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Lettera al maestro di mio figlio di Abraham Lincoln

Letta oggi prima dell’inizio delle lezioni nella nuova scuola di mia figlia Sara, che oggi parte con l’avventura delle scuole medie inferiori.

Lettera al maestro di mio figlio di Abraham Lincoln
Lettera al maestro di mio figlio di Abraham Lincoln

Il testo della lettera

Caro professore, insegni al mio ragazzo che non tutti gli uomini sono giusti, non tutti dicono la verità; ma la prego di dirgli pure che per ogni malvagio c’è un eroe, per ogni egoista c’è un leader generoso. Gli insegni, per favore, che per ogni nemico ci sarà anche un amico e gli faccia capire che vale molto più una moneta guadagnata con il lavoro che una moneta trovata. Gli insegni a perdere, ma anche a saper godere della vittoria, lo allontani dall’invidia e gli faccia riconoscere l’allegria profonda di un sorriso silenzioso.

Caro professore, insegni al mio ragazzo che non tutti gli uomini sono giusti, non tutti dicono la verità; ma la prego di dirgli pure che per ogni malvagio c’è un eroe, per ogni egoista c’è un leader generoso. Gli insegni, per favore, che per ogni nemico ci sarà anche un amico e gli faccia capire che vale molto più una moneta guadagnata con il lavoro che una moneta trovata. Gli insegni a perdere, ma anche a saper godere della vittoria, lo allontani dall’invidia e gli faccia riconoscere l’allegria profonda di un sorriso silenzioso.

Lo lasci meravigliare del contenuto dei suoi libri, ma gli conceda anche il tempo per distrarsi con gli uccelli nel cielo, i fiori nei campi, le colline e le valli. Nel gioco con gli amici, gli spieghi che è meglio una sconfitta onorevole di una vergognosa vittoria, gli insegni a credere in se stesso, anche se si ritrova solo contro tutti. Gli insegni ad essere gentile con i gentili e duro con i duri e gli faccia imparare a non accettare le cose solamente perché le hanno accettate anche gli altri. Gli insegni ad ascoltare tutti ma, nel momento della verità, a decidere da solo. Gli insegni a ridere quando è triste e gli spieghi che qualche volta anche i veri uomini piangono. Gli insegni ad ignorare le folle che chiedono sangue e lo esorti a combattere anche da solo contro tutti, quando è convinto di aver ragione. Lo tratti bene, ma non da bambino, perché solo con il fuoco si tempera l’acciaio.

Gli faccia conoscere il coraggio di essere impaziente e la pazienza di essere coraggioso. Gli trasmetta una fede sublime nel Creatore e gli insegni ad avere fiducia anche in se stesso, perché solo così può avere fiducia negli uomini. So che le chiedo molto, ma veda cosa può fare, caro maestro

Ricordando Tommaso, nel nome di mio padre, Giovanni

Il nome di mio padre

Il nome di mio padre era Giovanni. Giovanni Zacchi, fu Michele, come si diceva un tempo.

Mio padre festeggiava il compleanno il 3 luglio, e come secondo nome gli misero quello dell’Apostolo che la chiesa cattolica ricorda in questo giorno, Tommaso appunto.

Poi ne aveva altri due di nomi. Pio, come il Pontefice allora regnante e Maria, che nella mia famiglia veniva dato come terzo o quarto nome a tutti, maschi o femmina che fossero. Per ricordarci, così mi disse una volta mia nonna, che come Maria dovevamo conoscere, meditare ed obbedire alla Parola di Dio.

L’apostolo Tommaso

Ne racconta la storia il Vangelo secondo Giovanni:

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

(Giovanni 20:24-29)

Giovanni, Tommaso, il nome di mio padre
Giovanni, Tommaso, il nome di mio padre

La fede di Tommaso

La fede di Tommaso, potreste chiedervi? In effetti  a causa di questo racconto, letto spesso in modo superficiale, il nome di Tommaso è più spesso legato all’incredulità. Al fatto che egli non abbia creduto agli altri apostoli che gli dicevano di aver incontrato il Risorto e che abbia avuto bisogno di mettere le mani nelle ferite di Gesù per credere.

Diciamola tutta. Spesso ci ha fatto sentire migliori Tommaso. Perchè noi ci consideriamo tra quelli che hanno creduto senza aver visto direttamente nè il Risorto, nè le sue piaghe. Ci auto-includiamo tra i beati di cui parla Gesù.

La nostra fede tra parentesi

Ma lo siamo, davvero, tra quei beati? Crediamo davvero al Cristo fino in fondo? Curiamo le sue piaghe curando le piaghe dei nostri fratelli e le nostre sorelle?

E quando la nostra fede è messa alla prova, e lo è continuamente messa alla prova in un mondo stracolmo di idoli e di falsi profeti come questo, reagiamo nel modo giusto, testimoniando con franchezza e coraggio la nostra fede, oppure semplicemente ci scansiamo e passiamo oltre, magari adducendo come scusa gradita il “rispettare” l’altro e le sue credenze?

E’ rispettare l’altro, mi chiedo sempre più spesso, lasciarlo perseverare nel proprio errore? E’ essere beati mettere “tra parentesi” o in secondo piano la propria fede per “non disturbare” il vicino?

Le dita di Tommaso si infilano nelle piaghe del Signore. La sua fede si infila e si nutre del corpo e del sangue del Signore. E la nostra? C’è nutrimento tra le parentesi?

Mio padre Giovanni, ricordo il suo corpo

Mio padre Giovanni credeva. Era un peccatore, come me, come Tommaso. A volte riusciva a fare come Giovanni, il discepolo che Egli amava, e si tratteneva sotto la Croce. Altre volte, assai più spesso, come Tommaso, come Pietro, come i Dodici, fuggiva, si allontanava, faceva finta di non conoscere il Signore.

Ma invariabilmente, sempre da Lui tornava. Sapeva che solo da Lui poteva tornare. Sapeva che solo tra le sue braccia avrebbe trovato la pace.

Ricordo gli ultimi giorni della sua vita, in coma, all’ospedale San Camillo, intubato e silenzioso. Ricordo, come se fosse ieri, l’ultimo giorno che l’ho visto (sarebbe tornato al Padre quella notte), e ho carezzato le sue mani, le sue piaghe, causate dall’immobilità forzata nel letto.

Ricordo la corona del rosario che mia madre mise tra le sue mani. A sottolineare che, come Maria, come ogni donna ed ogni uomo credente, la salvezza per noi, la sola salvezza, è abbandonarci alla fede nella volontà del Padre che ti dice di seguire la Sua volontà (Fiat…), sforzarci di essere alla sequela del Figlio come servi che obbediscono (…fate tutto quello che vi dirà…), lasciare che sia lo Spirito a fare per conto nostro le cose grandi di cui spesso la nostra povera fede non è capace.

Ciao babbo! Quando il Signore vorrà ci rivediamo!

No alla maternità surrogata

No alla maternità surrogata – perchè questo post?

Perchè i maggiori media, televisivi, cartacei e altro, hanno volutamente ignorato questa manifestazione, contro il pensiero unico che si vuole imporre con la censura e con tutti i mezzi possibili.

Riprendo per la massima parte i contenuti di questo post dalla newsletter “Guida alla settimana” del sito Evangelici.Net.

Iscriversi alla newsletter è gratuito e semplice, basta inviare una mail a notizie@evangelici.net con oggetto “Iscrizione Guida alla settimana”. Anche solo per provare: se poi non vi interessa, scrivete una mail (con oggetto “cancellazione”) e non vi disturberanno più.

No alla maternità surrogata – la manifestazione alla Camera

Giovedì alla Camera dei Deputati si è svolta un’iniziativa poco enfatizzata sui giornali: una manifestazione trasversale per dire “no” alla maternità surrogata.

Una varietà di voci che hanno affrontato l’argomento dal punto di vista umano, etico, legale, per dare poi forma a un documento indirizzato all’Onu dove si sottolinea come la gestazione per altri sia «incompatibile con il rispetto dei diritti umani e della dignità delle donne».

No alla maternità surrogata -L’intervento del ministro Lorenzin

Del resto, ha ribadito al convegno il Ministro della salute, Beatrice Lorenzin, «l’utero in affitto è un commercio, una pratica antica con mezzi nuovi. Il giorno in cui vedrò una donna ricca, bianca, occidentale fare da portatrice in utero per una donna povera, indiana, sterile, allora mi ricrederò e ammetterò che può essere solidaristico».

E, ha aggiunto, «mai avrei immaginato che il principio di mater sempre certa potesse un giorno essere messo in discussione in nome di sofisticati ragionamenti che vogliono annullare la natura».

No alla maternità surrogata – L’intervento della filosofa Sylviane Agacinski

Contro la pratica dell’utero in affitto si è espressa anche la filosofa Sylviane Agacinski, che in un intervento riportato dall’Osservatore romano rileva come «la dignità, nozione al tempo stesso etica e giuridica, significa che ogni persona ha un valore intrinseco e che, contrariamente alle cose, contrariamente ai beni scambiabili, essa non ha equivalenti e non può aver alcun prezzo. In quanto soggetto di diritti, l’essere umano deve dunque essere rispettato nella sua integrità morale e fisica».

La gestazione per altri infatti è frutto di un contratto che «equipara unicamente e semplicemente la donna e il bambino a beni».

La pratica si basa su due concezioni inaccettabili, scrive ancora Agacinski: «la prima è una concezione dualista della persona. L’individuo è ridotto alla sua volontà, mentre il suo corpo è un organismo biologico di cui disporrebbe a suo piacimento, per suo conto o per conto terzi», mentre «la seconda è una concezione iper-liberale dell’economia e della società.

No alla maternità surrogata – Una pratica del tutto illegittima

Secondo tale concezione, la legittimità dei contratti poggia sul solo consenso dei contraenti e dunque sulla loro pretesa libertà individuale»; ne discende che «il consenso della persona, in quanto proprietaria, giustifica allora qualsiasi contratto, e quindi qualsiasi mercato, compreso quello degli organi tra viventi».

A tale prospettiva, risponde Agacinski, «si deve contrapporre il ruolo civilizzatore del diritto», capace di regolare i rapporti e i diritti andando oltre i contratti, resistendo e rifiutando «l’ampliamento senza limiti di un mercato che s’impossesserebbe di tutto e di tutti».

No alla maternità surrogata
No alla maternità surrogata

La zia Sara, sorella di mamma e sorella di fede

Zia Sara

Parto dalla foto per presentarvi mia zia Sara, la sorella maggiore di mia mamma, classe 1932. La foto è del 1967, Il bimbo biondo con la maglia rossa sono io, avevo quattro anni. La bimba per terra col cappellino bianco è mia sorella Laura, due anni, quella in piedi mia cugina Fabia, che di anni ne aveva tre.

Mia zia non ha avuto figli, non si è mai sposata, ma volentieri si prendeva cura di noi, che abitavamo a Roma come lei, e dei figli dei fratelli, quando venivano in vacanza o in visita nella Città Eterna.

Le piaceva raccontarci le favole; non solo quelle tradizionali, spesso se le inventava lei di sana pianta, o modificava l’originale procurandoci degli inaspettati “colpi di scena” che a noi bambini piacevano tantissimo (ho ripreso da lei, e quando era piccola facevo lo stesso con mia figlia Sara).

La foto è scattata al Gianicolo, non so se prima o dopo aver visto lo spettacolo del teatro dei burattini nel giardino vicino al punto panoramico principale.

Zia Sara è stata una vera e propria seconda mamma per me.

La mia di mamma, Maria Grazia, Graziella come la chiamava lei, è tornata alla casa del Padre l’8 marzo di tre anni fa, con grandissima sofferenza anche per lei, che è sempre stata un po’ malandata di salute e che pensava che per questo motivo, e per i cinque anni di più, sarebbe toccato prima a lei risalire al cielo.
Ancora a volte me lo ripete.

Gli ultimi anni abitava da sola, a Cerveteri, vicino Roma, in una piccola casa presa in affitto dopo la pensione. Poi si è resa conto che non riusciva più a farcela da sola e mi ha chiesto di aiutarla a trovare un pensionato a Roma, vicino casa mia. Ora si trova, e molto bene vedo, in una casa di riposo gestita da religiose a cinquecento metri in linea d’aria da dove abitiamo noi.

Oltre che una seconda mamma è stata una delle mie prime catechiste. Una donna di grandissima fede, cristiana cattolica, terziaria francescana, dedicava tutto il tempo libero che riusciva a ritagliarsi, da giovane e oltre, all’assistenza agli anziani di un cronicario a Trastevere, alla preghiera delle Ore, alla lettura quotidiana della Bibbia.
Scrivevo nel post precedente che la prima Bibbia completa che ho posseduto, con il commento di Fulvio Nardoni, me la regalò lei.

Ora ci vediamo molto spesso. Mi prendo cura di lei e dei suoi bisogni, come avrei fatto con mia madre, assieme ai miei fratelli, se fosse vissuta oltre; ma al di là della spesa, o dell’andare in banca o alla posta o alla ASL o altrove per suo conto, il momento più bello che abbiamo in comune è il culto, la messa della domenica mattina, cui partecipiamo assieme. Ed è bellissimo, ci ho fatto caso anche stamani, come entrambi all’ingresso in chiesa ci cerchiamo uno con l’altra con lo sguardo. Un sorriso, poi ci mettiamo a sedere.

Ascoltiamo la Parola di Dio, poi io le porto il foglio con le letture bibliche per la settimana o del mese, a volte le commentiamo assieme. Legge tanto anche lei. Ora i suoi libri sono “ospitati” nella camera di mia figlia, che porta il suo stesso nome. “Come stanno Antonella e Sara piccola?” è quasi sempre la prima domanda che mi rivolge quando usciamo dalla chiesa.

Ha tutta la collezione completa dei libri della “Medusa”, Sara grande. Così ogni tanto mi vedo Sara piccola (lettrice appassionata pure lei, degna figlia e nipote) che viene da me con un libretto verde in mano e mi chiede: “Babbo questo lo posso leggere?” (l’ultimo, risposta positiva, “Don Chisciotte”).

Dicevo ad Antonella che quando vado lì, e parliamo, e ci guardiamo negli occhi, a volte mi sembra di vedere mia mamma. Del resto sono sorelle, e mentre crescevano con l’età si somigliavano sempre di più.

Ha 85 anni compiuti da poco, l’8 gennaio e sono felice di poter dire che non la vedevo così serena, sorridente, e così incline anche allo scherzare (lei che da più giovane è sempre stata molto “austera”) come in questi ultimi tempi. E spero che il Signore la lasci sazia di giorni e serena fino a quando vorrà che raggiunga l’amatissima sorella.