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Grazie a chi annuncia la Parola di Dio

Grazie a chi annuncia la Parola di Dio

«Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per  i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno» (1 Cor 15,3).

Chi mi conosce e mi legge sa che la Parola di Dio è il solo vero tesoro della mia vita. Non l’unico che amo o per cui provo affetto, ma il solo in cui ripongo la mia fede e la mia incondizionata fiducia.

Tutti gli amori e gli affetti terreni, mia moglie, mia figlia, i miei amici, quelli vivi e le persone care già nella pace del Signore, tutti derivano da quell’appassionato primo amore per Colui che è l’Origine della vita.

Perciò questo brevissimo post, per dire grazie a chi per primo mi ha insegnato ad amare la Parola di Dio, mio padre e mia madre, mia zia Sara, suor Anna Clara e suor Ester, don Gino, don Giuseppe e don Andrea, e per chi in particolare, oggi, non si stanca di annunciarmela e predicarmela in tante forme diverse. Paolo Castellina, Elpidio Pezzella, Angelo Colacrai, Giovanni Festa.

Confessioni cristiane diverse, ma identica passione per la Parola.

Grazie.

Grazie a chi annuncia
Grazie a chi annuncia

Mercoledì dell’Ottava di Pasqua, tre porte in Una

Mercoledì dell’Ottava di Pasqua, tre porte in Una

Χριστός ἀνέστη
Ἀληθῶς ἀνέστη

Il Signore è Risorto
E’ veramente Risorto

La Parola

Guarigione di uno zoppo
At 4:9-22; 9:32-35; 14:8-10

1 Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera dell’ora nona, 2 mentre si portava un uomo, zoppo fin dalla nascita, che ogni giorno deponevano presso la porta del tempio detta «Bella», per chiedere l’elemosina a quelli che entravano nel tempio. 3 Vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, egli chiese loro l’elemosina.

4 Pietro, con Giovanni, fissando gli occhi su di lui, disse: «Guardaci!» 5 Ed egli li guardava attentamente, aspettando di ricevere qualcosa da loro. 6 Ma Pietro disse: «Dell’argento e dell’oro io non ne ho; ma quello che ho, te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» 7 Lo prese per la mano destra, lo sollevò; e in quell’istante le piante dei piedi e le caviglie gli si rafforzarono. 8 E con un balzo si alzò in piedi e cominciò a camminare; ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio.

9 Tutto il popolo lo vide che camminava e lodava Dio; 10 e lo riconoscevano per colui che sedeva a chiedere l’elemosina alla porta «Bella» del tempio; e furono pieni di meraviglia e di stupore per quello che gli era accaduto. 11 Mentre quell’uomo teneva stretti a sé Pietro e Giovanni, tutto il popolo, stupito, accorse a loro al portico detto di Salomone.

Mercoledì dell'Ottava di Pasqua, tre porte in Una
Mercoledì dell’Ottava di Pasqua, tre porte in Una

Il commento

Guarigione in tre atti, quella dello storpio alla porta detta “Bella”.

Primo atto, primo momento, primo elemento. Porta della Presenza.
Si entra alla Presenza del Padre. 

Perchè “Bella”? Non semplicemente perchè era quella dove i poveri potevano chiedere l’elemosina a quelli che entravano nel tempio ma perchè si riteneva che la Skekhinah, la Presenza Divina, si manifestasse a questa porta e da questa porta, detta anche Porta d’OroSha’ar Harachamim,  ovvero Porta della Misericordia, secondo il profeta Ezechiele sarebbe transitato il Messia. In arabo è chiamata anche Porta della Vita Eterna.

1 Poi egli mi ricondusse verso la porta esterna del santuario, che guarda a oriente. Essa era chiusa. 2 Il SIGNORE mi disse: «Questa porta sarà chiusa; essa non si aprirà e nessuno entrerà per essa, poiché per essa è entrato il SIGNORE, Dio d’Israele; perciò rimarrà chiusa. 3 Quanto al principe, siccome è principe, potrà sedervi per mangiare il pane davanti al SIGNORE; egli entrerà per la via del vestibolo della porta e uscirà per la medesima via».

(Ezechiele 44)

Riepilogando, secondo la tradizione ebraica, quando il Tempio fu distrutto, la presenza divina (Shekhinah), che dimorava nel Sancta Sanctorum, se ne andò attraverso la Porta d’oro e proprio da lì rientrerà quando il Tempio sarà riedificato.
Secondo la tradizione cristiana lo stesso avverrà con il Secondo Avvento di Cristo mentre i Vangeli riportano come Gesù già fece attraverso questa porta il suoIngresso in Gerusalemme (Baioforos) il giorno della Domenica delle Palme.
Nel testo greco di Atti 3 la porta è indicata con il termine tecnico specifico di Oraia (Ωραια=bella), ossia quella porta che si trovava non all’entrata del recinto sacro, com’è oggi, bensì all’interno e precisamente nell’Atrio delle donne. Una cattiva traduzione dal greco al latino deve aver fatto nascere, per assonanza della parola oraia con aurea, la denominazione di T.

La comunità musulmana la temeva e la teme. Solimano il Magnifico nel 1541 la fece sigillare. E la comunità musulmana vi fece costruire di fronte un cimitero! E continua ad essere chiusa…

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Secondo atto, secondo momento, secondo elemento. Porta della Misericordia.
Si riceve nuova vita dal Figlio. 

Tornando alla guarigione in tre tempi, perchè all’Ora Nona, alla Porta della Presenza Divina? Perchè il Messia si era manifestato, nella persona del Figlio, di Gesù Cristo, che proprio all’Ora Nona aveva reso lo Spirito al Padre, e che era Risorto, comunicando lo Spirito agli Apostoli che ora, in virtù di quello stesso Spirito e per la fede nel Risorto, possono compiere le Sue stesse opere di guarigione.

La Porta di Misericordia non è più tale per una semplice elemosina in beni terreni, in denaro, ma perchè, passando attraverso lo stesso giogo per cui è passato il Cristo, si acquista una nuova vita. Sia l’Apostolo, che diviene capace di agire in Suo Nome, sia il misero, che viene risanato e restituito a nuova vita.

“Guardaci!” dicono Pietro e Giovanni allo storpio. Guardaci, riconosci in noi il Cristo che agisce, abbi fede in Lui e sarai guarito. La fede in Lui guarisce, non quella in Pietro o Giovanni, nè tantomeno quella nell’oro o nell’argento. Lui li guarda, ma nel modo sbagliato. Allora è la mano di Pietro, la mano del Cristo che agisce attraverso Pietro, che si china su di lui e lo rialza.

Così, con la guarigione piena dello storpio, non per oro ed argento, ricchezze di questo mondo, che non interessano nè mai devono interessare ad un cristiano, si chiude il secondo tempo dell’episodio di Atti 3 che leggiamo oggi (versetti 4-8). Si chiude con il non più storpio che entra nel Tempio, alla Presenza divina, sottolinea Luca, autore degli Atti, camminando, saltando, lodando Dio! Tre azioni, tre sottolineature che stanno ad indicare come l’incontro con il Cristo trasformi completamente. E come l’incontro con il Cristo sia in grado di rimetterci alla Presenza di Dio, del Dio Uno e Trino, Padre, Figlio e Spirito. Tutti e tre presenti in questo episodio.

Terzo atto, terzo momento, terzo elemento. Porta della Vita Eterna.
Si riconosce l’azione dello Spirito e lo si invoca. 

9 Tutto il popolo lo vide che camminava e lodava Dio; 10 e lo riconoscevano per colui che sedeva a chiedere l’elemosina alla porta «Bella» del tempio; e furono pieni di meraviglia e di stupore per quello che gli era accaduto. 11 Mentre quell’uomo teneva stretti a sé Pietro e Giovanni, tutto il popolo, stupito, accorse a loro al portico detto di Salomone.

Il momento dello Spirito.

Tutti vedono un uomo, che era storpio, che non aveva nulla, completamente trasformato, che manifesta questo passando sotto la porta che prima lo vedeva immobile e seduto a terra, incapace di agire se non chiedendo pietà.

Il popolo lo vede, lo riconosce. E vede Pietro e Giovanni perchè, dice Luca, quell’uomo, che tramite loro aveva incontrato la Presenza di Dio Padre nella Misericordia di Dio Figlio che lo aveva guarito, ora se li tiene stretti.

E come se li tiene stretti? Come ciascuno di noi, incontrata la Misericordai del Figlio, può tenersi stretta la Presenza del Padre che agisce? Attraverso la preghiera incessante allo Spirito. Attraverso una preghiera incessante, fedele, gioiosa che renda presente Dio agli altri.

Non solo e non tanto con gesti plateali o che cercano lo stupore, ma proprio così, tenendosi stretto il Signore, tenendosi stretta la Sua Parola, facendo percepire agli altri sempre, nella gioia come nel dolore, che senza Parola non può stare, che senza Parola la sua vita perde di senso, che senza Parola non sa saltare gli ostacoli che la vita di ogni giorno gli pone, che senza Parola non sa nemmeno camminare per le strade di questo modno, che si perde, si smarrisce.

L’uomo non più storpio ora pende dalle parole di Pietro e Giovanni perchè le loro sono la Parola di Dio fatta carne attraverso la Morte e la Resurrezione del Cristo. L’uomo non più storpio si tiene stretta la Parola di Dio invocando lo Spirito sulla sua vita, sul suo ascolto, sulle proprie azioni.

E quando un uomo fa così gli altri lo vedono, lo percepiscono, si aprono anche essi all’azione di Dio.

Conclude Luca che “11 Mentre quell’uomo teneva stretti a sé Pietro e Giovanni, tutto il popolo, stupito, accorse a loro al portico detto di Salomone.“.

Che anche noi, fratelli e sorelle, possiamo far parte di quel popolo stupito. Che anche noi, fratelli e sorelle, possiamo invocare lo Spirito con quella stessa fede. Che anche noi, fratelli e sorelle, che riempiamo il portico di Salomone, possiamo esser guariti, sciolti dai legami che ancora ci tengono stretti al peccato del mondo.

Tre porte in Una.

«In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore.»
(Giovanni 10,7)

Amen.

Χριστός ἀνέστη
Ἀληθῶς ἀνέστη

Il Signore è Risorto
E’ veramente Risorto

L’Ottava di Pasqua: struttura, termini, significato

L’Ottava di Pasqua: struttura, termini, significato

L’Ottava di Pasqua è costituita dagli otto giorni (Ottava) che seguono la Pasqua, festa compresa.

Nella Bibbia

L’usanza di ampliare la festa di Pasqua nei sette giorni seguenti è già ebraica, ed è presente nella celebrazione degli Azzimi (Es 12,15.19ss).

L’apparizione pasquale di Cristo all’ottavo giorno dalla risurrezione (Gv 20,26) ha certamente contribuito alla formazione dell’Ottava di Pasqua.

L'Ottava di Pasqua: struttura, termini, significato
L’Ottava di Pasqua: struttura, termini, significato

Nella storia della liturgia

Seguendo l’uso ebraico, la Chiesa ha sempre considerato la settimana pasquale come un unico giorno di festa.

La celebrazione della Domenica di Pasqua (primo giorno dell’Ottava) iniziò quando la Veglia Pasquale iniziò a terminare più presto, verso mezzanotte o poco dopo. L’antica Veglia si concludeva invece poco prima dell’alba: fino al tempo di papa Siricio (384-399) a Roma non si celebrava altra Eucaristia pasquale che quella che chiudeva la Vigilia.

Sant’Agostino definisce la celebrazione dell’Ottava di Pasqua Ecclesiae consuetudo (“consuetudine della Chiesa”).

Il Diario di Egeria precisa in quali giorni i fedeli di Gerusalemme si radunavano nelle diverse chiese.

In riferimento al Battesimo amministrato nella Veglia Pasquale, il settenario pasquale era dedicato soprattutto alla catechesi mistagogica rivolta ai nuovi battezzati. Le catechesi di Sant’Ambrogio ne sono una testimonianza.

Il Sacramentario Gelasiano (V secolo) testimonia una Celebrazione Eucaristica In dominico Paschae (“nella domenica di Pasqua”), della quale pone i formulari dopo quelli della Messa della notte. Tale Messa assunse forme sempre più solenni e, fino al 1952, costituì il vertice dell’Anno Liturgico.

Nel VII secolo, a Roma, si cantavano i Vespri pasquali, caratterizzati da molteplici Alleluia. Le orazioni sono conservate nel Sacramentario Gregoriano; esse vengono descritte in maniera particolareggiata nell’Ordo XXVII dell’VIII secolo.

Il Sacramentario Gelasiano attesta che l’Ottava di Pasqua terminava con il sabato. Fu all’epoca di San Gregorio Magno che si trasferì la sua conclusione alla domenica, e il Sacramentario Gregoriano intitola questa domenica: Dominica post Albas. La denominazione Dominica in Albis è posteriore.

Il Messale precedente alla riforma liturgica indicava le stazioni giornaliere delle celebrazioni. Nel Messale del Vaticano II tali indicazioni sono state eliminate.

Nella liturgia attuale

Il Messale attuale riporta una celebrazione propria per ciascun giorno dell’Ottava di Pasqua.

La prima lettura è sempre tratta dagli Atti degli Apostoli; il Vangelo narra i fatti della Pasqua.

  • Lunedì: vengono presentati i testimoni della risurrezione (At 2,14-32), e si descrive l’incontro del Risorto con le pie donne, cui è affidato il compito di annunciare ai discepoli lo straordinario evento della risurrezione di Gesù (Mt 28,8-15).
  • Martedì: Pietro esorta tutti alla conversione e al Battesimo nella fede in Cristo risorto (At 2,36-41), e si narra l’apparizione di Gesù alla Maddalena (Gv 20,11-18).
  • Mercoledì: Pietro guarisce lo storpio alla porta del Tempio di Gerusalemme (At 3,1-10), e Gesù si fa riconoscere dai discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35).
  • Giovedì: Pietro parla dell’uccisione dell’autore della vita per sottolineare che Dio l’ha risuscitato dai morti (At 3,11-26), e il Vangelo attesta che l’annuncio dei profeti si è realizzato nella risurrezione di Cristo al terzo giorno (Lc 24,35-48).
  • Venerdì: Pietro annuncia che solo in Gesù c’è salvezza (At 4,1-12), e si narra l’apparizione di Gesù risorto sulle rive del lago di Tiberiade (Gv 21,1-14).
  • Sabato: di fronte alla violenza del sinedrio gli apostoli affermano il dovere dell’annuncio pasquale (At 4,13-21), e Gesù invia i suoi discepoli in tutto il mondo (Mc 16,9-15).

L’ultimo giorno dell’Ottava

L’espressione Ottava di Pasqua indica anche l’ultimo giorno dell’ottava. Questo viene chiamato in modi differenti secondo i periodi storici e secondo le varie tradizioni cristiane:

  • Domenica II di Pasqua è la dizione più semplice, che fa riferimento al fatto che questa domenica segue la Prima Domenica di Pasqua che è la stessa solennità pasquale.
  • Domenica in Albis [sott. depositis] (letteralmente: “domenica in cui le bianche [vesti vengono deposte]”). Nei primi secoli della Chiesa il battesimo era amministrato nella solenne Veglia Pasquale, la notte di Pasqua, ed i battezzati indossavano una tunica bianca che portavano poi per tutta la settimana successiva, fino alla domenica dopo Pasqua, detta perciò domenica in cui si depongono le bianche vesti.
  • Festa della Divina Misericordia: tale festa è stata istituita per essere celebrata in tale data nel 2000 da papa Giovanni Paolo II.
  • Domenica di san Tommaso: la Chiesa ortodossa usa questo nome perché viene letto in questa domenica il brano evangelico in cui si parla dell’incredulità di san Tommaso (Gv 20,26-29). Anche la Chiesa cattolica legge tale Vangelo in questa domenica.
  • Quasimodogeniti: la Chiesa Luterana usa questo nome preso dall’antifona iniziale del servizio religioso.

In memoria del babbo Giovanni

In memoria del babbo Giovanni

La Parola

6 Il SIGNORE degli eserciti preparerà per tutti i popoli su questo monte
un convito di cibi succulenti,
un convito di vini vecchi,
di cibi pieni di midollo,
di vini vecchi raffinati.
7 Distruggerà su quel monte il velo che copre la faccia di tutti i popoli
e la coperta stesa su tutte le nazioni.
8 Annienterà per sempre la morte;
il Signore, Dio, asciugherà le lacrime da ogni viso,
toglierà via da tutta la terra la vergogna del suo popolo,
perché il SIGNORE ha parlato.
9 In quel giorno, si dirà:
«Ecco, questo è il nostro Dio; in lui abbiamo sperato,
ed egli ci ha salvati.
Questo è il SIGNORE in cui abbiamo sperato;
esultiamo, rallegriamoci per la sua salvezza!»

(Isaia 25)

In memoria del babbo Giovanni
In memoria del babbo Giovanni

In memoria del mio babbo Giovanni, nel diciottesimo anniversario del suo ritorno alla casa del Padre.

Lavare i piedi – Giovedì Santo, Messa in Coena Domini – Giovanni 13,1-15

Lavare i piedi – Giovedì Santo, Messa in Coena Domini – Giovanni 13,1-15

La Parola

Canto al Vangelo (Gv 13,34) 
Gloria e lode e onore a te, Cristo Signore!
Vi do un comandamento nuovo, dice il Signore:
come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.
Gloria e lode e onore a te, Cristo Signore!

VANGELO (Gv 13,1-15) 
Li amò sino alla fine.

Dal Vangelo secondo Giovanni

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. 
Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. 
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».
Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Lavare i piedi - Giovedì Santo, Messa in Coena Domini - Giovanni 13,1-15
Lavare i piedi – Giovedì Santo, Messa in Coena Domini – Giovanni 13,1-15

Il commento

«Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Capiamo ora? In silenzio, preghiamo il Signore che accresca la nostra fede, perche la Sua mente sia la nostra, i Suoi gesti siano i nostri. Amen.

Giovedì Santo, in memoria di Lui

Giovedì Santo, in memoria di Lui

La Parola

23 Poiché ho ricevuto dal Signore quello che vi ho anche trasmesso; cioè, che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane, 24 e dopo aver reso grazie, lo ruppe e disse: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me».

25 Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me.

26 Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga».

27 Perciò, chiunque mangerà il pane o berrà dal calice del Signore indegnamente, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. 28 Ora ciascuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva dal calice; 29 poiché chi mangia e beve, mangia e beve un giudizio contro se stesso, se non discerne il corpo del Signore.

(1 Corinti 11)

Giovedì Santo, in memoria di Lui. Rendiamo grazie.

Giovedì Santo, in memoria di Lui. Rendiamo grazie.

Rendiamo grazie

12 Che potrò ricambiare al SIGNORE
per tutti i benefici che mi ha fatti?
13 Io alzerò il calice della salvezza
e invocherò il nome del SIGNORE.
14 Scioglierò i miei voti al SIGNORE
e lo farò in presenza di tutto il suo popolo.
15 È preziosa agli occhi del SIGNORE la morte dei suoi fedeli.
16 Sì, o SIGNORE, io sono il tuo servo,
sono tuo servo, figlio della tua serva;
tu hai spezzato le mie catene.
17 Io t’offrirò un sacrificio di lode
e invocherò il nome del SIGNORE.
18 Adempirò le mie promesse al SIGNORE
e lo farò in presenza di tutto il suo popolo,
19 nei cortili della casa del SIGNORE,
in mezzo a te, o Gerusalemme.
Alleluia.

(dal Salmo 116)

Lo spirito del Signore è su di me (Giovedì Santo, Messa Crismale)

Lo spirito del Signore è su di me (Giovedì Santo, Messa Crismale)

La Parola

(Isaia 61, 1-4 – dalla Prima lettura della Messa Crismale)

1 Lo spirito del Signore Dio è su di me,
perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione;
mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri,
a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,
a proclamare la libertà degli schiavi,
la scarcerazione dei prigionieri,
2 a promulgare l’anno di grazia del Signore,
il giorno di vendetta del nostro Dio,
per consolare tutti gli afflitti,
3 per dare agli afflitti di Sion
una corona invece della cenere,
olio di letizia invece dell’abito da lutto,
veste di lode invece di uno spirito mesto.
Essi si chiameranno querce di giustizia,
piantagione del Signore, per manifestare la sua gloria.
4 Riedificheranno le rovine antiche,
ricostruiranno i vecchi ruderi,
restaureranno le città desolate,
i luoghi devastati dalle generazioni passate.

Lo spirito del Signore è su di me (Giovedì Santo, Messa Crismale)
Lo spirito del Signore è su di me (Giovedì Santo, Messa Crismale)

La preghiera

Ti ringrazio, Signore, per il dono della consacrazione al tuo servizio. Accresci la mia fede in Te, perchè sia sempre più degno di servirti nei modi e nei tempi che continuerai ad indicarmi.

Amen.

Eucaristia, Cena del Signore, Santa Cena

Eucaristia, Cena del Signore, Santa Cena

PREMESSA

Il post vuole rispondere alle tante domande che mi sono state rivolte di persona e per posta elettronica in argomento. Sia di tipo generale, sia riferite a quello che credo io personalmente in proposito. Spero che sia utile.

Eucaristia, Sacramento che è tale non solo per la Chiesa cristiana di confessione cattolica ed ortodossa, ma anche per le Chiese di confessione riformata che solitamente lo chiamano “Santa Cena“.

Essendo il mondo cristiano riformato molto frastagliato, il modo di intendere e celebrare la Santa Cena varia moltissimo da una denominazione all’altra. Di seguito, alla fine del post, mi sono premurato, grazie ad un articolo sul tema dell’ospitalità eucaristica che ha da poco pubblicato il settimanale “Riforma”, di pubblicare una sorta di specchietto riepilogativo di come la pensano le chiese riformate storiche (luterane, zwingliane, calviniste ed altro).

Il post vuole rispondere alle tante domande che mi sono state rivolte di persona e per posta elettronica in argomento. Sia di tipo generale, sia riferite a quello che credo io personalmente in proposito. Spero che sia utile.

L’EUCARISTIA PER TUTTI I CRISTIANI

Punto di partenza: tutti i cristiani, cattolici, ortodossi, riformati, credono nella presenza reale del Cristo nel pane e nel vino. Le differenze sono nelle modalità della presenza e, di conseguenza, sul perdurare o meno di questa nel pane e nel vino consacrati.

Tutti i cristiani, cattolici, ortodossi, riformati, consacrano il pane ed il vino utilizzando le parole pronunciate dal Signore nell’Ultima Cena. Questo è il mio Corpo. Questo è il mio Sangue.

Tutti i cristiani fanno questa in memoria di Lui.

Tutti i cristiani credono che mangiare di quel pane e bere di quel vino significa annunciare la morte del Signore, proclamare la Sua resurrezione e disporsi nell’attesa della Sua venuta.

Più o meno tutte le chiese, alcune anche dicendolo chiaramente durante il proprio culto, ammoniscono i credenti presenti all’assemblea a non accostarsi all’Eucaristia o alla Cena del Signore se non si è nella condizione adatta per farlo, sia che si tratti di indegnità personale, che di peccato considerato grave, che di non corretta conoscenza di ciò che si va a fare. Ad esempio in alcune chiese riformate battiste si ripete con chiarezza anche più volte l’ammonimento di Paolo e a non mangiare e bere la propria condanna.

L’EUCARISTIA NON PER TUTTI I CRISTIANI

Nelle chiese cattolica ed ortodossa solo il consacrato (sacerdote, pope, vescovo…) può a sua volta consacrare l’Eucaristia e quindi presiedere il rito. Nelle chiese riformate di norma è il pastore consacrato che presiede la Santa Cena, ma può farlo anche un altro credente, sia pure di provata e specchiata fede.

A causa delle diverse fedi circa la modalità e la durata della presenza reale e delle differenze di cui sopra, non tutte le chiese praticano l’ospitalità eucaristica. Di norma le chiese cattolica ed ortodossa ed alcune chiese riformate non la praticano, mentre la maggioranza delle chiese riformate storiche la praticano. Per le chiese riformate di recente fondazione non c’è una prassi comune a riguardo, si varia da comunità a comunità.

Varia anche la frequenza della celebrazione dell’Eucaristia o Santa Cena. Nelle chiese cattoliche ed ortodosse è sempre parte essenziale del culto. Nelle chiese riformate di tradizione calvinista invece normalmente, la Santa Cena non è celebrata ogni domenica: la frequenza ed il giorno differiscono da chiesa a chiesa e persino da comunità a comunità (da una volta al mese fino a solo tre o quattro volte all’anno). Così è ad esempio nelle chiese valdesi e metodiste italiane, per l’appunto di tradizione calvinista.

LA MIA FEDE NELL’EUCARISTIA

Io credo nella presenza reale del Cristo nel pane e nel vino che, dopo la Consacrazione, divengono il Corpo ed il Sangue del Cristo.

Così come il pane ed il vino sono il nutrimento per il corpo,
il corpo ed il sangue di Cristo sono il nutrimento spirituale,
il nutrimento per l’anima.

(Giovanni Calvino)

[I testi che seguono sono ripresi in massima parte
dal sito Cathopedia.org, dal sito Voceevangelica.ch
e dal settimanale “Riforma”]

L’EUCARISTIA NELLA TRADIZIONE
DELLA CHIESA CATTOLICA

La teologia cattolica ritiene che la dottrina della transustanziazione sia implicita nelle parole di Gesù nell’Ultima Cena: “Questo è il mio corpo” (Mt 26,26; Mc 14,22; Lc 22,19; 1Cor 11,24), “Questo è il mio sangue” (Mt 26,28; Mc 14,24).

Eucaristia, Cena del Signore, Santa Cena
Eucaristia, Cena del Signore, Santa Cena

La parola transustanziazione fu coniata dalla teologia medievale, ma già prima “i Padri ebbero gran cura di avvertire i fedeli che nel considerare questo augustissimo Sacramento non si affidassero ai sensi, che rilevano le proprietà del pane e del vino, ma alle parole di Cristo, che hanno la forza di mutare, trasformare, ‘transelementare’ il pane e il vino nel corpo e nel sangue di lui.

« Istruito in queste cose e munito di robustissima fede, per cui quello che sembra pane, pane non è, nonostante la sensazione del gusto, ma è il corpo di Cristo; e quel che sembra vino, vino non è, a dispetto del gusto, ma è il sangue di Cristo [..] tu corrobora il tuo cuore mangiando quel pane come qualcosa di spirituale e rallegra il volto della tua anima. »
(San Cirillo di Gerusalemme, Catechesis 22, 9 (mysterium 4): PG 33, 1103)

« Non è l’uomo che fa diventare le cose offerte corpo e sangue di Cristo, ma è Cristo stesso che è stato crocifisso per noi. Il sacerdote, figura di Cristo, pronunzia quelle parole, ma la loro virtù e la grazia sono di Dio. Questo è il mio corpo: questa parola trasforma le cose offerte. »
(San Giovanni Crisostomo, De proditione Iudae, homilia 1, 6: PG 49, 380; cfr. In Mattheum homilia 82, 5: PG 58, 744)

« Persuadiamoci che questo non è ciò che la natura ha formato, ma ciò che la benedizione ha consacrato e che la forza della benedizione è maggiore della forza della natura, perché con la benedizione la stessa natura è mutata. »
(Sant’Ambrogio, De mysteriis, 9, 50-52: PL 16, 422-424)

Nel momento in cui ci si domandò quale intimo evento conduca alla presenza reale, e come andasse concepito il rapporto tra la forma permanente del pane e del vino con la la presenza invisibile ma reale di Cristo, fu elaborata a partire dal XII secolo l’idea e il termine di transustanziazione (cambiamento della sostanza). Alla sua base c’è l’idea filosofica che ogni cosa di questo mondo porta in sé un’essenza intima invisibile, una sostanza, per la quale essa è ciò che è; invece la figura, l’aspetto, ecc., sono considerati accidenti: essi appartengono solo in maniera non essenziale all’essenza intima. A livello dell’Eucaristia, il termine transustanziazione afferma che la sostanza intima del pane e del vino cambia totalmente, e rimangono solo le forme fenomeniche esteriori.

Eucaristia, Cena del Signore, Santa Cena
Eucaristia, Cena del Signore, Santa Cena

Affermò infine, nel 1551, il Concilio di Trento:

« Ma poiché Cristo nostro redentore disse che ciò che offriva sotto l’apparenza di pane era veramente il suo corpo, per questo nella Chiesa ci fu sempre la persuasione, e ciò ora nuovamente dichiara questo santo Sinodo: per la consacrazione del pane e del vino avviene la trasformazione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del corpo di Cristo nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue. Questa trasformazione è in maniera conveniente e propria chiamata transubstanziazione dalla santa Chiesa Cattolica. »
(Sessione XIII, DS 1642 )

Il successivo canone 2 esclude perentoriamente che nel “sacrosanto Sacramento dell’Eucaristia” permanga “la sostanza del pane e del vino insieme con il Corpo e Sangue di nostro Signore Gesù Cristo“, e afferma che viene chiamata in maniera molto appropriata transustanziazione “quella mirabile e singolare conversione di tutta la sostanza del pane in corpo e di tutta la sostanza del vino in sangue“.

In tempi recenti, l’enciclica Mysterium fidei di Paolo VI (3 settembre 1965) ha riaffermato la dottrina cattolica della transustanziazione ripartendo dall’affermazione del Concilio di Trento (nn. 47-56), che spiega in questo modo:

« Avvenuta la transustanziazione, le specie del pane e del vino senza dubbio acquistano un nuovo fine, non essendo più l’usuale pane e l’usuale bevanda, ma il segno di una cosa sacra e il segno di un alimento spirituale; ma intanto acquistano nuovo significato e nuovo fine in quanto contengono una nuova “realtà”, che giustamente denominiamo ontologica. Giacché sotto le predette specie non c’è più quel che c’era prima, ma un’altra cosa del tutto diversa; e ciò non soltanto in base al giudizio della fede della Chiesa, ma per la realtà oggettiva, poiché, convertita la sostanza o natura del pane e del vino nel corpo e sangue di Cristo, nulla rimane più del pane e del vino che le sole specie, sotto le quali Cristo tutto intero è presente nella sua fisica “realtà” anche corporalmente, sebbene non allo stesso modo con cui i corpi sono nel luogo. »
(n. 47)

La lettera enciclica ECCLESIA DE EUCHARISTIA di Giovanni Paolo II (17 aprile 2003, Giovedì Santo) si conclude così:

Nell’umile segno del pane e del vino, transustanziati nel suo corpo e nel suo sangue, Cristo cammina con noi, quale nostra forza e nostro viatico, e ci rende per tutti testimoni di speranza. Se di fronte a questo Mistero la ragione sperimenta i suoi limiti, il cuore illuminato dalla grazia dello Spirito Santo intuisce bene come atteggiarsi, inabissandosi nell’adorazione e in un amore senza limiti.”

Facciamo nostri i sentimenti di san Tommaso d’Aquino, sommo teologo e insieme appassionato cantore di Cristo eucaristico, e lasciamo che anche il nostro animo si apra nella speranza alla contemplazione della meta, verso la quale il cuore aspira, assetato com’è di gioia e di pace:

« Bone pastor, panis vere, Iesu, nostri miserere… ».

Buon pastore, vero pane, o Gesù, pietà di noi: nutrici e difendici, portaci ai beni eterni
nella terra dei viventi. Tu che tutto sai e puoi, che ci nutri sulla terra, conduci i tuoi fratelli alla tavola del cielo nella gioia dei tuoi santi”.

Per i dettagli vedi il Catechismo della Chiesa Cattolica, Sezione Seconda, Capitolo 1, Articolo 3, numeri 1324-1419.

LA “CENA DEL SIGNORE” O “SANTA CENA”
NELLA TRADIZIONE RIFORMATA
DELLE CHIESE “STORICHE”

Nel protestantesimo, la cena del Signore è stata oggetto di vivaci dibattiti già a partire dalla Riforma del XVI secolo. Su di un punto tutti i riformatori sono concordi, e cioè che nella cena Cristo è realmente presente. Nessuno dei riformatori ha mai sostenuto l’assenza di Cristo. Il problema è però costituito dal modo in cui tale presenza si realizza.

Per Lutero la cena è ”parola di Dio fatta pane“. Per esprimere la propria posizione, il riformatore di Wittenberg usa il termine “consustanziazione”, adoperato anche da molti teologi medievali: tutto il Cristo, natura divina e natura umana, è nel pane e nel vino.

Per tale dottrina il corpo e il sangue di Cristo diventano coesistenti con le sostanze del pane e del vino che continuano a esistere, e possono così essere ricevuti nella fede.

Spiega così Wikipedia:
I Luterani considerano la Santa Cena in termini di consustanziazione. Il pane ed il vino, pur rimanendo pane e vino, assumono anche la sostanza del corpo e del sangue di Gesù Cristo. L’esempio spesso citato, al fine di spiegare il rapporto che intercorre tra pane e corpo di Cristo ed il vino ed il sangue è quello del ferro gettato nel fuoco, dove non è più possibile distinguere i due elementi.

Aggiungo io che al giorno d’oggi, oltre ai Luterani, anche alcune chiese ortodosse orientali parlano di consustanziazione come modalità della presenza reale. .

Zwingli obietta che il corpo di Cristo è asceso in cielo e dunque il pane resta pane e il vino vino. Secondo il riformatore di Zurigo – che non vuole ricadere nella dottrina romana della transustanziazione -, Cristo è presente, ma in Spirito nella comunità che celebra il memoriale. A Marburgo, nel 1529, Lutero e Zwingli si dividono sul modo di intendere la presenza di Cristo nella cena.

Questa modalità di presenza reale è spesso definita come commemorazione.

Per una analisi più dettagliate delle differenti concezione di Lutero, Zwingli ed altro si veda questo articolo di Carlo Siracusa.

A Ginevra, qualche anno dopo, Calvino propone una terza via: il Cristo è presente nello Spirito, e in forza dello Spirito il dono di grazia legato anche alla carne di Cristo è offerto nel pane e nel vino della cena. In tal modo, in forza dello Spirito e della Parola predicata, gli elementi presentano “la vera, ma spirituale comunicazione del suo corpo e del suo sangue” (“Catechismo di Ginevra”, 1537). Non si tratta, come qualcuno potrebbe pensare, di contrapporre una presenza “spirituale” a una presenza reale, perché nulla è più reale – secondo il pensiero del riformatore di Ginevra e secondo tutta la teologia cristiana – dello Spirito di Dio.

Vediamo anche in questo caso il riassunto di Wikipedia:
Giovanni Calvino rifiuta sia la dottrina della transustanziazione che quella della consustanziazione, ma confuta anche coloro [Zwingli] che ritengono la Santa Cena, il pane ed il vino, semplici simboli della propria fede cristiana.
Il concetto calvinista è infatti più complesso. Egli ritiene che nel sacramento si riceva realmente il corpo il sangue di Cristo, ma ciò avviene in maniera spirituale e non materiale, attraverso i segni del pane e del vino si riceve la comunione spirituale con Gesù. Così come il pane ed il vino sono il nutrimento per il corpo, il corpo ed il sangue di Cristo sono il nutrimento spirituale, il nutrimento per l’anima.
Calvino parla appunto di “cena spirituale”. Il pane sostenta, è il nutrimento fondamentale. Il vino invece rallegra e dona forza. Al centro del sacramento della Santa Cena c’è dunque la garanzia della salvezza, della vita eterna.
La concezione calvinista si focalizza dunque nell’idea biblica della Chiesa intesa come corpo di Cristo. I cristiani sono dunque membra del corpo di Cristo. In questa visione non si nega l’unione di Cristo, un’unione reale, una partecipazione reale al corpo di Cristo e non un puro simbolismo. 

Vedi di Giovanni Calvino, Istituzione della religione cristiana, Libro IV, Capitolo 17 e Piccolo trattato sulla Santa Cena.

Oggi possiamo dire insieme quanto segue: Nella santa cena Gesù Cristo risorto si dona nel suo corpo e nel suo sangue dati per tutti, attraverso la parola della sua promessa, con pane e vino. Così egli dà se stesso senza riserve a tutti coloro che ricevono il pane e il vino: la fede li riceve per la salvezza, l’incredulità per il giudizio. (1973, “Concordia di Leuenberg” tra Luterani e Riformati, articoli 17ss).

Riassume così Wikipedia:

Santa Cena è il nome con cui alcune chiese protestanti identificano uno dei due sacramenti, accanto al Battesimo, da tali chiese riconosciuti. A seconda della chiesa e/o del luogo viene chiamata anche Santa Comunione, Comunione, Cena del Signore (Lord’s Supper), oppure Eucaristia; quest’ultimo è il nome del corrispondente rito di cattolici ed ortodossi.

Nelle chiese protestanti i fedeli prendono generalmente entrambi gli elementi della Comunione, ossia il pane ed il vino. Diverse denominazioni consentono la partecipazione al sacramento a tutti i cristiani battezzati, indipendentemente dalla denominazione a cui questi appartengano; si parla in tal caso di comunione aperta.

Preparandoci al Giovedì Santo, alla Cena del Signore, con Agostino

Preparandoci al Giovedì Santo, alla Cena del Signore, con Agostino

La Parola

23 Poiché ho ricevuto dal Signore quello che vi ho anche trasmesso; cioè, che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane, 24 e dopo aver reso grazie, lo ruppe e disse: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me».

25 Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me.

26 Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga».

27 Perciò, chiunque mangerà il pane o berrà dal calice del Signore indegnamente, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. 28 Ora ciascuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva dal calice; 29 poiché chi mangia e beve, mangia e beve un giudizio contro se stesso, se non discerne il corpo del Signore.

(1 Corinti 11)

Preparandoci al Giovedì Santo, alla Cena del Signore, con Agostino
Preparandoci al Giovedì Santo, alla Cena del Signore, con Agostino

Il commento patristico

Dai «Trattati su Giovanni» di sant’Agostino, vescovo
(Tratt. 84, 1-2; CCL 36, 536-538)
La pienezza dell’amore

Il Signore, o fratelli carissimi, ha definito la pienezza dell’amore con cui dobbiamo amarci gli uni gli altri con queste parole: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). Ne consegue ciò che il medesimo evangelista Giovanni dice nella sua lettera: Cristo «ha dato la sua vita per noi, quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli», (1 Gv 3, 16) amandoci davvero gli uni gli altri, come egli ci ha amato, fino a dare la sua vita per noi.

Questo appunto si legge nei Proverbi di Salomone: Quando siedi a mensa col potente, considera bene che cosa hai davanti; e poni mano a far le medesime cose che fa lui (cfr. Pro 23, 1-2).

Ora qual è la mensa del grande e del potente, se non quella in cui si riceve il corpo e il sangue di colui che ha dato la vita per noi? E che significa assidersi a questa mensa, se non accostarvisi con umiltà? E che vuol dire considerare bene che cosa si ha davanti, se non riflettere, come si conviene, a una grazia sì grande? E che cosa è questo porre mano a far le medesime cose se non ciò che ho detto sopra e cioè: come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo essere disposti a dare la nostra vita per i fratelli? È quello che dice anche l’apostolo Pietro: «Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1 Pt 2, 21). Questo significa fare le medesime cose. Così hanno fatto con ardente amore i santi martiri e, se non vogliamo celebrare inutilmente la loro memoria, se non vogliamo accostarci infruttuosamente alla mensa del Signore, a quel banchetto in cui anch’essi si sono saziati, bisogna che anche noi, come loro, siamo pronti a ricambiare il dono ricevuto.

A questa mensa del Signore, perciò, noi non commemoriamo i martiri come facciamo con gli altri che ora riposano in pace, cioè non preghiamo per loro, ma chiediamo piuttosto che essi preghino per noi, per ottenerci di seguire le loro orme. Essi, infatti, hanno toccato il vertice di quell’amore che il Signore ha definito come il più grande possibile. Hanno presentato ai loro fratelli quella stessa testimonianza di amore, che essi medesimi avevano ricevuto alla mensa del Signore.

Non vogliamo dire con questo di poter essere pari a Cristo Signore, qualora giungessimo a rendergli testimonianza fino allo spargimento del sangue. Egli aveva il potere di dare la sua vita e di riprenderla, mentre noi non possiamo vivere finché vogliamo, e dobbiamo morire anche contro nostra voglia. Egli, morendo, uccise subito in sé la morte, mentre noi veniamo liberati dalla morte solo mediante la sua morte. La sua carne non conobbe la corruzione, mentre la nostra, solo dopo aver subito la corruzione, rivestirà per mezzo di lui l’incorruttibilità alla fine del mondo. Egli non ebbe bisogno di noi per salvarci, ma noi, senza di lui, non possiamo far nulla. Egli si è mostrato come vite a noi che siamo i tralci, a noi che, senza di lui, non possiamo avere la vita.

In fine, anche se i fratelli arrivano a dare la vita per i fratelli, il sangue di un martire non viene sparso per la remissione dei peccati dei fratelli, cosa che invece egli ha fatto per noi. E con questo ci ha dato non un esempio da imitare, ma un dono di cui essergli grati.

I martiri dunque, in quanto versarono il loro sangue per i fratelli, hanno ricambiato solo quanto hanno ricevuto dalla mensa del Signore.

Manteniamoci sulla loro scia e amiamoci gli uni gli altri, come Cristo ha amato noi, dando se stesso per noi.