Archivi categoria: Blog

Per la preghiera della settimana

Settimana dal 18 al 24 luglio

(suggerimenti del fratello pastore Elpidio Pezzella)

Argilla nelle Sue mani

«Ecco, quel che l’argilla è in mano al vasaio, voi lo siete in mano mia, casa d’Israele!»

Geremia 18:6b

vasaio

Geremia vide nella stanza del vasaio un lavoro fatto di delicatezza e cura dei particolari, ma anche soggetto a imprevisti. La missione affidatagli è ora prerogativa divina: sradicare, abbattere e distruggere; ma anche edificare e piantare. Ciascuna delle azione che Dio arroga a sé ha una caratteristica comune: sono le Sue amorevoli e paterne mani a portare a compimento il suo intento, seppur soggetto a modifiche nel corso dell’opera. Questa era anche la consapevolezza del profeta Isaia, che implorava l’intervento divino in tempi di totale dimenticanza e aridità spirituale. “Tuttavia, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo l’argilla e tu colui che ci formi; noi siamo tutti opera delle tue mani” (Isaia 64:8). Riconoscere Dio nostro padre vuol dire avere piena fiducia nel Suo operato. Qualunque cosa Egli farà sarà sempre ed esclusivamente per il nostro bene. Quel che a noi potrà apparire come un divellere o distruggere nel tempo si rivelerà un piantare o edificare. Noi siamo l’argilla nelle sue mani: fragili ma plasmabili; deboli ma duri, una volta seccati. Rallegra profondamente il cuore il sapersi in qualunque momento nelle Sue mani, come l’argilla era in quelle del vasaio.

Un cuore “spaso”

Anna era una moglie desiderosa di diventare mamma e concedere al suo amato marito il frutto del suo grembo. Non riuscendoci si reca al tempio e dinanzi all’altare pregava senza proferire parole udibili. Il sacerdote Eli è pronto a giudicarla e ad accusarla di ubriachezza. «No, mio signore, io sono una donna tribolata nello spirito e non ho bevuto vino né bevanda alcolica, ma stavo solo aprendo il mio cuore davanti al Signore» (1 Samuele 1:15). Solo una donna tribolata, che non si è rifugiata nell’alcool. Purtroppo sempre più giovani e giovanissimi si accostano agli alcolici per “sballo”: solo illusione momentanea. Anna era una donna che sapeva quel che faceva. Aveva scelto la cosa migliore: andare a Dio e aprirgli il cuore. Anna ha un cuore “spaso” davanti a Dio. Questo termine richiama nel gergo napoletano l’azione dello stendere il bucato. Il cuore di Anna è come un fazzoletto steso, spaso, quindi senza pieghe e visibile avanti e indietro. Agli occhi di Dio niente era, è o sarà nascosto.

Lettura della Bibbia

18 luglio         Salmi 126-127; 1 Timoteo 5-6

19 luglio         Salmi 128-129; 2 Timoteo 1-2

20 luglio         Salmi 130-131; 2 Timoteo 3-4

21 luglio         Salmi 132-133; Tito 1-2

22 luglio         Salmi 134-135; Tito 3; Filemone 1

23 luglio         Salmi 136-137; Ebrei 1-2

24 luglio         Salmi 138-139; Ebrei 3-4

Il paradosso della fede (Matteo 12,14-21)

14 I farisei, usciti, tennero consiglio contro di lui, per farlo morire.

15 Ma Gesù, saputolo, si allontanò di là; molti lo seguirono ed egli li guarì tutti; 16 e ordinò loro di non divulgarlo, 17 affinché si adempisse quanto era stato detto per bocca del profeta Isaia:

18 «Ecco il mio servitore che ho scelto;
il mio diletto, in cui l’anima mia si è compiaciuta.
Io metterò lo Spirito mio sopra di lui,
ed egli annuncerà la giustizia alle genti.
19 Non contenderà, né griderà
e nessuno udrà la sua voce sulle piazze.
20 Egli non triterà la canna rotta
e non spegnerà il lucignolo fumante,
finché non abbia fatto trionfare la giustizia.
21 E nel nome di lui le genti spereranno».

(Matteo 12)

open-bible-000016872064_large (1)

Il fratello Robert Cheaib commenta così questo piccolo brano del capitolo 12 dell’Evangelo secondo Matteo:

C’è chi usa Dio per uccidere e chi lascia che lo Spirito creatore di Dio diventi in lui/lei sorgente contagiosa di vita.
C’è chi diffonde tenebra e chi non spegne neppure una fiamma smorta.

Cristo è venuto come spartiacque tra la religione che fa comodo all’uomo e al suo io e la religione che trasforma l’uomo a somiglianza di Dio.
Ieri come oggi siamo posti davanti all’alternativa tra divinizzare i nostri bassi istinti di invidia, morte e follia, o accogliere il volto e la svolta del Dio umano.

I farisei, ci dice Matteo, escono e tengono consiglio per farlo morire. Perchè? Perchè aveva dimostrato che non tutto è perduto, che l’uomo può essere salvato, che l’uomo può essere guarito.

Come? Sottomettendosi alla Parola di Dio. Difatti la citazione che segue è quella di Isaia 42, del brano che parla del Servo del Signore. Quello che non annuncia una sua particolare giustizia, ma che annuncia la giustizia del Signore.

Quella che chiamiamo “giustizia” umana le fiamme smorte finisce di spegnerle, ci soffia sopra; le canne incrinate le spezza e le brucia. I farisei la Parola di Dio volevano controllarla, non esserne controllati.

Il paradosso della fede.

La fede libera l’uomo legandolo strettamente a Dio, avvinghiandolo alla Sua Parola, costringendo l’uomo a percorrere lo stesso antico sentiero percorso dal Suo Salvatore.

La religione, compresa quella atea, finisce per schiavizzare l’uomo, facendogli credere di essere libero, di avere una padronanza di sè e della sua vita che in realtà non possiede, che è patrimonio illusorio di pochi. Lo lascia in balia di mille discorsi e di mille false sapienze, e ne disperde i passi per mille cammini.

Le notizie, tante, preoccupanti, di questi giorni, di questi ultimi tempi, sono preoccupanti. Ma non per chi spera in lui. Nel Nome di Lui le genti spereranno, conclude il profeta Isaia.

Solo in Lui io spero. Solo in Lui ripongo ogni mia fiducia. Solo in Lui è tranquilla la mia anima. Servo del Servo del Signore. Questi siamo, anche se non crediamo di esserlo. Essere servi è la vera libertà. Credersi liberi è la schiavitù più grande, fonte di tristezza e di eterna disillusione.

Scegliete voi. Il tempo è poco, è compiuto. Il Regno di Dio è vicino.

Eresia si può dire?

Possiamo parlare d’eresia?

Traduzione dell’articolo “Can we talk about heresy?” – da “Christian Century”, April 12, 1995 di Thomas C. Oden

eresia

Un intruso che ruba in casa d’altri dev’essere preso e sottoposto a processo.

Degli intrusi si sono insinuati in molte chiese storiche: si tratta di atei e di neo-pagani abilmente mascherati che come un cancro si sono diffusi pian piano al loro interno giungendo a condizionarle quasi del tutto. Loro obiettivo è quello di saccheggiare e depredare le chiese, anzi, di impadronirsene.

I beni rubati devono tornare al loro proprietario ed i ladri consegnati alla giustizia. Rilevare questo fenomeno significa sollevare la questione dell’eresia.

Nei circoli ecclesiastici “liberati” delle chiese storiche, il concetto di eresia è semplicemente scomparso. Dopo secoli di lotta contro eresie ricorrenti, i cristiani sembrano aver trovato una maniera veloce per sconfiggere l’eresia: ne hanno bandito completamente il concetto. Il relativismo ha trionfato.

Non solo non esiste più il concetto di eresia, ma non c’è più nemmeno modo di sollevare la questione di dove stiano i confini legittimi di che cosa possa essere definito cristiano e cosa no. E’ come cercare di avere una partita di calcio senza regole, senza arbitro, e senza alcuna connessione con il calcio com’era stato inteso nella sua storia. Solo che continuiamo ad insistere a chiamarlo calcio semplicemente perché un gioco chiamato calcio è quello che la maggior parte della gente vorrebbe veder giocare.

Per “chiese liberate” mi riferisco agli sperimentatori in campo sessuale, ai pianificatori patologici di vite altrui, agli sfregiatori dei testi canonici, come pure alle ultra-femministe (da distinguersi dalla grande compagnia di donne fedeli a Dio che possono essere trovate in punti differenti sulla scala della riflessione sulla condizione femminile).

I “liberati” comprendono sé stessi, in modo molto caratteristico, come persone libere da vincoli tradizionali d’ogni tipo. “Liberati” non è solo un termine usato da altri per definirli, ma che loro stessi usano frequentemente. Per “liberati” essi di solito comprendono: dottrinalmente immaginifici, liturgicamente sperimentali, privi di pregiudizi ed alieni dal giudicare, politicamente corretti, multiculturalmente tolleranti, moralmente di mente aperta, situazionisti in etica, e soprattutto sessualmente permissivi.

Non mi riferisco semplicemente alla teologia della liberazione nelle sue forme più riflessive, come nelle opere di Gustavo Gutierrez, Jürgen Moltmann, o Mary Stewart van Leeuwen. Mi riferisco piuttosto all’atteggiamento comprensivo che proclama: ci siamo liberati dal nostro passato cristiano classico, dal patriarcalismo delle Scritture cristiane, dalle tradizioni oscurantiste giudeo-cristiane e dai loro sistemi sociali oppressivi. Come ex-liberatore a pieno tempo, so per esperienza quale potere ipnotico possano avere queste posizioni. L’ethos intellettuale che sto descrivendo non è liberale nel senso classico della parola, ma intollerante e privo di carità quando essi hanno a che fare con tradizionalisti di ogni tipo, messi tutti assieme nel secchio dei rifiuti sul quale scrivono il termine per loro sommamente dispregiativo di “fondamentalisti”.

Ho avuto il dubbio onore di essere recentemente categorizzato come un cacciatore di eresie. Questo mi dà la comica occasione di accogliere questa descrizione impropria in senso specificatamente ironico: sono alla ricerca appassionata di un qualche ambiente di chiesa dove la seria questione dell’eresia possa almeno essere esaminata. Sto cercando, come Diogene con la sua lampada tremolante, una qualche chiesa o seminario teologico in cui si ritenga, almeno a livello congetturale, che esista una qualche eresia.

Per diversi anni ho cercato un luogo dove avvenga una seria discussione metodologica su come tracciare una qualche linea divisoria fra fede e non fede, fra ortodossia ed eresia. Nella maggior parte dei luoghi, però, dove ho proposto l’argomento, ho trovato che anche solo il pensiero di investigare la possibilità stessa di eresia è stata considerata come la madre di tutte le eresie, naturalmente da sterilizzare affinché non abbia più figli…

L’eresia più grande, quindi, sarebbe solo accennare a che sia necessaria una qualche distinzione fra verità e falsità, fra giusto e sbagliato.

E’ proprio a questo punto, però, che possiamo avere il bagliore di un debole segno di speranza, il crescente riconoscimento fra il laicato della necessità che abbiamo di riconoscere l’ortodossia e quindi di riferirci a ciò che possiamo chiamare eterodossia.

Proprio come un adolescente impaziente cerca di sapere fino a dove possa arrivare, così i leader delle chiese “liberate” inconsapevolmente fanno appello a che i loro membri dicano loro fin dove possano spingersi. La fantasia più ansiogena è che non vi siano confini di sorta e che mai ci siano stati.

La riscoperta dei confini in teologia sarà la preoccupazione principale dei cristiani del XXI secolo. Alcuni nelle chiese – un partito che chiamo paleo-ortodossia post-moderna – sta sempre di più prendendo coraggio di chiedersi: il panteismo è eresia? Il riduttivismo naturalistico è affidabile quanto gli altri presupposti? Può la fede cristiana allearsi con il relativismo assoluto? Quale aspetto avrebbe la chiesa se cadesse nell’apostasia?

ll termine “eresia” deriva dal greco airesis che ha le sue radici nel concetto di “scelta” o “volontà auto-assertiva”. Implica dire: “E’ come voglio io, non come si afferma che sia vero”. Questo termine era stato applicato alle prime interpretazioni del Cristianesimo che differivano marcatamente da quelle della testimonianza apostolica. Questo termine diventa importante durante le persecuzioni di quei cristiani che si erano dimostrati pronti a morire pur di non rinnegare la testimonianza apostolica. E’ in condizione di forte persecuzione da parte della tirannia dello stato che i cristiani trovavano necessario distinguere attentamente la salvezza proclamata dagli apostoli di Cristo da concezioni concorrenti che pretendevano legittimità.

Quali sono, però, le affermazioni che possono essere qualificate come “affermazione di sé stessi contro la verità”? Dato che la verità è qualcosa per la quale si sarebbe disposti a morire, non si tratta di una questione da poco, anche se è stata largamente trascurata sin dall’Illuminismo.

Chiunque cerchi di rispondere a questa domanda deve prima difendersi contro le asserzioni isteriche di coloro che dicono che non la si dovrebbe fare a causa della sordida storia di abusi commessi sin dal tempo dell’inquisizione della contro-riforma. La calma difesa della verità, come si è incarnata in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, esige pazienza intellettuale.

Eresia non è tanto l’asserzione di affermazioni direttamente ostili alla fede cristiana classica, ma l’asserzione di frammenti di insegnamento apostolico, un’asserzione che manca della coesione dell’intera fede cristiana classica.

L’eresia accade quando alcune dimensioni legittime della fede sono tanto elevate in modo asimmetrico e squilibrato da diventare un elemento decisivo di interpretazione di tutti gli altri aspetti della fede.

Fare questo significa negare l’unità e l’equilibrio dell’antico consenso ecumenico. Ogni hairesis contro la testimonianza apostolica fornisce alla chiesa una rinnovata opportunità per chiarire l’equilibrio della fede dell’antico consenso cristiano apostolico. Fin tanto che gli apostoli erano in vita, essi conservavano unito l’insegnamento della chiesa attraverso le loro memorie condivise. Esse erano variegate ma complementari, una testimonianza internamente congrua. Sebbene essi si muovessero in ogni direzione, la loro testimonianza sotto la potenza dello Spirito Santo attestava un solo Signore, una sola fede ed un solo battesimo. La loro testimonianza al vivente Signore ed all’unità del corpo di Cristo costituiva il centro di autorità per l’insegnamento e la comunità.

Dopo che gli apostoli, però, muoiono per cause naturali o martirio, si sente la necessità di una continuità nell’insegnamento autorevole, chiaro, coesivo, testuale. Maggiore attenzione viene così data alla vigilanza affinché, attraverso le generazioni, la testimonianza sacra alla vita, morte e risurrezione di Gesù rimanga inalterata.

La necessità di un solido governo della chiesa è sentita maggiormente all’insorgere molto presto di eresie divisive, in particolare il Docetismo, lo Gnosticismo ed il Montanismo. Non essendo in grado di tracciare la loro origine fino agli apostoli, le eresie, per definizione sono definite come addizioni posteriori od emendamenti alla tradizione apostolica.. Tertulliano sosteneva che ogni eresia che proclami la sua diversità e contrarietà non origina né da un Apostolo né da una voce apostolica, perché gli apostoli non si sarebbero reciprocamente contraddetti nella dottrina, né i discepoli degli apostoli avrebbero messo il loro insegnamento in contraddizione con quello degli apostoli… Questo test sarebbe stato applicato più tardi a quelle chiese che via via sarebbero sorte.

Lo gnosticismo, movimento molto influente alla metà del II secolo, affermava di poter trasmettere la conoscenza segreta della salvezza attraverso pratiche mistiche nelle quali gli adepti consideravano sé stessi guardiani delle tradizioni segrete dei detti di Gesù. La chiesa, che amministrava il consenso generale delle comunità cristiane, era stata costretta a dichiarare ai gnostici che tutte le memorie e tradizioni autentiche al riguardo di Gesù erano conosciute ai testimoni del deposito apostolico che stava in successione diretta con gli apostoli e non era affatto cosa che fosse trasmessa in modo idiosincratico da presunti profeti o carismatici.

Gli insegnanti riconosciuti ed affidabili della chiesa antica erano in grado di tracciare la loro successione in ciascuna sede urbana di autorità ecclesiastica fino agli apostoli, spesso con memorie di persone allora viventi e spesso attraverso una serie di successione del tutto pubblica che comprendeva diverse generazioni. Il resoconto autentico degli avvenimenti che avevano riguardato Gesù poteva essere conosciuto in modo adeguato e ricordato dalla successione di sovrintendenti (vescovi), non attraverso società segrete come quelle degli gnostici.

Rispondendo alla segretezza evocata dagli gnostici e dalla loro fuga dal mondo, Ireneo sosteneva che la chiesa aveva sin dall’inizio presentato pubblicamente una successione storicamente dimostrabile di sovrintendenti in un certo luogo come mezzo per assicurare la valida memoria dell’insegnamento apostolico. La premessa della successione della memoria apostolica gira sul presupposto di base che Dio sia entrato nella storia. La fede cristiana non parla di una redenzione che avvenga indipendentemente dalla storia in un circolo esoterico di iniziati che perseguono la purezza estraniandosi dal mondo. La successione storica dei leader cristiani apostolici, per Ireneo, era una delle implicazioni della rivelazione storica, e lo scandalo del particolarismo mette l’accento sulla trasmissione pubblica e visibile dell’insegnamento attraverso la successione inter-generazionale. Replicando alle sfide ereticali, la chiesa sviluppa gradualmente una difesa caratterizzata dall’episcopato monarchico, la regola della fede ed il canone. L’eresia è una scelta auto-affermante che si allontana dall’insegnamento apostolico. Là dove un’eresia conduca ad infrangere l’unità del corpo, la si chiama scisma, che significa o dispute all’interno della comunità o, più particolarmente, la separazione da essa.

Nel battesimo la regola della fede la si apprende a memoria e personalmente la si confessa (spesso con gravi rischi) con la propria bocca. Il prototipo del Credo apostolico erano formule battesimali da mandare a memoria, inni e sommarie confessioni di fede. Tutto questo era stato generalmente accettato molto presto dopo la stesura dell’ultimo scritto che chiude definitamente il canone del Nuovo Testamento. Al tempo stesso cominciavano a circolare liste degli scritti apostolici riconosciuti, e, in breve tempo si giunge ad un consenso. Queste diventano le roccaforti della difesa della chiesa contro le eresie.

Coloro che non accettavano la regola della fede ed il canone degli insegnamenti apostolici ed erano sottoposti ad azioni disciplinari non venivano considerati guardiani affidabili della dottrina cristiana ecumenica. Già al tempo di Tertulliano ed Ireneo la chiesa aveva fissato la sua regola di fede, un corpo di documenti ampiamente ricevuti e ripetutamente citati come testimonianza apostolica, come pure liste ben documentate di una successione di testatori affidabili.

Immaginate…

“Immaginate che i giovani occidentali vengano qui e compiano una missione suicida in una delle nostre piazze in nome della Croce.

Immaginate di sentire le voci di monaci e sacerdoti, provenienti da chiese e luoghi di preghiera dentro e fuori il mondo arabo, che urlano negli altoparlanti e lanciano accuse contro i musulmani, chiamandoli infedeli e cantando: «Dio, elimina i musulmani e sconfiggili tutti».

Immaginate che noi avessimo fornito ad un numero infinito di gruppi stranieri carte d’identità, cittadinanze, visti, posti di lavoro, istruzione gratuita, moderna assistenza sanitaria gratuita, previdenza sociale e così via, e che poi sia uscito fuori un membro di uno di questi gruppi, consumato dall’odio e dalla sete di sangue, e abbia ucciso i nostri figli nelle nostre strade, nei nostri edifici, negli uffici dei nostri giornali, nelle nostre moschee e nelle nostre scuole.

Queste immagini sono lontane dalla mente del terrorista arabo o musulmano, perché ha la certezza che l’Occidente sia umanitario e che il cittadino occidentale si rifiuti di rispondere così ai barbari crimini dei terroristi islamici.

Nonostante gli atti terroristici di Al-Qaeda e dell’ISIS, noi stiamo sul suolo occidentale da anni senza alcun timore o preoccupazione. Milioni di musulmani – turisti, immigrati, studenti e persone in cerca di lavoro – hanno le porte aperte e le strade sicure.

È strano che noi condanniamo l’Occidente invece di affrontare ciò che sta accadendo in mezzo a noi: i modi estremisti in cui interpretiamo la sharia e il nostro atteggiamento reazionario l’uno verso l’altro e verso il mondo. E’ strano che noi condanniamo invece di chiedere scusa al mondo.

Certi opinionisti arabi promuovono un messaggio patetico e recitano all’orecchio del loro amico le stesse parole che lui ha ripetuto milioni di volte riferendosi ai terroristi musulmani: «Quelli non rappresentano l’islam, ma solo se stessi».

Questo è tutto quello che sappiamo fare: assolverci dalla colpa

(NADINE AL-BUDAIR, giornalista saudita, articolo scritto per il quotidiano kuwaitiano Al-Rai)”.

Nizza

Perchè non parli della strage di Nizza? Mi ha chiesto qualcuno su Facebook.

Perchè prego. Prego per le vittime. Prego perchè non ci siano più uomini che si facciano convincere dalle parole d’odio di altri uomini.

Prego perchè la Parola di Dio sia di nuovo amata, pregata ed osservata.

Prego perchè i nostri politici ed uomini di potere la piantino di pensare a soluzioni che non stanno nè in cielo nè in terra, perchè è nel cuore dell’uomo che va trovata la soluzione.

Questa non è una crisi che si risolve continuando a fare come ci pare, come dicono alcuni, continuando a fare feste, a suonare in piazza, a sfilare coperti di lustrini, agitando bandiere colorate, accendendo candele per le strade.

Non arrendersi al male è più che giusto, ma non è di questo che è fatto.

Per non arrendersi al male occorre cercare il Bene, ma il Bene non è quello che piace a noi, alle nostre decadenti civiltà, che neppure sanno più riconoscere cosa è natura e cosa non lo è, che giudicano la vita di alcuni degna, la vita di altri di meno o per nulla…

Un malato, un anziano eliminato con l’eutanasia, un bambino ucciso nel grembo materno urla contro di noi, urla verso Dio che l’ascolta, con lo stesso vigore dei morti di Nizza.

Prego, quindi, non parlo. Perchè le parole dell”uomo sono finite.

Resta solo la Parola di Dio.

bibbia-dottrina

Il Signore del Sabato (Matteo 12,1-8)

1 In quel tempo Gesù attraversò di sabato dei campi di grano; e i suoi discepoli ebbero fame e si misero a strappare delle spighe e a mangiare.

2 I farisei, veduto ciò, gli dissero: «Vedi! i tuoi discepoli fanno quello che non è lecito fare di sabato».

3 Ma egli rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando ebbe fame, egli insieme a coloro che erano con lui? 4 Come egli entrò nella casa di Dio e come mangiarono i pani di presentazione che non era lecito mangiare né a lui, né a quelli che erano con lui, ma solamente ai sacerdoti? 5 O non avete letto nella legge che ogni sabato i sacerdoti nel tempio violano il sabato e non ne sono colpevoli?

6 Ora io vi dico che c’è qui qualcosa di più grande del tempio. 7 Se sapeste che cosa significa: “Voglio misericordia e non sacrificio“, non avreste condannato gli innocenti; 8 perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato».

(Matteo 12)

bibbiaaperta

La solita accusa ipocrita rivolta a Gesù, colpevole di svelare il male che alberga nel cuore umano. Lo svela usando la Legge stessa e la storia di Israele.

1 Davide andò a Nob dal sacerdote Aimelec; Aimelec gli venne incontro turbato e gli disse: «Perché sei solo e non hai nessuno con te?» 2 Davide rispose al sacerdote Aimelec: «Il re mi ha dato un incarico e mi ha detto: “Nessuno sappia nulla dell’affare per cui ti mando e dell’ordine che ti ho dato”; e quanto alla mia gente, le ho detto di trovarsi in un dato luogo. 3 Ora che hai qui a portata di mano? Dammi cinque pani o quelli che si potrà trovare». 4 Il sacerdote rispose a Davide, e disse: «Non ho sotto mano del pane comune, ma c’è del pane consacrato; i giovani si sono almeno astenuti da contatto con donne?» 5 Davide rispose al sacerdote: «Da quando sono partito, tre giorni fa, siamo rimasti senza donne, e quanto ai vasi della mia gente erano puri; e se anche la nostra missione è profana, essa sarà oggi santificata da quel che si porrà nei vasi». 6 Allora il sacerdote gli diede del pane consacrato, perché non c’era là altro pane tranne quello della presentazione, che era stato tolto dalla presenza del SIGNORE, perché fosse sostituito con pane caldo nel momento in cui veniva preso.

(1 Samuele 21)

9 Nel giorno di sabato offrirete due agnelli dell’anno, senza difetti; e, come oblazione, due decimi di fior di farina intrisa d’olio, con la sua libazione. 10 Questo è l’olocausto del sabato, per ogni sabato, oltre all’olocausto quotidiano e alla sua libazione.

(Numeri 28)

L’evangelista Giovanni racconta poi che Gesù tornò sul tema in occasione della Festa delle Capanne, parlando di circoncisione.

21 Gesù rispose loro: «Un’opera sola ho fatto, e tutti ve ne meravigliate. 22 Mosè vi ha dato la circoncisione (non che venga da Mosè, ma viene dai padri); e voi circoncidete l’uomo in giorno di sabato.

23 Se un uomo riceve la circoncisione di sabato affinché la legge di Mosè non sia violata, vi adirate voi contro di me perché in giorno di sabato ho guarito un uomo tutto intero? 24 Non giudicate secondo l’apparenza, ma giudicate secondo giustizia».

(Giovanni 7)

Questo brano lo trovo particolarmente illuminante. Perchè la circoncisione dell’ebreo maschio era il segno tangibile della sua appartenenza assoluta all’Eterno, e quindi del primato assoluto che le cose volute dalla Legge di Dio, dalla Sua Giustizia dovevano e devono avere su tutto ciò che viene dall’uomo. A maggior ragione, quindi un bambino doveva essere circonciso nel giorno stesso del Signore, lo Shabbath. Ed a maggior ragione quindi i discepoli di Gesù erano chiamati a mangiare in giorno di sabato, poichè erano intenti a coadiuvare Dio stesso, nella Persona del Figlio, mentre operava.

Attenzione quindi alle interpretazioni troppo ‘facili’. Questo brano non vuole affatto, come lo vedono alcuni, ‘dispensare’ dall’osservare le prescrizioni di Dio circa l’osservanza del sabato (per i cristiani della domenica). Tutto il contrario! Vuole rafforzarle, dicendo che il nucleo dell’osservanza è l’essere il più possibile vicini a Dio in tutto. Nel proprio operare, nel proprio parlare, nel proprio sentire più intimo.

I discepoli di Gesù avevano là Gesù, Verbo Incarnato, Dio nella Persona del Figlio. Cosa di più grande e giusto potevano fare che coadiuvarne con forza l’azione?

Noi abbiamo con noi il Figlio, nella Parola di Dio. Non c’à disposizione umana che tenga, chiunque e per qualsiasi ragione la dia, che può esserle superiore. Un cristiano non può sentirsi giustificato per il suo “non pregare” o per il suo “non dedicare tempo agli atti di culto del Signore in comunità” o per il suo “non esercitare la carità verso il prossimo”, in base a non si sa quale giustificazione di ‘cose più urgenti ed importanti da fare’.

Non esistono per un credente tali cose. Non esistono per un credente atti superiori al dare gloria a Dio, sempre, comunque ed in qualsiasi circostanza della vita egli si trovi.

Egli è il Signore del Sabato. Non certo noi!

La memoria e la pelle (Matteo 11,28-30)

28 Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. 29 Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre; 30 poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero».

(Matteo 11)

open-bible-000016872064_large (1)

Il brano di Vangelo secondo Matteo con cui preghiamo oggi è il primo brano della Scrittura che ho imparato a memoria.

Spesso me lo ripeto tra me e me, spesso lo faccio scorrere tra la lingua ed il cuore, lo sento, come dice il profeta, a tratti amaro, perchè sono consapevole dei miei limiti, delle mie ansie, delle mie preoccupazioni in questa vita, in altre parole, del mio peccato. Ma alla fine è dolce come il miele, scivola giù dal palato lungo la gola, riesce a lenire ogni mio affanno.

Molte persone legano alla noia, a certe pesantezze ‘scolastiche’ l’imparare a memoria qualcosa. Per me è diverso. Io amo la Scrittura, come amo Sara, mia figlia, come amo Antonella, mia moglie. E come loro le ho sempre in mente, sempre negli occhi, sempre nel cuore, anche quando per qualsiasi motivo non le ho vicino a me, così è per la Scrittura.

Ogni mattino, al risveglio, carezzo mia moglie, ne sento il profumo, le massaggio il collo e le spalle. Conosco anche lei a memoria, faccio memoria ogni giorno della sua pelle, eppure ogni giorno scopro un punto nuovo, un incavo mai percorso, una insenatura mai esplorata, e sento le onde del suo corpo corrispondere alle mie.

Così è per la Parola di Dio. Conosco a memoria questo brano come, ne rendo grazie all’Eterno, tanti altri, ma so, quando mi affiora ale labbra del cuore, che non sarà mai lo stesso, non è mai lo stesso, ogni volta mi smuove corde nuove, ogni volta produce risonanze diverse nel mio animo. Perchè l’Altro non sei tu. Perchè l’Altro non è tuo.

Vale per mia moglie, vale per mia figlia, vale a maggior ragione per la Parola di Dio, che è Persona, che è Verbo Incarnato, che à Gesù, il Cristo, che mai e poi mai posso pretendere di esaurire, di conoscere fino in fondo.

Posso solo cercare, per quanto mi è possibile, per quanto sono capace, di amarlo fino in fondo, posso cercare di farlo diventare ‘mio’ il più possibile, essendo consapevole che ‘mio’, nel senso possessivo del termine, non lo sarà mai.

Esattamente come non saranno mai ‘mie’ le persone che amo di più nella mia vita. E’ la tensione tra i due termini, la Carità. Tra il sapere che Dio è l’Altro che mai potrò esaurire, che mai sarà ‘mio’ e contemporaneamente il sentirlo come Colu che è più intimo a me di me stesso, come scriveva Agostino.

“Deus intimior intimo meo” (Confes. III, 6,11)

La Carità è il desiderare, il volere fondersi, unirsi all’Altro ed il sapere, l’essere cosciente, che quello è e sarà sempre Altro da me.

Andiamo a Lui, allora, “impariamolo a memoria”, facciano memoria ogni momento che possiamo del latte e del miele che troviamo sotto le Sue labbra, lasciamo che la Sua Parola accarezzi la nostra vita, lasciamo che la faccia sua; è l’unico modo per trovare ristoro, per non affaticarci in questa vita sotto il giogo del nostro peccato e delle fatiche di ogni giorno.

Amen.

 

 

Divigne Congiure!

Due anni fa scrivevo questo post, dal titolo “I am a Dolabber!“:

Sara: “Babbo ma quanto studi?”
Luca: “Studiare per babbo è un modo di imparare a conoscere meglio le persone, ad imparare il modo migliore di lavorare con loro e per loro, anzitutto per te che sei la sua principessa!”.

Un breve dialogo avuto una settimana fa con Sara che mi vedeva alle prese, proprio come lei, con il mio zaino/cartella, il computer, la matita rossa e blu che scorreva su un libro… Abbiamo fatto i compiti assieme la settimana scorsa. Lei addizionava e sottraeva numeri, io, grazie alla Dolab School, a Futura, Emanuela, Valentina, ai miei compagni di corso, anzi, dei corsi, aggiungevo ricchezza alla mia vita.

dscn0042

Curiosamente, oggi mi sono trovato nella medesima situazione. Con mia figlia Sara, a fare i compiti per le vacanze, disegni e calcoli, e intanto io ero e sono alle prese con l’inglese, per il ripasso prima dell’esame per il passaggio di livello.

Stessa domanda o quasi da parte sua: “Ma allora è vero babbo che si studia sempre!”. Eh si, le ho detto, si studia sempre, ma l’importante poi è mettere a frutto quello che si studia. Con quanto ho imparato alla Do Lab School ci sto riuscendo, fido di fare lo stesso con l’inglese.

Nel frattempo mi è arrivata una notifica da Facebook, ma guarda, la foto delle Divigne!!! Ma allora è una congiura, ho pensato, una piacevolissima congiura, una Divigna congiura!

divigne

 

Lo spiegano le fiabe…

Perché idee atroci e visibilmente idiote conquistano un consenso mondiale in tempi brevissimi? La superiorità della razza ariana ha trionfato anche fuori dalla Germania hitleriana, la bontà di Stalin benefattore dell’umanità era un caposaldo degli intellettuali occidentali.

Lo spiegano le fiabe.

“Nelle fiabe di Andersen compare il dolore sempre presente nell’adolescenza della nostra epoca: la paura di essere diverso, di non essere amato, di non essere accettato dal gruppo.

Il brutto anatroccolo e la sirenetta sono dei diversi e vorrebbero disperatamente essere uguali. L’omosessualità di Andersen lo rende particolarmente bravo a descrivere il dolore del diverso; rileggiamo la fiaba della sirenetta sostituendo alla parola sirena la parola creatura: una creatura che non è né pesce né donna, né una cosa né l’altra, ama un uomo, non può parlare e diventa spuma, né acqua né aria.
Se essere un diverso è un dolore, ne consegue che si venderà l’anima al diavolo per non diventarlo.

Nella geniale fiaba I vestiti nuovi dell’imperatore, è spiegata la base dei totalitarismi, la negazione della verità per consenso alla menzogna universale. È spiegata in maniera lieve, ma ineccepibile. La neurobiologia ha accreditato e dimostrato la realtà racchiusa in questa narrazione. Il cervello umano addirittura cancella le realtà contrarie alle teorie che ha interiorizzato. Se ci fa perdere la «coerenza interna», cancelliamo la realtà.

Noi siamo abituati a pensare alle fiabe come a qualcosa di infantile e carino, con i colori pastello dello zucchero filato e il faccino di Hello Kitty come logo. È sufficiente leggere le versioni originali dei fratelli Grimm perché ci si renda conto di quanto il linguaggio sia alto, ma anche di tutto il dolore e di tutta la ferocia che sempre è presente in mezzo all’oro e all’argento insieme ai corvi che beccano gli occhi dei morti. Le fiabe sono una forma di conoscenza, un luogo dove la saggezza collettiva dei popoli ha riposto le intuizioni sul funzionamento della psiche umana. Sono tre le fiabe che, insieme, ci spiegano il genocidio. I vestiti nuovi dell’imperatore spiega l’universalità del consenso: il consenso a un totalitarismo, ma anche a mode deliranti, dolorose o pericolose.

ANTICHE FIABE CONTEMPORANEE“, di Silvana De Mari
Tratto da “La realtà dell’orco“, edizione Lindau.

Silvana De Mari è un medico. Un medico che scrive. Ha un figlio, un marito, una sorella, nipoti, alcuni amici e dei vicini di casa. Vive in mezzo ai boschi e alle vigne. Ha un cane e lo porta fuori tutte le mattine, in mezzo alle vigne e ai boschi. Possiede un minuscolo frutteto e sa potare.
Tra i suoi libri, ricordiamo i fantasy di straordinario successo: La bestia e la bella, L’ultimo elfo, L’ultimo orco, Gli ultimi incantesimi, il saggio Il drago come realtà (tutti editi da Salani), i romanzi Il gatto dagli occhi d’oro, L’ultima profezia del mondo degli uomini, Io mi chiamo Yorsh (Fanucci) e Il cavaliere, la strega, la Morte e il diavolo.

Silvana De Mari, scrittrice
Silvana De Mari, scrittrice