isabel, e negli ideali di tolleranza del protagonista Ned Willard e di Margery. Tolleranza che però non significa indifferenza al fatto religioso, o che tutte le fedi e le confessioni sono uguali. Ma tolleranza come amore per la Verità di Dio che supera, deve superare tutte le parziali letture umane della stessa.

Pe capirsi, è giusto sentire la Verità come un fuoco che ti brucia dentro, un fuoco che vorresti vedere acceso. Ma questo non può mai significare accendere fuochi sotto i piedi o le vite di altri. E’ giusto amare le altezze e le vertigini mistiche delle grandi cattedrali, ma non è lecito usarne le torri per  togliere la vita ad altri. E’ giusto dire che la Parola è una spada a doppio taglio, che ferisce fino al midollo, ma non è lecito ad alcuno far perire altri di spada, di metallo, umana. Quella è la verità, fredda come la lama, del peccato umano.

Mentre la spada della Parola riscalda il cuore con la misericordia di Dio, spingendoti alla conversione.

Comunque leggetelo il libro, è molto bello. Poi magari ne parliamo assieme.

 

È ormai tempo di svegliarci dal sonno! (Lodi Mattutine)

È ormai tempo di svegliarci dal sonno! (Lodi Mattutine)

LETTURA BREVE

Romani 13:11b.12-13a

È ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno.

INVOCAZIONE

Cristo, sommo sacerdote della nostra fede, ci ha resi partecipi di una vocazione santa. Eleviamo a lui la nostra lode e acclamiamo:
Signore, nostro Dio e nostro Salvatore.

Re glorioso, che nel battesimo ci hai rivestiti del sacerdozio regale,
– rendici degni di offrirti il sacrificio della lode.

Concedici di osservare sempre i tuoi comandamenti,
– perché con la tua grazia rimaniamo in te e tu in noi.

Infondi in noi il tuo Spirito,
– la tua sapienza ci assista sempre e operi con noi.

Fa’ che nessuno oggi sia rattristato per causa nostra
– e che diveniamo operatori di gioia e di pace.

PADRE NOSTRO

Padre nostro, che sei nei cieli,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione,
ma liberaci dal male.

ORAZIONE

Accogli con bontà, o Signore, la preghiera mattutina della tua Chiesa e illumina con il tuo amore le profondità del nostro spirito, perché siano liberi dalle suggestioni del male coloro che hai chiamati allo splendore della tua luce. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Il Signore ci benedica, ci preservi da ogni male, e ci conduca alla vita eterna.
℞ Amen.

È ormai tempo di svegliarci dal sonno!
È ormai tempo di svegliarci dal sonno!

Il Padre nostro pregato con Agostino (Ufficio Notturno)

Il Padre nostro pregato con Agostino

Dalla «Lettera a Proba» di sant’Agostino, vescovo
(Lett. 130, 11, 21 – 12, 22; CSEL 44, 63-64)

A noi sono necessarie le parole per richiamarci alla mente e considerare quello che chiediamo, ma non crediamo di dovere informare con esse il Signore, o piegarlo ai nostri voleri.

Quando dunque diciamo – prima parte

Quando dunque diciamo: «Sia santificato il tuo nome», stimoliamo noi stessi a desiderare che il suo nome, che è sempre santo, sia ritenuto santo anche presso gli uomini, cioè non sia disprezzato. Cosa questa che giova non a Dio, ma agli uomini.

Quando poi diciamo: «Venga il tuo regno» che, volere o no, certamente verrà, eccitiamo la nostra aspirazione verso quel regno, perché venga per noi e meritiamo di regnare in esso.

Quando diciamo: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra», gli domandiamo la grazia dell’obbedienza, perché la sua volontà sia adempiuta da noi, come in cielo viene eseguita dagli angeli.

Quando dunque diciamo – seconda parte

Dicendo: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano», con la parola «oggi» intendiamo nel tempo presente. Con il termine «pane» chiediamo tutto quello che ci è necessario, indicandolo con quanto ci occorre maggiormente per il sostentamento quotidiano. Domandiamo anche il sacramento dei fedeli, necessario nella vita presente per conseguire la felicità, non quella temporale, ma l’eterna.

Quando diciamo: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori», richiamiamo alla memoria sia quello che dobbiamo domandare, sia quello che dobbiamo fare per meritare di ricevere il perdono.

Quando diciamo: «E non ci indurre in tentazione», siamo esortati a chiedere l’aiuto indispensabile per non cedere alle tentazioni e per non rimanere vinti dall’inganno o dal dolore.

Quando diciamo: «Liberaci dal male», ricordiamo a noi stessi che non siamo ancora in possesso di quel bene nel quale non soffriremo più alcun male. Questa domanda è l’ultima dell’orazione domenicale. Essa ha un significato larghissimo. Perciò, in qualunque tribolazione si trovi il cristiano, con essa esprima i suoi gemiti, con essa accompagni le sue lacrime, da essa inizi la sua preghiera, in essa la prolunghi e con essa la termini.

Ogni preghiera sia contenuta nel Padre nostro

Le espressioni che abbiamo passato in rassegna hanno il vantaggio di ricordarci le realtà che esse significano.

Tutte le altre formule destinate o a suscitare o ad intensificare il fervore interiore, non contengono nulla che non si trovi già nella preghiera del Signore, purché naturalmente la recitiamo bene e con intelligenza.

Chiunque prega con parole che non hanno alcun rapporto con questa preghiera evangelica, forse non fa una preghiera mal fatta, ma certo troppo umana e terrestre.

Del resto stenterei a capacitarmi che una tale preghiera si possa dire ancora ben fatta per i cristiani. E la ragione è che, essendo essi rinati dallo Spirito, devono pregare solo in modo spirituale.

RESPONSORIO Cfr. 2 Mac 1, 5. 3

℞ Il Signore esaudisca le vostre preghiere e vi sia propizio; * non vi abbandoni nell’ora della prova.
℣ Conceda a tutti voi volontà di adorarlo e di compiere i suoi desideri;
℞ non vi abbandoni nell’ora della prova.

ORAZIONE

Dio onnipotente ed eterno, crea in noi un cuore generoso e fedele, perché possiamo sempre servirti con lealtà e purezza di spirito. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Il Padre nostro pregato con Agostino (Ufficio Notturno)
Il Padre nostro pregato con Agostino (Ufficio Notturno)

I tempi fissi della preghiera (Ufficio Notturno)

I tempi fissi della preghiera

Dalla «Lettera a Proba» di sant’Agostino, vescovo
(Lett. 130, 9, 18 – 10, 20; CSEL 44, 60-63)

Manteniamo sempre vivo il desiderio della vita beata, che ci viene dal Signore Dio e non cessiamo mai di pregare. Ma, a questo fine, è necessario che stabiliamo certi tempi fissi per richiamare alla nostra mente il dovere della preghiera, distogliendola da altre occupazioni o affari, che in qualche modo raffreddano il nostro desiderio, ed eccitandoci con le parole dell’orazione a concentrarci in ciò che desideriamo. Facendo così, eviteremo che il desiderio, tendente a intiepidirsi, si raffreddi del tutto o si estingua per mancanza di un frequente stimolo.

La raccomandazione dell’Apostolo: «In ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste» (Fil 4, 6) non si deve intendere nel senso che dobbiamo portarle a conoscenza di Dio. Egli infatti le conosceva già prima che fossero formulate. Esse devono divenire piuttosto maggiormente vive nell’ambito della nostra coscienza. Esse, poi, devono contare su un atteggiamento fatto di fiduciosa attesa dinanzi a Dio, più che ambire la manifestazione reclamistica dinanzi agli uomini.

Stando così le cose, non è certo male o inutile pregare a lungo, quando si è liberi, cioè quando non si è impediti dal dovere di occupazioni buone o necessarie. Però anche in questo caso, come ho detto, si deve sempre pregare con quel desiderio.

Pregare a lungo non è pregare con molte parole

Infatti il pregare a lungo non è, come qualcuno crede, lo stesso che pregare con molte parole. Altro è un lungo discorso, altro uno stato d’animo prolungato. Consideriamo come del Signore stesso sia scritto che passava le notti in preghiera, e che nell’orto pregò a lungo. Ed in ciò, che altro intendeva, se non darci l’esempio, egli che nel tempo è l’intercessore propizio, mentre nell’eternità è, insieme al Padre, colui che ci esaudisce?

Sappiamo che gli eremiti d’Egitto fanno preghiere frequenti, ma tutte brevissime. Esse sono come rapidi messaggi che partono all’indirizzo di Dio. Così l’attenzione dello spirito, tanto necessaria a chi prega, rimane sempre desta e fervida e non si assopisce per la durata eccessiva dell’orazione. E in ciò essi mostrano anche abbastanza chiaramente che non si deve voler insistere in un prolungato sforzo di concentrazione, quando si vede che non può durare oltre un certo tempo, e d’altra parte non si deve interrompere alla leggera o bruscamente la preghiera, quando si vede che la presenza vigile della mente può continuare.

Lungi dunque dalla preghiera ogni verbosità, ma non si tralasci la supplica insistente, se perdura il fervore e l’attenzione. Il servirsi di molte parole nella preghiera equivale a trattare una cosa necessaria con parole superflue.

Il pregare consiste nel bussare alla porta di Dio e invocarlo con insistente e devoto ardore del cuore.
Il dovere della preghiera si adempie meglio con i gemiti che con le parole, più con le lacrime, che con i discorsi. Dio, infatti, «pone davanti al suo cospetto le nostre lacrime» (Sal 55, 9 volg.), e il nostro gemito non rimane nascosto (cfr. Sal 37, 10) a lui che tutto ha creato per mezzo del suo Verbo, e non cerca le parole degli uomini.

I tempi fissi della preghiera - Lettera a Proba di Agostino Vescovo
I tempi fissi della preghiera – Lettera a Proba di Agostino Vescovo