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Lo spiegano le fiabe…

Perché idee atroci e visibilmente idiote conquistano un consenso mondiale in tempi brevissimi? La superiorità della razza ariana ha trionfato anche fuori dalla Germania hitleriana, la bontà di Stalin benefattore dell’umanità era un caposaldo degli intellettuali occidentali.

Lo spiegano le fiabe.

“Nelle fiabe di Andersen compare il dolore sempre presente nell’adolescenza della nostra epoca: la paura di essere diverso, di non essere amato, di non essere accettato dal gruppo.

Il brutto anatroccolo e la sirenetta sono dei diversi e vorrebbero disperatamente essere uguali. L’omosessualità di Andersen lo rende particolarmente bravo a descrivere il dolore del diverso; rileggiamo la fiaba della sirenetta sostituendo alla parola sirena la parola creatura: una creatura che non è né pesce né donna, né una cosa né l’altra, ama un uomo, non può parlare e diventa spuma, né acqua né aria.
Se essere un diverso è un dolore, ne consegue che si venderà l’anima al diavolo per non diventarlo.

Nella geniale fiaba I vestiti nuovi dell’imperatore, è spiegata la base dei totalitarismi, la negazione della verità per consenso alla menzogna universale. È spiegata in maniera lieve, ma ineccepibile. La neurobiologia ha accreditato e dimostrato la realtà racchiusa in questa narrazione. Il cervello umano addirittura cancella le realtà contrarie alle teorie che ha interiorizzato. Se ci fa perdere la «coerenza interna», cancelliamo la realtà.

Noi siamo abituati a pensare alle fiabe come a qualcosa di infantile e carino, con i colori pastello dello zucchero filato e il faccino di Hello Kitty come logo. È sufficiente leggere le versioni originali dei fratelli Grimm perché ci si renda conto di quanto il linguaggio sia alto, ma anche di tutto il dolore e di tutta la ferocia che sempre è presente in mezzo all’oro e all’argento insieme ai corvi che beccano gli occhi dei morti. Le fiabe sono una forma di conoscenza, un luogo dove la saggezza collettiva dei popoli ha riposto le intuizioni sul funzionamento della psiche umana. Sono tre le fiabe che, insieme, ci spiegano il genocidio. I vestiti nuovi dell’imperatore spiega l’universalità del consenso: il consenso a un totalitarismo, ma anche a mode deliranti, dolorose o pericolose.

ANTICHE FIABE CONTEMPORANEE“, di Silvana De Mari
Tratto da “La realtà dell’orco“, edizione Lindau.

Silvana De Mari è un medico. Un medico che scrive. Ha un figlio, un marito, una sorella, nipoti, alcuni amici e dei vicini di casa. Vive in mezzo ai boschi e alle vigne. Ha un cane e lo porta fuori tutte le mattine, in mezzo alle vigne e ai boschi. Possiede un minuscolo frutteto e sa potare.
Tra i suoi libri, ricordiamo i fantasy di straordinario successo: La bestia e la bella, L’ultimo elfo, L’ultimo orco, Gli ultimi incantesimi, il saggio Il drago come realtà (tutti editi da Salani), i romanzi Il gatto dagli occhi d’oro, L’ultima profezia del mondo degli uomini, Io mi chiamo Yorsh (Fanucci) e Il cavaliere, la strega, la Morte e il diavolo.

Silvana De Mari, scrittrice
Silvana De Mari, scrittrice

Rendere lode (Matteo 11,25-27)

25 In quel tempo Gesù prese a dire: «Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. 26 Sì, Padre, perché così ti è piaciuto.27 Ogni cosa mi è stata data in mano dal Padre mio; e nessuno conosce il Figlio, se non il Padre; e nessuno conosce il Padre, se non il Figlio, e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo.

(Matteo 11)

Parola dell'Eterno

Rendere lode al Signore. Secondo la tradizione della chiesa cristiana indivisa, rendere lode al Signore deve essere il primo pensiero della giornata, il primo respiro che ogni mattina ci prepara alle attività quotidiana.

Signore, apri le mie labbra,
e la mia bocca proclami la Tua lode.

(Salmo 51,15)

Questa piccola pericope evangelica ci spiega il perchè. Perchè significa riconoscere che ogni cosa dipende da Lui e non da noi, perchè crediamo che, anche se siamo piccoli, peccatori, mancanti, pure Egli si è compiaciuto della nostra amicizia, della nostra povera fede, e ci ha rivelato quanto ci occorre per la salvezza eterna, donandoci lo stesso Suo Figlio ed il Suo Spirito.

Venite, cantiamo con gioia al SIGNORE,
acclamiamo alla rocca della nostra salvezza!

(Salmo 95,1)

“Vidi salire dal mare una bestia” (Apocalisse 13,1)

“Vidi salire dal mare una bestia” (Ap 13,1)

Thomas Lyon Mills - "Vidi salire dal mare una bestia"
Thomas Lyon Mills – “Vidi salire dal mare una bestia”

L’ottimismo è di rigore.

Una delle mode culturali più curiose invalse nella cristianità in questi decenni interdice a chi si accinge a stilare un documento o proporre una riflessione sulla odierna condizione umana e sui tempi presenti di iniziare dai rilievi “negativi”: è d’obbligo partire da una rassegna dei dati improntata a un robusto ottimismo; bisogna sempre collocare in capo a tutto un esame della realtà che non tralasci di mettere in giusta luce i valori, la sostanziale santità, la “positività prevalente”.

Qualche volta mi sorprendo a immaginare, per mio personale divertimento, come sarebbe stata la lettera ai Romani se, invece che da quell’uomo difficile e sdegnoso che era l’apostolo Paolo, fosse stata stesa da qualche commissione ecclesiale o da qualche gruppo di lavoro dei nostri giorni.

L’epistola avrebbe cominciato a notare nel primo capitolo col dovuto risalto tutte le ricchezze spirituali e culturali espresse dal mondo pagano: le altezze sublimi raggiunte dalla filosofia greca; la sete del trascendente e il naturale senso religioso rivelati dalla molteplicità dei culti mediterranei; gli esempi di onestà morale, di correttezza civica, di abnegazione disinteressata, offerte dalle vicende edificanti della storia romana che una volta si insegnavano al ginnasio.

Senza dubbio se la litanìa immisericorde dei vizi e delle aberrazioni mondane contenuta nell’attuale pagina ispirata, fosse suggerita oggi come contributo al testo da qualche incauto collaboratore, susciterebbe una concorde indignazione.

E in realtà il giudizio di Paolo suona alle nostre orecchie insopportabilmente sgradevole: per lui gli uomini senza Cristo sono

“colmi di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia” (Rm 1,29-31).

Messi in bella evidenza i pregi del paganesimo, la nuova lettera ai Romani passerebbe poi a esaltare le prerogative dell’ebraismo e la funzione già incoattivamente salvifica della Legge mosaica, della circoncisione, delle prescrizioni rituali.

Infine, arrivata al capitolo quinto, chiarirebbe che l’opera di Adamo non è stata poi così nefasta come una volta si diceva, dal momento che la creazione resta in se stessa buona; anzi in quanto è uscita dalle mani di Dio non può non essere già santa e sacra, senza che siano necessarie altre sopravvenienti consacrazioni.

Certo, a questo punto il discorso su Gesù Cristo, la sua redenzione, il suo intervento indispensabile per il riscatto dell’umanità dall’ingiustizia, dal peccato, dalla morte, dalla catastrofe, diventerebbe meno incisivo e convincente di quanto non sia nella prosa scabra e drammatica di Paolo; ma non si può avere tutto.

Non è che i ragionamenti qui giocosamente ipotizzati siano del tutto erronei in se stessi. Al contrario, contengono molta verità e vanno doverosamente compiuti, ma non come primo approccio alla realtà delle cose. Da essi non si può partire; ad essi si può solo approdare al termine di un lungo pellegrinaggio ideale: soltanto dopo che la visione della spaventosa miseria dell’uomo ci avrà aperto la mente e il cuore a desiderare e a capire la sospirata salvezza di Cristo, ci sarà consentito di apprezzare tutto quanto di bello, di giusto, di vero, riluce già nella notte del mondo, come riverbero del Redentore, che è la verità, la giustizia, la bellezza rese persona e divenute percepibili in un volto d’uomo.

Ogni autore cristiano ha sempre avviato il suo canto da un’ode tragica sull’umano destino per arrivare all’inno di vittoria e di gratitudine al Figlio di Dio crocifisso e risorto, unica nostra speranza, che solo ci ha ottenuto la salvezza.

L’uomo, che voglia celebrare veramente la propria grandezza, non può che principiare da un “epicèdio”, cioè da una lamentazione sullo stato di morte che enigmaticamente dall’inizio ha colpito l’universo e lo serra ancora in una morsa ineludibile.

Il fondamento dell’ottimismo cristiano non può essere la volontà di tener chiusi gli occhi.

Bisogna per prima cosa guardare in faccia alla “Bestia” e renderci conto di quanto siano aguzzi i suoi denti e terrificanti i suoi artigli, se si vuole onorare e amare il “Cavaliere”, e si desidera capire davvero quale dono sia la nostra liberazione e la felicità che ci è stata assegnata in sorte.

Giacomo Biffi  “La Bella, la Bestia e il Cavaliere. Saggio di teologia inattuale.”   JACA BOOK 1984

Ricordando Giacomo Biffi, teologo, tornato alla casa del Padre lo scorso anno, l’11 del mese di luglio. 

Il pane, il circo e il Colosseo

Leggo su un giornale online che da non so quando sarà possibile a romani e turisti entrare nel Colosseo come facevano i gladiatori, e mi torna in mente questo articolo, tradotto lo scorso anno dal fratello Paolo Castellina con il titolo “Il pane, il circo e il Colosseo”. Mi pare del tutto attuale e ve lo ripropongo.
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Tranquilli, cristiani: non siete in pericolo perché non costituite un pericolo. Basta che accettiate anche solo formalmente le regole che vi vengono imposte, non mettiate in questione il sistema, stiate buoni, non diate fastidio, e poi, in privato, potete credere e fare tutto quel che volete.

Per molto tempo, nell’Impero romano, sono stati tanti i cristiani che sono morti martiri a causa della loro fede.

Sottolineo “della loro fede” perché temo che non sia più la nostra. Perché?
In primo luogo dobbiamo comprendere perché il potere politico di Roma ce l’avesse tanto con i cristiani. L’impero romano, in fondo, eccelleva per la sua “apertura mentale”. Non erano dei “barbari distruttori”. Il genio del loro dominio era la loro abitudine di assimilare. Come avevano fatto con i Farisei in Palestina, con loro essi facevano un patto: domineremo su di voi, ma voi potrete in larga misura continuare a fare quel che fate.
Tenetevi il vostro tempio e praticatevi il vostro culto. Conservate le vostre tradizioni, la vostra maniera di vivere. Tutto ciò che vi chiediamo è di pagarci le imposte, riconoscere la nostra autorità e, sì, c’è ancora un’altra cosa: dovete riconoscere che Cesare è il signore. Bruciate in suo onore un pizzico di incenso, fategli un inchino. Non dovete neanche crederci, basta che lo facciate e poi ritornate pure a fare ciò che stavate facendo.
[Nota del sottoscritto: mi sono venuti in mente tutti quei giovani che ad un recente sondaggio hanno risposto che per evitare di essere uccisi dall’ISIS si convertirebbero per poter continuare a fare quello che facevano prima; con tanti saluti alla democrazia, ai diritti della donna, ecc…]

Il problema dei cristiani era più politico che strettamente teologico. Il primissimo Credo della Chiesa era lungo appena tre parole, ma riusciva a colpire Roma al cuore. I cristiani erano quelli che confessavano che Gesù Cristo è il Signore. Morivano a migliaia perché rifiutavano di confessare che Cesare è il Signore.

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Il che ci porta alla nostra fede. Noi siamo più simili a quei Farisei che a quei cristiani. Abbiamo i nostri culti, le nostre persuasioni private e lì è dove termina la nostra fede. Per il resto della nostra vita siamo sottomessi al sistema, all’autorità dello stato, e ai divertimenti e distrazioni che ci fornisce la cultura più ampia in cui viviamo. Non siamo in pericolo perché non costituiamo un pericolo.

Quando il mondo chiama “odio” le nostre persuasioni, noi semplicemente le cambiamo, insistendo che la nostra risposta al sovvertimento dell’ordinamento creato da Dio è semplicemente più amore, maggiore conciliazione, maggiori assicurazioni che noi non costituiamo un pericolo.

Alcuni fra noi interpretano la Bibbia in modo tale da conciliarla allo spirito dei tempi. Dobbiamo “aggiornare” la nostra fede. Quando la Bibbia ci imbarazza, noi semplicemente guardiamo da un’altra parte.

Assimiliamo la nozione biblica che ogni peccato è ribellione contro il Dio vivente e che merita il suo giudizio di condanna con la nozione molto più prudente che tutti i peccati si equivalgono, rendendoli così innocui, non degni di essere menzionati. Quando le istituzioni sanciscono ufficialmente ciò che sovverte l’ordine creato naturale, noi lo ignoriamo. Quando finalmente ci svegliamo, troviamo dei modi sicuri, ragionevoli, approvati da “Roma”, per “lottare” contro questi problemi. Con l’aborto, per esempio, avvengono ogni giorno migliaia di omicidi legali e noi siamo più interessati alla nostra squadra di calcio.

Rendiamo culto ad un Gesù che ci salva dai nostri peccati, ma il cui regnare noi siamo disposti a negoziare per conciliarlo con ben altri signori. Adoriamo un sistema, un “ordinamento civile”, che semplicemente richiede che noi ce stiamo buoni e che teniamo per noi stessi le nostre persuasioni. Adoriamo le nostre distrazioni così da non dover mai affrontare la nostra idolatria. Adoriamo l’accettazione della più vasta cultura in cui viviamo e per essa sacrifichiamo tutto il resto.

Non siamo come i cristiani del passato che morivano per Gesù, ma siamo più simili a coloro che hanno ucciso Lui ed i profeti che Dio ci ha mandato per chiamarci al ravvedimento, perché essi, come noi, adoravano il dio di questa età.

Fintanto che non cesseremo di sottometterci benevolmente al dio di questo mondo ed inchinarci ad esso, saremo sempre messi sotto le scarpe. Fintanto che noi non faremo cordoglio per i nostri peccati, togliamo via dagli altari gli dei stranieri e gli alti luoghi, abbattiamo le statue e gli idoli di questa nostra epoca, fintanto che noi non cessiamo di affidare i nostri figli a Moloch, continueremo a bruciare il nostro incenso agli dei ed ai signori di “Roma”. Signore, abbi pietà d noi peccatori.

[Adattamento di R. C. Sproul Jr. “Bread, Circuses and the Coliseum” http://rcsprouljr.com/blog/bread-circuses-and-the-coliseum/].

Il Vangelo è annunciato ai poveri (Matteo 11,20-24)

20 Allora egli prese a rimproverare le città nelle quali era stata fatta la maggior parte delle sue opere potenti, perché non si erano ravvedute:

21 «Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsaida! perché se in Tiro e Sidone fossero state fatte le opere potenti compiute tra di voi, già da molto tempo si sarebbero pentite, con cilicio e cenere. 22 Perciò vi dichiaro che nel giorno del giudizio la sorte di Tiro e di Sidone sarà più tollerabile della vostra.

23 E tu, o Capernaum, sarai forse innalzata fino al cielo? No, tu scenderai fino all’Ades. Perché se in Sodoma fossero state fatte le opere potenti compiute in te, essa sarebbe durata fino ad oggi.

24 Perciò, vi dichiaro, nel giorno del giudizio la sorte del paese di Sodoma sarà più tollerabile della tua».

(Matteo 11)

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Il tono dell’Evangelo di oggi ricorda quello dei profeti di Israele di un tempo. Ed ecco, ben più di un profeta c’è qui, c’è la Parola di Dio in Persona, il Verbo Incarnato.

Scriveva, commentando il profeta Gioele, Girolamo, uno dei primi e più illustri traduttori della Bibbia, presbitero e dottore della Chiesa:

« Ora, ritornate a me con tutto il cuore » esprimete la vostra conversione « con digiuni, con pianti e lamenti » (Gl 2, 12). Se digiunate ora, sarete poi saziati; se piangete ora, riderete in seguito; se ora siete in lutto, sarete più tardi consolati (cfr. Lc 6, 21 ; Mt 5,5)… Vi chiedo di « non lacerarvi le vesti ma i cuori » (Gl 2, 13), perché sono così pieni di peccati che scoppieranno da soli come un otre se non li lacererete voi.

Quando l’avrete fatto, tornate al Signore vostro Dio a cui i vostri peccati passati vi hanno resi stranieri. Non disperate del perdono a causa dell’enormità delle vostre colpe, perché la sua misericordia cancellerà grandi peccati. Egli è benigno e misericordioso, preferisce la conversione dei peccatori alla loro morte (Ez 33, 11). « Tardo all’ira e ricco di misericordia » (Gl 2, 13), non imita l’impazienza degli uomini ma aspetta con perseveranza la nostra conversione.

Israele aveva visto grandi prodigi nella sua vita. Era stato liberato dalla schiavitù, nutrito per quarant’anni nel deserto, aveva camminato con Dio come guida, aveva ricevuto la Legge, aveva visto sconfitti, uno dopo l’altro nemici umanamente molto più forti e numerosi.
Eppure la sua fede era venuta meno, eppure si era comunque dato al culto degli idoli, si era prostituito ai mille vitelli d’oro di questo mondo.
E la sua rovina era stata grande come la sua grandezza, era tornato schiavo, la sua terra occupata di nuovo, il tempio di nuovo distrutto.

Gli uomini al tempo di Gesù, gli uomini di Corazin e Betsaida avevano visto i miracoli più grandi, quelli di cui, pochi versetti prima, diceva Gesù ai discepoli del Battista venuti ad interrogarlo.

Gesù rispose loro: «Andate a riferire a Giovanni quello che udite e vedete: 5 i ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri.

6 Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!»

(Matteo 10)

Eppure essi non credevano fino in fondo, vedevano il prodigio, lo toccavano con mano anche, lo sentivano parlare di nuovo, lo vedevano alzarsi in piedi e portarsi da solo il lettuccio, lo vedevano togliersi le bende e l’odore di morte…
Eppure non credevano.

Perchè il prodigio più grande è l’ultimo dell’elenco.

E’ il fatto che il Vangelo è annunziato ai poveri!

Che non va letto come spesso facciamo noi come una specie di scelta pauperista o terzomondista, diremmo oggi, di Gesù.
I poveri siamo noi, tutti noi uomini, tutti noi creature.
Indipendentemente da quanti talenti abbiamo!
Ricordate quelle parabole, quella dei talenti, quella delle mine, quella delle ore?

Gesù non salva il ‘povero’ che ha un talento solo. Non gli dice “eri il più povero, eri il più sfortunato, eri quello con meno talento, con meno ricchezza, quindi ti salvo per primo”. Gli dice: “Eri il più povero, è vero, ma un talento lo avevi, dovevi rendermelo, ed invece non l’hai fatto fruttare!”.
E premia quello che di talenti ne aveva dieci e ne aveva guadagnati altri dieci.
E chi ascolta non capisce.

Chi ascolta non capisce perchè gli uomini sono demagoghi, sono dei “politici” nell’accezione peggiore del termine.
Pensano che le folle, quelle che salvarono Barabba al posto di Cristo, saranno colpite dalle loro parole, e prendono le difese del povero con un talento. A parole, appunto. Ma poi non fanno di fatto nulla per tirarlo fuori dalla sua situazione.
Sono demagoghi, come i lavoratori della parabola delle ore. Non sono contenti di essere retribuiti, loro, con il giusto, con il pattuito, ma vanno a fare i conti con le tasche degli altri. Perchè a quello che ha lavorato un’ora è stato dato lo stesso che a me che ne ho lavorate dieci?

Guardate la cronaca dei nostri giorni. L’episodio di Fermo. Tante bellissime parole a favore degli immigrati, dell’uomo morto, della moglie. Tante promesse. Anche, da parte di alcuni, parole di affetto e di comprensione per chi lo ha ucciso. Sentivo ieri al televisore “anche lui era un povero”, anche lui “uno degli ultimi”. E poi le solite facce, ed i soliti gesti indignati, dei soliti noti, dei soliti potenti, dei politici di turno di questo paese, di cui, come sempre, non rimarrà nulla.

Ma fateci caso, avete sentito per caso quegli stessi politici, che si dicono indignati da tanti comportamenti di comprensione del gesto di violenza, dire: facciamo così, diamo noi un esempio ai nostri connazionali che non capiscono, rinunciamo al 50% dei nostri vitalizi e mettiamoli a disposizione dei fondi per l’accoglienza! Rinunciamo alle nostre pensioni d’oro, che la gente comune non avrà mai, e mettiamoli a disposizione dei programmi di recupero dei violenti e dei carcerati!

Non l’avete sentito, no, e non lo sentirete mai.
I sacrifici è sempre qualcun altro che deve farli. Perchè i sacrifici costano.
Mentre la demagogia è a buon mercato. Al massimo ti costa qualche voto.
Qualche, perchè, alla fine, gratta gratta, la gente in fondo la pensa come loro.
E difatti li vota…

Ma torniamo ai tempi di Gesù. che poi sono i nostri!
Sarebbe costato, ai tempi di Gesù, tenerlo in vita.
Liberare Gesù invece di Barabba?
Figurati, avrebbe continuato a criticare scribi e dottori, avrebbe messo ancora in discussione i re, avrebbe minato il potere dei romani…

Cosa fece allora il potere romano? Si lavò le mani, se ne disinteressò.
Cosa fece il potere giudaico? Sobillò le folle e li convinse a scegliere Barabba.
Un ladro. Come loro.
Quello rubava illegalmente le borse di alcuni.
Loro rubavano legalmente le ricchezze di tutti.
Nulla è cambiato, alla fine, in politica.

Difatti, da che mondo è mondo, dai tempi di Gesù, i poveri si aiutano principalmente tra loro.

Il Vangelo è annunziato ai poveri!

Ovvero, il Vangelo è un annunzio che ha senso, che viene ascoltato, sentito, inteso nel profondo, se tu sei povero di spirito, se tu prendi quel Vangelo per quello che deve essere, il tuo unico e solo tesoro, se tu quel Vangelo te lo metti nel cuore (non sulla bocca!) e diventa per te motivo di spinta, motivo di conversione, motivo di vita.

Il Vangelo è annunziato ai poveri di se stessi, ai poveri di potere, di questo mondo, ai poveri di parole proprie, di discorsi propri, di credenze, di pretese, di ideologie, di illusioni mondane.

Vi chiedo di « non lacerarvi le vesti ma i cuori » (Gl 2, 13), perché sono così pieni di peccati che scoppieranno da soli come un otre se non li lacererete voi.

E invece i nostri prosceni, i tanti prosceni di ingiustizia di questo mondo sono disseminati di brandelli di stoffa, di “pezze” fatte con le parole e la facile demagogia (ora di un tipo, ora dell’altro, dipende da come soffia il vento del potere) e poveri, poverissimi di misericordia, del tutto assenti dalla giustizia.

Che altro dire su questo Vangelo? Nulla. Se non che si avverino, per ciascuno di noi, le parole dette dal Cristo:

6 Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!

Ce ne vuole di fede però… Lasciamo la demagogia agli altri, e preoccupiamoci piuttosto, noi, di convertirci…

Amen.

Ora et Labora

Ora et Labora: più che mai il motto che Benedetto da Norcia scelse per i monaci dovrebbe essere il motto non solo di ogni membro della famiglia benedettina, ma, io credo, di ogni uomo o donna che voglia vivere con coerenza e coraggio la propria fede. Ed ancora di ogni uomo ed ogni donna che si riconosca creatura.

Ora, ossia “Prega“, ossia riconosci che tu non puoi essere regola a te stesso, che l’uomo non può essere regola all’uomo, che tutto dipendi dall’Altro da te, che tutto dipendi dal Creatore.

Ora, ossia “Prega“, e considerare questo ti porti a considerare come tu non possa fare a meno dell’altro da te, del tuo prossimo, perchè egli ti è pari, nè superiore, nè inferiore. Ti è pari perchè entrambi dovete la vostra vita a Colui che ve l’ha donata e ve la conserva, soffio dopo soffio.

Labora, ossia “Lavora“, sforzati, fatica, perchè tutto questo costa fatica, costa sofferenze, costa rinunce, costa tante croci. Ma è l’unica strada da percorrere. Capisce il valore delle cose solo chi se le guadagna con il sudore delle mani e della fronte.

Labora, ossia “Lavora“, ossia impegnati a migliorare questo mondo, perchè i pochi anni che viviamo in esso sono l’unica possibilità che ci è data di rendere grazie, di fare eucaristia a Colui che tutto gratuitamente ci ha donato, fino alla propria stessa vita, che dona valore alla nostra.

Ora et Labora: perchè quella piccola congiunzione non è una banalità che si trovi lì. Perchè sta a confermare quello che ci dice Gesù nel Vangelo. Che queste cose (la preghiera, la devozione assoluta all’Eterno) vanno fatte senza trascurare quelle (il lavoro, l’impegno per il nostro prossimo).

L’una cosa va a fecondare l’altra. O entrambi restano sterili, infeconde.
Come il seme del maschio ha bisogno dell’uovo e del grembo della donna per generare una nuova vita, così la preghiera ha bisogno di fecondare ogni attività umana per generare una società nuova.

La preghiera chiusa in sè stessa resta lettera morta.
Così la carità vissuta per la propria grandezza si fa stolta vanagloria.

Ora et Labora

perchè

“Nihil Christo anteponatur”

Cristo è Dio, a Dio deve essere indirizzata ogni nostra preghiera.
Dio è amore, è Carita, in Lui deve essere vissuta ogni nostra azione.

Alziamoci, dunque, una buona volta, dietro l’incitamento della Scrittura…

St._Benedict_delivering_his_rule_to_the_monks_of_his_order
San Benedetto porge la sua Regola a san Mauro e ad altri monaci; miniature francese da un manoscritto della Règle de St. Benoît (Regula Benedicti), abbazia di St. Gilles, 1129

“Nihil operi Dei anteponatur” (RB XLIII, 3)

Alziamoci, dunque, una buona volta, dietro l’incitamento della Scrittura che esclama: “E’ ora di scuotersi dal sonno!” e aprendo gli occhi a quella luce divina ascoltiamo con trepidazione ciò che ci ripete ogni giorno la voce ammonitrice di Dio:

” Se oggi udrete la sua voce, non indurite il vostro cuore!”  e ancora: ” Chi ha orecchie per intendere, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese!”.

E che dice? ” Venite, figli, ascoltatemi, vi insegnerò il timore di Dio. Correte, finché avete la luce della vita, perché non vi colgano le tenebre della morte”.

Proposta di letture bibliche per la settimana dall’11 al 17 luglio

Settimana dall’11 al 17 luglio

Chi crede non può restare in silenzio

«Voi chi dite che io sia». Luca 9:18

A Cesarea di Filippo, Gesù ha uno dei suoi colloqui con il gruppo dei discepoli. Dopo aver chiesto in merito alle voci che circolavano sulla sua persona, chiede loro di esprimere quanto pensavano e/o credevano.

L’azione del “dire” si rivela fondamentale: è il punto centrale tra il “pensare” e il “credere”. Siamo di fronte al non ancora pronunciato “Mi sarete testimoni”. Chi ha creduto non può restare in silenzio, innanzitutto di fronte al Maestro. La nostra sequela di Lui non può lasciarsi condizionare dalle opinioni altrui sul Suo conto. Siamo sollecitati a dire la nostra e a far sentire la nostra voce.

La tempestività di Pietro nella risposta “Il Cristo di Dio” va oltre le affermazioni ascoltate. Per afferrare chi sia il Maestro è necessario essere con Lui, così come per conoscere una persona occorre frequentarla. Il sentito dire non è sufficiente.

Nel momento in cui si è maturato la consapevolezza di chi Egli è per noi, il pensiero e i sentimenti devono trovare espressione orale, proprio come tra la testa e il cuore c’è la bocca. Chi ha conosciuto, chi ha sperimentato non potrà restare in silenzio.

Le parole

Le parole non sono altro che la continuazione dei nostri pensieri che, a loro volta, suscitano altre riflessioni, associazioni di idee ed emozioni, in base alla percezione che se ne ha.

Con le parole si può consolare o far soffrire, si può illudere o disilludere, si può incoraggiare o anche prendere a schiaffi. Comprendere di possedere una tale potenzialità e forza comporta il rischio di inorgoglirsi.

Scrive l’apostolo:

«Anche la lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità. Posta com’è fra le nostre membra, la lingua contamina tutto il corpo, infiamma il corso della vita ed è infiammata dalla Geenna»

(Giacomo 3:6).

Egli parla di iniquità per intendere che in essa si può rinchiudere tutta la cattiveria immaginabile. Basti riflettere che Gesù è stato condannato a morte perché accusato ingiustamente di aver bestemmiato il nome di Dio. Egli è finito sulla croce perché una folla ha pronunciato un nome, Barabba. È stato crocifisso perché un uomo se ne “lavò le mani”. Su quella croce utilizzò un’espressione che ha aperto i cieli per noi “Tutto è compiuto”.

bibbiaaperta

Programma di lettura della Bibbia

11 luglio Salmi 108-110; Colossesi 3-4

12 luglio Salmi 111-113; 1Tessalonicesi 1-2

13 luglio Salmi 114-116; 1Tessalonicesi 3-4

14 luglio Salmi 117-119; 1Tessalonicesi 5; 2Tessalonicesi 1

15 luglio Salmi 120-121; 2Tessalonicesi 2-3

16 luglio Salmi 122-123; 1Timoteo 1-2

17 luglio Salmi 124-125; 1Timoteo 3-4

(a cura del fratello pastore Elpidio Pezzella)

Chiesa: gruppo o squadra?

Un ex collega di lavoro, su Linkedin, ha proposto alla mia attenzione un video in cui Julio Velasco tratta l’argomento della differenza tra un gruppo e una squadra.

Sostanzialmente, quello che segue è un riassunto delle sue argomentazioni:

Quando parliamo di gruppo, parliamo di una determinata quantità di persone che svolgono funzioni analoghe e condividono lo stesso ambiente ma che realizzano le loro funzioni in modo individuale e senza che il lavoro di uno dipenda dall’altro. Per esempio un gruppo di lavoro sono i membri di un ufficio o i bambini che stanno nella stessa classe.

Da parte sua, una squadra è costituita da un gruppo di persone che lavorano tutte per raggiungere lo stesso scopo, il risultato del lavoro dipende dalla collaborazione di tutti. I suoi membri non lavorano in modo individuale esclusivamente ma anche insieme.

La prima differenza tra gruppo e squadra, la modalità di lavoro: nel gruppo i membri lavorano in modo individuale, nella squadra lo fanno in collettivo perseguendo un obiettivo comune.

Seconda differenza la formazione. Uguale per tutti nel primo caso (gruppo), diversificata nel secondo (squadra). 

In un gruppo di lavoro troviamo persone che hanno una formazione analoga e che lavorano in modo individuale per raggiungere dei risultati. Per esempio, in un dipartimento di contabilità troveremo contabili, con formazione analoga, incaricati di gestire questo aspetto della società.

Nella squadra la formazione dei membri è spesso diversa perché si cerca di far in modo che ogni partecipante integri l’altro. Così, in una squadra di lavoro di un’agenzia di marketing online possiamo trovare un community manager, uno specialista in SEO, un web designer, ecc. Ciascuno di essi con funzioni che apportano un valore alla squadra per conseguire un fine comune.

Terza differenza i ruoli.

Nei gruppi possono non esserci o sono esclusivamente di tipo gerarchico, del tipo capo, coordinatore, subordinati.

Nelle squadre i ruoli esistono sempre, vanno sempre  rispettati ma si integrano in modo funzionale al raggiungimento dell’obiettivo comune.

Credo che questo discorso possa essere utilmente applicato anche alla struttura che chiamiamo “Chiesa”, ossia “comunità di chiamati da”.

Chiamati da (l’ek del greco ek-klesìa): già questo sta a dire quella che è la mia conclusione. Ossia che la chiesa non è un gruppo. Un gruppo è una riunione di persone che si radunano per diversi motivi, anche in modo spontaneo.

La chiesa non si raduna, la chiesa è radunata, c’è un qualcuno che chiama (Dio) e che chiama persone a svolgere un compito particolare (annunciare la Signoria di Dio sul mondo, annunciare la salvezza attraverso Cristo, annunciare la Verità Rivelata nelle Scritture) ognuno secondo il proprio particolare ruolo, ma con un obiettivo comune che è quello di dare gloria a Dio ed al suo progetto.

Quale è il difetto di molte chiese e comunità, oggi?

Il primo difetto è che spesso vedono se stesse e si presentano come un gruppo.

Un gruppo di persone che si riuniscono e lodano Dio anche, o fanno opere di carità, o cantano assieme, ma come un gruppo qualsiasi.

Ossia: oggi non ti va di andare al culto? Non ci vai. Questa o quella particolare persona ti danno fastidio? Cambi gruppo, vai a lodare Dio da un’altra parte, ma non ti metti in discussione e non ti chiarisci con il fratello o la sorella.

La Parola di Dio non la capisci o ti sembra non adeguata? Trovi delle altre parole per compiacere il gruppo e renderlo più numeroso. Una dottrina ti rimane scomoda? O rimane scomoda ad alcuni membri del tuo gruppo? Non la predichi e non la annunci.

Ti dimentichi che sei nella squadra di Dio!, non nel tuo gruppo di interesse, che devi portare avanti la volontà di Dio e non la tua, che devi annunciare la Parola di Dio e solo quella.

Perchè? Perchè nella chiesa il caposquadra è Dio e non una creatura umana, di qualsiasi colore si vesta e qualsiasi foggia di abito adoperi.

Il secondo difetto è legato alla formazione ed è strettamente connesso al terzo che riguarda i ruoli. 

Oggi va di moda, è politicamente corretto dire, che nella chiesa tutti devono poter fare tutto. Che i ruoli sono intercambiabili. E’ sbagliato, è profondamente sbagliato.

Lo è, sbagliato, nella squadra “famiglia”. Lo è, sbagliato, in una squadra di lavoro ‘mondana’, dove ciascuno si forma delle competenze e lavora, nel suo ruolo, verso un’obiettivo comune, lo è, sbagliato, a maggior ragione nella squadra di Dio.

E’ una interpretazione perversa del passo paolino dove si dice che non c’è più giudeo nè greco, o maschio o femmina, o schiavo o libero. Lì si parla di uguaglianza rispetto a Dio, rispetto all’essere compreso nel Suo progetto universale di salvezza. Non ha niente a che vedere la cosa con l’essere diversi, con l’avere una propria specificità.

Tant’è vero che, nella stessa Parola di Dio, rimanendo al solo Vangelo Quadriforme, Matteo parla in un modo alle comunità provenienti dal giudaismo, Luca parla in altro modo alle comunità di ambito ellenistico. La Parola di Dio, ossia, rispetta la specificità dell’essere umano come è storicamente e geograficamente determinato.

Il proprio specifico, il proprio ruolo rimane, va riconosciuto come dono di Dio, amato, nutrito e rispettato. Un uomo resta uomo, maschio, una donna resta donna, femmina, un giudeo resta giudeo, un greco resta greco… questo essere diverso significa anche essere amato in modo diverso, unico, specifico da Dio.

Così, in ambito ecclesiale, esistono dei ministeri, diversi, diversificati, secondo il genere ed il munus ed ognuno ha una sua formazione di riferimento. Sono tutti ‘uguali’ nel senso che sono tutti ugualmente necessari e sono tutti ugualmente degni agli occhi di Dio che li ha stabiliti. In questo senso il più piccolo dei membri di chiesa ha la stessa dignità, di fronte a Dio del pastore o del vescovo. Una madre o un padre di famiglia hanno la stessa dignità del più esperto teologo.

Ma i ruoli sono diversi, specifici, unici e vanno rispettati. O ne va del buon risultato del lavoro di squadra, che non apparirà più come la squadra di Dio, ma come una delle qualsiasi squadre di questo mondo, che lavorano per gli obiettivi di questo mondo perchè non hanno o non riconoscono Dio come capo squadra.

Quindi:

  • la chiesa è una squadra;
  • la chiesa è la squadra di Dio; e di nessun altro;
  • la Parola di Dio, e solo quella, stabilisce ruoli, compiti, obiettivi;
  • i membri della squadra lavorano secondo i loro ruoli e rimanendo fedeli ai loro compiti;
  • i membri della chiesa hanno un solo obiettivo, unico: la gloria di Dio attraverso l’operare nel creato dove Egli è significato, dove Egli ha scelto di rivelarsi.

Grazie per l’attenzione, e se volete fatemi sapere, commentando, cosa ne pensate.

Gesù, il samaritano (Luca 10:25-37)

In quel tempo, un dottore della legge si alzò per metter alla prova Gesù: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?».
Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?».
Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso».
E Gesù: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».

Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?».

Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.
Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte.
Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre.
Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione.
Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui.
Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno.

Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?».

Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso».

(Luca 10.25-37)

bibbia

Un dottore della Legge, uno studioso della Legge di Dio, vuole mettere alla prova Gesù, ci dice l’evangelista Luca all’inizio di questa famosissima storia. Ma Gesù, diremmo noi, non ci casca. Risponde al dottore della Legge, Lui che è il Verbo, con le parole della Legge stessa, che quello mostra di conoscere a memoria.

Non ci sembri un’atteggiamento insolito, o sbagliato, o insolente quello di quel dottore. E’ spesso anche il nostro atteggiamento.
Anche noi sappiamo benissimo spesso cosa vuole il Signore da noi. Ma il nostro peccato, le nostre insicurezze, a volte anche la nostra sicumera, ovvero l’eccessiva fiducia nelle nostre capacità creaturali, insistono a farci, per così dire, mettere alla prova Gesù, mettere alla prova Dio, quasi che fosse il Creatore a doverci ‘ provare’ di essere il Giusto!

Ed allora, come quell’uomo, insistiamo:

Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù:
«E chi è il mio prossimo?».

Il Signore, nella sua risposta, data in parabole, come era solito fare, è chiarissimo.
Io sono il samaritano dell’umanità ferita. Io, soltanto io.
Non altri uomini. Nemmeno quelli, sacerdoti del tempio o leviti, che sembrano essere stati messi lì apposta per quello. Loro possono accompagnarti, possono farsi vicini, possono continuare la mia opera, come fa l’albergatore della parabola.

Un pastore, un prete, un pope sono come l’albergatore.
Ogni soldo che hanno, ogni talento, ogni denaro l’hanno ricevuto dalla mano del Signore Gesù, per il tramite del Suo Spirito, e sono chiamati ad essere fedeli al loro compito, sono chiamati ad occuparsi di te con quanto hanno ricevuto ed anche di più di quello, se serve. Che poi penserà il Signore, samaritano dell’umanità ferita, a colmare la differenza al suo ritorno.

Non commettiamo l’errore, frequente, di immedesimarci a pieno con il samaritano.

Nessuno di noi può esserlo fino in fondo. Nemmeno i più grandi tra i santi tra gli uomini e le donne, tra quanti ci sembrano aver dedicato ogni istante della loro vita terrena a Dio, sono dei veri samaritani.
Perchè il samaritano della parabola è uno che mette ogni parte del suo, uno che non ha alcuna paura di chinarsi dove gli altri si sono scansati, e noi, e nessuno di noi, creature, è capace di tanto.
Leggete le vite dei santi, leggete di quanto essi si sentissero mancanti, debitori agli occhi dell’Eterno. A ragione, perchè è solo Dio che salva, solo la Sua Grazia, solo la Fede in Lui.

Quelli che chiamiamo santi sono uomini e donne che tutto hanno ricevuto dallo Spirito e tutto quello che hanno ricevuto lo hanno reso al Signore che quello Spirito gli ha donato. Ma lo Spirito è da Dio, e resta di Dio.
Il samaritano mette tutto il Suo, noi mettiamo, se siamo fedeli, se siamo santi, tutto ciò che abbiamo ricevuto, per cui siamo chiamati a rendere grazie.

Noi sforziamoci di essere dei buoni, degli ottimi albergatori, fedeli al mandato ricevuto, di occuparsi dell’umanità ferita e curata dal Signore, in attesa del Suo ritorno.

E che al Suo ritorno Egli ci trovi fedeli!

Amen.

Severo di Antiochia (ca 465-538), vescovo
Discorsi, 89

Cristo cura l’umanità ferita

Alla fine passò un Samaritano… Cristo dà apposta a se stesso il nome di Samaritano… infatti di lui era stato detto, per oltraggiarlo: «Sei un Samaritano e hai un demonio» (Gv 8,48)… Il Samaritano viaggiatore, che quindi era Cristo – perché egli veramente viaggiava –, ha visto l’umanità che giaceva a terra. Non è andato oltre, poiché lo scopo che aveva dato al suo viaggio era quello di ‘visitarci’» (Lc 1,68.78); per noi infatti egli è disceso sulla terra e presso di noi ha abitato. Infatti non solo «è apparso sulla terra», ma «ha vissuto fra gli uomini» (Ba 3,38)…

Sulle nostre piaghe egli ha versato il vino, il vino della Parola; e poiché la gravità delle ferite non sopportava tutta la sua forza, vi ha aggiunto dell’olio, la sua dolcezza e il «suo amore per gli uomini» (Tt 3,4)… Poi ha portato l’uomo a una locanda. Egli dà il nome di locanda alla Chiesa, divenuta la dimora e il rifugio di tutti i popoli… Giunti alla locanda, il buon Samaritano ha mostrato nei confronti dell’uomo che aveva salvato una sollecitudine ancora più grande: Cristo in persona era nella Chiesa e concedeva ogni grazia… Al padrone della locanda, simbolo degli apostoli e dei pastori e dottori che a loro sono succeduti, al momento di partire, cioè di salire in cielo, egli dona due denari, perché abbia cura del malato. Con questi due denari si intendono i due Testamenti, l’Antico e il Nuovo: quello della Legge e dei Profeti, e quello che ci è stato dato dai vangeli e dagli scritti degli apostoli. Tutti e due sono dello stesso Dio e portano l’immagine unica dell’unico Dio del Cielo; così come le monete d’argento portano l’immagine del re, imprimono nei nostri cuori la stessa immagine regale mediante le parole sacre, poiché un solo e medesimo Spirito le ha pronunciate… Sono le due monete di un unico re, date da Cristo nello stesso tempo e con la stessa importanza al padrone della locanda…

L’ultimo giorno, i pastori delle sante chiese diranno al Maestro, quando egli tornerà: «Signore, mi hai consegnato due monete, vedi che, spendendole, ne ho guadagnate altre due» con le quali ho fatto crescere il gregge. E il Signore risponderà: «Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25,23).