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Tradurre, tradire, uomo, donna, maschio, femmina (Genesi 2,18-25)

Post di aprile 2015. Lo ripubblico per chi mi ha chiesto altre informazioni sulla creazione dell’uomo e della donna oltre a quelle contenute nella meditazione della scorsa settimana.

uomo donna maschio femmina

Dal libro della Genesi, capitolo 2

18 Poi Dio il Signore disse: «Non è bene che l’uomo sia solo; io gli farò un aiuto che sia adatto a lui». 19 Dio il Signore, avendo formato dalla terra tutti gli animali dei campi e tutti gli uccelli del cielo, li condusse all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati, e perché ogni essere vivente portasse il nome che l’uomo gli avrebbe dato. 20 L’uomo diede dei nomi a tutto il bestiame, agli uccelli del cielo e ad ogni animale dei campi; ma per l’uomo non si trovò un aiuto che fosse adatto a lui. 21 Allora Dio il Signore fece cadere un profondo sonno sull’uomo, che si addormentò; prese una delle costole di lui, e richiuse la carne al posto d’essa. 22 Dio il Signore, con la costola che aveva tolta all’uomo, formò una donna e la condusse all’uomo. 23 L’uomo disse: «Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Ella sarà chiamata donna perché è stata tratta dall’uomo». 24 Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una stessa carne. 25 L’uomo e sua moglie erano entrambi nudi e non ne avevano vergogna.

uomo donna maschio femmina
Tradurre, si sa, si dice, è un po’ tradire.

Perchè la lingua in cui è stata pensata e poi scritta una cosa è in qualche modo irriproducibile in modo perfettamente corretto in un altra.

Questo brano (Genesi 2,18-25) è proposto dalla prima lettura di oggi del lezionario in uso nella chiesa cristiana cattolica. Come noto Genesi 2 è il cosiddetto secondo racconto della Creazione. Il primo (che tuttavia secondo gli esegeti venne scritto dopo) si trova in Genesi 1 ed ha il corrispondente di questo brano, specie del versetto 2,23 nel versetto 1,27: “Dio creò l’uomo [ADAM] a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; creò maschio (ZAKAR) e femmina (NEKEBAH).“.

Nelle immagini trovate il testo ebraico originale con relativa traduzione nell’edizione che personalmente utilizzo per studio, “Bibbia Ebraica curata da Rav. Dario Disegni- Pentateuco e Haftaroth“, edizione Giuntina 1995.

Come potete vedere, l’uomo (ADAM) riconosce se stesso nelle sue due metà (ISHA אשה) ed ISH איש), le definisce carne della mia carne ed ossa delle mie ossa.

La Cabala ebraica fa notare come ci siano delle lettere in comune (אש = ESH = fuoco) e delle lettere non in comune (י – ה) che “guarda caso” (ma non c’è nulla a caso nella Sacra Scrittura!) sono l’iniziale e la finale del sacro tetragramma con cui viene nominato l’Eterno stesso.

Esiste tra maschio e femmina, tra ISH ed ISHA, come parte di uno stesso ADAM, come un fuoco che li porta uno verso l’altra (l’attrazione sessuale) ed esiste un livello di unione, il matrimonio, la casa comune, il focolare che essi creano quando si uniscono. Unendosi mettono in comune le lettere “diverse”, ed accendono la scintilla divina del Creatore; tutto questo si concretizza nella generazione dei figli, dono del Signore ad ISH ed ISHA per la perpetuazione dell’ADAM.

Da tutto questo deriva:

– esiste una umanità in comune tra tutti, tutti siamo ADAM, creature umane;

– esistono due generi differenti, ISH ed ISHA, uomo e ‘uoma’, maschio e femmina;

– questi due generi, pur avendo ruoli differenti nella Creazione hanno assoluta pari dignità; sono parimenti ADAM; la donna nasce dal fianco di Adamo non dai piedi per essere calpestata o dalla testa per essere superiore ma dal fianco per stargli vicino, essi si completano;

– esiste una naturale attrazione, come un fuoco, tra ISH ed ISHA;

– la loro unione li rende capaci di accendere la scintilla divina della vita.

E’ interessante anche dare una rapida occhiata a Genesi 1,27, scritto successivamente a Genesi 2, in una sorta di riflessione, ricapitolazione teologica sul primo racconto della Creazione. Lì, dicevo, maschio e femmina sono ZAKAR (notare l’analogia con il verbo ZEKER che indica il ricordare, il fare memoria) e NEKEVAH.

Il maschio ha il compito del ricordare, nell’aver ricevuto e quindi nel trasmettere tramite il seme alla generazione seguente quello che ha avuto come bagaglio. Per indicare la femmina si usa il termine che indica la fessura, l’incisione da cui nasce la vita. Il riferimento anatomico è evidente. In termine di nascita è la femmina ad avere il controllo assoluto della situazione. Anche qui, diversità funzionali, necessità dell’uno all’altra e viceversa per la generazione secondo il disegno del Creatore.

3 Quand’io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai disposte, 4 che cos’è l’uomo perché tu lo ricordi? Il figlio dell’uomo perché te ne prenda cura? 5 Eppure tu l’hai fatto solo di poco inferiore a Dio, e l’hai coronato di gloria e d’onore.
(dal Salmo 8)

La Giornata della Memoria, in una preghiera

מודה אני לפניך מלך חי וקיים שהחזרת בי נשמתי בחמלה, רבה אמונתך.

Modeh ani lifanekha melekh hai v’kayam shehehezarta bi nishmahti b’hemla, raba emunatekha.

“Ti rendo grazie, o Re Vivente ed Eterno, per avermi restituito l’anima con compassione; abbondante è la Tua fedeltà!”

(Preghiera del risveglio)

Questa preghiera ebraica, antichissima, che ogni creatura umana è chiamata a recitare al risveglio, forse è l’unico vero ‘antidoto’ al ripetersi di eventi come la Shoah.

Il ricordo che la vita non è nostra, non è un nostro possesso, è solo un qualcosa per cui dobbiamo ringraziare un Altro da noi.

Ogni respiro, ogni anelito di vita dipende da Lui. Tutto ciò che di buono compiamo o possiamo compiere possiamo farlo solo per la sua grazia. Tutto ciò che compiamo di cattivo o di malvagio è solo sintomo del nostro da Lui allontanarci, per dare il primato ad altro, o ad altri.

Non bastano le foto, le storie, i libri, i racconti, la cultura; l’accumulare semi (questa per me è la cultura) non basta.
Ho conosciuto persone con montagne di semi accumulati.
Semi ben riposti nel punto più nascosto dei granai della loro vita. Semi sterili, semi secchi, semi inutili alla fine, perchè dimenticati, o piantati nel momento e nel luogo meno opportuni.

Per usare la lingua tedesca, non basta la kultur, occorre essere capaci di bildung, di formare, di costruire, di educare, di tirare fuori questi semi e di farli crescere nella vita delle persone, ogni giorno.

Tutte queste giornate speciali somigliano sempre più a dei compleanni in cui ti regalano un bel mazzo di fiori recisi; sgargianti, colorati, ti fanno pensare ad altro, ti profumano la vita per un giorno o due, a volte anche per una settimana.
Della vita morta colorata per l’occasione, ma che alla fine inevitabilmente si rivela per quello che è nell’odore rancido dell’acqua in cui hai posto quel mazzo, nel decomporsi dei gambi e dei petali.

Occorre essere capaci di bildung, di costruire, di formare; e per costruire occorre per prima cosa sapere su che cosa, meglio , su chi ci si fonda.

Chi si fonda, ed aiuta gli altri a fondarsi sul Re Vivente ed Eterno, ha almeno la speranza, un giorno, di imparare a poterlo fare, come meglio gli sarà possibile, quanto e come gli consentirà il suo peccato.

Chi si fonda su altro, potrà ammantarlo di bei colori, di bei profumi, di belle sensazioni, che dureranno quello che durano tutte le cose che l’uomo costruisce per se stesso.
Lo spazio di un mattino e di una sera, poi subito sfioriscono e muoiono.

Perchè l’uomo può solo commiserarsi.
Solo l’Eterno, benedetto Egli sia, è capace di vera compassione.
E solo chi fida solo nell’Eterno può sperare di non offenderlo di nuovo. E compiere gesti di bildung, di costruzione dell’uomo nuovo. consapevole che  questa ha bisogno di lui, ma da lui alla fine non dipende.

Ti rendo grazie o Eterno per avermi restituito l'anima

Uno accanto all’altro, il Nome di Dio

Quando ero un ragazzino il signor maestro stava insegnandomi a leggere.

Una volta mi mostrò nel libro delle preghiere due minuscole lettere, simili a due puntini quadrati. E mi disse: Vedi, Uri, queste due lettere, una accanto all’altra? E’ il monogramma del nome di Dio; e, ovunque, scorgi insieme questi due puntini, devi pronunciare il nome di Dio, anche se non è scritto per intero.

Continuammo a leggere con il maestro, finché non trovammo, alla fine di una frase, i due punti. Erano ugualmente due punti quadrati, solo non uno accanto all’altro, ma uno sotto l’altro. Pensai che si trattasse del monogramma di Dio, perciò pronunciai il suo nome.

Il maestro mi disse però: No, no, Uri. Quel segno non indica il nome di Dio. Solo là dove i puntini sono a fianco l’uno dell’altro, dove uno vede nell’altro un compagno a lui uguale, solo là c’è il nome di Dio.

Ma dove i puntini sono uno sotto e l’altro sopra il primo, là non c’è il nome di Dio.

da un Midrash

Solo là dove i puntini sono a fianco l’uno dell’altro, dove uno vede nell’altro un compagno a lui uguale, solo là c’è il nome di Dio.

Rosh haShana 5777

Rosh haShana (in ebraico ראש השנה, letteralmente capo dell’anno) è il capodanno religioso, uno dei tre previsti nel calendario ebraico.

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Rosh haShana è il capodanno cui fanno riferimento i contratti legali, per la cura degli animali e per il popolo ebraico. La Mishnah indica in questo capodanno quello in base al quale calcolare la progressione degli anni e quindi anche per il calcolo dell’anno sabbatico e del giubileo.

Nella Torah vi si fa riferimento definendolo “il giorno del suono dello Shofar” (Yom Terua, Levitico 23:24). La letteratura rabbinica e la liturgia descrivono Rosh haShana come il “Giorno del giudizio” (Yom ha-Din) ed il “Giorno del ricordo” (Yom ha-Zikkaron).

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Nei midrashim si racconta di Dio che si siede sul trono, di fronte a lui i libri che raccolgono la storia dell’umanità (non solo del popolo ebraico). Ogni singola persona viene presa in esame per decidere se meriti il perdono o meno.

La decisione, però, verrà ratificata solo in occasione di Yom Kippur. È per questo che i 10 giorni che separano queste due festività sono chiamate i 10 giorni penitenziali. In questi 10 giorni è dovere di ogni ebreo compiere un’analisi del proprio anno ed individuare tutte le trasgressioni compiute nei confronti dei precetti ebraici. Ma l’uomo è rispettoso anche verso il proprio prossimo. Ancora più importante, allora, è l’analisi dei torti che si sono fatti nei confronti dei propri conoscenti. Una volta riconosciuto con sé stessi di aver agito in maniera scorretta, occorre chiedere il perdono del danneggiato. Quest’ultimo ha il dovere di offrire il proprio perdono. Solo in casi particolari ha la facoltà di negarlo. È con l’anima del penitente che si affronta lo Yom Kippur.

La festa dura 2 giorni sia in Israele che in diaspora, ma è una tradizione recente. Esistono infatti testimonianze di come a Gerusalemme si festeggiasse solo il primo giorno ancora nel XIII secolo. Le scritture recano il precetto dell’osservanza di un solo giorno. È per questo che alcune correnti dell’ebraismo, tra le quali i Karaiti, festeggiano solo il primo. L’ebraismo ortodosso e quello conservativo, invece, li festeggiano entrambi.

Nel 2016 il Capodanno Ebraico sarà la notte tra il 2 ed il 3 Ottobre, momento dal quale iniziano i 10 giorni penitenziali durante i quali tutti gli Ebrei prendono coscienza delle proprie azioni dell’anno appena terminato e chiedono perdono a Dio.

Sarà il capodanno Ebraico n° 5777.

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Tra le altre usanze legate al Capodanno ebraico c’è il Tashlich (nel pomeriggio precedente al primo giorno): gli ebrei lanciano degli oggetti vecchi in uno specchio d’acqua per liberarsi dai peccati.

La cena della prima sera di Rosh haShana è detta Seder di Rosh haShanà; durante questa cena, assieme alla recitazione di piccole formule di preghiera, si usa consumare sia qualcosa di dolce (tipica la mela intinta nel miele), sia cibi che diano l’idea di molteplicità, come il melograno, per augurarsi un anno dolce e prospero.
Tra i vari piatti che si servono durante questa cena, differenti nelle varie tradizioni, è una costante la presenza di qualche parte di animale che faccia parte della testa, a simboleggiare il capo dell’anno. Solitamente viene portata in tavola anche una forma di pane (challa) tonda, a simboleggiare la circolarità dell’anno.

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Nel pasto della seconda sera, col secondo Seder come il primo, vengono servite più varietà possibili di frutta, perché vengano incluse nella benedizione di shehecheyanu (la benedizione che si recita la prima volta che si assaggia qualcosa nell’anno).

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Guai a me se non evangelizzassi!

Un ottimo contributo del pastore Paolo Castellina centrato sulla predicazione della Parola di Dio.

Parola dell'EternoGli scritti confessionali della Riforma sono un tesoro di sapienza biblica e saggezza che dobbiamo conoscere e valorizzare per salvaguardare nella nostra generazione l’integrità ed efficacia del ministero cristiano. Un prezioso documento dei Canoni di Westminster (1646) ha per titolo “Istruzioni sul culto pubblico”. Ve ne propongo la sezione sulla predicazione della Parola. Esso mette in evidenza di come il ministro di Dio debba avere la consapevolezza che essa è finalizzata alla salvezza sua e di quelli che lo ascoltano e che debba essere in buona misura qualificato per tanto gravoso servizio avendo esercitato in esse i suoi sensi e cuore ben più degli altri credenti. Egli deve coltivare e migliorare nella sua preparazione privata prima di poter esporre in pubblico ciò che è chiamato a comunicare. Deve sforzarsi di esporre la Scrittura in modo tale che i suoi uditori possano sentire che la Parola di Dio è viva e potente, che penetra nei cuori e nelle intenzioni del cuore, tanto che se fosse presente un qualsiasi incredulo o persona ignorante, egli vi veda rivelati i segreti del suo cuore, e così dia gloria a Dio. La predicazione può e deve avere diverso carattere: istruzione e informazione; confutare false dottrine; esortazione, biasimo e riprensione; conforto e stimolo all’esame di sé stessi. Il predicatore deve avere diligenza, chiarezza e fedeltà, saggezza, serietà, amorevole affetto, come pure la ferma persuasione di insegnare la verità di Cristo.

Una mente rinnovata: La Predicazione della Parola: una delle opere più grandi ed eccellenti del ministero dell’Evangelo.

Appello peloso

Il solito appello ‘peloso’ della sinistra che trasuda antisemitismo da tutti i pori, da qualsiasi parte lo si osservi. Nessuna citazione del diritto di Israele ad esistere, a vivere in sicurezza, a veder rispettati i propri cittadini, a poter combattere il terrorismo.

Appello al premier Matteo Renzi per fermare le bombe su Gaza da parte di 82 fra intellettuali, attori, coreografi, registi, autori, ricercatori, educatori, musicisti, professori che hanno aderito subito alla raccolta firme, partita su iniziativa dell’attrice Daniela Giordano. Dai fratelli Taviani a Moni Ovadia, Massimo Dapporto, Leo Gullotta, Valeria Golino, Alba Rohrwacher, Dacia Maraini, Mario Martone, Emma Dante, il gruppo musical dei Modena City Ramblers, Gianluca Tavarelli e Gigi Dall’Aglio, tutti sono firmatari di una lettera indirizzata al Presidente del Consiglio per chiedere “un impegno del governo italiano teso alla cessazione delle ostilità da parte israeliana ed il ritiro delle truppe di Netanyahu dalla Striscia di Gaza”.
Questo, in dettaglio, il contenuto del messaggio:

“Gentile signor Presidente, in questi giorni , in queste ore, il governo di Israele guidato dal suo premier Netanyahu, ha deciso un’azione militare con impegno massiccio di armi di mezzi e di uomini, invadendo di fatto e facendo guerra nei territori della Striscia di Gaza, contro la popolazione palestinese che li abita. Azione militare tesa a una radicale distruzione di vite umane e di infrastrutture civili essenziali, come scuole e ospedali, incluse alcune poste sotto l’autorità dell’Onu. Un’azione che deve essere condannata senza ”se” e senza ”ma””. E ancora: “Chiediamo che il nostro governo che Lei rappresenta, per nostro conto e nostra voce, si faccia promotore di una campagna internazionale tesa a imporre a Israele un immediato cessate il fuoco, la fine dell’assedio di Gaza e il completo ritiro dalle zone occupate, dando spazio unicamente al dialogo, per giungere alla soluzione, non più procrastinabile, della piena sovranità e il rispetto dei diritti del popolo palestinese. Chiediamo vivamente a Lei e al suo governo, una presa di coscienza e di responsabilità umana e politica, capace di essere motore e ragione di un reale cambiamento, capace di superare ‘le opportunità’ politiche e di cogliere la necessità, per il martoriato popolo palestinese, di poter vivere in pace e giustizia”. (Adnkronos)

Se ti dimentico, Gerusalemme…

Salmo 137

5 Se ti dimentico, Gerusalemme,
si paralizzi la mia destra;
6 resti la mia lingua attaccata al palato,
se io non mi ricordo di te,
se non metto Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia.

Gerusalemme1

Quando D-o cercò di distruggere il Tempio, disse: “Finché Io risiedo nel suo centro, le nazioni del mondo non lo toccheranno; ma chiuderò i miei occhi come per non vederlo”. Poi giunse il nemico e lo distrusse. D-o disse: “Tristezza per la mia casa! Figli miei, dove siete? Cosa farò di voi, dal momento che vi ho avvertiti, ma non vi pentiste!”. D-o disse a Geremia: “Sono ora come un uomo che aveva un solo figlio per il quale preparò un baldacchino nuziale ma il figlio morì sotto di que sto. Andate, convocate Abramo, Isacco, Giacobbe e Mosè dalle loro tombe, perché loro sanno come piangere. Andate, e dalle rive del Giordano, intonate le vostre voci nel grido “Figlio di Amram, figlio di Amram, alzati e guarda il tuo popolo che i nemici hanno distrutto”.

Geremia andò alla grotta di Machpelà e disse ai patriarchi del mondo: “Alzatevi, è venuto il momento in cui è richiesta la vostra presenza di fronte al Santo dei Santi, benedetto Egli sia”. “A che proposito?” chiesero. Disse che non lo sapeva, temendo che potessero dire “Una tale cosa è avvenuta ai nostri figli nella tua epoca!”.

Geremia li lasciò e dalle rive del Giordano chiamò: “Figlio di Amram, figlio di Amram, alzati: è giunto il momento in cui è richiesta la tua presenza, di fronte al Santo dei Santi, benedetto Egli sia”. Quando Mosè gliene chiese la ragione, Geremia rispose che non lo sapeva. Mosè chiese quindi agli angeli, che risposero: “Figlio di Amram, non sai che il Tempio è distrutto e che Israele è in esilio?”. Egli pianse a voce alta finché raggiunse i patriarchi.

Abramo parlò dinanzi al Santo dei Santi, benedetto Egli sia: “Sovrano dell’Universo, perché hai esiliato i miei figli e li hai sparsi in nazioni pagane che li hanno condannati a morte e hanno distrutto il Tempio, il luogo in cui offrii mio figlio Isacco di fronte a Te?”. D-o rispose ad Abramo: “I tuoi figli hanno peccato e trasgredito contro tutta la Torà. Che la Torà venga a testimoniare contro Israele”.

Quando la Torà venne a testimoniare, Abramo disse: “Figlia mia, sei venuta a testimoniare contro Israele perché ha trasgredito i tuoi comandamenti e non te ne vergogni? Ricorda il giorno in cui D-o ti offrì ad ogni nazione sulla terra, ma esse rifiutarono di accettarti, mentre i miei figli ti accettarono con gioia. Ed ora tu vieni a testimoniare contro di loro nel giorno del loro dolore!”. Quando la Torà udì ciò, fece un passo indietro e non testimoniò contro di loro.

Mosè disse a Geremia: “Cammina davanti a me, perché possa andare a vedere ciò che è successo loro”. Geremia rispose: “È per me impossibile camminare lungo la strada per via dei cadaveri”.

“Tuttavia, andiamo” disse Mosè. Andò con Geremia, e il profeta indicò la via finché arrivarono ai fiumi di Babilonia. Quando gli esiliati videro Mosè, dissero l’un l’altro: “Il figlio di Amram è venuto dalla tomba per riscattarci dalle mani dei nostri avversari”.

Una voce celeste venne ad annunciare: “Questo decreto proviene da Me”. Quindi Mosè disse loro: “Figli miei, non è ora possibile portarvi indietro perché così è stato decretato, ma l’Onnipotente vi porterà indietro quanto prima.

Quando Mosè venne dai patriarchi del mondo, gli chiesero: “Che cosa ha fatto il nemico ai nostri figli?” Egli rispose: “Alcuni di loro furono uccisi; le mani di altri furono legate dietro le loro schiene; alcuni furono incatenati; altri denudati; alcuni morirono durante il cammino e i loro cadaveri divennero cibo per uccelli e bestie; altri furono esposti al sole, affamati ed assetati”. Udendo ciò, tutti cominciarono a piangere e a lamentarsi.

Mosè alzò la voce dicendo: “Maledetto sole! Perché non ti sei oscurato quando il nemico è entrato nel Tempio? O vincitori, vi prego, non sterminate completamente il mio popolo, non uccidete un figlio di fronte a suo padre né una figlia in presenza di sua madre. Verrà un giorno in cui il Signore del cielo vi chiederà un resoconto”.

Rachele scoppiò in lamenti commoventi: “Sovrano dell’Universo”, Tu sai che il tuo servitore Giacobbe mi ha tanto amato e faticò per me sette anni. Quando trascorsero i sette anni giunse il tempo per il mio matrimonio, mio padre mi sostituì con mia sorella. Non tenni conto del mio desiderio ed ebbi pietà di mia sorella perché non fosse esposta vergogna. La sera le rivelai tutti i segni segreti che avevo convenuto con Giacobbe, perché egli non avesse dubbi di stare con me. Fui buona con lei. Non ero gelosa di lei e non la esposi a vergogna. E se io, una creatura di carne e sangue, formata di polvere e cenere, non invidiavo la mia rivale, e non la esposi a vergogna e riprovazione, perché dovresti tu, eterno e misericordioso Re, essere geloso di idoli che sono assolutamente irreali? Perché mandi in esilio i miei figli e lasci che siano assassinati dalla spada?”.

La misericordia divina fu colpita, ed Egli disse: “Per tuo merito, o Rachele, riporterò il popolo di Israele alla sua terra”. È scritto in Geremia: “ Si sente una voce in Ramà, un lamento e un pianto: Rachele: piange per i suoi figli in esilio. Così dice il Signore: “Smetti di piangere; la tua opera sarà ricompensata ed essi torneranno dalla terra del nemico. C’è speranza per il tuo futuro. I tuoi figli torneranno alla loro terra”.

Tratto dal Midrash