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Estate nelle Valli Valdesi – 4: Sii fedele!

Una storia attraverso le immagini… La stele di Chanforan.

La Bibbia. Sulla pagina sinistra della scultura in pietra. Null’altro da considerare.

Sii fedele! Sulla pagina destra, citazione da Apocalisse 2,10. Null’altro da fare!

Non temere quello che avrai da soffrire; ecco, il diavolo sta per cacciare alcuni di voi in prigione, per mettervi alla prova, e avrete una tribolazione per dieci giorni.

Sii fedele fino alla morte
e io ti darò la corona della vita.

(Apocalisse 2,10)

Stele di Chanforan. Una prima valutazione di Sara e del suo babbo
Stele di Chanforan. Una prima valutazione di Sara e del suo babbo
La Bibbia. Sii fedele (Apocalisse 2,10)
La Bibbia. Sii fedele (Apocalisse 2,10)
Bella babbo! Ora però riprendiamo a camminare...
Bella babbo! Ora però riprendiamo a camminare…
Quanto mi piace giocare salda qui dietro...
Quanto mi piace giocare salda qui dietro…
Hai nulla da mangiare qui dentro?
Hai nulla da mangiare qui dentro?
Tempio Valdese di Torre Pellice
Tempio Valdese di Torre Pellice
Perchè la Chiesa Valdese tutta torni alla fedeltà alla Scrittura!
Perchè la Chiesa Valdese tutta torni alla fedeltà alla Scrittura!

Chanforan

Prato vicino al Serre d’Angrogna dove nel 1532 si trovarono i barba e i capifamiglia valdesi per udire il messaggio dei Riformatori svizzeri e dove fu presa la storica decisione di aderire alla Riforma protestante.
Per ricordare il fatto fu eretta nel 1932, su bozzetto del pittore Paolo Paschetto, una stele.

«…In un luogo, dove passammo, tutto coperto da un castagneto, e chiamato Cianforan, forse da un gruppo di case che c’era anticamente, fu tenuta l’adunanza famosa del 1532, detta Sinodo d’Angrogna, al quale, oltre i pastori delle valli, intervennero dei barba dell’altra parte delle Alpi, e molto seguito di fedeli delle colonie provenzale e calabrese, per trattare insieme l’adesione dei Valdesi alla Riforma; e là fu redatta quella dichiarazione di fede in 17 articoli, che rimase poi, con quella primissima del secolo duodecimo, il fondamento scritto del valdismo.

E là pure, non molto lontano da Cianforan, dopo lo spietato editto di Vittorio Amedeo II, ebbe luogo quella tragica assemblea, iniziata con una preghiera solenne di Enrico Arnaud, il futuro capitano della Rientrata Gloriosa presenziata dagli ambasciatori dei sei cantoni protestanti di Svizzera, e interrotta da scoppi di pianto e da grida di angoscia; nella quale si discusse intorno a quei due soli partiti disperati che si potevano prendere: o rassegnarsi a perder la patria, o difendersi, senza speranza, fino all’ultimo sangue. …»

Estate nelle Valli Valdesi – 3: Pra del Torno

Pra del Torno è uno dei luoghi più affascinanti visti nell’estate del 2007. Con il tempio costruito, su un grande roccione. Originariamente fu dipinto dai credenti inglesi che lo costruirono di giallo e di rosso! Troppo per gli austeri valdesi della vallata, che lo ridipinsero di bianco e grigio…

L'attacco del sentiero
L’attacco del sentiero
Alla ricerca delle giuste coordinate
Alla ricerca delle giuste coordinate
Pronta a partire Sara?
Pronta a partire Sara?
Se sei pronto tu, babbo!
Se sei pronto tu, babbo!
Alzerò i miei occhi verso i monti...
Alzerò i miei occhi verso i monti…
Con la bocca dei bimbi e dei lattanti...
Con la bocca dei bimbi e dei lattanti…
Tempio Valdese di Pra del Torno (comune di Angrogna)
Tempio Valdese di Pra del Torno (comune di Angrogna)
Il Signore è mia luce e mia salvezza...
Il Signore è mia luce e mia salvezza…
Che bello qui in alto babbo!
Che bello qui in alto babbo!
Sorgente di acqua viva...
Sorgente di acqua viva…
Sorgente di acqua viva...
Sorgente di acqua viva…

Pradeltorno, o Prè dar Tourn, potrebbe significare secondo alcuni il “prato del tornante, del giro, del ritorno” oppure il “prato di un Tourn” (tipico cognome valdese della Val Pellice).
I numerosi viaggiatori inglesi che passavano di qui nell’Ottocento però scrivevano nei loro diari “Pra del Tor” e questo ci conferma l’ipotesi del vocabolo “tor” inteso come roccia o roccione.
Arrivati qui possiamo provare ad immaginarci un grande prato sovrastato da un maestoso roccione e, un po’ più il là, il villaggio… Non è molto diverso da quello che vediamo effettivamente oggi!

Tempio di Pra del Torno
Tempio di Pra del Torno

Estate nelle Valli Valdesi – 2: sul sentiero antico degli Invincibili

Il sentiero antico della fede… quando ne parlo, facendo riferimento al profeta Geremia…

Così dice il SIGNORE:
«Fermatevi sulle vie e guardate,
domandate quali siano i sentieri antichi,
dove sia la buona strada, e incamminatevi per essa;
voi troverete riposo alle anime vostre!
Ma quelli rispondono: “Non c’incammineremo per essa!”

…penso sempre ad un alto ed impervio sentiero di montagna, percorso in quell’estate, per la maggior parte con Sara nello zaino sulle mie spalle, quello del Vallone degli Invincibili.

Il sentiero, come anche il rifugio alpino di zona, situato nel Comune di Villar Pellice (provincia di Torino, Alpi Cozie), prende il nome dal Vallone degli Invincibili, ultimo nascondiglio dei valdesi durante le persecuzioni del 1686.

Sara pronta a partire...  15 agosto 2007
Sara pronta a partire… 15 agosto 2007
L'avvio del sentiero
L’avvio del sentiero
Le cose non sono sempre così semplici...
Le cose non sono sempre così semplici…
Più avanti si stringeva ancora di più, per motivi di sicurezza non ho fatto foto...
Più avanti si stringeva ancora di più, per motivi di sicurezza non ho fatto foto…
valloneinvincibili15agosto2007 039
Molto in alto… p.s. Sara in quel momento era con la mamma!
La soddisfazione per aver perseverato è evidente...
La soddisfazione per aver perseverato è evidente…
La mappa
La mappa

L’approfondimento storico per quelli che fossero interessati:

Il 18 ottobre 1685 Luigi XIV revoca l’editto di Nantes (Emanato da Enrico IV nel 1598). In tutta la Francia, e quindi anche nella val Pragelato e sul versante sinistro della val Perosa, la revoca vietava il culto riformato, ordinava la demolizione dei templi, esiliava i pastori, vietava ai protestanti di abbandonare il paese.

Scomparvero così i templi di Pinasca, Perosa, Villar, i protestanti di questi paesi subirono atroci violenze, l’unica scelta era di abiurare e farsi cattolici.

Nonostante il divieto d’espatrio e la stretta sorveglianza ai confini, molte famiglie della val Chisone continuarono a seguire il culto valdese a San Germano e in valle San Martino, territori piemontesi, altri si trasferirono definitivamente sulla riva destra.

Il giovane Duca Amedeo II (diciannovenne all’epoca essendo nato nel 1666) cercò dapprima di resistere alle minacce di suo zio Luigi XIV Re Sole, che voleva annientare il protestantesimo, emanando a sua volta un editto (4 novembre 1685) che vietava ai valdesi piemontesi di aiutare i correligionari della val Perosa pena 10 anni di galera. Ciò allo scopo di dar tempo al Ferrero, ambasciatore piemontese a Parigi, di agire per vie diplomatiche come risposta alle sempre più pressanti richieste dell’ambasciatore francese a Torino il D’Arcy, ma poi cedette e il 31 gennaio 1686 emanò a sua volta un editto, e il 9 aprile un secondo editto nel quale intimava l’emigrazione in massa della popolazione valdese o l’abiura.

Enrico Arnaud, francese nato Embrun ma pastore a Pinasca fino alla revoca dell’Editto di Nantes, fu l’animatore del partito favorevole alla resistenza, infine la sua tesi prevalse e la maggioranza decise di resistere.

Il 21 aprile 1686 avevano inizio in tutto il territorio delle tre valli le operazioni militari; Amedeo di Savoia si recò a Bricherasio da dove diresse personalmente le operazioni. Le truppe ducali, alla diretta dipendenza di Don Gabriele di Savoia zio del Duca, comprendevano otto reggimenti, venti compagnie di guardie e altri reparti regolari per un complessivo di 4529 uomini, cui va aggiunto un numero imprecisato di milizie volontarie, tra cui si distinsero per particolare zelo e ferocia quelle di Mondovì. Le truppe francesi messe a disposizione da Luigi XIV e comandate dal Generale Catinat comprendevano cinque reggimenti di fanteria, tre di cavalleria, e tre di dragoni, complessivamente circa 4000 uomini.

Un totale quindi di quasi 10.000 soldati seguiti da muli, zappatori, guastatori ed inservienti vari, pronti ad un’azione dura e decisa contro i valdesi.

All’alba del 22 aprile una colonna di 1200 uomini agli ordini del colonnello Mélac, passando per il vallone del Selvaggio, giunse a Bovile dove massacrò, incendiò tutto l’esistente. Nel frattempo Catinat, col resto delle truppe, mise a ferro e fuoco Clot di Boulard, proseguì fino a raggiungere Las Arà, qui raggiunto da Mélac che intanto aveva devastato Riclaretto. Dalla val Pellice risalirono il Parella e don Gabriele di Savoia. Con questa manovra a tenaglia la difesa dei Valdesi crollò in pochi giorni. Poi iniziò il sistematico rastrellamento per stanare coloro che si erano rifugiati in grotte o boschi. A fine maggio tutti i valdesi, che non erano morti, erano stati imprigionati nelle carceri piemontesi.

Quali furono le perdite della popolazione valdese? Dai resoconti di parte ducale, circa 1000 erano state le vittime in val Perosa-Sanmartino, mentre 600 in val Pellice, si aggiungano i giustiziati ed impiccati con processi sommari (ogni testa di valdese sorpreso con armi era pagata 43 lire e 10 soldi). Si può calcolare in circa 2000 le vittime della campagna di guerra. Dei cattolizzati a partire dal 31 gennaio, e dei fuggiti in qualche parte del Piemonte, della Francia e della Svizzera, oltre che dei numerosissimi ragazzi e bambini rapiti alle famiglie, il numero totale dovrebbe essere di circa 3000. Se quindi la popolazione valdese delle Valli, prima delle ostilità, era di 13.500 – 14.000 persone circa, bisogna calcolare in circa 8.500 i valdesi superstiti trascinati in 14 carceri Piemontesi.

Un piccolo numero, nella val Pellice scampa, i cosiddetti “invincibili”, 2 – 300 in tutto, che con improvvisi attacchi saccheggiano e seminano il terrore tra i nuovi occupanti delle loro ex terre.

Alla fine il Duca scende a patti permettendo loro di espatriare in Svizzera con le famiglie liberate.

(testo ripreso dal sito del Rifugio degli Invincibili)

Estate nelle Valli Valdesi – 1

Nell’ormai lontano 2007 sono stato per la sola ed unica volta finora, nelle Valli Valdesi, ospite della Chiesa di Pinerolo e dell’allora Moderatrice Maria Bonafede. Mi ‘pagai’ il soggiorno in natura, sostituendo i pastori nella predicazione dove mi venne richiesto. In particolare a Prarostino, in due templi (=chiese) di Prarostino. Uno più antico, in un bosco, Roccapiatta. Nelle foto tra l’altro si vede la mia allora piccolissima Sara (due anni scarsi in quel momento) che mi precede mentre mi avvio a preparare il necessario per il culto.

Facciata del Tempio Valdese di Roccapiatta
Facciata del Tempio Valdese di Roccapiatta
Tempio di Roccapiatta - Prarostino
Interno del Tempio di Roccapiatta – Prarostino
Tempio di Roccapiatta - Prarostino
Interno del Tempio di Roccapiatta – Prarostino
Tempio di San Bartolomeo - Prarostino
Facciata del Tempio di San Bartolomeo – Prarostino

Prendere o lasciare (Matteo 19:23-30)

23 E Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi dico in verità che difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. 24 E ripeto: è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio».

25 I suoi discepoli, udito questo, furono sbigottiti e dicevano: «Chi dunque può essere salvato?» 26 Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini questo è impossibile; ma a Dio ogni cosa è possibile».

27 Allora Pietro, replicando, gli disse: «Ecco, noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito; che ne avremo dunque?» 28 E Gesù disse loro: «Io vi dico in verità che nella nuova creazione, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, anche voi, che mi avete seguito, sarete seduti su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele. 29 E chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi a causa del mio nome, ne riceverà cento volte tanto, ed erediterà la vita eterna. 30 Ma molti primi saranno ultimi e molti ultimi, primi.

(Matteo 19)

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Prendere o lasciare.

Non c’è una terza alternativa. Come nella storia, anche in quella contemporanea, sarebbe piaciuto, piacerebbe a tanti. Il parlare di Gesù è un parlare chiaro, duro, che sbigottisce i discepoli di allora come noi, discepoli di oggi. Così, anche molte teologie e molti esegeti si sono messi in testa di cercare di ‘capire’, a tutti i costi, anche a rischio di cambiare il testo, o di pervertire l’insegnamento stesso della storia di Gesù.

Di seguito riporto come un esempio una ricostruzione del “cammello/ago” e della “gomena (o cavo)/ago”.

Dopo aver parlato con il giovane ricco, Gesù affermò che è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio. Il significato deve essere che è impossibile, perché è impossibile per un cammello passare attraverso una cruna, almeno per noi.

Infatti nel Talmud (trattato Berakhot 55b), un libro ebraico scritto in Babilonia circa 500 anni dopo il tempo di Cristo, un elefante che passa attraverso una cruna di un ago è una metafora per una cosa impossibile; nella Palestina, il cammello era un sostituto naturale per un elefante.

E così questo è forse il detto più difficile per noi dell’Occidente di tutto quello che Gesù disse. Ma Dio è l’esperto nel fare cose impossibili, per cui Gesù proseguì (Mt 19:26) che anche se era impossibile agli uomini (sia far passare un cammello attraverso una cruna, sia entrare nel regno di Dio se ricco), era possibile per Dio.

Siccome è difficile per noi accettare un insegnamento così duro (come era difficile anche per gli apostoli Mt 19:25), durante la storia alcuni tentativi sono stati fatti per rendere l’insegnamento più accettabile.

Per esempio a volte è detto che c’era una porta nelle mura di Gerusalemme chiamata “la cruna dell’ago”, attraverso cui era possibile per un cammello passare se si inginocchiava e era senza carico. Quindi sarebbe stato possibile ma difficile, e un ricco sarebbe potuto entrare nel regno sulle ginocchia e senza i propri possessi. Il problema con questa spiegazione è che in realtà una tale porta non esisteva. La storia della porta esiste dal 15mo secolo, ma non c’è nessuna evidenza storica della porta.

Probabilmente la storia fu inventata per evitare l’insegnamento duro di Gesù, ed è stata tramandata fin ad oggi. Similmente per la spiegazione che le porte grandi delle mura contenevano anche una piccola porta attraverso cui un uomo poteva passare quando la porta principale era chiusa, ma non un cammello. Di nuovo, non c’è nessuna evidenza che una tale porta si chiamava ‘cruna’ in antichità.

Un’altra spiegazione è che in greco cammello (κάμηλος, kamēlos) e cavo (κάμιλος, kamilos) sono simili. Siccome ‘cavo’ sarebbe più naturale di ‘cammello’ in questo contesto, forse era nel testo originale ma un errore entrò nel testo durante la sua trasmissione. Infatti alcuni manoscritti leggono “cavo” invece di “cammello”. Ma ‘cammello’ è la lettura più probabile del testo originale, perché l’evidenza della stramaggioranza dei manoscritti è per ‘cammello’, ed è molto più facile capire perché ‘cammello’ fu cambiato in ‘cavo’ che capire perché ‘cavo’ fu cambiato in ‘cammello’.

In ogni caso è altrettanto impossibile per un cavo passare attraversare una cruna quanto per un cammello, per cui il significato dell’affermazione cambia poco.

Prendere o lasciare.

Non c’è una terza alternativa. Per i discepoli di allora come per noi, discepoli di oggi. Si tratta di lasciare cose, ricchezze, logiche, parole di questo mondo e cercare solo, e prima di tutte le cose di Dio. Obbedire solo e prima di tutto alla Sua Parola.

Non accettare nessun compromesso con il mondo e le sue dottrine.

Il 21 agosto 2016 inizia il Sinodo delle Chiese Valdese. Una chiesa tra le tante che questi compromessi prima li hanno accettati, poi ufficialmente ricercati. Che hanno lasciato il sentiero antico della fedeltà assoluta alla Parola di Dio, su cui pure la Chiesa Valdese si era fondata e rifondata, a Chanforan. Una chiesa di cui ho fatto parte, per incarico della quale ho predicato la Parola di Dio in giro per l’Italia.

Prego il Signore perchè la riconduca sulla retta via, sul solo retto sentiero della fede biblica.  Prego il Signore perchè “a Dio ogni cosa è possibile”.

Amen, o Eterno, secondo la Tua volontà.

La festa del 15 agosto secondo la fede riformata

(Testo del fratello Giorgio Ruffa)

La festività del 15 agosto deriva dalla latina feriae Augusti (riposo di Augusto), indicante una festività istituita dall’imperatore Augusto nell’8 a.C. che si aggiungeva alle esistenti e antichissime festività dei Vinalia rustica o dei Consualia, per celebrare i raccolti e la fine dei principali lavori agricoli. Nel calendario della chiesa cattolica si celebra l’«assunzione» di Maria.

Le Chiese protestanti non credono nell’Assunzione di Maria, in quanto non affermata, in alcun modo, nella Bibbia. Proprio per questa ragione la proclamazione di questo dogma è l’unica occasione in cui un pontefice ha fatto uso dell’infallibilità papale «ex cathedra», definita formalmente, peraltro da poco tempo, nel 1870. La Chiesa cattolica ha dovuto riconoscere che in questa specifica occasione il papa ha dovuto proclamare un dogma esercitando l’uffizio di Pastore e Dottore di tutti i cristiani, e quindi con il carisma dell’infallibilità.

Il dogma cattolico è stato proclamato da papa Pio XII il 1º novembre 1950, anno santo, attraverso la costituzione apostolica «Munificentissimus Deus». Le fonti extrabibliche addotte a sostegno di questo dogma si datano tra la fine del secolo IV e la fine del VI.

Questa la definizione dogmatica:

«Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato [ndr. dove e a chi?] che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo. Perciò, se alcuno, che Dio non voglia, osasse negare o porre in dubbio volontariamente ciò che da Noi è stato definito, sappia che è venuto meno alla fede divina e cattolica» (Munificentissimus Deus).

Ora, per la nostra riflessione, partiamo da Luca 1:48 dove appare il termine “beata”, «ὅτι ἐπέβλεψεν ἐπὶ τὴν ταπείνωσιν τῆς δούλης αὐτοῦ, ἰδοὺ γὰρ ἀπὸ τοῦ νῦν μακαριοῦσίν με πᾶσαι αἱ γενεαί». Ma il termine μακαριοῦσίν non significa altro che “dichiarare benedetto”.

In che senso è benedetta? Maria non è “la porta del cielo”, come dicono alcuni cattolici, perché Gesù stesso ha detto che «Egli è la via e nessuno viene al Padre se non per mezzo di Lui» (Gv. 14:6). Come pure, «non vi è infatti altro nome se non quello di Gesù, per il mezzo del quale siamo salvati» (At 4,12). Lutero, nel commento al Magnificat, vede in Maria una figura umile, umana e rispettosa che vive con gioia i doni della Grazia. La più grande gioia per chi vive nella Grazia è, infatti, servire Dio. Lutero interpreta l’atteggiamento di Maria dicendo: «[…] dal momento in cui Dio ha riguardato alla mia bassezza verrò chiamata beata. Con ciò non essa viene lodata, ma la grazia di Dio scesa su di lei»; «[…] Beata sei tu che hai trovato un tale Dio». Non ci deve dispiacere di ritenerla indegna di tale grazia: «Infatti senza dubbio non ha mentito, confessando la propria indegnità e bassezza che Dio ha riguardato, non per suo merito, ma per pura grazia». Tanto più si parla del suo merito tanto più si sminuisce la grazia e il Magnificat; si rischia di fare della Madre di Dio un idolo. Lutero legge, pertanto, in maniera più ampia l’espressione «chiamare beata», che vuol dire «beatificare» o «rendere beato».

Evidentemente non si tratta di genuflessioni, inchini e riverenze, ma di giungere come lei a gioire in Dio. Questo è il «debito onore» delle generazioni che si succederanno: gioire in Dio. Per Barth la risposta di Maria non viene dalla natura, ma dalla grazia. È beata non a causa della fede, ma di ciò che dice il Signore.

In quest’opera del 1521, Lutero identifica tutto in quell’assolutamente gratuito che è l’”essere di Dio” cui Maria appare nella storia e nella vita della creazione. Da questo commento Maria appare soprattutto nella luminosa esemplarità di strumento: Maria vive in maniera straordinaria l’impresa che compete a ogni cristiano, collocandosi pertanto nel cuore stesso dell’umanità.

La teologia protestante non ha bisogno, anzi rifiuta, qualunque lettura corredentrice, infatti è già abbastanza sublime come la potenza di Dio possa trasformare un «umile ancella» nello strumento della sua azione salvifica giustificando, peraltro, l’aspetto umano di Gesú.

Purtroppo dogmi e tradizioni hanno, nei fatti, trasformato Maria, nel contesto della religiosità popolare, quasi in una divinità corredentrice dedicandole templi e altari, tutto giustificato dalla teologia cattolica che distingue, molto correttamente peraltro, il culto di “latria” (adorazione), dovuto solo all’unico e all’eterno Dio, dal culto di “dulia” (venerazione), dovuto a figure che parteciperebbero alla santità di Dio.

Però la teologia del monoteismo cristiano è già resa complessa, ma coerente, dal suo concetto di Trinità, cosa vogliamo fare rendendo Maria un “intercessore” esemplare? Complicare ancora di più le cose con una ambigua tetraeità, del resto già in nuce nel concetto di Θεοτόκος (Madre di Dio)?

Tutto questo discorso, quindi, non vuole minimamente ridurre l’importanza della figura di Maria, ma anzi, esaltarla come prototipo esemplare di vita nella Grazia…

Solo la Grazia rende Maria ciò che è. Letta in questa chiave, quanta bellezza e quanta speranza dona la preghiera di ringraziamento di Maria riportata nel primo capitolo del Vangelo di Luca:

«L’anima mia magnifica il Signore, 47 e lo spirito mio esulta in Dio mio Salvatore, 48 poich’egli ha riguardato alla bassezza della sua ancella. Perché ecco, d’ora innanzi tutte le età mi chiameranno beata, 49 poiché il Potente mi ha fatto grandi cose. Santo è il suo nome; 50 e la sua misericordia è d’età in età per quelli che lo temono. 51 Egli ha operato potentemente col suo braccio; ha disperso quelli ch’eran superbi ne’ pensieri del cuor loro; 52 ha tratto giù dai troni i potenti, ed ha innalzato gli umili; 53 ha ricolmato di beni i famelici, e ha rimandati a vuoto i ricchi. 54 Ha soccorso Israele, suo servitore, ricordandosi della misericordia 55 di cui avea parlato ai nostri padri, verso Abramo e verso la sua progenie in perpetuo».

Ed è speranza dell’umanità essere, come Maria, abbracciati dalla Grazia di un Dio misericordioso.

Concludendo, non potremmo neppure aver Fede, e neppure pregare, se ciò non venisse suscitato dall’opera di Dio. Scrive bene, a questo proposito, Agostino nella Lettera 194:

«3. 15. Se infatti diremo che in precedenza c’è stata la fede in cui era il merito della grazia, qual merito aveva l’uomo prima di ricevere la fede? Che cosa infatti ha uno senza che lo abbia ricevuto? Ora, se lo ha ricevuto, perché mai se ne vanta come se non lo avesse ricevuto 46?

Come nessuno avrebbe la sapienza, l’intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà, il timor di Dio se non avesse ricevuto, secondo il detto del Profeta, lo Spirito di sapienza e d’intelletto, di consiglio e di fortezza, di scienza, di pietà e di timor di Dio 47, e come nessuno avrebbe nemmeno il coraggio, la carità, la continenza se non avesse ricevuto lo Spirito di cui l’Apostolo dice: Non avete infatti ricevuto lo Spirito di timore, ma di coraggio, di carità e di continenza 48; così non avrebbe nemmeno la fede, se non avesse ricevuto lo Spirito di fede, di cui il medesimo Apostolo dice: Ora, avendo il medesimo Spirito di fede, secondo quanto sta scritto: Ho creduto e perciò ho parlato, anche noi crediamo e perciò parliamo 49.

Che poi la fede sia ricevuta non per qualche merito, ma per misericordia di Colui che ha pietà di chi vuole 50, lo dimostra assai chiaramente l’Apostolo nel passo in cui di se stesso dice: Ho ottenuto la misericordia d’essere fedele. 4. 16. Se poi diremo che ai fini di ottenere la grazia precede il merito della preghiera, il fatto che è la preghiera ad ottenere tutto quello che ottiene, dimostra evidentemente ch’è un dono di Dio, affinché l’uomo non pensi d’avere da se stesso ciò che, se fosse in suo potere, di certo non lo chiederebbe con la preghiera. Perché non si pensi – dico – che precedono almeno i meriti della preghiera, in ricompensa dei quali sarebbe concessa una grazia non gratuita – che perciò non sarebbe più nemmeno grazia poiché sarebbe una ricompensa dovuta – anche la stessa preghiera si trova tra i doni della grazia.».

Assunzione, di Guido Reni (1575–1642)
Assunzione, di Guido Reni (1575–1642)

Kyra e Dino

Un anno fa, salutavo il ritorno al Padre di due persone care, a pochissimi giorni di distanza. La sorella Kyra, catechista dei bimbi presso la Chiesa Breccia di Roma, ed il fratello Dino, cugino di mia moglie Antonella. Li ricordo su questo blog, con la Parola di Dio che li ha chiamati alla vita su questa terra e poi li ha rivoluti a sè, lasciando a noi la gratitudine per aver goduto della loro esistenza in questo mondo.

25 Ma io so che il mio Redentore vive
e che alla fine si alzerà sulla polvere.
26 E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo,
senza la mia carne, vedrò Dio.
27 Io lo vedrò a me favorevole;
lo contempleranno i miei occhi,
non quelli d’un altro;
il cuore, dal desiderio, mi si consuma!

(Giobbe 19)

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L’adorazione delle apparenze si paga

“The masses will always be below the average. Besides, the age of majority will be lowered, the barriers of sex will be swept away, and democracy will finally make itself absurd by handing over the decision of all that is greatest to all that is most incapable. Such an end will be the punishment of its abstract principle of equality, which dispenses the ignorant man from the necessity of self-training, the foolish man from that of self-judgment, and tells the child that there is no need for him to become a man, and the good-for-nothing that self-improvement is of no account. Public law, founded upon virtual equality, will destroy itself by its consequences. It will not recognize the inequalities of worth, of merit, and of experience; in a word, it ignores individual labor, and it will end in the triumph of platitude and the residuum.”

Henri Frédéric Amiel. “Amiel’s Journal: The Journal Intime of Henri-Frédéric Amiel.”

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Salvare il Seme

Don Camillo spalancò le braccia [rivolto al crocifisso]: “Signore, cos’è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?”.

“Don Camillo, perché tanto pessimismo? Al­lora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?”.

“No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pudore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui par­lavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne […] Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?”.

Il Cristo sorrise: “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla in­tatta”.

(Giovanni Guareschi)

don-camillo-poster

Il fuoco del battesimo (Luca 12:49-53)

XX Domenica, Giorno del Signore, nel Tempo Ordinario
XIII Domenica, Giorno del Signore, dopo Pentecoste

49 «Io sono venuto ad accendere un fuoco sulla terra; e che mi resta da desiderare, se già è acceso?

50 Vi è un battesimo del quale devo essere battezzato; e sono angosciato finché non sia compiuto!

51 Voi pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto divisione; 52 perché, da ora in avanti, se vi sono cinque persone in una casa, saranno divise tre contro due e due contro tre; 53 saranno divisi il padre contro il figlio e il figlio contro il padre; la madre contro la figlia, la figlia contro la madre; la suocera contro la nuora e la nuora contro la suocera».

(Luca 12)

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Io sono venuto ad accendere un fuoco sulla terra; e che mi resta da desiderare, se già è acceso?

Un fuoco! Un fuoco! Leggo questo Evangelo e penso a quanta gente invece pensa al Cristianesimo come ad un’acquetta che serve ad annaffiare le piante. Un qualcosa che serve banalmente ad annaffiare una crescita dell’uomo, dell’umanità data per scontata, per banale, dai nostri miti del progresso, dalle nostre illusioni di continua crescita, dalla nostra stolida ricerca di banali sicurezza del quotidiano. Un fuoco, Gesù è impaziente di farlo accendere, di farlo divampare, e lo fa, lo fa con la Sua Croce!

La Croce è un fuoco, perchè la Croce, per la sua stessa natura, nel suo stesso disegno, divide. Divide chi crede da chi non crede. Divide chi rimane sotto di lei, da chi fugge e scappa via.

La Croce dividerà nel giorno del giudizio ultimo, in base a se la si sarà accolta o no, chi starà alla Sua destra, nella gloria e chi alla Sua sinistra, dove sarà pianto e stridore di deti per l’eternità.

La Croce unisce nella solidarietà cristiana, o almeno dovrebbe unire i credenti e tutti gli uomini a riconoscere nel destino del Cristo il destino di ogni uomo, ma è finalizzata a dividere, a separare alla fine dei tempi, il grano dalla zizzania, il pescato buono da quello cattivo…

Così è del Battesimo… riprendendo l’immagine di prima, ed accoppiandola con nostri diversi modi sacramentali, il Battesimo non è una banale quantità d’acqua che ti è versata tre volte sulla testa, ma nemmeno l’essere immersi e riemergere per tre volte in una vasca battesimale.

Il Battesimo è un nascere di nuovo, un nascere alla vita in Cristo dopo l’essere nati alla vita fisica.

Quando il bambino, dopo nove mesi trascorsi nel ventre della madre, nella luce leggera e soffusa che gli traspare, viene alla luce nel momento del parto, le esperienze più forti sono la luce esterna che per un momento sembra accecarlo, i suoni forti che sembrano assordarlo, il respiro che si ferma e poi riprende. Il bambino che viene alla luce, sembra morire e poi il primo vagito, l’urlo liberatorio, la scoperta di una vita nuova.

Questo è il Battesimo! Un fidarsi completo in Cristo, in quel fratello che ti spinge la testa e il corpo sott’acqua, che se te la tenesse lì potrebbe ucciderti, ed invece lo fa per farti riconoscere la vita nuova, nel Padre, nel Figlio, nello Spirito Santo, nel Dio Uno e Trino.

Questo è il Battesimo! Una luce nuova, quella del Cristo, della Parola fatta carne, che da quel momento sei chiamato non solo a seguire ma a portare ai fratelli ed alla sorelle nel mondo. Una luce diversa, più grande, più faticosa da portare, perchè non è la tua! Una voce nuova, tonante, che ti sguarcia la vita oltre che il timpano, che ti rammenta il tuo peccato e ti richiama alla tua responsabilità. Un respirare pieno, oltre ogni speranza di vita, proprio come il primo respiro del neonato, che ti dovrebbe portare ad aver voglia di urlare la gioia per la salvezza che hai ricevuto, a urlare sopra i tetti e per le strade la Parola di salvezza che hai ricevuto.

Allora, se questo è il fuoco, se questo è il Battesimo, la conclusione è logica.

51 Voi pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto divisione; 52 perché, da ora in avanti, se vi sono cinque persone in una casa, saranno divise tre contro due e due contro tre; 53 saranno divisi il padre contro il figlio e il figlio contro il padre; la madre contro la figlia, la figlia contro la madre; la suocera contro la nuora e la nuora contro la suocera.

Non può essere altrimenti, a meno di non annacquare la forza esplosiva della Parola di Dio, a meno di non trasformare la Croce in una tronchesina per spuntarsi, di tanto in tanto, le unghie, a meno di non accontentarsi di bere il vino adulterato di tante chiese cristiane indegne di questo nome che servono il vino del mondo, invece che il Vino buono delle nozze di Cana, che sostituiscono il fuoco da far divampare con una copertina per riscaldarsi le estremità…

Una Chiesa, una comunità cristiana, un prete, un pastore degni di questo nome, dovrebbero sentire dentro di loro, vive, queste parole del profeta Geremia, dovrebbero provare il disagio che egli lamentava…

10 Me infelice! o madre mia, perché mi hai fatto nascere
uomo di lite e di contesa per tutto il paese!
io non do né prendo in prestito,
eppure tutti mi maledicono.
11 Il SIGNORE dice:
«Per certo, io ti riservo un avvenire felice;
io farò in modo che il nemico ti rivolga suppliche
nel tempo dell’avversità, nel tempo dell’angoscia.
12 Il ferro potrà esso spezzare il ferro del settentrione e il bronzo?
13 Le tue facoltà e i tuoi tesori io li darò gratuitamente come preda,
a causa di tutti i tuoi peccati, e dentro tutti i tuoi confini.
14 Li farò passare con i tuoi nemici in un paese che non conosci;
perché un fuoco si è acceso nella mia ira,
che arderà contro di voi».

Dovrebbero sperare contro ogni speranza, solo e soltanto nella Sua Parola, nelle sue promesse che sono realtà nel momento stesso in cui sono pronunciate.

15 Tu sai tutto, SIGNORE; ricòrdati di me, visitami,
e vendicami dei miei persecutori;
nella tua benevolenza non portarmi via!
Riconosci che per amor tuo io porto l’infamia.
16 Appena ho trovato le tue parole, io le ho divorate;
le tue parole sono state la mia gioia, la delizia del mio cuore,
perché il tuo nome è invocato su di me,
SIGNORE, Dio degli eserciti.
17 Io non mi sono seduto assieme a quelli che ridono, e non mi sono rallegrato;
ma per causa della tua mano mi sono seduto solitario,
perché tu mi riempivi di sdegno.
18 Perché il mio dolore è perenne,
e la mia piaga, incurabile, rifiuta di guarire?
Vuoi tu essere per me come una sorgente illusoria,
come un’acqua che non dura?
19 Perciò, così parla il SIGNORE:
«Se torni a me, io ti farò ritornare, e rimarrai davanti a me;
e se tu separi ciò che è prezioso da ciò che è vile, tu sarai come la mia bocca;
ritorneranno essi a te, ma tu non tornerai a loro.
20 Io ti farò essere per questo popolo un forte muro di bronzo;
essi combatteranno contro di te, ma non potranno vincerti,
perché io sarò con te per salvarti e per liberarti»,
dice il SIGNORE.
21 «Ti libererò dalla mano dei malvagi,
ti salverò dalla mano dei violenti».

Il Signore Dio accresca la nostra fede, nel Suo Giorno immortale.

Che il ricordo del nostro Battesimo sia memoriale del nostro essere vivi in Cristo e morti per il mondo. In qualsiasi condizione o momento di vita, oggi, ciascuno di noi si trovi. 

18 Non ricordate più le cose passate,
non considerate più le cose antiche:
19 Ecco, io sto per fare una cosa nuova; essa sta per germogliare;
non la riconoscerete?

(Isaia 43)

21 Ti celebrerò perché mi hai risposto
e sei stato la mia salvezza.
22 La pietra che i costruttori avevano disprezzata
è divenuta la pietra angolare.
23 Questa è opera del SIGNORE,
è cosa meravigliosa agli occhi nostri.
24 Questo è il giorno che il SIGNORE ci ha preparato;
festeggiamo e rallegriamoci in esso.

(Salmo 118)