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Preghiera all’Arcangelo Michele

Preghiera all’Arcangelo Michele

Il giorno in cui, per grazia di Dio, fui battezzato, mi vennero imposti tre nomi. Luca, perché mi innamorassi dell’Evangelo e del suo annuncio veritiero ed ordinato, Michele, perché nulla mai anteponessi a Dio, che nessuno è Santo, Forte ed Immortale come Lui, Maria, perché fossi capace di ascolto, silenzio ed amorosa obbedienza fin sotto la Croce.

Perciò ogni giorno leggo il Vangelo, supplico l’aiuto di Dio riconoscendo il mio essere peccatore e il mio peccato, recito il saluto alla Vergine sforzandomi di essere obbediente come lo fu lei.

San Michele Arcangelo,
difendici nella battaglia
contro le insidie e la malvagità del demonio,
sii nostro aiuto.

Te lo chiediamo supplici
che il Signore lo comandi.

E tu, principe della milizia celeste,
con la potenza che ti viene da Dio,
ricaccia nell’inferno Satana e gli altri spiriti maligni,
che si aggirano per il mondo a perdizione della anime.

Amen.

 

Preghiera all'Arcangelo Michele
Preghiera all’Arcangelo Michele

Padre, prete, Lia, Ludo

Oggi tornavo verso casa, sulla metropolitana, da Conca d’Ora all’Eur, è lunga..

Recito l’Ora Media di Sesta, poi ripongo il secondo volume del breviario nello zaino e tiro fuori il giornale, La Croce ed inizio a leggere.

Padre, prete, Lia, Ludo
Padre, prete, Lia, Ludo

Vicino a me, ad un posto di distanza, è seduta una coppia. Sento lei dire a lui: “La Croce! Vedi, è il giornale di Adinolfi”. La metro si avvicina alla stazione successiva; quando inizia a rallentare abbasso il giornale per vedere dove sono ed il mio sguardo incrocia quello della signora che sta per scendere con il suo compagno.

Istintivamente le sorrido, ripensando alle parole prima ascoltate, allora lei risponde al sorriso, si china velocemente verso di me e mi dice: “Le posso chiedere una preghiera per mia madre che…[…]” ed io, “Certo, come si chiama?” “Lia!” “Sicuramente”. Le porte si aprono e lei fa ancora in tempo a dirmi: ”Grazie Padre”.

Mi sono venute in mente alcune cose, una dietro l’altra.

La prima, a distanza di pochi giorni dal primo anniversario del ritorno al Padre di mia madre Maria Grazia, per tutti Graziella, quando lei mi disse, quando il mio sacerdozio ministeriale nella chiesa cattolica entrò in crisi, che tanto si vedeva che ce l’avevo dentro il sacerdozio, l’essere prete, e che non sarei potuto scappare. Non la prese bene mia madre la mia decisione, la rispettò ma non la approvò mai fino in fondo; l’ho capito l’ultima volta quando, poco tempo prima che si aggravasse e morisse, sapendo che era il suo desiderio, le amministrai il sacramento dell’Unzione; stanca, affaticata, non ce la faceva neanche a rispondere, però alla fine, dopo la formula di assoluzione e la benedizione, le riuscì un sorriso che a me la diceva lunga…Come se mi dicesse: “Hai visto? Te lo dicevo io che non potevi scappare!”.

Non mi fraintendete. Mia madre adorava Sara, la mia unica figlia e la sua unica nipote, e amava Antonella, mia moglie. Ma evidentemente amava anche il mio essere sacerdote… anzi, ama, in modo diverso, tutte queste cose, da lassù.

Seconda cosa che mi è venuta in mente, quella che la chiesa cattolica chiama la teologia del carattere (quella di cui, senza forse esserne ‘scientificamente consapevole’, parlava mia mamma con il suo ‘non puoi scappare’). Per la chiesa cattolica, semplifico, tre dei sette sacramenti riconosciuti come tali, Battesimo, Confermazione ed Ordine Sacro, in qualche modo modificano per sempre l’essere della persona e non possono quindi mai, in nessun caso, essere ripetuti.

Il termine ‘carattere’ evoca come un’incisione ‘eterna’ su una pietra, un sigillo che viene posto e non può più, una volta ricevuto, essere cancellato.

Avrete sicuramente sentito l’espressione, ripresa dal salmo 110 (109) “Tu sei sacerdote per sempre”. Si intende per l’appunto questo.

Padre, prete, Lia, Ludo
Padre, prete, Lia, Ludo

Ed in effetti dentro di me in un certo senso quello che la chiesa cattolica chiama carattere, l’essere stato scelto per il ministero, mi è rimasto. Anche Antonella ogni tanto me lo dice. E persino Sara l’altro giorno ha iniziato una domanda sulla Bibbia con “Babbo tu che sei pure prete…”.

Pur avendo iniziato, ormai diversi anni fa, a professare la mia fede cristiana secondo la maniera riformata, continuo, non ho mai interrotto, a pregare il Signore secondo la liturgia delle Ore, ad avere una corona ornata di un crocifisso o di un Tau sempre a portata di mano per meditare i misteri del Signore Gesù nel Vangelo, a partecipare al culto, se non ce n’è uno riformato disponibile, in una chiesa cattolica, solitamente in comunità dove conosco e sono conosciuto (e, lo sottolineo con piacere, mai da nessuno sono stato respinto…) ed infine a dare un aiuto spirituale a chi me lo chiede (anche diversi preti conosciuti quando erano in formazione in Seminario).

Aggiungo (e qui qualche mio amico o conoscente riformato inorridirà) che proseguo a celebrare il culto in casa quando posso, seguendo la liturgia che tanto amo, ho amato, amerò finchè avrò vita, ed anche ad accedere quando ne sento il bisogno alla Riconciliazione sacramentale da uno o due sacerdoti in particolare che conosco e mi conoscono molto bene.

Del resto celebrare il culto al Signore, pregare il Padre, aiutare (ed essere aiutato) spiritualmente chi ne ha bisogno sono compiti (e necessità) comuni anche ad un pastore riformato.

Pregare il Padre, questa la terza cosa passatami per la mente, dipesa dal fatto che così, “Padre” mi ha appellato la signora sulla metro.

‘Padre’ è un termine che non ho mai troppo amato, sicuramente mai cercato, anche quando ero un prete nel ministero, centrata com’è la mia fede sulla Scrittura, e contenendo la Scrittura quell’ammonimento severo di Gesù a non farsi mai chiamare Padre, o Maestro, o Buono. Perchè Uno solo lo è veramente, sino in fondo.

Me ne feci una ragione, ricordo, solo quando l’allora mio direttore spirituale mi fece riflettere, prendendomi bonariamente in giro, sul fatto che chi mi chiamava così lo sapeva perfettamente che non ero il Padre Eterno!

Mi disse che era, secondo lui, semplicemente un modo per chiedermi di pregare il Padre per suo conto, meglio, assieme a lui. Nella teologia cattolica il sacerdote ordinato non è semplicemente un membro della comunità che fa studi particolari ordinati a predicare, amministrare i sacramenti e quindi far crescere la particolare porzione della comunità cristiana che gli è affidata, ma è un ‘alter Christus‘ in modo del tutto peculiare.

Questo perchè, a differenze delle chiese riformate, la chiesa cattolica distingue tra il sacerdozio battesimale, di tutti i credenti che hanno ricevuto il sacramento del Battesimo (sacramento per tutte le chiese cristiane, assieme all’Eucaristia o Santa Cena) ed il sacerdozio ministeriale proprio solo di chi riceve il sacramento dell’Ordine nel secondo e terzo grado di esso, ovvero Presbiterato ed Episcopato.

Insomma, alla fine, tornando idealmente sul vagone della metro, ho chiuso il giornale dopo aver letto l’ultimo pezzo di Paola Belletti, ed ho iniziato a pregare per Lia. Poi, poiché la preghiera per me, quando non ho cose particolari che mi distraggano, è come le ciliege, una tira l’altra, ho pregato anche per Paola e Ludo, e poi per tutte le persone che me l’hanno chiesto, e che io non mi ricordavo (ma il Padre si!).

Studio biblico su Matteo 25:31-46, a cura del pastore Paolo Castellina

Il pastore Paolo Castellina legge con noi Matteo 25,31-46.

“Non facciamoci allora illusioni: certo sarà un giorno il giudizio sul nostro operato. Questo giudizio sarà negativo se non accogliamo oggi stesso l’unica opportunità che Dio, nella Sua misericordia, ci offre per la nostra salvezza, se non accogliamo Cristo e tutto ciò che Egli ha accolto ed accoglie. 

In un certo senso il giudizio di Dio sulla persona che oggi ignora od avversa Cristo, è già avvenuto. Egli stesso, infatti, dice che oggi: “Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte” (Giovanni 3:17-20).

Il testo completo al link che segue.

Studi biblici/Matteo 25:31-46 – Tempo di Riforma.

 

Mai questo avvenga!

Mai questo avvenga!

Mai questo avvenga! Che mai avvenga quanto scrive il riformatore Giovanni Calvino:

Chi lasciando la Scrittura immagina non so quale via per giungere a Dio è non solo in preda all’errore, ma soprattutto mosso da pura follia. Recentemente sono saltati fuori non so quali lunatici prendendo orgogliosamente a pretesto un insegnamento dello Spirito, disprezzando, per quanto li concerne, ogni lettura e facendosi beffe della semplicità di quanti seguono ancora la lettera morta e mortifera, come usano chiamarla. Ma vorrei ben sapere da loro chi è questo spirito, per ispirazione del quale sono rapiti in estasi così in alto da osar disprezzare ogni dottrina della Scrittura come puerile e spregevole. Se rispondono che è lo Spirito di Cristo, la loro sicumera risulta ridicola…
…non è dunque funzione dello Spirito Santo (quale ci è stato promesso) di sognare nuove rivelazioni, sconosciute per l’innanzi o inventare nuove forme di dottrina per sottrarci alla dottrina dell’Evangelo ricevuto, ma piuttosto suggellare e confermare nei nostri cuori la dottrina che vi è stata dispensata.

Preghiamo piuttosto!

Il Signore accresca la nostra fede, perchè mai avvenga che lasciamo la Sua Parola per le parole vuote degli uomini di questo mondo. Amen.

 

Prete, padre, sposo. Meditazione del 14 gennaio 2014

Prete, padre, sposo. Meditazione del 14 gennaio 2014
Prete, padre, sposo. Meditazione del 14 gennaio 2014

SAN BENEDETTO AL GAZOMETRO

14 GENNAIO 2014 – MARTEDI’ PRIMA SETTIMANA TEMPO PER ANNUM

MEDITAZIONE SULLA LETTURA BREVE DELL’ORA MEDIA TERZA: GEREMIA 17,7-8

7 Benedetto l’uomo che confida nel Signore
e il Signore è la sua fiducia.
8 È come un albero piantato lungo un corso d’acqua,
verso la corrente stende le radici;
non teme quando viene il caldo,
le sue foglie rimangono verdi,
nell’anno della siccità non si dà pena,
non smette di produrre frutti.

VERSETTO 7

7 Benedetto l’uomo che confida nel Signore
e il Signore è la sua fiducia.

 

Due elementi occorrono per essere definito “Benedetto”.

Il primo è confidare nel Signore, avere fede, credere che il Signore, l’Eterno, Benedetto Egli sia!, sia la sola vera autorità sulla propria vita, sulla via che occorre percorrere nel corso di essa.
Questa fede deve essere in certo senso “assoluta”, deve comprendere tutta l’essenza di sé stessi.

Il secondo elemento: il Signore deve essere la propria fiducia. Nessuno di noi vive da solo o vive ‘in astratto’. La fiducia è la fede quale si manifesta negli aspetti concreti della vita. Nei rapporti concreti che ciascuno di noi ha con i fratelli e le sorelle che, per scelta o per provvidenza (ne fa parte anche la propria storia familiare) incontra sul proprio cammino.

Se la fede è assoluta, la fiducia richiesta è relativa, nel senso che è richiesta a ciascuno di noi in modi e tempi differenti, a seconda delle circostanze concrete che ciascuno di noi si trova a vivere.

 

VERSETTO 8

8 È come un albero piantato lungo un corso d’acqua,
verso la corrente stende le radici;
non teme quando viene il caldo,
le sue foglie rimangono verdi,
nell’anno della siccità non si dà pena,
non smette di produrre frutti.

Mi sento come quell’albero. Ho avuto dall’Eterno, Benedetto Egli sia!, il dono della fede. Ho riconosciuto sempre, nonostante il limite del mio essere peccatore, che la sua acqua era l’unica viva, l’unica in cui dovevo e volevo tener stese le mie radici. Ho sempre cercato il Signore, ho sempre cercato l’Eterno, che, Benedetto Egli sia!, come dice la Parola, si è fatto trovare.

E quelle radici si sono rinforzate, si sono irrobustite, lo hanno cercato con sempre maggior forza. E di nuovo lo hanno trovato, Egli si è lasciato trovare, e la mia vita è stata riempita completamente di quell’acqua, il giorno in cui ho ricevuto il sacramento dell’Ordine, prima per il Diaconato, il 26 ottobre 1991, poi per il Presbiterato, il 16 maggio 1992.

Prete, padre, sposo. Meditazione del 14 gennaio 2014
Prete, padre, sposo. Meditazione del 14 gennaio 2014

E’ venuto il caldo, è venuta l’estate del mio ministero. E, devo darne atto al Signore, l’acqua non mi  è mai mancata, le mie foglie erano sempre più verdi. Può sembrare un paradosso, oggi, a chi osserva la mia storia dall’esterno. Ma proprio gli ultimi due anni di esercizio pieno di ministero, il 1995 ed il 1996, sono stati fecondi di frutti come non mai.

La Scuola di Preghiera in Seminario, l’impegno come formatore nel Seminario Maggiore e quello nell’Ufficio Matrimoni del Vicariato, le scuole di preghiera e l’accompagnamento spirituale in due parrocchie della zona Nord di Roma, con gli scout della zona Prenestina, con i ritiri dei genitori e con l’USMI, assieme a Don Angelo De Donatis, in Seminario, gli incontri con le ragazze e le suore dell’Assunzione a San Basilio, la redazione dei sussidi per l’Ufficio Catechistico, la stesura e la discussione della Tesi di Dottorato in Utroque Iure…

Forse ho, abbiamo, hanno preteso troppo da me… Forse ero talmente preso dal donare l’acqua agli altri in quel periodo che non ho fatto caso a che la mia acqua si era intorbidita… Che le parole del mondo, mascherate da parole di luce, avevano ripreso ad avere effetto su di me.

Ho mancato, ne ho chiesto e ne chiedo perdono al Signore, e so che il Signore, l’Eterno, Benedetto Egli sia!, questo perdono me l’ha donato. Mi ha sempre donato tutto il Signore. Tutto quello che gli ho chiesto, ogni volta che sono stato capace di farlo con cuore sincero.

nell’anno della siccità non si dà pena,
non smette di produrre frutti.

Quanto sento vero, oggi, questo versetto. Ho avuto anni di siccità, anni di allontanamento apparente dalla Chiesa (apparente, oggi lo posso dire a ragione della rilettura di fede della mia storia personale di salvezza), ma non mi sono mai dato pena, non mi sono mai intristito. Ho continuato a ripetere senza sosta dentro di me quanto imparato in Seminario Romano: Mater mea, Fiducia mea.

Prete, padre, sposo. Meditazione del 14 gennaio 2014
Prete, padre, sposo. Meditazione del 14 gennaio 2014

Come Maria non ho mai cessato il confronto con la Parola, non ho mai cessato di serbare nel cuore ciò che essa veniva a rivelarmi anche quando lì per lì mi sembrava di non capirlo. Ho continuato a consacrare le Ore nella preghiera, a meditare e predicare le Scritture ed il Vangelo, ho avuto la gioia grandissima di diventare padre anche dal punto di vista fisico. Di generare Sara da un grembo che (ci pensavo oggi ascoltando la prima lettura della Messa, la storia di Anna) pensavo ormai sterile…

E la nascita di Sara, per il contrappasso dell’amore che opera il Signore, di cui solo il Signore è capace, è diventato il motore che mi ha spinto di nuovo, sempre di più, a considerare le mie radici, a raddrizzarne il percorso, a verificare meglio in quale acqua le affondavo, con quale intensità, con quale intento.

Così non mi sono abbattuto quando la madre di Sara mi ha fatto intendere che la nostra storia a suo dire era conclusa. Conclusa, a parte Sara!, che amo come non mai. Ed ho incontrato l’amore di Antonella, che sento radicato, come quello per Sara, in quella stessa acqua benedetta.

Così ora vivo un’apparente paradosso, un’apparente ma entusiasmante paradosso.

Il paradosso (ma non so se sia corretto definirlo tale) è che sono un prete e so di esserlo, non mi sono mai sentito tanto prete, tanto presbitero fino al midollo come ora.

Nella pur apparente caoticità delle mie giornate, specie ora che sono in cassa integrazione dal lavoro, nel continuo passaggio dalla vita e dalla casa dove abito con Antonella, alla casa ed alla scuola di Sara, al luogo di lavoro, alle diverse ‘case e chiese’ degli amici e fratelli sacerdoti (San Vigilio, San Benedetto dove sono ora, Santa Maria Stella dell’Evangelizzazione, anche il Vicariato e il Seminario), in questa apparente frenesia dentro di me sono uno, saldo, fermo nell’Uno e nel Vero.

Sono di nuovo, forse come mai ero stato prima, unito nel mio tendere con tutto mio stesso al Cristo, alla sua Parola, alla sua grazia. Dicevo a don Marco e don Fabio, che mai come ora sono fedele alle ore liturgiche della preghiera, costante nella preghiera e nella meditazione con e sulla parola, alla frequenza del sacramento della Riconciliazione. E non a caso ora sento il bisogno, è giusto chiamarlo così, di pregare nel modo più alto in cui può pregare un prete, celebrando l’Eucaristia, nel privato della mia abitazione e partecipando come e quando il lavoro e la famiglia me lo permettono, alla vita della comunità cristiana di cui faccio parte, quella della Diocesi di Roma, a cui più che mai mi sento ‘incardinato’ felice di essere incardinato nella diocesi del Vescovo di Roma, che fa della cattolicità, della universalità la sua primigenia vocazione.

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Eppure….

Ieri ero con Sara. Ho passato il pomeriggio con lei e con una sua amichetta di scuola. Ho ascoltato il racconto della scuola, l’ho guardata giocare, ho raccolto le sue confidenze, le ho preparato la cena, pregato con lei, letto una storia, accompagnata nel sonno.

E mi sento e sono, allo stesso modo, con tutto me stesso, padre di Sara. Padre biologico come nella fede, padre nell’amore.

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Eppure…

Oggi nel tardo pomeriggio tornerò a casa, da Antonella, di cui sono innamorato, con cui amo dividere la vita, la quotidianità e lo speciale dell’esistenza, gioie e problemi, angosce e speranze…

E mi sento e sono il suo compagno di vita. Compagno nell’amore e nella fede.

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Sono dottore in Utroque Iure, summa cum laude per giunta, eppure trovo difficile, al di là delle formule giuridiche, definire il mio stato.

Perché da un punto di vista spirituale mi sento, oggi più che mai, anche più di quando ero in Seminario, come alunno prima e come formatore poi, in piena e completa comunione con la Chiesa Cattolica, di cui faccio parte, di cui condivido gli insegnamenti, e di cui il 16 maggio 1992 sono stato costituito ministro, ordinato presbitero.

Chi avesse dei dubbi sulla teologia del ‘carattere’ venga pure da me; quel carattere me lo sento impresso nell’animo e nel cuore, scolpito nella mente e nello spirito.

So che le norme della Chiesa, la sua Tradizione millenaria ed oltre, mi vietano l’esercizio ordinario del sacerdozio ministeriale. Ed io la Chiesa la amo, e quelle norme le rispetto, ed ami rispettarle, costi quel che mi costi.

Pure, sempre prete romano mi sento. Con la stessa evidenza e realtà con cui sono e mi sento padre di Sara e compagno di Antonella.

La cosa potrà far sorridere qualcuno, riflettere qualcun altro, ma sono state proprio Sara ed Antonella, che la provvidenza di Dio ha messo nella mia vita, a farmi riscoprire appieno le mie radici d’amore, a farmele sentire di nuovo gonfie di linfa, a farmi percepire appieno in chi ho posto la mia vita ed ogni mia speranza.

Sara ed Antonella, l’amore pieno che ho per loro, mi hanno richiamato nella forma più pura e completa il mistero di cui sono portatore.

Perché l’essere prete è prima di tutto un mistero, un mistero di amore, un amore così grande che sceglie di personificarsi nelle povere esistenze di quelli che sono gli “alter Christus”.

Felice di essere tale. Felice di essere un alter Christus. Felice di essere prete, padre, compagno.

Con la mia povertà, con il mio peccato, con le mie miserie umane ma anche con le ricchezze multiformi che mi vengono dalla Sua grazia, dallo Spirito che è stato effuso sopra di me in modo così speciale.

Con la gioia con cui ancora sento di scrivere, terminando una preghiera ed una riflessione che nella realtà termineranno solo quando il Padre, l’Eterno, Benedetto Egli sia!, mi richiamerà a sé: Mater mea, Fiducia mea.

Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?

(1 Corinti 4,7b)

Che cosa renderò al Signore per tutti i benefici che mi ha fatto?
Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore.
Adempirò i miei voti al Signore, davanti a tutto il suo popolo.
Agli occhi del Signore è preziosa la morte dei suoi fedeli.

(Salmo 116,12-15)

La festa dell’Esaltazione della Santa Croce – alcune note

La festa dell’Esaltazione della Santa Croce – alcune note

Dal Messale Romano

La croce, già segno del più terribile fra i supplizi, è per il cristiano l’albero della vita, il talamo, il trono, l’altare della nuova alleanza. Dal Cristo, nuovo Adamo addormentato sulla croce, è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa. La croce è il segno della signoria di Cristo su coloro che nel Battesimo sono configurati a lui nella morte e nella gloria. Nella tradizione dei Padri la croce è il segno del figlio dell’uomo che comparirà alla fine dei tempi. La festa dell’esaltazione della croce, che in Oriente è paragonata a quella della Pasqua, si collega con la dedicazione delle basiliche costantiniane costruite sul Golgota e sul sepolcro di Cristo. 

Esaltazione della Santa Croce
Esaltazione della Santa Croce

Storia della festa dell’Esaltazione della Santa Croce

La festa in onore della Croce venne celebrata la prima volta nel 335, in occasione della “Crucem” sul Golgota, e quella dell'”Anàstasis”, cioè della Risurrezione. La dedicazione avvenne il 13 dicembre.

Col termine di “esaltazione”, che traduce il greco hypsòsis, la festa passò anche in Occidente, e a partire dal secolo VII, essa voleva commemorare il recupero della preziosa reliquia fatto dall’imperatore Eraclio nel 628. Della Croce trafugata quattordici anni prima dal re persiano Cosroe Parviz, durante la conquista della Città santa, si persero definitivamente le tracce nel 1187, quando venne tolta al vescovo di Betlem che l’aveva portata nella battaglia di Hattin.

La celebrazione odierna assume un significato ben più alto del leggendario ritrovamento da parte della pia madre dell’imperatore Costantino, Elena.

La glorificazione di Cristo passa attraverso il supplizio della croce e l’antitesi sofferenza-glorificazione diventa fondamentale nella storia della Redenzione: Cristo, incarnato nella sua realtà concreta umano-divina, si sottomette volontariamente all’umiliante condizione di schiavo (la croce, dal latino “crux”, cioè tormento, era riservata agli schiavi) e l’infamante supplizio viene tramutato in gloria imperitura. Così la croce diventa il simbolo e il compendio della religione cristiana.

La stessa evangelizzazione, operata dagli apostoli, è la semplice presentazione di “Cristo crocifisso”.

Il cristiano, accettando questa verità, “è crocifisso con Cristo”, cioè deve portare quotidianamente la propria croce, sopportando ingiurie e sofferenze, come Cristo, gravato dal peso del “patibulum” (il braccio trasversale della croce, che il condannato portava sulle spalle fino al luogo del supplizio dov’era conficcato stabilmente il palo verticale), fu costretto a esporsi agli insulti della gente sulla via che conduceva al Golgota.

Le sofferenze che riproducono nel corpo mistico della Chiesa lo stato di morte di Cristo, sono un contributo alla redenzione degli uomini, e assicurano la partecipazione alla gloria del Risorto.

14 settembre, festa dell’esaltazione della Santa Croce

14 settembre, festa dell’esaltazione della Santa Croce

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 3,13-17.

Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorchè il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo. 
E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 
perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». 
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. 

Meditazione del giorno

Omelia greca del IV secolo 
Sulla Santa Pasqua, 51, 63 ; PG 59, 743, SC 27

(ispirata da un’omelia persa di Ippolito) 

« Eppure nessuno è mai salito al cielo,
fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo. »

L’albero della croce è per me quello dell’eterna salvezza. Mi nutre e ne faccio la mia delizia. Metto le radici attraverso le sue radici, e attraverso i suoi rami mi estendo; la sua rugiada mi purifica e il suo soffio, come un vento delizioso, mi rende fecondo. Nella sua ombra ho piantato la mia tenda e, fuggendo i forti caldi, vi trovo una ventata di fresco. È dai suoi fiori che fiorisco e dei suoi frutti mi diletto; di questi frutti, che mi erano destinati fin dalle origini, ne gioisco senza limiti… Quando tremo davanti a Dio, quest’albero mi protegge; quando inciampo, è il mio appoggio; è il prezzo dei miei combattimenti e il trofeo delle mie vittorie. Esso è per me la strada stretta, il sentiero ripido, la scala di Giacobbe percorsa dagli angeli, in cima alla quale il Signore è veramente appoggiato (Mt 7,14; Gn 28,12).

Quest’albero dalle dimensioni celesti si è innalzato dalla terra fino ai cieli, pianta immortale fissata tra cielo e terra. Sostegno di tutte le cose, appoggio dell’universo, supporto del mondo abitato; esso abbraccia il cosmo e mette insieme i vari elementi della natura umana. È lui stesso tenuto insieme dai tasselli  invisibili dello Spirito per non vacillare nel suo adattamento al divino. Toccando con la sua cima la sommità dei cieli, rassodando la terra con i suoi piedi e circondando con le sue immense braccia gli innumerevoli spazi dell’atmosfera, è tutto in tutti e ovunque…

Stat Crux dum volvitur orbis

Ci mancava poco a che l’universo fosse annientato, preso dal terrore davanti alla Passione, se il grande Gesù non avesse infuso lo Spirito divino dicendo: «Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito» (Lc 23,46)…

Tutto era scosso, ma quando lo Spirito divino è risalito, l’universo, in qualche modo, è stato rianimato, vivificato, e ha ritrovato una stabilità fissa. Dio riempiva tutto ovunque e la crocefissione si estendeva attraverso tutte le cose.

Esaltazione della Santa Croce
Esaltazione della Santa Croce

Non sprechiamo!

Cristo dice: «Quando preghi, entra nella tua cameretta e, chiusa la porta, rivolgi la preghiera al Padre tuo che è nel segreto; Egli … te ne darà la ricompensa» (Matteo 6,6)

Più volte nel Vangelo Gesù dice di non sprecare parole; il Padre vuole che ci rivolgiamo a Lui, per mostrargli il nostro amore, ma non servono discorsi e teologie complicate, basta la preghiera del Padre Nostro a contenere tutto ciò di cui abbiamo bisogno. La sua grazia, la capacità e la gioia di condividere, la capacità di perdonare e di sentirsi perdonati (spesso questa seconda ocsa è assai più difficie della prima).

Il vostro parlare sia si, si, no, no; il di più viene dal maligno; il maligno, il principe di questo mondo punta a confonderci, a farci credere che ci sono tante cose da ricercare, che mille e ancora mille sono i nostri bisogni. La pubblicità, il consumismo fanno proprio questo, in un certo senso sono i nostri demoni quotidiani, i nostri tentatori. Ci fanno credere che ‘dobbiamo’ cercare questo e quello. Mentre anche su questo Gesù è lapidario: cercate il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù… E chi cercherebbe altro, se vivesse nel regno di Dio? Tutto il resto “è” sovrappiù!

Per fare un esempio sul sovrappiù, la necessità di produrre energia nucleare è sovrappiù. E’ un sovrappiù di energia che non ci serve, spesso le centrali tradizionali sono ferme perchè non sanno dove mettere l’energia. E’ un sovrappiù di scorie che durano oltre ogni vita umana e che non sappiamo dove conservare nè come smaltire. E’ un sovrappiù di irresponsabilità verso la creazione che ci è stata donata di cui non saremo noi a pagare lo scotto, ma i nostri figli ed i nostri nipoti.

Allora non sprechiamo parole, non sprechiamo energia, non sprechiamo acqua, non sprechiamo la grazia che l’Eterno ogni giorno ci dona. Amen.

La Parola del giorno

Gesù disse: «Riponi la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, periranno di spada» (Matteo 26,52)

La franchezza, la parresia del parlare evangelico e la non violenza sono le uniche ‘armi’ ammessa. Con buona pace dei crociati di tutte le ere e di tutte le fedi.

Un giorno, una Parola, 3 giugno 2011

Gesù dice: «Chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli» (Matteo 10,33)

Non dobbiamo vergognarci di testimoniare la nostra fede, non dobbiamo avere paura di annunciare con i gesti e con le parole l’Evangelo di salvezza.

Se pure ci mancassero le parole, o ci difettassero i discorsi, Ci ha detto, sarà lo Spirito stesso a suggerirci cosa dire, o magari ci suggerirà di restare in silenzio, perchè non sempre le parole servono…