Archivi categoria: Bibbia

Ascoltiamo le lacrime del Re (Luca 19,41-44)

41 Quando fu vicino, vedendo la città, pianse su di essa, dicendo: 42 «Oh se tu sapessi, almeno oggi, ciò che occorre per la tua pace! Ma ora è nascosto ai tuoi occhi. 43 Poiché verranno su di te dei giorni nei quali i tuoi nemici ti faranno attorno delle trincee, ti accerchieranno e ti stringeranno da ogni parte; 44 abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché tu non hai conosciuto il tempo nel quale sei stata visitata».

(Luca 19)

bibbiaaperta

L’ultima parte del capitolo 19 dell’Evangelo secondo Luca è caratterizzata da tre episodi e da un dirompente evento finale. Nel primo Gesù racconta la parabola delle mine in cui definisce i criteri del giudizio, quando si rivelerà come Re.

Nel secondo avviene l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, con Gesù che viene effettivamente acclamato come Re e le folle ed i discepoli che gli gridano «Benedetto il Re che viene nel nome del Signore; pace in cielo e gloria nei luoghi altissimi!».

I farisei chiedono che li rimproveri ma Gesù gli risponde “a volto indurito”, con lo stesso volto indurito con cui aveva inziato il cammino verso Gerusalemme (Luca 9,51): «Vi dico che se costoro tacciono, le pietre grideranno» (Luca 19,40).

Arriviamo così al terzo episodio, narrato nel brano che leggiamo oggi, il lamento di Gesù su Gerusalemme che non riconosce il Re e che uccide i profeti nel suo seno.

Gerusalemme che confonde la pace che dà il Signore, che consiste nell’obbedire pienamente alla Sua Parola, con la finta pace degli uomini e del mondo.

Gerusalemme che non costruisce sulla pietra angolare che è la Parola di Dio, che è il Verbo, ma mette pietra su pietra, pietra sopra pietra, credendo di tenerle insieme con la malta ed il cemento umani, i pensieri degli uomini, le ideologie umane, le false fedi, le credenze illusorie… come costruire con il cemento misto a sabbia, noi uomini queste cose dovremmo conoscerle…

Gerusalemme, infine, che non riconosce neppure il tempo per quello che è, un dono di Dio, attimo per attimo, e lo considera come se fosse un suo diritto, come se fosse un qualcosa che ‘comunque’ avrà sempre a disposizione.

Gesù vede tutte queste cose e piange sulla città. Piange ma parla, per nostra fortuna, piange e le sue lacrime sono quelle che garantiscono agli eletti il sorriso finale, quando il Re verrà per l’ultimo dei giudizi, e ciascuno di noi verrà esaminato per l’ultima volta. Perchè non è vero che gli esami non finiscono mai. Arriva il momento che gli esami finiscono (lo vedremo nel dirompente evento finale di domani) e chi non lo ascolta, chi non pende dalle sue labbra, viene cacciato fuori dalla presenza di Dio.

Ascoltiamo allora e stiamo attenti…

8 Oggi, se udite la sua voce,
non indurite il vostro cuore come a Meriba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
9 quando i vostri padri mi tentarono,
mi misero alla prova sebbene avessero visto le mie opere.
10 Quarant’anni ebbi in disgusto quella generazione,
e dissi: «È un popolo dal cuore traviato;
essi non conoscono le mie vie».
11 Perciò giurai nella mia ira:
«Non entreranno nel mio riposo!»

(Salmo 95, Invitatorio)

Ma tu sei valdese? Si, iuxta modum.

Sempre per la serie “A domanda rispondo”, in breve; stavolta il lettore del blog si meraviglia della difformità su alcune tematiche di quanto scrivo io su questo blog e quanto scrive la Tavola Valdese sul settimanale Riforma o scrivono parecchi pastori valdesi e metodisti in rete.

La risposta è si, io sono un cristiano (prima di tutto) biblico, riformato, che fa riferimento per la sua professione di fede, dopo il Simbolo degli Apostoli ed il Simbolo Niceno, ai contenuti della Confessione di fede valdese.

Il problema è che la Chiesa Valdese “ufficiale”, quella governata dalla Tavola, quella del Sinodo di Torre Pellice, a quella confessione (di assoluta fede biblica e di stampo evangelico calvinista) non fa più riferimento.

Quindi come conseguenza io non faccio più riferimento alla Tavola Valdese, ho chiesto ed ottenuto di essere eliminato dall’elenco ufficiale dei predicatori locali che a questa fanno capo.

Posso essere definito Valdese? Si, ma faccio parte con tanti fratelli e sorelle del movimento dei “Sentieri Antichi Valdesi” che si propone di rimanere pienamente fedele a quella confessione di fede.

L’espressione “sentieri antichi” viene da un brano del profeta Geremia, al capitolo 6:

16 Così dice il SIGNORE:”Fermatevi sulle vie e guardate, domandate quali siano i sentieri antichi,dove sia la buona strada, e incamminatevi per essa; voi troverete riposo alle anime vostre!”

Ma quelli rispondono: “Non c’incammineremo per essa!”17 Io ho messo delle sentinelle per voi: “State attenti al suono della tromba!” Ma quelli rispondono: “Non staremo attenti”.

Il pastore Paolo Castellina commenta così questi versetti, faccio mio il suo commento.

Così, di fronte alle abominazioni che commettono e di fronte alle quali sono ciechi, come pure all’imminente annunciato castigo che ostinatamente negano potrebbe avvenire perché per loro “non c’è problema”, il Signore dice loro di “fermarsi” sulle vie larghe che stanno percorrendo (potremmo dire popolari e moderne “strade asfaltate”).

Essi dovrebbero però meglio chiedere dei “sentieri antichi” (o “sentieri del passato”), chiedere dove sia “la buona strada” e tornare ad incamminarsi per essa.

Che senso ha, potremmo però chiederci, abbandonare la via del progresso per tornare alla “scomodità” e “rozzezza” del passato, un “oscuro ed inquietante medioevo” (come dicono alcuni) da celebrare di tanto in tanto o meglio dimenticare? Tornare a quello che alcuni definiscono la situazione idealizzata di un passato “che non è mai veramente esistito”?

Il “progresso” però, quello sì che è un mito. Spesso, infatti, siamo di fronte non ad una evoluzione, ma ad un’involuzione, una degenerazione morale e spirituale di cui non ci su avvede perché ci siamo abituati al presente – sul quale ci concentriamo – e non vediamo le cose “in prospettiva”. È sulla freschezza ed entusiasmo delle vie antiche che troveremo la nostra pace, è tornando al nostro “primo amore” che troveremo quello che oggi ci manca.

L’antico popolo di Dio era ad un bivio e così il profeta li esorta a prendere la via più affidabile, quella tracciata nel passato e che conduce alla vera benedizione.

E’ l’appello che pure risuona nel Deuteronomio: “Ricòrdati dei giorni antichi, considera gli anni delle età passate, interroga tuo padre ed egli te lo farà conoscere, i tuoi vecchi ed essi te lo diranno” (Deuteronomio 32:7).

Essi, però, ostinatamente si rifiutano di incamminarsi per questa via.

Le sentinelle (i veri profeti) suonano l’allarme, ma essi non vi prestano attenzione. È così anche oggi.

Le confessioni di fede di uomini e donne che avevano suggellato con il loro stesso sangue la loro fedeltà alla Bibbia, spesso oggi vengono onorate solo formalmente, relativizzate e disattese per far eco soltanto alle mode culturali ed intellettuali del tempo presente.

Allora la risposta alla domanda: “Ma tu sei valdese?” è “si, ma iuxta modum“. Espressione latina che significa si, ma nel giusto modo di intendere l’essere valdese.

Che significa essere un cristiano (primo) biblico, ossia fedele al principio della Sola Scrittura come fonte della Rivelazione (secondo) come viene espresso dagli antichi simboli della chiesa cosiddetta indivisa (terzo) ed ulteriormente definito dalla confessione di fede di stampo calvinista della chiesa cristiana evangelica valdese (quarto).

alberopaschetto

Le mine del Cristo Re (Luca 19,11-28)

11 Mentre essi ascoltavano queste cose, Gesù aggiunse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi credevano che il regno di Dio stesse per manifestarsi immediatamente.

12 Disse dunque: «Un uomo nobile se ne andò in un paese lontano per ricevere l’investitura di un regno e poi tornare. 13 Chiamati a sé dieci suoi servi, diede loro dieci mine e disse loro: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”.

14 Or i suoi concittadini l’odiavano e gli mandarono dietro degli ambasciatori per dire: “Non vogliamo che costui regni su di noi”.

15 Quando egli fu tornato, dopo aver ricevuto l’investitura del regno, fece venire quei servi ai quali aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ognuno avesse guadagnato mettendolo a frutto.

16 Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua mina ne ha fruttate altre dieci”. 17 Il re gli disse: “Va bene, servo buono; poiché sei stato fedele nelle minime cose, abbi potere su dieci città”. 18 Poi venne il secondo, dicendo: “La tua mina, Signore, ha fruttato cinque mine”. 19 Egli disse anche a questo: “E tu sii a capo di cinque città”. 20 Poi ne venne un altro che disse: “Signore, ecco la tua mina che ho tenuta nascosta in un fazzoletto, 21 perché ho avuto paura di te che sei uomo duro; tu prendi quello che non hai depositato, e mieti quello che non hai seminato”. 22 Il re gli disse: “Dalle tue parole ti giudicherò, servo malvagio! Tu sapevi che io sono un uomo duro, che prendo quello che non ho depositato e mieto quello che non ho seminato; 23 perché non hai messo il mio denaro in banca, e io, al mio ritorno, lo avrei riscosso con l’interesse?”

24 Poi disse a coloro che erano presenti: “Toglietegli la mina e datela a colui che ha dieci mine”. 25 Essi gli dissero: “Signore, egli ha dieci mine!” 26 “Io vi dico che a chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 27 E quei miei nemici che non volevano che io regnassi su di loro, conduceteli qui e uccideteli in mia presenza”».

28 Dette queste cose, Gesù andava avanti, salendo a Gerusalemme.

(Luca 19)

bibbiaaperta

Essi credevano che il Regno di Dio stesse per manifestarsi immediatamente…

Alcuni tra quelli che seguivano Gesù credevano che fosse vicino il giudizio.

Primo intento della parabola raccontata da Gesù? Ribadire loro che conoscere il tempo e l’ora è da Dio e non dall’uomo.

L’uomo ha ricevuto da Dio delle capacità, dei doni (i doni dello Spirito); finchè è su questa terra deve preoccuparsi di metterli a frutto, in attesa del ritorno del Signore (nota: “mine” o “talenti” è la stessa cosa; 60 mine facevano un talento; cambia l’unità di misura ma non cambia “di uno iota” il senso della parabola).

14 Or i suoi concittadini l’odiavano e gli mandarono dietro degli ambasciatori per dire: “Non vogliamo che costui regni su di noi”.

Dio, in Cristo Gesù, si fa uomo. E’ vero uomo e noi in quanto tali siamo suoi concittadini, come lo erano le creature umane viventi al tempo di Gesù. Oggi come allora è pieno di creature umane che questo Gesù lo trova scomodo, che questo Signore altruistico fino alla Croce proprio non lo sopporta, e vuole toglerlo di mezzo.

Gli “ambasciatori” che gli mandano dietro sono le ideologie umane, i “vangeli diversi” di cui parla Paolo, le dottrine perverse dettate da demoni che si presentano come angeli di luce, la fede ridotta ad una sola delle sue dimensioni (sola diaconia, solo dogmatismo, sola attesa del tempo che verrà… infinite sono state nei secoli e sono oggi questi tentativi di depotenziare la Parola di Dio).

Tutti questi ambasciatori a nulla valgono, muoiono uno dopo l’altro, non se ne parla più nel prosieguo della parabola. Si parla solo del Signore che torna e che chiede conto delle mine, dei talenti ricevuti perchè dessero frutto per il Suo Nome e per la Sua Gloria.

Perchè il Signore, lo dice nella Scrittura è un Dio geloso.

Ama di amore unico ed infinito ciascuno di noi, ed allo stesso modo vuole essere riamato. Ama la nostra storia, ama ciascuno, a uno dona uno, ad un altro cinque, ad un altro dieci talenti, o mine (vedete al posto di queste somme le diverse condizioni delle nostre vite; chi è sposato, chi non lo è, chi è professore, chi operaio, chi pastore, chi religioso, chi casalinga, chi studente…) ma poi vorrà vederne il frutto quando sarà il momento del nostro ripresentarsi di fronte a Lui.

Perchè il Signore è un Dio geloso e solo a Lui va resa la gloria. 

Una mina, un talento o più, usati per sè stessi e basta, per fare grande sè stessi (o la propria famiglia, condizione lavorativa, chiesa, confessione religiosa, carisma) rischiano di valere nulla di fronte al Signore.

16 Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua mina ne ha fruttate altre dieci”. 17 Il re gli disse: “Va bene, servo buono; poiché sei stato fedele nelle minime cose, abbi potere su dieci città”. 18 Poi venne il secondo, dicendo: “La tua mina, Signore, ha fruttato cinque mine”. 19 Egli disse anche a questo: “E tu sii a capo di cinque città”.

Vedete? Uno ha guadagnato dieci volte, l’altro cinque. Ma entrambi vengono elogiati e premiati. Ed entrambi, notate anche, ricevono lo stesso titolo: “Servo buono” (“Servo buono e fedele” in Matteo 25). Perchè questo, soltanto questo siamo chiamati ad essere: servi buoni, servi obbedienti, servi senza pretese, servi inutili si dice in un altro passo evangelico.

E’ questo che dà tanto fastidio all’uomo. Non tanto ammettere che c’è qualcuno sopra di lui. Come potremmo non ammetterlo del resto? La nostra vita terrena è piena di superiori, di potenti, di capi reparto e capi officina, di comandanti in capo e di generali, di presidi e di presidentesse… Ma nella vita terrena noi ci consoliamo… facendoci capi di qualcun altro (la moglie, il marito, i figli, la famiglia, questo o quel gruppetto di persone…).

Ah, che tentazione fortissima che è il potere! A tutti i livelli!

Quello che dà tanto fastidio all’uomo, per cui, appena può, cerca (senza successo se non in apparenza) di espellere Dio dalla sua vita, è l’essere definito servo, più ancora, meglio, il riconoscersi servo, per giunta senza pretese. Perchè la creatura è nulla senza il Creatore.

Perciò oggi come all’inizio del tempo, al tempo del primo Adamo e della prima Eva andiamo alla ricerca del frutto da mangiare, che ci faccia grande, o ci faccia credere tali… Una tentazione constante per l’uomo, non solo per chi si vorrebbe “senza Dio” ma anche per chi è dentro la sua chiesa, per chi è tra i molti chiamati…

Molti sono i chiamati (e tante sono le chiese e le confessioni di fede, i servi definiti nella parabola) ma pochi sono gli eletti (quelli che portano frutto, quelli che, secondo quanto è stato stabilito, operano per la sola Sua gloria).

Uno degli stratagemmi per non servire Dio e la Sua gloria è… fare finta di farlo!, disegnandosi un Dio a propria immagine e somiglianza. Così fa il terzo servo della parabola.

20 Poi ne venne un altro che disse: “Signore, ecco la tua mina che ho tenuta nascosta in un fazzoletto, 21 perché ho avuto paura di te che sei uomo duro; tu prendi quello che non hai depositato, e mieti quello che non hai seminato”.

Gretto ed avaro egli si dimostra, la mina non la mette al servizio altrui, ma se la tiene; nemmeno semplicemente se la tiene in tasca, ma in tasca, nascosta, dentro un fazzoletto. Gretto ed avaro era lui, ma dipinge così Dio. Gli dice che è duro, cattivo, ladro (“prendi quello che non hai depositato, e mieti quello che non hai seminato“), come se la mina non l’avesse ricevuta da Lui, dal Suo Signore! Come se non avesse ricevuto una indicazione chiara su cosa doveva farci con quella mina (aveva detto il Signore alla Sua partenza: “Fatele fruttare fino al mio ritorno“).

La risposta dell’uomo nobile, ora fatto Re (fate attenzione; il contesto è quello del giudizio finale, dove l’uomo nobile che è il Signore Gesù , nobile nel suo sacrificio sulla Croce, che ci dona le mine ed i talenti, i doni dello Spirito nella Pentecoste, si rivela come il Cristo Re, la solennità che celebriamo proprio domenica prossima, Signore Eterno della storia e di ogni uomo) è dura ma vera e giusta, secondo il mandato che era stato affidato (Andate ed annunciate il Vangelo ad ogni creatura!… Battezzate nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo!… Queste cose andavano fatte, senza trascurare quelle…).

La scena è proprio quella del giudizio finale…

22 Il re gli disse: “Dalle tue parole ti giudicherò, servo malvagio! Tu sapevi che io sono un uomo duro, che prendo quello che non ho depositato e mieto quello che non ho seminato; 23 perché non hai messo il mio denaro in banca, e io, al mio ritorno, lo avrei riscosso con l’interesse?”

24 Poi disse a coloro che erano presenti: “Toglietegli la mina e datela a colui che ha dieci mine”. 25 Essi gli dissero: “Signore, egli ha dieci mine!” 26 “Io vi dico che a chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 27 E quei miei nemici che non volevano che io regnassi su di loro, conduceteli qui e uccideteli in mia presenza”».

Confrontatela rapidamente con Matteo 25; il servo malvagio di Luca 19 è il servo malvagio e fannullone di Matteo 25. Fannullone, ovvero che non solo non fa nulla, ma se ne vanta pure (il suffisso -one), si crede lo stesso grande ed obbediente come gli altri servi! Quelli che obbediscono.

La parabola non lo racconta esplicitamente ma immagino, da come si conclude (“E quei miei nemici che non volevano che io regnassi su di loro, conduceteli qui e uccideteli in mia presenza“) che il servo fannullone faccia la stessa fine.

In Matteo 25 la cosa del resto è resa esplicita (E quel servo inutile [inutile non nel senso detto precedentemente, di essere “senza pretese” ma che si è rivelato tale alla fine della vita terrena, inutile perchè disobbediente o falsamente tale], gettatelo nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor dei denti“.).

Si conclude così la parabola, con il versetto 28:

28 Dette queste cose, Gesù andava avanti, salendo a Gerusalemme.

Visto che io sono qui che scrivo, voi che leggete, non siamo ancora agli ultimi tempi. Il momento del giudizio finale non sappiamo nè possiamo sapere quando sarà. Ma sappiamo che c’è un Re, il Re dei Re. Sappiamo che questo Re è il Cristo, il Signore Gesù. E sappiamo che Egli va avanti a noi, salendo a Gerusalemme.

Sappiamo allora, o dovremmo sapere, che il Cristo e le Sue esigenze, le esigenze del Regno, vanno avanti alle nostre. Che dobbiamo sempre avere davanti a noi, come guida sicura e luce al nostro cammino, la Parola di Dio. Che è la Parola di Dio (Dette queste cose…) quanto ci è stato rivelato nella Scrittura tutta, l’unico sentiero che dobbiamo seguire per andare verso la città dove è Dio (Gerusalemme), la città della pace (lo Shalom, ossia la pace quella vera! non quella finta che dà il mondo).

Sappiamo che quel cammino è faticoso. Sappiamo che si passa per le persecuzioni, le croci, i molti dolori. Ma sappiamo anche che solo rimanendo sotto quella Croce si ha la salvezza eterna.

Ed a noi quella sola interessa. O no?

Ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?

Cercava di vedere Gesù (Luca 19,1-10)

1 Entrato in Gerico, attraversava la città. 2 Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, 3 cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. 4 Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. 5 Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». 6 In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. 7 Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È andato ad alloggiare da un peccatore!». 8 Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto». 9 Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; 10 il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

(Luca 19)

bibbia

 

Uno come me, che di cognome fa Zacchi, non può esimersi dal commentare il Vangelo che, oggi, racconta l’episodio di Zaccheo.

Zaccheo è un nome di origini ebraiche che, più precisamente, proviene da Zakkai. Il valore semantico di questo nome è “puro, immacolato”. Potrebbe però essere anche collegato a Zaccaria e assumere il significato di “memoria di Dio”.

Così dice un dizionario dei nomi rispetto a quello del personaggio del Vangelo. Di fatto il significato che è sempre prevalso tra gli esegeti è il secondo. Zaccheo, come Zaccaria, fa memoria di Dio, si ricorda, e riconosce Dio nel Figlio, in quel Gesù che cammina dalle sue parti. Il peccato lo rende piccolo di statura, quindi sale su un albero; non su un albero qualsiasi ma su un sicomoro, o fico sicomoro, ovvero su un albero che richiamava l’eternità.

Il fico sicomoro era considerato un sacro albero cosmico, assimilato alla fenice. Sicomoro, dunque, simbolo di immortalità, di vittoria sulla morte, di rinascita dalla distruzione…

In numerologia il sicomoro è legato al numero 9, il numero tre volte sacro (3×3=9), il numero dell’Amore Universale. Rappresenta l’immagine completa dei 3 mondi: materiale, psichico e animico ed è simbolo di verità totale e completa (il 9 moltiplicato per qualsiasi altro numero dà un prodotto le cui cifre sommate tra loro danno ancora 9)…

Conosciuto ed apprezzato dagli Egizi, nella loro mitologia il sicomoro era l’albero consacrato alla dea Hathor, detta anche la “Signora del sicomoro”. Albero ritenuto sacro era considerato simbolo di immortalità e il suo legno era usato per la fabbricazione dei sarcofagi…

(citazioni riprese da qui)

La grazia di Dio (rappresentata dal sicomoro, perchè la grazia di Dio rende capace l’innalzamento dell’anima) fa sì che nonostante il peccato Zaccheo possa elevarsi e vedere Gesù, ed essere quindi nominato, chiamato per nome da Lui.

«Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».

E la redenzione si compie, il cambiamento è totale. Essere riconosciuto da Gesù fa sì che Zaccheo si converta, rovesci completamente la sua vita ed il suo modo di vivere. E questo provoca la gioia di Gesù, la gioia di Dio che vede onorato il suo dono di grazia e di salvezza.

«Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; 10 il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Leggevo ieri tanti post sulla cosiddetta crisi della chiesa e di varie confessioni. Credo che la causa sia una ed una sola. Il fatto che le chiese in massima parte non cercano più di farti vedere Gesù, il Verbo, la Parola. Ti fanno vedere invece tante belle attività umane, anche virtuose, tante belle cose da fare, tanti impegni interessanti da prenderti, ma non ti fanno più vedere Dio.

Non ti fanno salire su un sicomoro, ti danno una comoda scaletta comoda di certezze umane. Da quella al massimo puoi vedere chi ti sta intorno, ma non vedi certo Dio.. al massimo qualche suo riflesso. E poi c’è tutta quella folla, come nel caso di Zaccheo, che si agita, si muove, cerca chissà che cosa, ti impedisce di vedere. E così poi sei portato a chiederti: ma ho bisogno di questa scaletta? Ne vendono tante di scalette, anche più comode, anche più colorate… E poi non è che si vede poi tanto.

Cerchiamo il sicomoro! Cerchiamo un monte! Arrampichiamoci per cercare Dio! Perchè senza fare fatica, senza mettere in discussione la propria bassa statura, non si trova neppure sè stessi, figuriamoci Dio…

Suggerimenti per la preghiera e la lettura giornaliera della Bibbia

Come ogni settimana ricevo e condivido dal fratello pastore Elpidio Pezzella.

Non giudice e arbitro

Or qualcuno della folla gli disse: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli gli disse: «O uomo, chi mi ha costituito giudice e arbitro su di voi?».

Luca 12:13-14

Siamo unici, perché capaci di coinvolgere Dio nelle nostre faccende materiali quando non capaci di venirne a capo da soli. Così, nel mezzo di un discorso di incoraggiamento ai discepoli, affinché non avessero da temere quando si sarebbero trovati ad affrontare situazioni difficili per la predicazione, “qualcuno” attira l’attenzione del Maestro e pone un quesito totalmente estraneo all’argomentazione. Le questioni private tormentano molti e gran parte delle aule dei tribunali è impegnata per dirimere soprattutto quelle in tema di eredità. Il nostro “qualcuno” non ha interesse per le cose del Regno di Dio, ma pretende che Gesù risolva il suo problema. Siamo sempre pronti a ritenere il nostro problema prioritario al cospetto di chiunque. La risposta di Gesù però non lascia dubbi: Egli non è posto o mandato per risolvere quanto di nostra competenza. Anziché rincorrere sempre gli interessi personale, sarebbe opportuno farci tesori che né il tempo, né l’avidità umana possono corrodere (Matteo 6:19). Seguire Cristo impone di guardare le cose di lassù.

 

Umiltà

L’etimologia della parola umiltà è da ricondursi al latino humus = terra, pertanto humilis = umile è colui il quale proviene dalla terra, sta in basso. L’umile, cioè colui che non giudica, non critica, non si vanta, non disprezza, non si esalta, non cerca la propria gloria è un soggetto in via d’estinzione, ormai fuori moda. Siamo trascinati da una società dell’avere e dell’apparire, che non sa guardare al cuore. Stiamo costruendo un mondo con scarse virtù morali. Oggi saper mentire, mettersi in vista e farsi rispettare con la forza è d’obbligo, altrimenti si è dei falliti. Fuggiamo dagli insegnamenti e dai precetti biblici, perché li riteniamo scomodi, non utili ai nostri comodi e alle nostre meschine esigenze. Interessante ricordare che anche la parola uomo deriva dalla radice sanscrita bhu- che successivamente divenne hu- (da cui anche humus). Uomo significa quindi “creatura generata dalla terra, creatura umile”. Donaci, Signore, di invertire la rotta perché la felicità non è salire più in alto – sopra gli altri – ma servire chi ha bisogno, come hai fatto tu, comprendendo che per essere grandi bisogna prima di tutto essere e diventare piccoli. Teniamone conto anche per le prossime ricorrenze (16 Giornata Internazionale della Tolleranza, 19 Giornata internazionale dell’uomo, 20 Giornata Universale del Bambino).

 

Lettura della Bibbia

14 novembre  Ezechiele 40-41; Efesi 5-6

15 novembre  Ezechiele 42-43; Filippesi 1-2

16 novembre  Ezechiele 44-45; Filippesi 3-4

17 novembre  Ezechiele 46-47; Colossesi 1-2

18 novembre  Ezechiele 48; Daniele 1; Colossesi 3-4

19 novembre  Daniele 2-3; 1 Tessalonicesi 1-2

20 novembre  Daniele 4-5; 1 Tessalonicesi 3-4

bibbiaaperta

Perseverare dalla Beth fino alla fine della riga (Luca 21,5-19)

Oggi, 13 novembre 2016, XXXIII Domenica del tempo Ordinario o tempo Per Annum per il lezionario cattolico; Proper 28 (33)Twenty-Sixth Sunday after Pentecost per il Revised Common Lectionary (Lezionario Comune Riveduto, riformato). Lettura consigliata: Luca 21,5-19.

Per tutti i cristiani che seguono i lezionari di cui sopra, questa è la domenica che precede la conclusione dell’Anno Liturgico che avverrà domenica prossima, 20 novembre, con la Domenica di Cristo Re o del Reign of Christ.
Appaiono in queste ultime domeniche dell’anno i testi cosiddetti apocalittici, che parlano degli ultimi tempi, di cosa avverrà, di cosa sta per compiersi, dei segni che accompagnano questi fatti.

Se ne fa un gran parlare di questi tempi. Ma, in realtà, a ben vedere, se ne è sempre fatto un gran parlare da dopo la Morte e Resurrezione del Figlio. E a ragione, poichè è allora che questi ultimi tempi sono iniziati.

Siamo nel tempo dell’apocalisse, termine tradotto solitamente come rivelazione o svelamento perchè letteralmente indica uno strappar via “da” (apò) ciò che è nascosto (kaluptos). Ci siamo, da quando Nostro Signore morì sulla Croce e risorse il terzo giorno. E significativamente, in questo anno liturgico, che segue il ciclo cosiddetto C, in cui viene letto principalmente il Vangelo secondo Luca, nell’ultima domenica, domenica prossima, ci verrà presentata la scena del dialogo tra Gesù e il ladrone crocifissi fianco a fianco, con la promessa di Gesù al ladro: “In verità ti dico: oggi sarai con me in Paradiso” (cfr. Luca 23,35-43). Oggi, non chissà quando.

Il nostro problema, come il problema di tanti cristiani, di tanta umanità, è che noi confondiamo l’oggi, gli ultimi tempi di Dio, di cui parla la Scrittura, con l’oggi e gli ultimi tempi umani. Pretendiamo di trasformare il tempo di Dio, che ne vive fuori, essendo nell’eternità, nel nostro tempo terreno, che ha per tutti un’inizio, al concepimento, ed una fine, al momento della nostra morte corporale. Ci facciamo profeti di cose che non sappiamo, di tempi che non possiamo accelerare o rallentare.

Gesù, nel brano di Evangelo che ascoltiamo oggi, invita a non prestare attenzione alle belle pietre ed ai doni votivi del Tempio. Le belle pietre sono destinate a crollare come tutte le altre; come crollano le false fedi nascoste sotto i doni votivi che in molti casi vogliono sempicemente celare allo sguardo dei più le nostre mancanze.

Le guerre, le sommosse, le pestilenze, le carestie… Quale epoca del tempo dell’uomo ne è mai stata priva? Non dobbiamo preoccuparci di questo, dice Gesù, ma di quello che viene prima; credo io non semplicemente  prima in senso di successione temporale, ma prima come importanza.

Egli disse: «Guardate di non farvi ingannare; perché molti verranno in nome mio, dicendo: “Sono io”; e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro. Quando sentirete parlare di guerre e di sommosse, non siate spaventati; perché bisogna che queste cose avvengano prima; ma la fine non verrà subito». Allora disse loro: «Insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno grandi terremoti, e in vari luoghi pestilenze e carestie; vi saranno fenomeni spaventosi e grandi segni dal cielo. Ma prima di tutte queste cose, vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe, e mettendovi in prigione, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Ma ciò vi darà occasione di rendere testimonianza.

Prima di tutte queste cose viene per noi l’occasione di rendere testimonianza, dice il Cristo. Occorre che ci preoccupiamo non dei segni esteriori di disfacimento dell’uomo, ma di quelli interiori. Leggevamo in uno di questi ultimi giorni Luca 18,8: Ma quando il Figlio dell’Uomo verrà, troverà la fede sulla terra?

Questa deve essere la nostra prima ed unica preoccupazione. La capacità di rendere testimonianza, il continuo rendere grazie con ogni nostro mezzo ed ogni nostra capacità, del dono della fede che abbiamo ricevuto.

Le difficoltà contingenti, ovvero le difficolta che ci accomunano (con) e ci toccano e ci attraversano tutti e tutte (tangenti) non servono a spaventarci, ma servono a richiamarci al dovere di dare testimonianza, al dovere di rendere gloria a Dio ed a Lui solo per il dono che ci è fatto dal Figlio che si è fatto Uomo, che si rivela Re dell’Universo, che è venuto per la nostra salvezza (dal Cristo Re all’Avvento, i tempi liturgici umani si toccano, il mistero di Dio è uno, il fatto che Egli che ci ha creato, ci ami al punto di morire e risorgere per noi, perchè possiamo ottenere la vita eterna).

Così il Vangelo di oggi chiude con due promesse.

Mettetevi dunque in cuore di non premeditare come rispondere a vostra difesa, perché io vi darò una parola e una sapienza alle quali tutti i vostri avversari non potranno opporsi né contraddire. Voi sarete traditi perfino da genitori, fratelli, parenti e amici; faranno morire parecchi di voi; e sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma neppure un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza salverete le vostre vite.

Prima promessa: neppure un capello del vostro capo perirà. Non indica certo che non saremo toccati nel nostro vivere o nel nostro esistere terreno ma che nel piano di Dio ci siamo dall’eternità per l’eternità. E che affidarci a Lui significa essere protetti e sicuri su quel piano, che è quello veramente importante.

Perchè noi sappiamo, o spesso crediamo di sapere da dove veniamo, da quale grembo materno siamo usciti, ma non siamo in grado di risalire al prima, a quando eravamo, come si diceva molto tempo fa “in mente Dei“. Allora già “eravamo” ma non ci è dato di indagare come. Allo stesso modo in cui possiamo immaginare come o dove moriremo alla vita terrena, ma non sappiamo mai il quando, il momento preciso, e di sicuro non sappiamo nè mai potremo sapere esattamente quello che accadrà in quell’istante alla scintilla di vita divina che è in noi. Per dirla sempre con le parole di Gesù, non possiamo aggiungere o togliere un solo istante alla nostra vita (cfr. Matteo capitolo 6).

Mi torna in mente un antico midrash, un antico racconto della sapienza ebraica che dice che il libro della Genesi, il primo libro della Scrittura (titolo in ebraico Bereshit, ovvero “In principio“), ovvero la Creazione inizia con la lettera Beth (in ebraico si scrive con il segno grafico ב) perchè all’uomo non è dato indagare quello che è prima di lui (ricordatevi che gli orientali scrivono da destra verso sinistra, al contrario di noi occidentali), sopra o sotto di lui (la lettera è chiusa da un tratto continuo in questi tre sensi), ma solo quello che avviene nel corso della sua vita terrena (la lettera è aperta nel senso che va verso sinistra), fino alla fine della linea di questa…

beth

Seconda promessa: con la vostra perseveranza salverete le vostre vitePerseveranza viene a volte sostituito da costanza vite viene a volte sostituito da anime ma il senso non cambia.

La perseveranza, la capacità di essere costanti e fermi nella fede, va sottolineato, anzitutto è un dono di Dio, per cui ringraziarLo e renderGli gloria. E non lo faremo mai abbastanza.

Com’è scritto:

…sappiamo che l’uomo non è giustificato per le opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù, e abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; perché dalle opere della legge nessuno sarà giustificato.

(Galati 2:16)

Il testo significa che la perseveranza fino alla fine dei giusti, degli eletti, dono di Dio, sarà prova della loro salvezza e risulterà nella loro certa e finale glorificazione.

Da un punto di vista solamente umano cos’è la perseveranza? E’ la capacita di essere severi con se stessi, con noi stessi, per tutta la durata della propria esistenza. Severi non nel senso di “cattivi” che comunemente oggi gli si dà, ma severi nel senso di giusti, corretti, fermi nelle proprie decisioni utili, le decisioni che guidano lungo il sentiero della vita vera, che è quello della fedeltà a Dio ed alla Sua Parola.

La per-severanza dei martiri nel Nome di Cristo non è il gesto eroico, la resistenza al dolore o altro; non necessariamente solo i martiri nel Nome di Cristo ne sono capaci. Ma è il loro mettere il proprio nome, ovvero la propria esistenza, sempre e costantemente sotto il Nome di Gesù. Di fronte ad ogni prova, sofferenza o dolore la perseveranza dei martiri consiste nello scegliere per ciò che rende grande il Nome, scegliere per la gloria di Dio e mai per il proprio nome; mai per la sopravvivenza del proprio io terreno e sempre per la speranza (che non delude dice Paolo) dell’Io eterno che trova la propria pienezza nel Signore.

Che il Signore accresca la nostra fede,
perchè il finito della Beth della nostra vita
ci conduca nell’infinito della Sua eternità.

Amen, Signore, secondo la Tua volontà. 

Pervertito e Convertito, Perverso o Converso

1. PERVERSIONE – PERVERTITO

Nel capitolo 6 della Prima Lettera ai Corinti, nei versetti da 9b ad 11 è riportata quella che la Nuova Riveduta, nel titoletto definisce “Esortazione a fuggire la dissolutezza“.

Scrive così Paolo:

Non v’illudete; né fornicatori, né idolatri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, 10 né ladri, né avari, né ubriachi, né oltraggiatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio. 11 E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e mediante lo Spirito del nostro Dio.

Tutti i comportamenti qui riportati e non solo possono definirsi perversioni.

Cosa è una perversione? Che significa pervertire? Secondo l’etimologia della parola, vertere significa rovesciare, volgere, rivolgere; la particella per è usata in modo negativo, come in per-ire o in per-dere.

Un comportamento da pervertito è un comportamento che prende il verso normale, naturale delle cose e lo stravolge in senso negativo, ne rovescia il senso.

L’omosessualità, è una perversione in senso pieno.

L’ordine naturale delle cose infatti, l’ordine della Creazione spinge l’uomo verso la donna e la donna verso l’uomo. Quella è la naturalità, il comportamento benedetto dal Signore. Poi certo, il peccato entra anche là, può entrare anche là. Le unioni naturali, secondo la Creazione, le unioni eterosessuali non sono sempre esemplari. Ma il verso è comunque quello giusto. Uomo verso la donna, Donna verso l’uomo. Ish verso Ishà, Ishà verso Ish.

16 Alla donna disse: «Io moltiplicherò grandemente le tue pene e i dolori della tua gravidanza; con dolore partorirai figli; i tuoi desideri si volgeranno verso tuo marito ed egli dominerà su di te». 17 Ad Adamo disse: «Poiché hai dato ascolto alla voce di tua moglie e hai mangiato del frutto dall’albero circa il quale io ti avevo ordinato di non mangiarne, il suolo sarà maledetto per causa tua; ne mangerai il frutto con affanno, tutti i giorni della tua vita. 18 Esso ti produrrà spine e rovi, e tu mangerai l’erba dei campi; 19 mangerai il pane con il sudore del tuo volto, finché tu ritorni nella terra da cui fosti tratto; perché sei polvere e in polvere ritornerai».

(Genesi 3)

Perchè l’omosessualità alla fine è una perversione? Perchè è una unione non feconda. Non nasce bambino o bambina da una coppia di uomini o da una coppia di donne. Non è possibile in natura. Perchè l’umanità a immagine di Dio è maschio e femmina, non solo uno nè sola l’altra.

Qual’è il primo peccato dell’uomo/umanità nella Genesi? E’ il credersi come Dio, il credere la creatura pari al Creatore. Per questo peccato vengono puniti Adamo ed Eva, vengono cacciati dall’Eden, che era il luogo dove erano insieme con Dio. E vengono mandati nel mondo a scoprire la difficoltà dell’essere Uno nella molteplicità, nella dualità dei sessi.

Possono farlo nel modo giusto, scoprendo reciprocamente la bellezza dell’essere diversi nell’armonia degli intenti, ed allora la loro unione può giungere (può, non sempre la natura fa che ciò sia possibile, a ricordarci che l’uomo non è Dio, che noi non siamo perfetti) alla fecondità, alla generazione di una nuova vita, che è il compito più alto di un essere umano. Che però, si badi, non ci fa Dio. Noi non possiamo creare alcunchè dal nulla. Abbiamo uno bisogno dell’altra, il seme ha bisogno dell’ovulo e viceversa. Il maschio ha bisogno della femmina. Perchè nell’umanità per avvicinarsi a Dio occorre rispettare la complementarietà l’uno dell’altra.

Perchè, ogni tanto molti si chiedono e mi chiedono nelle domande e nei commenti ai post su questo tema, gli omosessuali ci tengono così tanto non solo ad unirsi in qualche modo riconosciuto dalla società o dalle chiese compiacenti (e, aggiungo io, apostate dalla vera fede, che altro non può essere se non biblica, obbediente alla Parola, al Verbo), ma anche ad avere figli nei modi più disparati e comunque non naturali (dalla fecondazione in vitro, all’utero in affitto, ecc…)?

Perchè si illudono che un consenso sociale, più o meno diffuso, li liberi dalla consapevolezza che hanno dentro di loro, chi più, chi meno, del proprio peccato, del proprio essere pervertiti. Pervertiti non significa “cattivi”, “ingiusti” in essenza, ma significa peccatori (come me) che però hanno preso una strada che stravolge in negativo la Creazione e l’ordine della stessa voluto da Dio.

Perciò una corretta dottrina ecclesiale sull’omosessualità è quella che accoglie sempre il peccatore, ma senza tacerne l’errore, o facendo finta che questo non ci sia o non conti. Il peccato va denunciato e condannato nellasua ingiustizia. Ma l’uomo o la donna peccatori, omosessuali od eterosessuali che siano, vanno sempre e comunque chiamati a passare dalla perversione alla conversione.

E qui passiamo alla seconda parte del post.

2. CONVERSIONE – CONVERTITO

All’inizio del suo ministero, Gesù, Figlio di Dio fatto uomo, provato e tentato nel deserto, vincitore del demonio, a riprova che la salvezza per l’uomo e la donna è sempre possibile se si fa come Lui, passando anche per la sofferenza e la Croce, inizia la sua predicazione, secondo Marco, al capitolo 1 del suo Vangelo, con queste parole:

14 Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: 15 «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».

Entra subito in ballo il concetto di conversione (altre traduzioni bibliche diverse da quella riportata usano ravvedimento, “ravvedetevi“).

Qui mi torna utile convertitevi perchè, guardando all’etimologia, vediamo che di nuovo c’è il verbo vertere, ossia rovesciare, volgere, rivolgere, però stavolta unito alla particella  con, la latina cum che indica un’aggiunta di forza all’atto compiuto (per l’appunto, ecco subito l’esempio venire da solo: compiutocompletato, ovvero giunto a pienezza).

Un altro esempio, quando la fondazione di una chiesa, la cosiddetta plantatio Ecclesiae è compiuta, nasce una con-gregazione. La fase precedente è quella della a(d)-gregazione, uno ad uno si aggiungono al gruppo finchè questo è compiuto (con-gregato) riunito assieme sotto l’Unico Signore. E tutto ciò si fa con l’annuncio della Parola di Dio, con l’annuncio del Verbo, non solo con le parole umane, ma mostrando anche nei fatti questo volersi ricongiungere a Cristo.

Perciò, dicevo prima, attenti a pensare che solo in quell’elenco di peccati riportati da Paolo ci sia la possibilità di una per-versione. Una coppia eterosessuale, che non si conformi al Cristo, che per esempio rifiuti la fecondità, ovvero la generosità dello spendersi con e per l’altro, che rifiuti la fedeltà, ovvero tradisca il progetto di amore suggellato di fronte a Dio, di essere una cosa sola in Cristo Gesù, come il Padre, il Figlio e lo Spirito sono una cosa sola, una coppia del genere è ugualmente per-vertita, nè più nè meno che una coppia omosessuale. Perchè è una coppia che, in modo differente, ugualmente rifiuta di tornare ad essere immagine di Dio.

Stessa notazione qui va fatta, come sopra, passando al campo pastorale, dalla pastorale dell’omosessualità a quella della coppia, del matrimonio; la coppia va sempre accolta, va accolta la loro scelta di rinunciare al peccato e decidere di con-vertirsi, ovvero cambiare senso alla propria esistenza, come singoli e come coppia, rafforzandosi, aggiungendo al verso della propria vita, l’essere con/cum Dio.

3. CONCLUSIONE PRIMA

La perversione o la conversione sono contenute negli stessi comportamenti umani. Nella sessualità, che abbiamo esaminato qui, come in tutti gli altri campi della vita. Siamo chiamati da Dio e la chiamata ci fa VERTERE, mutare, rivoltare, volgere la nostra vita in altro modo.

I nostri comportamenti concreti poi, in virtù della fede, della grazia di Dio, del dono della Sua Parola, dell’esempio del Suo Cristo, del nostro ricercare o meno solo la Sua gloria ci collocano da un lato o dall’altro della barricata. Ci fanno PER-VERSI, mutati in peggio, o CON-VERSI, mutati dall’aggiunta di forza che ci viene da Dio.

4. CONCLUSIONE SECONDA

Non può essere altro che la preghiera, il Salmo 51 (50).

Abbi pietà di me, o Dio, per la tua bontà;
nella tua grande misericordia cancella i miei misfatti.
2 Lavami da tutte le mie iniquità
e purificami dal mio peccato;
3 poiché riconosco le mie colpe,
il mio peccato è sempre davanti a me.
4 Ho peccato contro te, contro te solo,
ho fatto ciò ch’è male agli occhi tuoi.
Perciò sei giusto quando parli,
e irreprensibile quando giudichi.
5 Ecco, io sono stato generato nell’iniquità,
mia madre mi ha concepito nel peccato.
6 Ma tu desideri che la verità risieda nell’intimo:
insegnami dunque la sapienza nel segreto del cuore.
7 Purificami con issopo, e sarò puro;
lavami, e sarò più bianco della neve.
8 Fammi di nuovo udire canti di gioia e letizia,
ed esulteranno quelle ossa che hai spezzate.
9 Distogli lo sguardo dai miei peccati,
e cancella tutte le mie colpe.
10 O Dio, crea in me un cuore puro
e rinnova dentro di me uno spirito ben saldo.
11 Non respingermi dalla tua presenza
e non togliermi il tuo santo Spirito.
12 Rendimi la gioia della tua salvezza
e uno spirito volenteroso mi sostenga.
13 Insegnerò le tue vie ai colpevoli,
e i peccatori si convertiranno a te.
14 Liberami dal sangue versato, o Dio, Dio della mia salvezza,
e la mia lingua celebrerà la tua giustizia.
15 Signore, apri tu le mie labbra,
e la mia bocca proclamerà la tua lode.
16 Tu infatti non desideri sacrifici,
altrimenti li offrirei,
né gradisci olocausto.
17 Sacrificio gradito a Dio è uno spirito afflitto;
tu, Dio, non disprezzi un cuore abbattuto e umiliato.
18 Fa’ del bene a Sion, nella tua grazia;
edifica le mura di Gerusalemme.
19 Allora gradirai sacrifici di giustizia,
olocausti e vittime arse per intero;
allora si offriranno tori sul tuo altare.

bibbiaaperta

Prete, padre, sposo. Meditazione del 14 gennaio 2014

Prete, padre, sposo. Meditazione del 14 gennaio 2014
Prete, padre, sposo. Meditazione del 14 gennaio 2014

SAN BENEDETTO AL GAZOMETRO

14 GENNAIO 2014 – MARTEDI’ PRIMA SETTIMANA TEMPO PER ANNUM

MEDITAZIONE SULLA LETTURA BREVE DELL’ORA MEDIA TERZA: GEREMIA 17,7-8

7 Benedetto l’uomo che confida nel Signore
e il Signore è la sua fiducia.
8 È come un albero piantato lungo un corso d’acqua,
verso la corrente stende le radici;
non teme quando viene il caldo,
le sue foglie rimangono verdi,
nell’anno della siccità non si dà pena,
non smette di produrre frutti.

VERSETTO 7

7 Benedetto l’uomo che confida nel Signore
e il Signore è la sua fiducia.

 

Due elementi occorrono per essere definito “Benedetto”.

Il primo è confidare nel Signore, avere fede, credere che il Signore, l’Eterno, Benedetto Egli sia!, sia la sola vera autorità sulla propria vita, sulla via che occorre percorrere nel corso di essa.
Questa fede deve essere in certo senso “assoluta”, deve comprendere tutta l’essenza di sé stessi.

Il secondo elemento: il Signore deve essere la propria fiducia. Nessuno di noi vive da solo o vive ‘in astratto’. La fiducia è la fede quale si manifesta negli aspetti concreti della vita. Nei rapporti concreti che ciascuno di noi ha con i fratelli e le sorelle che, per scelta o per provvidenza (ne fa parte anche la propria storia familiare) incontra sul proprio cammino.

Se la fede è assoluta, la fiducia richiesta è relativa, nel senso che è richiesta a ciascuno di noi in modi e tempi differenti, a seconda delle circostanze concrete che ciascuno di noi si trova a vivere.

 

VERSETTO 8

8 È come un albero piantato lungo un corso d’acqua,
verso la corrente stende le radici;
non teme quando viene il caldo,
le sue foglie rimangono verdi,
nell’anno della siccità non si dà pena,
non smette di produrre frutti.

Mi sento come quell’albero. Ho avuto dall’Eterno, Benedetto Egli sia!, il dono della fede. Ho riconosciuto sempre, nonostante il limite del mio essere peccatore, che la sua acqua era l’unica viva, l’unica in cui dovevo e volevo tener stese le mie radici. Ho sempre cercato il Signore, ho sempre cercato l’Eterno, che, Benedetto Egli sia!, come dice la Parola, si è fatto trovare.

E quelle radici si sono rinforzate, si sono irrobustite, lo hanno cercato con sempre maggior forza. E di nuovo lo hanno trovato, Egli si è lasciato trovare, e la mia vita è stata riempita completamente di quell’acqua, il giorno in cui ho ricevuto il sacramento dell’Ordine, prima per il Diaconato, il 26 ottobre 1991, poi per il Presbiterato, il 16 maggio 1992.

Prete, padre, sposo. Meditazione del 14 gennaio 2014
Prete, padre, sposo. Meditazione del 14 gennaio 2014

E’ venuto il caldo, è venuta l’estate del mio ministero. E, devo darne atto al Signore, l’acqua non mi  è mai mancata, le mie foglie erano sempre più verdi. Può sembrare un paradosso, oggi, a chi osserva la mia storia dall’esterno. Ma proprio gli ultimi due anni di esercizio pieno di ministero, il 1995 ed il 1996, sono stati fecondi di frutti come non mai.

La Scuola di Preghiera in Seminario, l’impegno come formatore nel Seminario Maggiore e quello nell’Ufficio Matrimoni del Vicariato, le scuole di preghiera e l’accompagnamento spirituale in due parrocchie della zona Nord di Roma, con gli scout della zona Prenestina, con i ritiri dei genitori e con l’USMI, assieme a Don Angelo De Donatis, in Seminario, gli incontri con le ragazze e le suore dell’Assunzione a San Basilio, la redazione dei sussidi per l’Ufficio Catechistico, la stesura e la discussione della Tesi di Dottorato in Utroque Iure…

Forse ho, abbiamo, hanno preteso troppo da me… Forse ero talmente preso dal donare l’acqua agli altri in quel periodo che non ho fatto caso a che la mia acqua si era intorbidita… Che le parole del mondo, mascherate da parole di luce, avevano ripreso ad avere effetto su di me.

Ho mancato, ne ho chiesto e ne chiedo perdono al Signore, e so che il Signore, l’Eterno, Benedetto Egli sia!, questo perdono me l’ha donato. Mi ha sempre donato tutto il Signore. Tutto quello che gli ho chiesto, ogni volta che sono stato capace di farlo con cuore sincero.

nell’anno della siccità non si dà pena,
non smette di produrre frutti.

Quanto sento vero, oggi, questo versetto. Ho avuto anni di siccità, anni di allontanamento apparente dalla Chiesa (apparente, oggi lo posso dire a ragione della rilettura di fede della mia storia personale di salvezza), ma non mi sono mai dato pena, non mi sono mai intristito. Ho continuato a ripetere senza sosta dentro di me quanto imparato in Seminario Romano: Mater mea, Fiducia mea.

Prete, padre, sposo. Meditazione del 14 gennaio 2014
Prete, padre, sposo. Meditazione del 14 gennaio 2014

Come Maria non ho mai cessato il confronto con la Parola, non ho mai cessato di serbare nel cuore ciò che essa veniva a rivelarmi anche quando lì per lì mi sembrava di non capirlo. Ho continuato a consacrare le Ore nella preghiera, a meditare e predicare le Scritture ed il Vangelo, ho avuto la gioia grandissima di diventare padre anche dal punto di vista fisico. Di generare Sara da un grembo che (ci pensavo oggi ascoltando la prima lettura della Messa, la storia di Anna) pensavo ormai sterile…

E la nascita di Sara, per il contrappasso dell’amore che opera il Signore, di cui solo il Signore è capace, è diventato il motore che mi ha spinto di nuovo, sempre di più, a considerare le mie radici, a raddrizzarne il percorso, a verificare meglio in quale acqua le affondavo, con quale intensità, con quale intento.

Così non mi sono abbattuto quando la madre di Sara mi ha fatto intendere che la nostra storia a suo dire era conclusa. Conclusa, a parte Sara!, che amo come non mai. Ed ho incontrato l’amore di Antonella, che sento radicato, come quello per Sara, in quella stessa acqua benedetta.

Così ora vivo un’apparente paradosso, un’apparente ma entusiasmante paradosso.

Il paradosso (ma non so se sia corretto definirlo tale) è che sono un prete e so di esserlo, non mi sono mai sentito tanto prete, tanto presbitero fino al midollo come ora.

Nella pur apparente caoticità delle mie giornate, specie ora che sono in cassa integrazione dal lavoro, nel continuo passaggio dalla vita e dalla casa dove abito con Antonella, alla casa ed alla scuola di Sara, al luogo di lavoro, alle diverse ‘case e chiese’ degli amici e fratelli sacerdoti (San Vigilio, San Benedetto dove sono ora, Santa Maria Stella dell’Evangelizzazione, anche il Vicariato e il Seminario), in questa apparente frenesia dentro di me sono uno, saldo, fermo nell’Uno e nel Vero.

Sono di nuovo, forse come mai ero stato prima, unito nel mio tendere con tutto mio stesso al Cristo, alla sua Parola, alla sua grazia. Dicevo a don Marco e don Fabio, che mai come ora sono fedele alle ore liturgiche della preghiera, costante nella preghiera e nella meditazione con e sulla parola, alla frequenza del sacramento della Riconciliazione. E non a caso ora sento il bisogno, è giusto chiamarlo così, di pregare nel modo più alto in cui può pregare un prete, celebrando l’Eucaristia, nel privato della mia abitazione e partecipando come e quando il lavoro e la famiglia me lo permettono, alla vita della comunità cristiana di cui faccio parte, quella della Diocesi di Roma, a cui più che mai mi sento ‘incardinato’ felice di essere incardinato nella diocesi del Vescovo di Roma, che fa della cattolicità, della universalità la sua primigenia vocazione.

———————————-

Eppure….

Ieri ero con Sara. Ho passato il pomeriggio con lei e con una sua amichetta di scuola. Ho ascoltato il racconto della scuola, l’ho guardata giocare, ho raccolto le sue confidenze, le ho preparato la cena, pregato con lei, letto una storia, accompagnata nel sonno.

E mi sento e sono, allo stesso modo, con tutto me stesso, padre di Sara. Padre biologico come nella fede, padre nell’amore.

——————————

Eppure…

Oggi nel tardo pomeriggio tornerò a casa, da Antonella, di cui sono innamorato, con cui amo dividere la vita, la quotidianità e lo speciale dell’esistenza, gioie e problemi, angosce e speranze…

E mi sento e sono il suo compagno di vita. Compagno nell’amore e nella fede.

—————————–

Sono dottore in Utroque Iure, summa cum laude per giunta, eppure trovo difficile, al di là delle formule giuridiche, definire il mio stato.

Perché da un punto di vista spirituale mi sento, oggi più che mai, anche più di quando ero in Seminario, come alunno prima e come formatore poi, in piena e completa comunione con la Chiesa Cattolica, di cui faccio parte, di cui condivido gli insegnamenti, e di cui il 16 maggio 1992 sono stato costituito ministro, ordinato presbitero.

Chi avesse dei dubbi sulla teologia del ‘carattere’ venga pure da me; quel carattere me lo sento impresso nell’animo e nel cuore, scolpito nella mente e nello spirito.

So che le norme della Chiesa, la sua Tradizione millenaria ed oltre, mi vietano l’esercizio ordinario del sacerdozio ministeriale. Ed io la Chiesa la amo, e quelle norme le rispetto, ed ami rispettarle, costi quel che mi costi.

Pure, sempre prete romano mi sento. Con la stessa evidenza e realtà con cui sono e mi sento padre di Sara e compagno di Antonella.

La cosa potrà far sorridere qualcuno, riflettere qualcun altro, ma sono state proprio Sara ed Antonella, che la provvidenza di Dio ha messo nella mia vita, a farmi riscoprire appieno le mie radici d’amore, a farmele sentire di nuovo gonfie di linfa, a farmi percepire appieno in chi ho posto la mia vita ed ogni mia speranza.

Sara ed Antonella, l’amore pieno che ho per loro, mi hanno richiamato nella forma più pura e completa il mistero di cui sono portatore.

Perché l’essere prete è prima di tutto un mistero, un mistero di amore, un amore così grande che sceglie di personificarsi nelle povere esistenze di quelli che sono gli “alter Christus”.

Felice di essere tale. Felice di essere un alter Christus. Felice di essere prete, padre, compagno.

Con la mia povertà, con il mio peccato, con le mie miserie umane ma anche con le ricchezze multiformi che mi vengono dalla Sua grazia, dallo Spirito che è stato effuso sopra di me in modo così speciale.

Con la gioia con cui ancora sento di scrivere, terminando una preghiera ed una riflessione che nella realtà termineranno solo quando il Padre, l’Eterno, Benedetto Egli sia!, mi richiamerà a sé: Mater mea, Fiducia mea.

Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?

(1 Corinti 4,7b)

Che cosa renderò al Signore per tutti i benefici che mi ha fatto?
Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore.
Adempirò i miei voti al Signore, davanti a tutto il suo popolo.
Agli occhi del Signore è preziosa la morte dei suoi fedeli.

(Salmo 116,12-15)

La festa dell’Esaltazione della Santa Croce – alcune note

La festa dell’Esaltazione della Santa Croce – alcune note

Dal Messale Romano

La croce, già segno del più terribile fra i supplizi, è per il cristiano l’albero della vita, il talamo, il trono, l’altare della nuova alleanza. Dal Cristo, nuovo Adamo addormentato sulla croce, è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa. La croce è il segno della signoria di Cristo su coloro che nel Battesimo sono configurati a lui nella morte e nella gloria. Nella tradizione dei Padri la croce è il segno del figlio dell’uomo che comparirà alla fine dei tempi. La festa dell’esaltazione della croce, che in Oriente è paragonata a quella della Pasqua, si collega con la dedicazione delle basiliche costantiniane costruite sul Golgota e sul sepolcro di Cristo. 

Esaltazione della Santa Croce
Esaltazione della Santa Croce

Storia della festa dell’Esaltazione della Santa Croce

La festa in onore della Croce venne celebrata la prima volta nel 335, in occasione della “Crucem” sul Golgota, e quella dell'”Anàstasis”, cioè della Risurrezione. La dedicazione avvenne il 13 dicembre.

Col termine di “esaltazione”, che traduce il greco hypsòsis, la festa passò anche in Occidente, e a partire dal secolo VII, essa voleva commemorare il recupero della preziosa reliquia fatto dall’imperatore Eraclio nel 628. Della Croce trafugata quattordici anni prima dal re persiano Cosroe Parviz, durante la conquista della Città santa, si persero definitivamente le tracce nel 1187, quando venne tolta al vescovo di Betlem che l’aveva portata nella battaglia di Hattin.

La celebrazione odierna assume un significato ben più alto del leggendario ritrovamento da parte della pia madre dell’imperatore Costantino, Elena.

La glorificazione di Cristo passa attraverso il supplizio della croce e l’antitesi sofferenza-glorificazione diventa fondamentale nella storia della Redenzione: Cristo, incarnato nella sua realtà concreta umano-divina, si sottomette volontariamente all’umiliante condizione di schiavo (la croce, dal latino “crux”, cioè tormento, era riservata agli schiavi) e l’infamante supplizio viene tramutato in gloria imperitura. Così la croce diventa il simbolo e il compendio della religione cristiana.

La stessa evangelizzazione, operata dagli apostoli, è la semplice presentazione di “Cristo crocifisso”.

Il cristiano, accettando questa verità, “è crocifisso con Cristo”, cioè deve portare quotidianamente la propria croce, sopportando ingiurie e sofferenze, come Cristo, gravato dal peso del “patibulum” (il braccio trasversale della croce, che il condannato portava sulle spalle fino al luogo del supplizio dov’era conficcato stabilmente il palo verticale), fu costretto a esporsi agli insulti della gente sulla via che conduceva al Golgota.

Le sofferenze che riproducono nel corpo mistico della Chiesa lo stato di morte di Cristo, sono un contributo alla redenzione degli uomini, e assicurano la partecipazione alla gloria del Risorto.

14 settembre, festa dell’esaltazione della Santa Croce

14 settembre, festa dell’esaltazione della Santa Croce

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 3,13-17.

Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorchè il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo. 
E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 
perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». 
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. 

Meditazione del giorno

Omelia greca del IV secolo 
Sulla Santa Pasqua, 51, 63 ; PG 59, 743, SC 27

(ispirata da un’omelia persa di Ippolito) 

« Eppure nessuno è mai salito al cielo,
fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo. »

L’albero della croce è per me quello dell’eterna salvezza. Mi nutre e ne faccio la mia delizia. Metto le radici attraverso le sue radici, e attraverso i suoi rami mi estendo; la sua rugiada mi purifica e il suo soffio, come un vento delizioso, mi rende fecondo. Nella sua ombra ho piantato la mia tenda e, fuggendo i forti caldi, vi trovo una ventata di fresco. È dai suoi fiori che fiorisco e dei suoi frutti mi diletto; di questi frutti, che mi erano destinati fin dalle origini, ne gioisco senza limiti… Quando tremo davanti a Dio, quest’albero mi protegge; quando inciampo, è il mio appoggio; è il prezzo dei miei combattimenti e il trofeo delle mie vittorie. Esso è per me la strada stretta, il sentiero ripido, la scala di Giacobbe percorsa dagli angeli, in cima alla quale il Signore è veramente appoggiato (Mt 7,14; Gn 28,12).

Quest’albero dalle dimensioni celesti si è innalzato dalla terra fino ai cieli, pianta immortale fissata tra cielo e terra. Sostegno di tutte le cose, appoggio dell’universo, supporto del mondo abitato; esso abbraccia il cosmo e mette insieme i vari elementi della natura umana. È lui stesso tenuto insieme dai tasselli  invisibili dello Spirito per non vacillare nel suo adattamento al divino. Toccando con la sua cima la sommità dei cieli, rassodando la terra con i suoi piedi e circondando con le sue immense braccia gli innumerevoli spazi dell’atmosfera, è tutto in tutti e ovunque…

Stat Crux dum volvitur orbis

Ci mancava poco a che l’universo fosse annientato, preso dal terrore davanti alla Passione, se il grande Gesù non avesse infuso lo Spirito divino dicendo: «Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito» (Lc 23,46)…

Tutto era scosso, ma quando lo Spirito divino è risalito, l’universo, in qualche modo, è stato rianimato, vivificato, e ha ritrovato una stabilità fissa. Dio riempiva tutto ovunque e la crocefissione si estendeva attraverso tutte le cose.

Esaltazione della Santa Croce
Esaltazione della Santa Croce