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Suggerimenti per la preghiera e la lettura biblica della settimana

Ricevo dal fratello pastore Elpidio Pezzella, che ringrazio.

«Questo libro della legge non si allontani mai dalla tua bocca, ma meditalo, giorno e notte; abbi cura di mettere in pratica tutto ciò che vi è scritto»
Giosuè 1:8

Chiesa di San Benedetto a Montemonaco
Chiesa di San Benedetto a Montemonaco

Il testo si riferisce alla legge di Mosè, oggi noi lo riferiamo è a tutta la Scrittura, utile a correggere, incoraggiare e fortificare così da poter raccogliere frutti (Salmo 1:1). Citando il verso «La fede dunque viene dall’udire, e l’udire viene dalla parola di Dio» (Romani 10:17), ci si impegna affinché ciò che udiamo non si diparta dalle nostre orecchie. L’invito, in questo caso, è che essa non si allontani dalla bocca. Il riferimento è ai nostri discorsi, i quali devono essere incentrati su ciò che la Scrittura insegna. Spesso capita che pronunciamo cose contrarie alla Scrittura, poi ci chiediamo il perché Dio non risponda alle nostre preghiere. La nostra vita prospera solo se la Sua parola non si diparte dalla nostra bocca (Proverbi 3:13; Proverbi 21:23; Matteo 15:18). La bocca pronuncia ciò che è dentro noi, se dichiariamo incredulità nel nostro cuore, allora, manca la fede. Dovremmo imparare a dichiarare che il Signore è Colui che provvede, che non ci lascia e non ci abbandona. È necessario che, quanto affermiamo con la bocca sia anche ciò che è nel nostro cuore altrimenti finiamo per diventare degli ipocriti.

Come meditare

Meditare la Parola giorno e notte non vuol dire leggerla o recitarla a memoria, ma intende qualcosa di più profondo e anche intimo. Per meditare occorre passare dal leggere o dichiarare il testo biblico al suo ascolto. Giosuè era ancora nel deserto quando ricevette una tale parola, a sottolineare come nel posto in cui c’è solo silenzio (senza parole), Dio parla. Porsi in ascolto è quindi il punto di partenza della meditazione, che consente alla Scrittura di scendere nel nostro cuore e alla nostra bocca di dichiarare con fede. Sviluppare la capacità di fermare i pensieri, la disposizione a non lasciarsi distrarre o condizionare, aiuta la sensibilità della fede a percepire la voce di Dio, dolce e sommessa. Nel momento in cui, nel silenzio, giunge la risposta è necessario agire, senza esitazione e lontani dai mille dubbi che possono assalire la mente. Delle volte per agire secondo la fede dobbiamo fermare i nostri pensieri, questo perché i Suoi pensieri non sono i nostri pensieri. La fede deve essere sconsiderata e disavveduta, poiché essa è pazzia e non raziocinio.

Lettura della Bibbia

07 novembre Ezechiele 26-27; 2 Corinti 10-11
08 novembre Ezechiele 28-29; 2 Corinti 12-13
09 novembre Ezechiele 30-31; Galati 1-2
10 novembre Ezechiele 32-33; Galati 3-4
11 novembre Ezechiele 34-35; Galati 5-6
12 novembre Ezechiele 36-37; Efesi 1-2
13 novembre Ezechiele 38-39; Efesi 3-4

Il 10 novembre 1483, a Eisleben, Germania nasceva Lutero. Quando si pose all’ascolto della Parola un fuoco infiammò la sua vita e ne fece la scintilla che infiammò la Riforma.

Sul terremoto castigo divino

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Come si dice qui a Roma, le chiacchiere stanno a zero. E di fronte al dolore ed alla sofferenza di tanta gente sarebbe bene che si fermassero. Anche e soprattutto da parte di uomini cosiddetti di fede, “di chiesa” che dovrebber0 sapere che il silenzio e la preghiera in questi casi sono la risposta migliore.

La risposta di Giobbe, che non si permise di dare al Signore la colpa delle sciagure che gli piombavano addosso. L’ho citato da poco…

«Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo tornerò in grembo alla terra; il SIGNORE ha dato, il SIGNORE ha tolto; sia benedetto il nome del SIGNORE».
22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nessuna colpa.

(Giobbe 1,21-22)

Detto questo io credo che i terremoti sono un’evento del tutto naturale, e mi fa specie che in una cultura che non fa altro che parlare di natura, di bio, di sensibilità ambientale ecc… poi ce la si prenda con la stessa quando questa non fa altro che fare quello che facciamo noi uomini. Vivere.

La natura vive, come noi, respira, si evolve, come noi, cambia, muta, come noi.
I terremoti che ci sono in natura sono gli stessi che ci sono nella nostra vita.
Quando ci muore un figlio, quando ci scoprono un tumore che ci porta via, o si porta via in poco tempo qualcuno che amiamo.

Le case crollano, certo, così le chiese e le attività commerciali, ed è duro da accettare e sopportare. Ma a ben guardare la maggior parte delle volte crollano perchè sono vecchie, perchè non sono costruite come si deve, perchè mischiamo la sabbia al cemento, perchè lesiniamo sulla sicurezza… ma anche perchè costruiamo dove sappiamo, dovremmo sapere, che non si dovrebbe costruire. Perchè c’è una faglia, perchè c’è un vulcano vicino, perchè c’è un fiume a rischio esondazione, perchè il torrente lo abbiamo deviato ed ingabbiato nel cemento…

Tutto questo non è un castigo divino. Tutto questo è un castigo che noi ci autoinfliggiamo, questo si, a causa del nostro peccato, dei nostri peccati. L’incuria, l’avidità, l’avarizia, l’imprevidenza, la presunzione, la corruzione, l’orgoglio, l’egoismo.

Dio ha creato la natura, ha creato il giardino. Poi ha detto all’uomo di custodirlo. Ma per il suo peccato, per il suo orgoglio, per il suo credersi e farsi Dio di se stesso, l’uomo si crede di esserne il padrone.

Non è un castigo divino il terremoto.
L’uomo è già il peggior castigatore di se stesso.

Non è un castigo divino il terremoto.
E’ una presa d’atto che la Creazione non è nostra.

E’ solo un evento naturale che ci ribadisce che la natura è da Dio, che la Creazione è prima di noi, che noi ne siamo parte e non ne siamo signori, perchè di Signore ce n’è uno solo.

Gesù nel Vangelo ci ribadisce che noi non possiamo aggiungere nemmeno un respiro alla nostra vita, ma noi ci ostiniamo a vivere come se ne fossimo padroni.
E invece di prendercela con noi stessi ce la prendiamo con Lui, ne bestemmiamo il Nome, ne rifiutiamo la benedizione.

Soffro personalmente e tanto per questo terremoto in particolare. Perchè riguarda terre e persone che fanno parte importante della mia vita, della mia storia, anche della mia fede per tanti aspetti.
E mi trovo a rammaricarmi del non poter andare per chissà quanto tempo in montagna, del ristorante dell’amico che forse sarà costretto a chiudere, perchè un amico carissimo di mio fratello ha visto rovinarsi la casa che aveva appena finito di costruire dopo tanti sacrifici, del convento crollato di quelle monache che mi hanno ospitato diverse volte, dell’abbazia e dei suoi affreschi in briciole…

Ma poi penso: però Sandro è vivo, grazie, Signore! Ida sta bene, grazie Signore! Luca, sua moglie, il bambino stanno bene! Penso che è la vita delle persone il loro bene più grande. E allora l’angoscia si tramuta in gioia. Perchè ancora li posso sentire, ci posso parlare, posso invitarli a Roma, potrò rivederli non appena le strade torneranno in sesto e sarà passata l’emergenza.

E allora ci abbracceremo, e non staremo certo a guardare quante pietre saranno ancora in piedi di questo o quel muro. Perchè le vere pietre della nostra vita sono gli amici, le sorelle, i fratelli che la circondano, la sorreggono, le donano bellezza, ci fanno ridere e piangere al giusto momento.

E ringrazieremo assieme il Cristo, l’unica vera Pietra angolare della nostra vita e di tutta la Creazione. L’unico vero pilastro a cui reggersi forte, da non mollare mai.

Il castigo divino l’uomo se lo infligge da solo, allontandosi da Lui, allontanandosi dalla natura credendo di poterla dominare, allontanandosi dalla Parola e vivendo secondo la carne anzichè secondo lo Spirito. 

Il Signore dà, il Signore toglie. Benedetto il Nome del Signore!

Amen.

In tempo di terremoto, pregando per i miei fratelli

Dio creatore,
che reggi con la tua sapienza l’armonia dell’universo,
abbi pietà di noi tuoi fedeli, sconvolti dai cataclismi
che scuotono le profondità della terra;
vegli a sull’incolumità delle nostre famiglie,
perché, anche nella sventura,
sentiamo su di noi la tua mano di Padre,
e, liberati dal pericolo, possiamo cantare la tua lode.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Amen.

Il simbolo della fede

La fede è garantita dalle Scritture e da queste sole, afferma uno dei grandi Padri della Chiesa, Cirillo di Gerusalemme, nella seconda lettura dell’Ufficio delle  Letture odierno. Da tutte le Scritture, perchè come dice il Cristo, neppure uno iota dell’Antico Testamento viene a cadere per effetto del nuovo.

Poichè non a tutti, continua Cirillo, è dato di leggere ed interpretare correttamente tutte le Scritture, la Chiesa sintetizza il dogma, l’essenziale della fede, nelle frasi dei Simboli. I Simboli della Chiesa indivisa quindi, come il Simbolo Apostolico, racchiudono in sè l’essenza di quanto occorre credere. Sono, cioè, la tradizione della Chiesa che serve la Scrittura al fine di servire anche il credente meno preparato.

Che, se osserva quanto è contenuto nel Simbolo, è sicuro di osservare quanto vuole la Scrittura tutta, quanto vuole Chi quella Scrittura ci ha rivelato.

Niente che sia fuori dalla Scrittura e fuori dai Simboli scritti in ossequio ed in obbedienza assoluta a questa va preso o ritenuto come buono. Vigilate e state in guardia, dice Cirillo.

Cirillo di Gerusalemme
Cirillo di Gerusalemme

Dalle «Catechesi» di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo
(Catech. 5 sulla fede e il simbolo, 12-13; PG 33, 519-523)
Il simbolo della fede

Nell’apprendere e professare la fede, abbraccia e ritieni soltanto quella che ora ti viene proposta dalla Chiesa ed è garantita da tutte le Scritture. Ma non tutti sono in grado di leggere le Scritture. Alcuni ne sono impediti da incapacità, altri da occupazioni varie. Ecco perché, ad impedire che l’anima riceva danno da questa ignoranza, tutto il dogma della nostra fede viene sintetizzato in poche frasi.

Io ti consiglio di portare questa fede con te come provvista da viaggio per tutti i giorni di tua vita e non prenderne mai altra fuori di essa, anche se noi stessi, cambiando idea, dovessimo insegnare il contrario di quel che insegniamo ora, oppure anche se un angelo del male, cambiandosi in angelo di luce, tentasse di indurti in errore. Così «se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un Vangelo diverso da quello che abbiamo predicato, sia anàtema!» (Gal 1, 8).

Cerca di ritenere bene a memoria il simbolo della fede. Esso non è stato fatto secondo capricci umani, ma è il risultato di una scelta dei punti più importanti di tutta la Scrittura. Essi compongono e formano l’unica dottrina della fede.

E come un granellino di senapa, pur nella sua piccolezza, contiene in germe tutti i ramoscelli, così il simbolo della fede contiene, nelle sue brevi formule, tutta la somma di dottrina che si trova tanto nell’Antico quanto nel Nuovo Testamento.

Perciò, fratelli, conservate con ogni impegno la tradizione che vi viene trasmessa e scrivetene gli insegnamenti nel più profondo del cuore.

Vigilate attentamente perché il nemico non vi trovi indolenti e pigri e così vi derubi di questo tesoro. State in guardia perché nessun eretico stravolga le verità che vi sono state insegnate. Ricordate che aver fede significa far fruttare la moneta che è stata posta nelle vostre mani. E non dimenticate che Dio vi chiederà conto di ciò che vi è stato donato.

«Vi scongiuro», come dice l’Apostolo, «al cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose, e di Cristo Gesù, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato» (1 Tm 6, 13), conservate intatta fino al ritorno del Signore nostro Gesù Cristo questa fede che vi è stata insegnata.
Ti è stato affidato il tesoro della vita, e il Signore ti richiederà questo deposito nel giorno della sua venuta «che al tempo stabilito sarà a noi rivelata dal beato e unico sovrano, il re dei regnanti e Signore dei signori; il solo che possiede l’immortalità, che abita una luce inaccessibile, che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere» (1 Tm 6, 15-16). Al quale sia gloria, onore ed impero per i secoli eterni. Amen.

Anima in pena

Quando qualcuno che ci è vicino è preoccupato, e lo vediamo aggirarsi per la casa alla ricerca di qualcosa da fare, o fermo, seduto, a meditare su qualcosa che non sappiamo o non capiamo, gli occhi spesso che non si capisce cosa fissino o se fissino il vuoto, abbiamo una espressione nella nostra lingua per definirlo. Diciamo che sembra un'”anima in pena“.

Cerco su un dizionario e trovo:

Persona in stato di irrequietezza, d’inquietudine, o di grande ansia. Allude alle anime che scontano la loro pena in Purgatorio, in attesa del Paradiso.

Non vuole essere l’argomento di questo post, ma ci tengo a precisare che non credo all’esistenza del purgatorio ed alla relativa dottrina, dottrina solo ed esclusivamente della chiesa cristiana di confessione cattolica (definita alla fine del XIII secolo, messa in poesia da Dante nella seconda parte della sua Commedia), rigettata come a-scritturale tanto dagli ortodossi quanto dai protestanti e riformati.

Ricordo i defunti nella mia preghiera, ricordo le persone cui ho voluto e voglio bene, ma le affido interamente nelle mani di Dio e credo che a Lui ed a Lui solo spetti il giudizio, e che questo non possa cambiare in virtù di cose dette, fatte o pensate da me (alla dottrina cattolica del purgatorio è strettamente legata la dottrina delle indulgenze di cui tanto si è parlato, in questi giorni oltre che in questi secoli).

Lascio quindi come valida la prima parte della definizione del vocabolario:

Persona in stato di irrequietezza, d’inquietudine, o di grande ansia.

Ieri, guardandomi da solo girare per casa, questo sembravo a me stesso. Un’anima in pena. La causa, un terremoto che mi scuote l’anima e il corpo, riguardando persone in vita, che amo, che per grazia di Dio (non fortunatamente,  che nemmeno alla fortuna credo, solo alla grazia di Dio) sono salve, nei più grandi disagi, ma salve.

Gli amici, i fratelli dei Sibillini, di cui sono stato servo nel ministero e di cui continuo ad esser servo e debitore nell’animo, per tutto quello che mi hanno donato loro e per tutto quello che mi ha donato per venticinque anni almeno la meravigliosa natura di quei luoghi, di quelle montagne, di quei torrenti, di quelle sorgenti…

Torrente Ambro
Torrente Ambro

A inizio estate avevo detto ad Antonella che quest’anno ci sarei andato, per salutare tanti di loro, e per pregare con mia mamma, che ha scelto come luogo di memoria del suo eterno riposo nel Padre, le acque e le rive del torrente Ambro.

Poi è successo quello che è successo, prima ad agosto, poi ad  ottobre, ed ora quelle zone non sono facilmente accessibili, e non lo saranno certo più facilmente nel prossimo futuro, con la neve che sta per arrivare, con l’inverno aspro di quelle parti, con gli impegni familiari e di lavoro che incombono da queste.

Non sono in grande ansia  però, perchè fido nel Signore. Ma sono irrequieto ed inquieto a tratti, perchè è come se parte del mio corpo fosse lì, in giro con la felpa, lo zaino e gli scarponi sul sentiero che porta alle sorgenti del torrente, sulla strada di Foce e della Val Gardosa, nei meandri delle gole dell’Infernaccio, mentre è costretto dalle circostanze della vita e dallo stato della natura a stare fermo qui.

Allora penso all’acqua del torrente, all’impeto con cui si arricciola su sè stessa, agli sbuffi ed agli schizzi che raggiungono il tuo volto mentre risali, al fresco ghiacciato che sorprende le tue caviglie e si intrufola fino ai tuoi piedi… Lì c’è anche mia mamma, Maria Grazia, impetuosa ed allegra com’era, sempre alla ricerca di nuove strade e nuovi cammini, che anche mentre incanutiva ti sorprendeva con la sua freschezza e i suoi colori.

E nei sentieri che dal letto del torrente si inerpicano su per il bosco ritrovo mio padre, Giovanni, che percorreva quelli similissimi del suo Casentino, e dal Teggina e dal Barbozzaia, dai torrenti che d’ i verdi colli del Casentin discendon giuso in Arno (Dante. Divina Commedia, Inferno, XXX, 64-66) risaliva piano piano, ora verso il Pratomagno, ora verso La Verna, alla ricerca della pace per il verde inquieto della sua anima, che ai castagni mi faceva pensare.

Penso, ricordo, prego, mi affido, e sorrido. E la pena dolcemente scompare. Ma è bene che ci sia, che mi ricordi che nulla è scontato a questo mondo, che nemmeno un istante possiamo aggiungere o togliere alla nostra vita, che ogni schizzo d’acqua, ogni tremolio, ogni scossa può esser quello che decide della nostra esistenza.

Ed a noi è dato solo di cercare di esser pronti. Estote parati dice il Vangelo, verificate il vostro equipaggiamento. Che la preghiera e la Scrittura non manchino mai.

Amen.

luca

 

Riflessioni su Lund, in ordine sparso

Ascolto il notiziario alla RAI, da cui si deduce quello che da tempo si vuole che si deduca, ossia che le chiese cattolica e luterana devono combattere assieme contro la secolarizzazione— ossia occuparsi di profughi, assistenza e nuovi poveri.

E null’altro giacchè a detta di una primate luterana, noi abbiamo idee diverse su temi come aborto, eutanasia, matrimoni omosessuali, ecc… Ma di che parla, penso io? Non sono tutte queste cose frutto della crescente secolarizzazione? Di un “secolo” che si pensa e si progetta senza Dio? O facendo di se stesso il proprio vitello d’oro?

Per il resto, pensa il mondo, conformemente al pensiero del suo maligno “principe”, che la chiesa, la fede, il Cristo, la Bibbia si tolgano di torno, che danno solo fastidio ai manovratori di questo mondo, al potere soprattutto, giacchè i veri credenti affarmano che di potere vero ed ultimo ce n’è Uno ed Uno soltanto, e solo a quello bisogna obbedire.

Io sono cristiano, biblico, riformato e penso che le realtà rivendicate dalla chiesa luterana a Lund come un progresso (sarà per questo che le loro chiese sono sempre più desolatamente vuote?…), ovvero le loro idee su aborto, eutanasia, matrimoni omosessuali, ecc…  siano la secolarizzazione. E che non si possa combattere il demonio con le sue stesse armi.

Penso che non c’è bisogno di essere cristiano per assistere un profugo o per dar da mangiare a un povero. Basta il proprio cuore, alle persone sincere, siano o no credenti. Ed al contempo lo si può fare per interessi tutt’altro che chiari, limpidi e puliti, le cronache sono pieni di esempi che non sto a riportare qui. Ricordiamoci le parole di Paolo. Puoi anche bruciare il tuo corpo per i poveri, ma se lo fai per una logica diversa da quella di Dio, diversa dalla carità (vera, non pelosa!), non ti varrà nulla.

Ma penso anche che c’è un solo Padre, che è tre volte Santo. E che non c’è nessun santo padre sulla terra, tantomeno a Lund, a Stoccolma o a Roma. Mi perdonino i tanti fratelli cristiani che ho tra i cattolici, ma non ritengo giusto essere trattato da tanti, troppi, in modo paternalistico, come un “minus habens” che prima o poi riconoscerà il suo errore. Non riconosco a nessun altro che a Dio il giudizio sulla mia fedeltà all’Evangelo. Accetto la correzione fraterna da tutti, ma, appunto, fraterna. Non ho nè sento il bisogno di avere altri padri oltre al Padre.

L’unico ecumenismo che mi è veramente caro è quello che porta tutti i cristiani nella Casa del Padre. Per quello sono disposto a fare qualsiasi sacrificio. Ma quell’ecumenismo cammina su 5 gambe a cui non posso e non voglio rinunciare. Si basa su una piattaforma che è la roccia della Parola di Dio rivelata dal Padre, attraverso il Figlio e suggellata con il dono dello Spirito Santo.

5 gambe…

sola

Che l’Eterno ci aiuti a camminare
nella fedeltà alla Sua Parola
verso la Sua Casa.

Amen. 

Dichiarazione di Lund (31 ottobre 2016)

sola

(testo integrale ripreso dal sito della Radio Vaticana)

Nel corso della celebrazione della Preghiera Ecumenica Comune, nella Cattedrale Luterana di Lund, Papa Francesco e il Vescovo Munib Yunan, Presidente della LWF (Lutheran World Federation) hanno firmato la Dichiarazione congiunta. Ne riportiamo di seguito il testo:

«Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me» (Gv15,4).

Con cuore riconoscente
Con questa Dichiarazione Congiunta, esprimiamo gioiosa gratitudine a Dio per questo momento di preghiera comune nella Cattedrale di Lund, con cui iniziamo l’anno commemorativo del cinquecentesimo anniversario della Riforma. Cinquant’anni di costante e fruttuoso dialogo ecumenico tra cattolici e luterani ci hanno aiutato a superare molte differenze e hanno approfondito la comprensione e la fiducia tra di noi. Al tempo stesso, ci siamo riavvicinati gli uni agli altri tramite il comune servizio al prossimo, spesso in situazioni di sofferenza e di persecuzione. Attraverso il dialogo e la testimonianza condivisa non siamo più estranei. Anzi, abbiamo imparato che ciò che ci unisce è più grande di ciò che ci divide.

Dal conflitto alla comunione
Mentre siamo profondamente grati per i doni spirituali e teologici ricevuti attraverso la Riforma, confessiamo e deploriamo davanti a Cristo il fatto che luterani e cattolici hanno ferito l’unità visibile della Chiesa. Differenze teologiche sono state accompagnate da pregiudizi e conflitti e la religione è stata strumentalizzata per fini politici. La nostra comune fede in Gesù Cristo e il nostro battesimo esigono da noi una conversione quotidiana, grazie alla quale ripudiamo i dissensi e i conflitti storici che ostacolano il ministero della riconciliazione. Mentre il passato non può essere cambiato, la memoria e il modo di fare memoria possono essere trasformati. Preghiamo per la guarigione delle nostre ferite e delle memorie che oscurano la nostra visione gli uni degli altri. Rifiutiamo categoricamente ogni odio e ogni violenza, passati e presenti, specialmente quelli attuati in nome della religione. Oggi ascoltiamo il comando di Dio di mettere da parte ogni conflitto. Riconosciamo che siamo liberati per grazia per camminare verso la comunione a cui Dio continuamente ci chiama.

Il nostro impegno per una testimonianza comune
Mentre superiamo quegli episodi della storia che pesano su di noi, ci impegniamo a testimoniare insieme la grazia misericordiosa di Dio, rivelata in Cristo crocifisso e risorto. Consapevoli che il modo di relazionarci tra di noi incide sulla nostra testimonianza del Vangelo, ci impegniamo a crescere ulteriormente nella comunione radicata nel Battesimo, cercando di rimuovere i rimanenti ostacoli che ci impediscono di raggiungere la piena unità. Cristo desidera che siamo uno, così che il mondo possa credere (cfr Gv 17,21).

Molti membri delle nostre comunità aspirano a ricevere l’Eucaristia ad un’unica mensa, come concreta espressione della piena unità. Facciamo esperienza del dolore di quanti condividono tutta la loro vita, ma non possono condividere la presenza redentrice di Dio alla mensa eucaristica. Riconosciamo la nostra comune responsabilità pastorale di rispondere alla sete e alla fame spirituali del nostro popolo di essere uno in Cristo. Desideriamo ardentemente che questa ferita nel Corpo di Cristo sia sanata. Questo è l’obiettivo dei nostri sforzi ecumenici, che vogliamo far progredire, anche rinnovando il nostro impegno per il dialogo teologico.

Preghiamo Dio che cattolici e luterani sappiano testimoniare insieme il Vangelo di Gesù Cristo, invitando l’umanità ad ascoltare e accogliere la buona notizia dell’azione redentrice di Dio. Chiediamo a Dio ispirazione, incoraggiamento e forza affinché possiamo andare avanti insieme nel servizio, difendendo la dignità e i diritti umani, specialmente dei poveri, lavorando per la giustizia e rigettando ogni forma di violenza. Dio ci chiama ad essere vicini a coloro che aspirano alla dignità, alla giustizia, alla pace e alla riconciliazione. Oggi, in particolare, noi alziamo le nostre voci per la fine della violenza e dell’estremismo che colpiscono tanti Paesi e comunità, e innumerevoli sorelle e fratelli in Cristo. Esortiamo luterani e cattolici a lavorare insieme per accogliere chi è straniero, per venire in aiuto di quanti sono costretti a fuggire a causa della guerra e della persecuzione, e a difendere i diritti dei rifugiati e di quanti cercano asilo.

Oggi più che mai ci rendiamo conto che il nostro comune servizio nel mondo deve estendersi a tutto il creato, che soffre lo sfruttamento e gli effetti di un’insaziabile avidità. Riconosciamo il diritto delle future generazioni di godere il mondo, opera di Dio, in tutta la sua potenzialità e bellezza. Preghiamo per un cambiamento dei cuori e delle menti che porti ad una amorevole e responsabile cura del creato.

Uno in Cristo
In questa occasione propizia esprimiamo la nostra gratitudine ai fratelli e alle sorelle delle varie Comunioni e Associazioni cristiane mondiali che sono presenti e si uniscono a noi in preghiera. Nel rinnovare il nostro impegno a progredire dal conflitto alla comunione, lo facciamo come membri dell’unico Corpo di Cristo, al quale siamo incorporati per il Battesimo. Invitiamo i nostri compagni di strada nel cammino ecumenico a ricordarci i nostri impegni e ad incoraggiarci. Chiediamo loro di continuare a pregare per noi, di camminare con noi, di sostenerci nell’osservare i religiosi impegni che oggi abbiamo manifestato.

Appello ai cattolici e ai luterani del mondo intero
Facciamo appello a tutte le parrocchie e comunità luterane e cattoliche, perché siano coraggiose e creative, gioiose e piene di speranza nel loro impegno a continuare la grande avventura che ci aspetta. Piuttosto che i conflitti del passato, il dono divino dell’unità tra di noi guiderà la collaborazione e approfondirà la nostra solidarietà. Stringendoci nella fede a Cristo, pregando insieme, ascoltandoci a vicenda, vivendo l’amore di Cristo nelle nostre relazioni, noi, cattolici e luterani, ci apriamo alla potenza di Dio Uno e Trino. Radicati in Cristo e rendendo a Lui testimonianza, rinnoviamo la nostra determinazione ad essere fedeli araldi dell’amore infinito di Dio per tutta l’umanità.

sola

Due monaci – il secondo

Il secondo monaco, nel giorno 31 ottobre, giorno della Riforma, è Martin Lutero, monaco agostiniano mendicante.

luteroprigionierodellaparola

L’enciclopedia recita che “Gli ordini mendicanti, sorti tra il XII ed il XIII secolo in seno alla Chiesa cattolica, sono quegli ordini religiosi ai quali la regola primitiva imponeva l’emissione di un voto di povertà che implica la rinuncia a ogni proprietà non solo per gli individui, ma anche per i conventi, e che traevano sostentamento unicamente dalla raccolta delle elemosine (questua).”.

L’ordine agostiniano, come molti altri ordini dell’epoca, attraversò una profonda crisi nel 1300, specie dopo la peste nera in Europa, che svuotò i conventi, spingendo molti superiori ad accogliere tutti nei conventi, senza badare troppo alla vera fede, alla preparazione, alla disciplina. Si aggiunse poi il cosiddetto “scisma d’Occidente”, papi ed antipapi che si fronteggiavano, ad acuire il tutto.

Nacquero quindi, in seno all’ordine agostiniano, dei conventi cosiddetti “osservanti” dove si ricercava l’autenticità della vocazione, della regola, in obbedienza assoluta alla Parola di Dio. In Italia mi viene in mente Lecceto (Siena) dove spesso sono stato ospite, e Tolentino, altra città provata dal terremoto di queti giorni; in Germania l’osservanza di Sassonia, uno dei cui centri era Erfurt, il convento dove viveva e studiava Martin Lutero.

Monastero di Erfurt, Sassonia - Chiostro
Monastero di Erfurt, Sassonia – Chiostro
Monastero di Erfurt - Chiesa
Monastero di Erfurt – Chiesa

Martin Lutero questo cercava, da bravo monaco, ovvero persona che pone il suo centro nel “monos“, nel solo Cristo. Penso spesso all’etimologia della parola “monaco” e non mi sorprende, sapete, che sia questa, che in lingua italiana si possa tradurre con “Solo”. E mi stupisce ancora di meno che alla base della spiritualità della Riforma, che ebbe un interprete decisivo nel monaco agostiniano Martin Lutero, ci siano i famosi 5 Sola della Riforma.

Sola Scriptura, Sola Fide, Sola gratia,
Solus Christus, Soli Deo Gloria

Nulla bisogna anteporre all’amore di Cristo, diceva il monaco Benedetto da Norcia, ed a null’altro che alla Parola di Dio, alla Sola Scriptura, occorre vincolare la propria coscienza, ribadiva tanti secoli dopo il monaco Martin Lutero.

Nella vita della Chiesa ci sono alti e bassi, ci sono crolli improvvisi, ci sono vette da scalare, ci sono ostacoli imprevisti, terremoti di fede e di fiducia. Ma c’è una unica ricetta possibile per tutto questo, ed è quella di mettere il Cristo, il Verbo Incarnato, la Parola di Dio prima di ogni cosa, prima di ogni teologia e determinazione umana, prima di ogni tradizione e di qualsiasi pur umanamente sapiente magistero.

E non stancarsi mai di costruire e di ricostruire, di riformare… La Chiesa è giustamente detto che è semper Reformanda, perchè sempre ci troviamo a costruire e ricostruire sulle conseguenze del nostro peccato, dei nostri peccati anche come membri di chiese, pastori e preti, vescovi e papi…

Ma, come dice la Parola, facendo attenzione a che il Cristo, soltanto Lui, sia la pietra angolare di qualsiasi nostra costruzione. Perchè occorre non illudersi, non siamo nè saremo noi a fare l’unità della Chiesa. E’ un compito che sfugge del tutto alle nostre possibilità. Anche perchè, a ben guardare, è stato già eseguito dal Padre attraverso il Figlio.
A noi sta solo di renderlo visibile agli uomini, con la nostra preghiera, con il nostro lavoro.

Ora et Labora, Soli Deo Gloria.

Amen.

Due monaci – il primo

Due monaci, oggi, dominano il pensiero della mia mente.

Il primo è Benedetto da Norcia, i cui ricordi architettonici sono, per l’ennesima volta nella storia, andati in polvere e cenere, tra la Valnerina, Norcia, le terre del Vettore, San Benedetto a Montemonaco, di cui sono stato parroco (la so danneggiata ma non distrutta, dai tanti fratelli che ho in quelle terre ed a cui non mi stanco di telefonare visto che mi è impossibile recarmi da loro in questi frangenti).

Chiesa di San Benedetto a Montemonaco
Chiesa di San Benedetto a Montemonaco

Benedetto da Norcia, monaco, iniziatore del monachesimo in Occidente, scrittore di una regola cui tuttora ispiro la mia vita, che accoppia l’Ora al Labora, il riconoscimento della assoluta sovranità di Dio sulla vita e sulla storia dell’uomo (nulla e niente può esserGli anteposto!), al lavoro, alla fatica, di costruire e ricostruire ogni giorno.

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Benedetto da Norcia non si sarebbe sgomentato di fronte a quanto, ancora una volta, è successo dalle sue parti. Avrebbe ripreso a lavorare per ricostruire. Non solo le opere di pietra ma soprattutto la fede, la fiducia delle persone. Ho sentito stamani un’amica di ottanta e passi anni che abita a Montemonaco, in “zona rossa”, vicino alla chiesa di cui parlavo prima che mi diceva appunto questo, della fatica che si va, dopo una vita di lavoro in montagna, quando si pensa “ora mi posso finalmente riposare e godere gli ultimi anni di vita”, della fatica che si prova quando si scopre che invece nulla è deciso, che ancora si deve camminare, mettersi in cammino, ricominciare. Della rabbia che prende.

Ma alla fine dopo tutto si riprende a pregare, e si ringrazia Dio perchè ancora lo si può fare in vita, perchè la vita che ci è stata donata, e che mai si potrebbe ricostruire come si può fare con le pietre, le case, le basiliche, quella vita è ancora nostra. E possiamo ancora fare del bene, aiutando i bimbi, i nipoti, rincuorando loro, dando loro la forza di credere che si può vivere ancora anche in quei borghi, in quei paesi, su quei monti… E’ questo che sarà decisivo per la vita sui Monti Sibillini, in Val Nerina, a Visso, Ussita, Amatrice, Arquata… Dare quella speranza ai bambini, ai giovani. Fossi un governante, avessi potere decisionale, partirei dalle scuole a ricostruire, oltre che dalle chiese. Perchè senza la fede in Dio e nel futuro non si va da nessuna parte. Con le “new town” senz’anima non si va da nessuna parte, di resta nel deserto…

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Ma conosco la gente dei Sibillini e di Norcia, conosco la loro anima indomabile come le montagne che li circondano, come le Alpi del Centro Italia e so che c’è speranza. Purchè nulla si anteponga al riconoscimento della superiorità di Dio, purchè non ci si creda un Dio… come traspare da alcune dichiarazioni di certi politici che dicono”ricostruiremo tutto esattamente com’era”, che mi ricordano certe dichiarazioni alla “più bella e più grande di prima”… Perchè non si può. Illudersi che nulla sia successo e che nulla più succederà. Tante volte nella storia il terremoto ha devastato e raso al suolo quelle zone, tante volte ancora accadrà.

Ma con l’Ora et Labora, con la fede in Dio e nella sua Parola, nel Verbo fatto uomo, tutto si può.

20 Allora Giobbe si alzò, si stracciò il mantello, si rase il capo, si prostrò a terra e adorò dicendo:

21 «Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo tornerò in grembo alla terra; il SIGNORE ha dato, il SIGNORE ha tolto; sia benedetto il nome del SIGNORE».

22 In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nessuna colpa.

(Giobbe 1)

L’umanesimo o Cristo?

Un articolo scritto dal fratello pastore Paolo Castellina, di cui condivido anche le pause e le virgole. Stavo pensando di scriverne uno io e, credetemi sulla parola, tono e concetti erano identici. Nel Giorno della Riforma è perfetto da condividere.

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Posso comprendere la reazione dei tradizionalisti cattolici scandalizzati che questo Papa voglia riabilitare “Lutero”! Perché? Perché non si rendono forse ben conto di una cosa, che ora cerco di spiegare.

L’umanismo religioso, in nome della pace, dell’amore e della tolleranza, promuove l’ecumenismo non solo fra le diverse confessioni cristiane, ma anche fra tutte le religioni. Esso le considera, infatti, come espressioni diverse della religiosità umana che dovrebbero, secondo l’ideologia che lo caratterizza, convergere per un comune progetto umanista, riconoscendosi fondamentalmente affratellate.

Sostengono questo umanismo religioso le ali “liberal” delle chiese cristiane che sono riuscite a far salire i loro esponenti ai vertici delle “chiese storiche” e che vorrebbero, inevitabilmente, condizionarle in quel senso. È tipico come questi “liberal” considerino sé stessi come “progressisti” e le loro posizioni “evolute” rispetto alle “vecchie ortodossie” che essi relativizzano.

Sicuramente Jorge Bergoglio è un umanista religioso, se non per convinzione almeno per convenienza, perché ha scoperto come questo umanismo sia in qualche modo compatibile ed anche utile all’ambizione universalista del Cattolicesimo e del Papato stesso (quando si interpreta il titolo e il ruolo di “pontefice” come quello di “costruttore di ponti”). Deve però pagarne anche lui il prezzo, vale a dire la relativizzazione della dottrina cattolico-romana, causando, così, l’ira, l’incomprensione e la confusione dei tradizionalisti cattolici ancorati alla propria identità storica che (non abbracciando l’umanesimo religioso) si sentono traditi da questi stessi loro leader.

In questo senso Jorge Bergoglio può essere definito come un “post-cattolico”, così come i liberal delle chiese protestanti ed orientali sono “post-protestanti” (“post-valdesi”, “post-luterani”, “post-calvinisti”), per non parlare di chi chiama quest’epoca come “post-cristiana”. Non sorprende quindi che tutti questi “post”, condividendo lo stesso umanismo religioso, si sentano affratellati e si ricevano fra di loro con tanto di baci ed abbracci… indipendentemente dalle loro tradizioni.

Interessante, infine, notare come questo umanesimo religioso universalista sia l’ideologia tipica pure della Massoneria, così come è sicuramente inquietante la connivenza (se non l’identificazione) di molti di questi leader religiosi con quest’ultima organizzazione (Bergoglio stesso ed espressamente, ad esempio, gli attuali vertici della Chiesa valdese che notoriamente celebrano la collaborazione di lunga data con la Massoneria, magari in nome del “laicismo” anti-cattolico! …ma queste sono “vecchie” categorie!).

Ecco così che non sorprende come si sentano scandalizzati i cattolici tradizionalisti dagli abbracci del Papa agli “eretici” luterani ed all’onore che egli rende alla figura (dico “figura” e non “sostanza”) di Martin Lutero. Lo stesso, però, vale, dalla nostra parte, della forte critica che noi rivolgiamo come “vecchi” luterani e “vecchi” calvinisti a quei leader che, di fatto, noi consideriamo “pseudo-luterani”, così come consideriamo “pseudo-valdesi” e “pseudo-riformati” i liberal ai vertici dell’attuale Chiesa valdese, esperti ed ingannevoli manipolatori di simboli religiosi e “revisori” della storia stessa.

È per questo che noi evangelici conservatori comprendiamo (anche se non concordiamo sulla sostanza) con i cattolici conservatori, e questo per un solo motivo: né noi né loro condividiamo l’ideologia dell’umanesimo religioso (e non siamo Massoni!). Gli esponenti di quest’ultimo di fatto non verranno a “baciarci ed abbracciarci”, perché sanno che non siamo “dei loro”. Potranno magari per un po’ cercare di sedurci con i loro sorrisi, ma dopo un po’ “per la nostra ostinazione” si allontaneranno condannandoci “offesi” magari come “inguaribili fondamentalisti”, “retrogradi” o chissà che altro.

Chi legge, però, è chiamato a scegliere chi vuole servire: o l’umanesimo religioso, oppure… Quanto a noi evangelici conservatori, diciamo così, continueremo a servire il Cristo annunciato e spiegato dal Nuovo Testamento, sperando e pregando che vi sia chi sappia distinguerlo da tutto “l’ambaradan” religioso del nostro tempo.