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L’Angelo rosso e il Battista

Leonardo da Vinci (1452-1519), Angelo in rosso con liuto – National Gallery, London
Leonardo da Vinci (1452-1519), Angelo in rosso con liuto – National Gallery, London

Oggi un secondo angelo discende dal cielo.
È vestito con un grande mantello rosso e porta nella sua mano sinistra un grande canestro, tutto d’oro.
Questo canestro è vuoto e l’angelo vorrebbe riempirlo per riportarlo tutto pieno d’innanzi al trono di Dio. Ma cosa vi andrà a mettere?
Il canestro è molto fine e delicato,perché è intrecciato con raggi di sole; non ci si possono mettere cose dure e pesanti dentro. L’angelo passa molto discretamente in tutte le case,su tutta la terra e cerca…
Che cosa cerca? Egli scruta il cuore di tutti gli uomini per vedere se vi trova un po’ d’amore completamente puro.
E questo amore lo mette nella sua coppa e, quindi, lo porta verso il cielo.
E là, coloro che abitano il cielo, gli angeli e anche gli uomini che sono morti sulla terra, prendono questo amore e ne fanno luce per le stelle.

Il Vangelo della seconda domenica di Avvento (Evangelo secondo Matteo 3,1-12) presenta la figura del Battista. Di un uomo cioè che aveva il fuoco dentro, il rosso fuoco della Parola di Dio che lo invitava a predicare, a chiamare alla conversione, al ravvedimento, al battesimo. Degno Precursore del Cristo quale egli era, tanto che il Cristo stesso dirà che tra i nati da donna nessuno ci fu di più grande.

Tanto grande fu questo fuoco che lo condusse al martirio, al dono stesso della sua vita, ed il rosso è appunto il colore dei martiri.

Nella tradizione il suono degli strumenti ad archi libera dalle malinconie e dalle angosce, perciò spesso essi sono raffigurati in mano agli angeli. Così il Battista vuole invitarci a liberarci dalle angosce e dagli affanni del presente, dalle angosce e dagli affanni che sono conseguenze del nostro peccato.

Che la fede ci faccia pronti ad accogliere le sue parole profetiche!

«Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

Maranathà (Matteo 24,37-44)

37 Come fu ai giorni di Noè, così sarà alla venuta del Figlio dell’uomo.

38 Infatti, come nei giorni prima del diluvio si mangiava e si beveva, si prendeva moglie e s’andava a marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, 39 e la gente non si accorse di nulla, finché venne il diluvio che portò via tutti quanti, così avverrà alla venuta del Figlio dell’uomo.

40 Allora due saranno nel campo; l’uno sarà preso e l’altro lasciato; 41 due donne macineranno al mulino: l’una sarà presa e l’altra lasciata.

42 Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il vostro Signore verrà.

43 Ma sappiate questo, che se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte il ladro deve venire, veglierebbe e non lascerebbe scassinare la sua casa.

44 Perciò, anche voi siate pronti; perché, nell’ora che non pensate, il Figlio dell’uomo verrà.

(Matteo 24)

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Prima domenica di Avvento.

Si celebra l’attesa dell’Incarnazione del Verbo e si può celebrare perchè questa è già avvenuta. Il Cristo si è incarnato nel grembo di Maria, è nato, si è fatto vero uomo rimanendo vero Dio, ha predicato il Vangelo, è morto e risorto per noi guadagnandoci la salvezza. E noi preghiamo Maranathà, “il Signore è venuto”.

Questo per quanto attiene a quello che noi umani chiamiamo “storia”, che sono però un granello di polvere nella storia della Creazione, un giorno gli occhi di Dio. Perciò, nel racconto secondo Matteo, Gesù comincia dicendo che Come fu ai giorni di Noè, così sarà alla venuta del Figlio dell’uomo.

Gli effetti dell’Avvento, l’Incarnazione, non è qualcosa valido solo per quel momento, ma anche per tutta la storia umana che era prima e per tutta la storia umana che sarebbe venuta dopo. Per dirla con l’autore della lettera agli Ebrei, Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre, ossia prima, durante e dopo l’Incarnazione. Tutta la realtà della storia umana, passata, presente e futura è stata redenta, salvata dal Cristo.

Ma Cristo deve ancora venire, e noi preghiamo Maranathà, “Vieni o Signore Gesù”. Cristo deve ancora mostrarsi come giudice della storia, deve renderci palese il giudizio finale di Dio sulla Creazione. E da questo punto di vista tutto è come allora.

38 Infatti, come nei giorni prima del diluvio si mangiava e si beveva, si prendeva moglie e s’andava a marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, 39 e la gente non si accorse di nulla, finché venne il diluvio che portò via tutti quanti, così avverrà alla venuta del Figlio dell’uomo.

40 Allora due saranno nel campo; l’uno sarà preso e l’altro lasciato; 41 due donne macineranno al mulino: l’una sarà presa e l’altra lasciata.

42 Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il vostro Signore verrà.

Tutto è come allora, noi mangiamo e beviamo, prendiamo moglie e prendiamo marito, lavoriamo nel nostro campo, maciniamo al mulino. E tutto sarà come allora. Come allora nessuno si aspettava che da Betlemme, dalla più piccola città di Giuda, sarebbe venuto il Salvatore del mondo, così sarà per noi, rischiamo di non essere pronti, rischiamo di non saper riconoscere, lo dice Gesù pregando su Gerusalemme, il tempo in cui saremo visitati. E di ritrovarci in quel momento lontani da Lui, lontani dalla Sua Parola, lontani dalla Sua salvezza.

43 Ma sappiate questo, che se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte il ladro deve venire, veglierebbe e non lascerebbe scassinare la sua casa.

Il Signore verrà come un ladro, è solo una similitudine ovviamente. Perchè il ladro ruba le cose altrui, il Signore verrà a chiederci conto di quanto è già Suo, della nostra vita, che Egli ci ha donato, della Creazione, a cui Egli ha dato inizio, della nostra storia, che Egli ha reso possibile, da quel giorno in cui disse “Sia la luce” e la luce fu.

Noi ci crediamo i padroni di casa, ma non lo siamo, perchè non possediamo alcunchè. E la nostra morte corporale ce lo mostra in modo che più limpido non si potrebbe, anche se tanti di noi, per orgoglio o egoismo, preferiscono esser ciechi fino alla fine. Ne renderanno, ne renderemo conto a Dio, dell’ostinazione con cui stringono, stringiamo le palpebre. Perchè rifiutare la luce è rifiutare lo Spirito, e ci dice Gesù che quello, rifiutare lo Spirito, è l’unico peccato che non può esser perdonato dal Padre.

44 Perciò, anche voi siate pronti; perché, nell’ora che non pensate, il Figlio dell’uomo verrà.

Non sappiamo nè il giorno nè l’ora, quante volta ci viene rivolto nella Parola di Dio questo ammonimento o ammonimento simile! Ma possiamo essere certi:

Maranathà, il Signore è venuto!,
Maranathà, il Signore viene!,
Maranathà, il Signore verrà. 

Facciamoci trovare pronti.

Amen.

La festa delle Corone e il tempo d’Avvento

Corona d'Avvento 2013
Corona d’Avvento 2013

Un simbolo importante per il Natale, e per Sara che come ogni bambino lo aspetta in modo particolare.

La corona è composta da quattro candele che vengono accese man mano in ogni domenica d’avvento segnando il tempo, le quattro settimane, che separano dal Natale e della nascita di Gesù Bambino. La notte di Natale le quattro candele d’Avvento vengono sostituite da una grande candela bianca, il colore del tempo di Natale!

Non è un qualcosa di ‘riservato’ alla chiese cristiane, dove ormai si trova quasi dappertutto, di qualsiasi confessione siano i credenti che vi si ritrovano, ma è presente, ed è importante che lo sia, anche nella casa, perchè la prima chiesa, ci ricordano gli Atti degli Apostoli, è la propria famiglia dove si nasce e si cresce alla fede.

Ogni famiglia, prima dei pasti, o al mattino o alla sera o quando vuole, si raduna per pregare insieme e per prepararsi alla nascita del Salvatore.

LE QUATTRO CANDELE. Nella prima domenica di Avvento si accende la “Candela del profeta” o “Candela della Speranza”; nella seconda domenica di Avvento la “Candela di Betlemme” o “Candela della chiamata universale alla salvezza”; nella terza domenica di Avvento si accende la “Candela dei Pastori” o “Candela della gioia”; infine la quarta e ultima domenica di Avvento si accende la “Candela degli angeli”. Le candele si accendono una a settimana: o il sabato sera (all’ora del Vespro, al tramonto) o la domenica mattina (al risveglio). Secondo la tradizione è il più piccolo della famiglia che accende la candela.

I SIMBOLI RAPPRESENTATI DALLA CORONA DI AVVENTO. La “Corona di Avvento” ha come base delle candele un tema legato alla natura: foglie di alberi (abete o pino) in genere; questo simboleggia la vita, perché Cristo che sta per venire al mondo sconfiggerà le tenebre, il male e la morte.

La corona poi ha una forma circolare perché fin dai tempi più antichi il cerchio rappresenta il segno dell’eternità e al tempo stesso dell’unità; la sua forma circolare ricorda il ciclo delle stagioni, la fedeltà di Dio verso l’uomo.

La “Corona di Avvento”, inoltre, è segno di regalità e di vittoria (della vita sulla morte). Gesù è Re e non un bambino qualsiasi. Per la corona vengono utilizzati in genere i rami di pino o di abeti verdi: simbolo di vita eterna e segno di speranza. I rami ricordano anche l’entrata a Gerusalemme di Gesù, che venne accolto con foglie verdi e salutato come Re e Messia.

Di solito la “Corona di Avvento” viene ornata con nastri rossi o viola: il rosso simboleggia l’amore di Gesù, mentre il viola è segno di penitenza e conversione in attesa della venuta del Messia.

LA “CANDELA DEL PROFETA”. La prima candela della “Corona di Avvento” si chiama “Candela del Profeta” e ricorda i profeti che predissero la venuta di Cristo.

LA “CANDELA DI BETLEMME”. La seconda candela della “Corona di Avvento” si chiama “Candela di Betlemme” e viene accesa per ricordare il luogo dove nacque il Salvatore.

LA “CANDELA DEI PASTORI”. La terza candela della “Corona di Avvento” si chiama “Candela dei Pastori” e ricorda i pastori, che furono i primi a vedere Gesù e a diffondere la “lieta novella” della sua nascita. E’ rosa come il colore liturgico della terza domenica d’Avvento, chiamata la domenica “Gaudete“.

LA “CANDELA DEGLI ANGELI”. La quarta candela della “Corona di Avvento” si chiama “Candela degli Angeli” per ricordare gli angeli che richiamarono i pastori alla grotta di Betlemme annunciando la nascita del Bambino Gesù.

Se volete imparare tutto su come realizzarla…

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Perseverare dalla Beth fino alla fine della riga (Luca 21,5-19)

Oggi, 13 novembre 2016, XXXIII Domenica del tempo Ordinario o tempo Per Annum per il lezionario cattolico; Proper 28 (33)Twenty-Sixth Sunday after Pentecost per il Revised Common Lectionary (Lezionario Comune Riveduto, riformato). Lettura consigliata: Luca 21,5-19.

Per tutti i cristiani che seguono i lezionari di cui sopra, questa è la domenica che precede la conclusione dell’Anno Liturgico che avverrà domenica prossima, 20 novembre, con la Domenica di Cristo Re o del Reign of Christ.
Appaiono in queste ultime domeniche dell’anno i testi cosiddetti apocalittici, che parlano degli ultimi tempi, di cosa avverrà, di cosa sta per compiersi, dei segni che accompagnano questi fatti.

Se ne fa un gran parlare di questi tempi. Ma, in realtà, a ben vedere, se ne è sempre fatto un gran parlare da dopo la Morte e Resurrezione del Figlio. E a ragione, poichè è allora che questi ultimi tempi sono iniziati.

Siamo nel tempo dell’apocalisse, termine tradotto solitamente come rivelazione o svelamento perchè letteralmente indica uno strappar via “da” (apò) ciò che è nascosto (kaluptos). Ci siamo, da quando Nostro Signore morì sulla Croce e risorse il terzo giorno. E significativamente, in questo anno liturgico, che segue il ciclo cosiddetto C, in cui viene letto principalmente il Vangelo secondo Luca, nell’ultima domenica, domenica prossima, ci verrà presentata la scena del dialogo tra Gesù e il ladrone crocifissi fianco a fianco, con la promessa di Gesù al ladro: “In verità ti dico: oggi sarai con me in Paradiso” (cfr. Luca 23,35-43). Oggi, non chissà quando.

Il nostro problema, come il problema di tanti cristiani, di tanta umanità, è che noi confondiamo l’oggi, gli ultimi tempi di Dio, di cui parla la Scrittura, con l’oggi e gli ultimi tempi umani. Pretendiamo di trasformare il tempo di Dio, che ne vive fuori, essendo nell’eternità, nel nostro tempo terreno, che ha per tutti un’inizio, al concepimento, ed una fine, al momento della nostra morte corporale. Ci facciamo profeti di cose che non sappiamo, di tempi che non possiamo accelerare o rallentare.

Gesù, nel brano di Evangelo che ascoltiamo oggi, invita a non prestare attenzione alle belle pietre ed ai doni votivi del Tempio. Le belle pietre sono destinate a crollare come tutte le altre; come crollano le false fedi nascoste sotto i doni votivi che in molti casi vogliono sempicemente celare allo sguardo dei più le nostre mancanze.

Le guerre, le sommosse, le pestilenze, le carestie… Quale epoca del tempo dell’uomo ne è mai stata priva? Non dobbiamo preoccuparci di questo, dice Gesù, ma di quello che viene prima; credo io non semplicemente  prima in senso di successione temporale, ma prima come importanza.

Egli disse: «Guardate di non farvi ingannare; perché molti verranno in nome mio, dicendo: “Sono io”; e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro. Quando sentirete parlare di guerre e di sommosse, non siate spaventati; perché bisogna che queste cose avvengano prima; ma la fine non verrà subito». Allora disse loro: «Insorgerà nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno grandi terremoti, e in vari luoghi pestilenze e carestie; vi saranno fenomeni spaventosi e grandi segni dal cielo. Ma prima di tutte queste cose, vi metteranno le mani addosso e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe, e mettendovi in prigione, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Ma ciò vi darà occasione di rendere testimonianza.

Prima di tutte queste cose viene per noi l’occasione di rendere testimonianza, dice il Cristo. Occorre che ci preoccupiamo non dei segni esteriori di disfacimento dell’uomo, ma di quelli interiori. Leggevamo in uno di questi ultimi giorni Luca 18,8: Ma quando il Figlio dell’Uomo verrà, troverà la fede sulla terra?

Questa deve essere la nostra prima ed unica preoccupazione. La capacità di rendere testimonianza, il continuo rendere grazie con ogni nostro mezzo ed ogni nostra capacità, del dono della fede che abbiamo ricevuto.

Le difficoltà contingenti, ovvero le difficolta che ci accomunano (con) e ci toccano e ci attraversano tutti e tutte (tangenti) non servono a spaventarci, ma servono a richiamarci al dovere di dare testimonianza, al dovere di rendere gloria a Dio ed a Lui solo per il dono che ci è fatto dal Figlio che si è fatto Uomo, che si rivela Re dell’Universo, che è venuto per la nostra salvezza (dal Cristo Re all’Avvento, i tempi liturgici umani si toccano, il mistero di Dio è uno, il fatto che Egli che ci ha creato, ci ami al punto di morire e risorgere per noi, perchè possiamo ottenere la vita eterna).

Così il Vangelo di oggi chiude con due promesse.

Mettetevi dunque in cuore di non premeditare come rispondere a vostra difesa, perché io vi darò una parola e una sapienza alle quali tutti i vostri avversari non potranno opporsi né contraddire. Voi sarete traditi perfino da genitori, fratelli, parenti e amici; faranno morire parecchi di voi; e sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma neppure un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza salverete le vostre vite.

Prima promessa: neppure un capello del vostro capo perirà. Non indica certo che non saremo toccati nel nostro vivere o nel nostro esistere terreno ma che nel piano di Dio ci siamo dall’eternità per l’eternità. E che affidarci a Lui significa essere protetti e sicuri su quel piano, che è quello veramente importante.

Perchè noi sappiamo, o spesso crediamo di sapere da dove veniamo, da quale grembo materno siamo usciti, ma non siamo in grado di risalire al prima, a quando eravamo, come si diceva molto tempo fa “in mente Dei“. Allora già “eravamo” ma non ci è dato di indagare come. Allo stesso modo in cui possiamo immaginare come o dove moriremo alla vita terrena, ma non sappiamo mai il quando, il momento preciso, e di sicuro non sappiamo nè mai potremo sapere esattamente quello che accadrà in quell’istante alla scintilla di vita divina che è in noi. Per dirla sempre con le parole di Gesù, non possiamo aggiungere o togliere un solo istante alla nostra vita (cfr. Matteo capitolo 6).

Mi torna in mente un antico midrash, un antico racconto della sapienza ebraica che dice che il libro della Genesi, il primo libro della Scrittura (titolo in ebraico Bereshit, ovvero “In principio“), ovvero la Creazione inizia con la lettera Beth (in ebraico si scrive con il segno grafico ב) perchè all’uomo non è dato indagare quello che è prima di lui (ricordatevi che gli orientali scrivono da destra verso sinistra, al contrario di noi occidentali), sopra o sotto di lui (la lettera è chiusa da un tratto continuo in questi tre sensi), ma solo quello che avviene nel corso della sua vita terrena (la lettera è aperta nel senso che va verso sinistra), fino alla fine della linea di questa…

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Seconda promessa: con la vostra perseveranza salverete le vostre vitePerseveranza viene a volte sostituito da costanza vite viene a volte sostituito da anime ma il senso non cambia.

La perseveranza, la capacità di essere costanti e fermi nella fede, va sottolineato, anzitutto è un dono di Dio, per cui ringraziarLo e renderGli gloria. E non lo faremo mai abbastanza.

Com’è scritto:

…sappiamo che l’uomo non è giustificato per le opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Cristo Gesù, e abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; perché dalle opere della legge nessuno sarà giustificato.

(Galati 2:16)

Il testo significa che la perseveranza fino alla fine dei giusti, degli eletti, dono di Dio, sarà prova della loro salvezza e risulterà nella loro certa e finale glorificazione.

Da un punto di vista solamente umano cos’è la perseveranza? E’ la capacita di essere severi con se stessi, con noi stessi, per tutta la durata della propria esistenza. Severi non nel senso di “cattivi” che comunemente oggi gli si dà, ma severi nel senso di giusti, corretti, fermi nelle proprie decisioni utili, le decisioni che guidano lungo il sentiero della vita vera, che è quello della fedeltà a Dio ed alla Sua Parola.

La per-severanza dei martiri nel Nome di Cristo non è il gesto eroico, la resistenza al dolore o altro; non necessariamente solo i martiri nel Nome di Cristo ne sono capaci. Ma è il loro mettere il proprio nome, ovvero la propria esistenza, sempre e costantemente sotto il Nome di Gesù. Di fronte ad ogni prova, sofferenza o dolore la perseveranza dei martiri consiste nello scegliere per ciò che rende grande il Nome, scegliere per la gloria di Dio e mai per il proprio nome; mai per la sopravvivenza del proprio io terreno e sempre per la speranza (che non delude dice Paolo) dell’Io eterno che trova la propria pienezza nel Signore.

Che il Signore accresca la nostra fede,
perchè il finito della Beth della nostra vita
ci conduca nell’infinito della Sua eternità.

Amen, Signore, secondo la Tua volontà. 

Nessun domestico può servire due padroni (Luca 16:1-13)

Domani, domenica 18 settembre 2016, Giorno del Signore, per il lezionario comune riformato è la XVIII domenica dopo la Pentecoste, ciclo C; per il lezionario cattolico è la XXV domenica del tempo ordinario, ciclo C.

I testi per la liturgia della Parola sono gli stessi, ma il lezionario comune riformato permette una doppia scelta per le letture prese dall’Antico Testamento. La riporto di seguito.

READINGS FOR THE COMING WEEK
Proper 20 (25) (September 18, 2016)

First reading and Psalm
Jeremiah 8:18-9:1
Psalm 79:1-9

 

Alternate First reading and Psalm
[Letture scelte dal lezionario cattolico]
Amos 8:4-7
Psalm 113

 

Second reading
[1 Timoteo 2:1-8 per il lezionario cattolico]
1 Timothy 2:1-7

 

Gospel
Luke 16:1-13

Il racconto evangelico è spesso titolato nelle nostre Bibbie e nei nostri commentari come la”Parabola del fattore infedele” o dell’ “Amministratore disonesto”. Il testo segue-

1 Gesù diceva ancora ai suoi discepoli:

«Un uomo ricco aveva un fattore, il quale fu accusato davanti a lui di sperperare i suoi beni. 2 Egli lo chiamò e gli disse: “Che cos’è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore”. 3 Il fattore disse fra sé: “Che farò, ora che il padrone mi toglie l’amministrazione? Di zappare non sono capace; di mendicare mi vergogno. 4 So quello che farò, perché qualcuno mi riceva in casa sua quando dovrò lasciare l’amministrazione”. 5 Fece venire uno per uno i debitori del suo padrone, e disse al primo: “Quanto devi al mio padrone?” 6 Quello rispose: “Cento bati d’olio”. Egli disse: “Prendi la tua scritta, siedi, e scrivi presto: cinquanta”. 7 Poi disse a un altro: “E tu, quanto devi?” Quello rispose: “Cento cori di grano”. Egli disse: “Prendi la tua scritta, e scrivi: ottanta”. 8 E il padrone lodò il fattore disonesto perché aveva agito con avvedutezza; poiché i figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce.

9 E io vi dico: fatevi degli amici con le ricchezze ingiuste; perché quando esse verranno a mancare, quelli vi ricevano nelle dimore eterne. 10 Chi è fedele nelle cose minime, è fedele anche nelle grandi; e chi è ingiusto nelle cose minime, è ingiusto anche nelle grandi. 11 Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà quelle vere? 12 E, se non siete stati fedeli nei beni altrui, chi vi darà i vostri?

13 Nessun domestico può servire due padroni; perché o odierà l’uno e amerà l’altro, o avrà riguardo per l’uno e disprezzo per l’altro. Voi non potete servire Dio e Mammona».

(Luca 16)

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In questa parabola nessuno dei protagonisti è da prendere ‘da esempio’. Non il fattore, che è comunque un disonesto; un disonesto intelligente, come tanti, troppi protagonisti delle cronache dei nostri giorni, ma comunque un disonesto. Uno che ruba agli altri ed al padrone. E neppure il padrone, l’uomo ricco, quello che accumula i suoi beni senza sapere che non li raccoglierà è da prendere ad esempio. Tantomeno perchè, alla fine dei conti, finisce per lodare il servo che lo ha derubato! Anche di cose come queste le nostre cronache quotidiane sono piene. Di arricchiti disonesti che fanno fare soldi e carriera sempre agli stessi, di ladri di risorse in grande che aiutano ladri di risorse in piccolo. E di onesti che, cito sempre la Scrittura, si impoveriscono ed hanno fame.

Niente di nuovo sotto il sole, direbbe il sapiente Qohelet.

Gesù non loda nè l’uno nè l’altro quindi, nè il fattore nè il ricco padrone, ma esorta il credente a guardare: dove ha il proprio cuore? Quali ricchezze cerca? Quale padrone serve? Le ricchezze del mondo infatti non sono, mai!, le ricchezze di Dio. Le ricchezze del mondo sono le ricchezze di Mammona, ricchezze che perdono e ci fanno disperdere, ricchezze che ci fanno dissipare la vita che abbiamo, il tempo che abbiamo, i respiri che mai potremmo contare o di cui mai potremmo disporre. Non sapremo mai quando il soffio di vita che Dio ci dona in questo mondo si interromperà. Ma si interromperà, questo è certo, ed allora saremo esaminati dal Signore, Giusto Giudice su come avremo impiegato il nostro tempo, come avremo usato il nostro respiro, quale tesoro avremo nel nostro cuore.

Siamo un domestico, un servo inutile, un servo senza pretese. Perchè che pretese potremmo mai avere verso Colui al quale siamo debitori di tutto? Di che utilità potrebbero essergli le nostre umane costruzioni? Cosa altro di sensato potremmo fare con la nostra vita se non servirlo, e sperare di poter rimanere in Eterno nella Sua casa, la santa dimora verso cui ci dicono di camminare i Salmi?

Non illudiamoci! Mai potremo essere servitori di due padroni. Le cose, i fatti, le sensazioni e le passioni del mondo non ci schiavizzino, non lasciamo che ci seducano e ci dicano loro cosa fare. Quella è la disonesta ricchezza! E noi, lo ripeto, non siamo chiamati a fare i furbi con questa, sperando, con la stessa vacua vaghezza con cui molti credono, crediamo, di riuscire alla fine a scamparla, ma a rifiutarla ed a cercare il vero tesoro che è la volontà del Signore, come è rivelata, solo e soltanto nella Sua Parola.

Tempo di Riforma e di riformatori (Esodo 32)

7 Allora il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d’Egitto, si è pervertito. 8 Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicata! Si son fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: Ecco il tuo Dio, Israele; colui che ti ha fatto uscire dal paese di Egitto».
9 Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo e ho visto che è un popolo dalla dura cervice. 10 Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di te invece farò una grande nazione».
11 Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, divamperà la tua ira contro il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d’Egitto con grande forza e con mano potente? 12 Perché dovranno dire gli Egiziani: Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra? Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo. 13 Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo e tutto questo paese, di cui ho parlato, lo darò ai tuoi discendenti, che lo possederanno per sempre».
14 Il Signore abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo.

(Esodo 32)

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Suonano quanto mai attuali, oggi, Giorno del Signore, alla luce della Parola di Dio tratta dal libro dell’Esodo, guardando al panorama complessivo delle chiese cristiane, specie a quella cui più direttamente faccio riferimento, la chiesa valdese, le parole di uno tra i più grandi predicatori della fede:

«Oggi è come al tempo dei Riformatori. Bisogna prendere una decisione. Questi giorni reclamano dei veri uomini, ma dove sono gli uomini per questi giorni? Il Vangelo è stato tramandato da chi ha conosciuto il martirio e non possiamo giocarci! Né possiamo starcene in disparte mentre è rinnegato da traditori che dicono di amarlo, ma che in realtà ne disprezzano ogni singolo punto!»

(Charles H. Spurgeon)

Che il Signore accresca la nostra fede, perchè come il figlio peccatore della parabola possiamo trovare il coraggio di chiedere perdono all’Eterno per le nostre mancanze, perchè come Mosè sappiamo intercedere per i nostri fratelli e sorelle, perchè l’Eterno ci trovi dove dovremmo essere, tra le braccia aperte della Croce del Suo Figlio.

Amen.

L’Essenza e l’essenziale (Luca 14:1.7-14)

1 Gesù entrò di sabato in casa di uno dei principali farisei per prendere cibo, ed essi lo stavano osservando […]

7 Notando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro questa parabola:

8 «Quando sarai invitato a nozze da qualcuno, non ti mettere a tavola al primo posto, perché può darsi che sia stato invitato da lui qualcuno più importante di te, 9 e chi ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedi il posto a questo!” e tu debba con tua vergogna andare allora a occupare l’ultimo posto. 10 Ma quando sarai invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, affinché quando verrà colui che ti ha invitato, ti dica: “Amico, vieni più avanti”. Allora ne avrai onore davanti a tutti quelli che saranno a tavola con te.

11 Poiché chiunque si innalza sarà abbassato e chi si abbassa sarà innalzato».

12 Diceva pure a colui che lo aveva invitato: «Quando fai un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i vicini ricchi; perché essi potrebbero a loro volta invitare te, e così ti sarebbe reso il contraccambio; 13 ma quando fai un convito, chiama poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14 e sarai beato, perché non hanno modo di contraccambiare; infatti il contraccambio ti sarà reso alla risurrezione dei giusti».

(Luca 14)

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La pericope evangelica che viene proposta oggi per l’ascolto, la preghiera e la meditazione può essere suddivisa a sua volta in due parti, ciascuna corrispondente ad un insegnamento di Gesù.

Il contesto, al versetto 1, è quello di un invito a pranzo ricevuto da Gesù da quello che il testo qualifica come uno dei principali farisei. Il giorno è il sabato, il giorno del Signore, tuttora, per la comunità ebraica. Il giorno in cui la comunità tutta si raduna assieme e prende assieme un pasto di condivisione.

Nei versetti che non si leggono oggi, da 2 a 6, Gesù mette subito in chiaro quale debba essere il motivo vero del riunirsi, il centro dell’interesse, dove sta il vero cibo: guarisce un uomo affetto da idropisia e lo mette davanti agli altri scribi e farisei invitati. A dire che il centro è, deve essere Dio ed il compiere la Sua volontà.

Oggi è domenica, giorno del Signore, le nostre comunità cristiane si riuniscono. Le domande, alla luce anche solo di questo primo versetto sono tante.

Prima: ci andiamo? Sappiamo di essere stati invitati dal Signore? Sappiamo che questo è il momento più importante della nostra settimana?

Seconda: cosa mettiamo al centro? Dio, il desiderio di ascoltare la Sua Parola, quanto ci dirà, o piuttosto non noi stessi, i nostri desideri, la nostra ricerca di risposte a questo o quel particolare problema che abbiamo o crediamo di avere? La Sua Parola o le nostre parole?

Al versetto 7 l’evangelista ci dice che Gesù nota come gli invitati spesso scelgano i primi posti, quanta importanza si dia ai primi posti, alle precedenze, alle preferenze.

Nei sistemi umani, nelle organizzazioni umane, tutte, chiese comprese purtroppo, si dà una grande importanza a questo. Chiese comprese, si, soprattutto alcune, e ad esempio la chiesa cattolica è tra queste. Quando ero in Seminario ricordo che ogni volta che c’era qualche evento, liturgico o conviviale che fosse, c’erano estenuanti sedute (nel mio caso con l’economo, Franco Peracchi, ed il vicerettore, Gianrico Ruzza) per verificare le ‘precedenze’, ossia quale vescovo dovesse passare per primo in processione, quale cardinale dovesse sedere più o meno vicino al Papa, a chi toccasse presiedere questo o quello. E guai a sbagliare, ti beccavi lo sguardo torvo del prelato di turno per tutta la durata dell’occasione, e se era il caso pure una protesta buttata là al Rettore (“Non è che a me importi, però…”, tutte così inziavano, almeno facevano finta di vergognarsene).

“Niente di nuovo sul fronte occidentale”, “così va il mondo” potrebbe dirsi, e non è che Ortodossi e Riformati siano del tutto avulsi da queste pratiche, anche se tra i Riformati mi sembrano assai meno rilevanti.

La pratica ai tempi di Gesù diceva che dovevi metterti due o tre posti indietro rispetto a quello che ti sarebbe spettato… per rango, diciamo così. Gesù radicalizza la richiesta. Non due o tre posti indietro, ma all’ultimo posto. Non però per falsa umiltà, ma proprio perchè non è rilevante agli occhi di Dio in quale posto tu ti metti a sedere o gli uomini ti mettono a sedere.

Le precedenze o le preferenze sono robe da uomini, perchè gli uomini guardano le apparenze. Dio guarda il cuore, Dio guarda il pulito o lo sporco del tuo interno, del tuo intimo, del tuo interiore. Non gli importa dove sei seduto quando sei in assemblea, ma piuttosto dove hai il tuo cuore quando sei in assemblea.

Sei in assemblea per ascoltare Lui o cosa? Hai come centro del tuo cuore la Parola che ti viene annunciata o il tuo cuore è preso da altro? Perchè, fratello o sorella che mi leggi, tu puoi anche essere seduto all’ultimo posto, avere lo sguardo compunto e l’occhio attento, essere vestito semplicemente, essere cortese con chi ti è accanto, ma se il tuo cuore è con le cose del mondo, è preso dalle preoccupazioni del mondo, persino quando è il Giorno del Signore, persino mentre ti viene annunciata la Sua Parola, ti servirà davvero a poco essere in assemblea con la tua comunità!

Potrai ingannare i tuoi fratelli, che vedono solo il tuo esteriore, ma non potrai certo ingannare Dio! Potrai essere innalzato dagli uomini, magari anche, a causa dell’umiltà dei tuoi gesti, della semplicità con cui ti rapporti ad ognuno. Ma quello che davvero importa è essere innalzato da Dio, e Dio ci innalza per la fedeltà vera della nostra vita ai dettami della Sua Parola, non certo per il nostro apparire. Dio ci abbasserà allo stesso modo per la nostra infedeltà, sempre alla Sua Parola.

Non basta essere “una chiesa che bada all’essenziale”, come ho sentito dire di recente a qualcuno. Occorre essere una chiesa che bada all’Essenza. La Parola di Dio è l’Essenza della Chiesa. L’obbedienza alla Parola di Dio è ciò che innalza una comunità o un credente.

Si arriva così alla seconda parte della pericope evangelica in lettura oggi (XXII domenica del Tempo Ordinario, anno C secondo il Lezionario cattolico; XV domenica dopo Pentecoste, anno C, secondo il Lezionario Comune Riformato).

I versetti da 12 a 14 trattano di quelli che dobbiamo invitare nei nostri banchetti, nelle nostre assemblee, nelle nostre adunanze.

In sintesi, senza ripetere tutto, dobbiamo invitare sopratutto quelli che non ci possono contraccambiare, rendere favori, rendere grazie da un punto di vista umano.

La stessa logica di cui sopra. Il nostro criterio per ‘fare la lista degli invitati’ è farla sforzandoci di seguire quella che è la logica di Dio e non le nostre logiche. La logica di Dio dice, invita soprattutto chi ha bisogno di ascoltare la mia Parola, invita soprattutto chi è bisognoso di conversione, invita soprattutto chi è povero, poverissimo dal punto di vista spirituale. Invita chi è cieco e sordo alla Parola di Dio, invita chi è zoppo, chi cammina per le strade del mondo sforzandosi di tener dietro alle fandonie umane, ai discorsi senza capo nè coda, alle parole vane. Vane perchè inutili o vane perchè vanesie, vuote, inconcludenti.

Perchè la logica del nostro convito, il motivo di organizzare un nostro convito, una nostra assemblea deve essere quello di rendere gloria a Dio e non a noi stessi. Riflettiamoci, noi spesso organizziamo conviti, eventi, anche liturgici, quasi come se dovessimo fare un favore a Dio. E’ tutto il contrario! Il convito è di Dio, il banchetto a cui siamo invitati è del Signore, il cibo che siamo chiamati a mangiare è la Parola di Dio, quello che siamo chiamti a spezzare è il pane che è Corpo di Cristo, quello che siamo chiamati a bere è il Vino che è il Sangue di Cristo.

Ma tutto questo è Dio che ce lo dona, noi non abbiano alcun merito in tutto questo, nè possiamo arrogarcelo.

Mi tornano in mente le parole dell’Apostolo Paolo a riguardo…

14 Perciò, miei cari, fuggite l’idolatria.
15 Io parlo come a persone intelligenti; giudicate voi su quel che dico.
16 Il calice della benedizione, che noi benediciamo, non è forse la comunione con il sangue di Cristo? Il pane che noi rompiamo, non è forse la comunione con il corpo di Cristo? 17 Siccome vi è un unico pane, noi, che siamo molti, siamo un corpo unico, perché partecipiamo tutti a quell’unico pane. 18 Guardate l’Israele secondo la carne: quelli che mangiano i sacrifici non hanno forse comunione con l’altare? 19 Che cosa sto dicendo? Che la carne sacrificata agli idoli sia qualcosa? Che un idolo sia qualcosa? 20 Tutt’altro; io dico che le carni che i pagani sacrificano, le sacrificano ai demòni e non a Dio; ora io non voglio che abbiate comunione con i demòni. 21 Voi non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; voi non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni.22 O vogliamo forse provocare il Signore a gelosia? Siamo noi più forti di lui?

(1 Corinti 10)

17 Nel darvi queste istruzioni non vi lodo del fatto che vi radunate, non per il meglio, ma per il peggio. 18 Poiché, prima di tutto, sento che quando vi riunite in assemblea ci sono divisioni tra voi, e in parte lo credo;19 infatti è necessario che ci siano tra voi anche delle divisioni, perché quelli che sono approvati siano riconosciuti tali in mezzo a voi. 20 Quando poi vi riunite insieme, quello che fate, non è mangiare la cena del Signore;21 poiché, al pasto comune, ciascuno prende prima la propria cena; e mentre uno ha fame, l’altro è ubriaco. 22 Non avete forse le vostre case per mangiare e bere? O disprezzate voi la chiesa di Dio e umiliate quelli che non hanno nulla? Che vi dirò? Devo lodarvi? In questo non vi lodo.
23 Poiché ho ricevuto dal Signore quello che vi ho anche trasmesso; cioè, che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane, 24 e dopo aver reso grazie, lo ruppe e disse: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». 25 Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me.26 Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga».

(1 Corinzi 11)

La Parola è del Signore, il Corpo è del Signore, il Sangue è del Signore. Senza il Signore non c’è banchetto, non c’è convito, non c’è vino, non c’è gioia. Senza la Parola non c’è nulla di tutto questo. Perciò, fratelli e sorelle, oggi osserviamo attentamente le nostre assemblee ed il nostro essere in assemblea.

Chi c’è al centro? Dio o il pastore? La Parola o le tante parole del mondo? La Verità o mille diverse verità? Chi ha la precedenza? Dio o i nostri infiniti bisogni? Siamo in assemblea per scoprire qual’è la volontà di Dio per la nostra vita, o per cercare di piegare Dio alle nostre volontà?

27 Perciò, chiunque mangerà il pane o berrà dal calice del Signore indegnamente, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. 28 Ora ciascuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva dal calice; 29 poiché chi mangia e beve, mangia e beve un giudizio contro se stesso, se non discerne il corpo del Signore.

(1 Corinti 11)

Che l’Eterno ci perdoni, se il nostro riunirci in assemblea non è secondo ed a servizio della Sua Parola. Amen.

La maratona della vita cristiana (Ebrei 12,1-3)

Sintesi: La fede cristiana autentica è ben lungi dall’essere “una credenza” privata, “mentale”, ma uno stile di vita, anzi, una gara che si corre in vista di un premio. Non però come una gara dove c’è chi arriva primo e si prende il premio, ma una sorta di maratona in cui tanti si iscrivono e “vincono tutti” quelli che arrivano al traguardo. Implica comunque impegno: non serve a nulla rimanerne spettatori. L’incoraggiamento a parttecipare ed a perseverarvi fino alla fine lo troviamo nel testo biblico di questa domenica, in Ebrei 12:1-3.

1 Anche noi, dunque, poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, 2 fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio.

3 Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate perdendovi d’animo.

(Ebrei 12)

chanforan

La parabola della gara

Oggi il testo della Parola di Dio che viene sottoposto alla nostra attenzione ci accompagna, per così dire, ad assistere ad una “gara sportiva”, ad una maratona, a un qualcosa di simile ad una corsa campestre.

E’ un percorso lungo e difficile, pieno di ostacoli. Dalla nostra prospettiva più alta di spettatori possiamo vedere laggiù il traguardo dove una corona d’alloro attende il vincitore. Diciamo meglio: tutti coloro che arrivano ricevono un premio, un attestato di partecipazione, il che è già un onore. I primi ricevono una speciale menzione, ma in questa gara tutti coloro che arrivano al traguardo sono vincitori.

Ecco, dall’altra parte gli atleti al nastro di partenza. Si tolgono il mantello e al via dello starter partono con passo sicuro e regolare. Si sono allenati bene, i loro muscoli sono agili, forti e scattanti. Non c’è nulla che li possa distrarre, sono ben concentrati e determinati a giungere al traguardo. Li seguiamo con il nostro sguardo mentre affrontano le difficili prove del percorso, alcuni cadono, poi si rialzano e procedono imperterriti. É visibile dopo un po’ il loro sudore e la loro fatica. Arrivano così al traguardo e partecipiamo alla gioia del vincitore che riceve la sua corona. È esausto ma felice e ora sollevato di riceverla, quella corona. Il suo impegno è stato premiato.

Altri erano pure partiti, pieni di buone intenzioni, ma dopo le prime difficoltà avevano rinunciato alla corsa ed erano tornati indietro. Altri ancora avevano solo promesso di parteciparvi, si erano iscritti alla gara, avevano avuto il loro numero, ma per qualche motivo nemmeno sono partiti… Un gruppo di atleti fedeli ed impegnati però ce l’ha fatta!

Ecco che però succede l’inaspettato. Il direttore della gara si muove e si avvicina proprio dove siamo noi, noi spettatori. Viene avanti e rivolge la sua parola proprio a te. Sei piuttosto sorpreso, soprattutto ad udire le sue parole. Si, ti sta invitando a scendere in campo, si proprio te, a far parte di quelle valorose squadre ed a correre la gara insieme a quei famosi e valenti atleti. Ti chiedi perché abbia invitato proprio te. Non te ne credi certamente all’altezza, ma lui insiste, rassicurandoti che ti darà tutti gli strumenti tecnici necessari per partecipare anche tu alla gara con onore. L’onore però è ancora un altro: l’onore di portare la maglia di quelle valenti squadre! Vi sono gli allenamenti, ricevi le necessarie istruzioni e arriva il momento di partire. Sarai fra quelli che partono davvero e perseverano fino alla fine della gara per ricevere la corona che spetta a coloro che giungono al traguardo? Non ti lascerai spaventare dalle difficoltà oppure preferirai tornare fra i semplici spettatori?

Questa che vi ho raccontato è una parabola che illustra la vita cristiana assomigliandola ad una gara sportiva. Ogni illustrazione ha i suoi limiti, ma credo che ci possa servire oggi per chiarire i termini di quanto ci comunica il Signore Iddio nel testo biblico di Ebrei 12:1-6.

Chiamati dalla Sua grazia

Ci sono quindi due tipi di “sportivi” quelli che lo sport …lo guardano, e quelli che allo sport …partecipano. Oserei dire che i veri sportivi sono quelli che “fanno” lo sport. Oggi infatti sono fin troppi quelli che fanno i semplici spettatori della fede e delle attività dei cristiani attivi e professanti. Magari “finanziano” le chiese. È già qualcosa, ma rimangono pur sempre spettatori, fuori dalla gara: valutano le attività degli altri e magari le criticano, battendo le mani oppure fischiando, a seconda del gradimento…

In ogni caso ci sono occasioni importanti – come quella di oggi – in cui Iddio, attraverso l’annuncio dell’Evangelo, chiama anche noi, anche te, a far parte della Sua “squadra di atleti”, di un popolo speciale, il Suo popolo eletto, la Sua chiesa. Egli chiama anche noi a “scendere in campo”.

Si tratta indubbiamente di una stupefacente espressione dell’amore e della grazia di Dio verso creature come noi siamo, la cui vita – per usare la nostra immagine – è pigra, sedentaria, squilibrata, malsana, indifferente e spesso anche molto critica verso squadre ed allenatori… in una parola, per noi peccatori, quella di sentirci rivolgere la parola della verità, l’appello ad affidarci ad essa, scoprire la disponibilità di Dio nei nostri riguardi che ci vuole riscattare e perdonare attraverso l’opera efficace di un valente “allenatore”, il Salvatore Gesù Cristo. Come non gridare di gioia e di riconoscenza per “l’onore” che Iddio ci vuol fare chiamandoci ad essere anche noi partecipi della Sua vittoria!

Il testo biblico

Consideriamo però ora più da vicino il testo biblico che Dio ci vuole rivolgere quest’oggi. L’apostolo scrive a cristiani d’origine ebraica:

“Anche noi, dunque, poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni, deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge, e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio.
Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate, perdendovi d’animo”

(Ebrei 12:1-3).

Motivi incoraggianti

Dobbiamo dire innanzitutto che l’Apostolo qui si rivolge ad “atleti” della vita cristiana che, scesi in campo e partiti, sperimentano la durezza della gara e sono tentati a scoraggiarsi e forse anche a rinunziarvi. La cosa è comprensibile, ma qui l’apostolo, vero e proprio “allenatore”, incoraggia questi “atleti” mettendo davanti a loro i motivi per cui a questa “gara” ne valga comunque la pena di parteciparvi.

I cristiani di quella generazione, ma quanti ancora oggi, vedono la loro fede ed il loro impegno messo a dura prova da difficoltà di ogni genere. Queste parole ispirate da Dio vengono però rivolte anche a noi per nostro incoraggiamento ed istruzione. La confessione della nostra fede non si esprime forse oggi nel contesto di difficoltà e persecuzioni dirette, nondimeno, portare avanti con coerenza la nostra professione di fede nemmeno oggi è facile, è anticonformista e può causare opposizione e incomprensione. Per questo, pur non nascondendo ai nostri figli la difficoltà della coerenza cristiana, li incoraggiamo a proseguire con coraggio e preghiamo per loro.

Credo che sia importante pure notare come lo scrittore non si limiti qui a dare “consigli” ed esortazioni come colui che si limiti a “stare in panchina”. E’ egli stesso un “atleta” d’esperienza e sa bene identificarsi con i suoi lettori scoraggiati. Al capitolo 10 aveva già detto:

“Ora noi non siamo fra quelli che si tirano indietro a loro perdizione, ma quelli che hanno fede per ottenere la vita” (10:39).

I precursori

La prima frase del testo che colpisce la nostra attenzione è: “Anche noi, dunque, poiché siamo circondati da una così grande schiera di testimoni…” (1a). E’ il primo motivo di incoraggiamento degli atleti in pista: “Non siete soli e non siete stati i primi a correre – e con successo – questa gara”.

C’è una così grande schiera (una nuvola, un nugolo) di testimoni (martiri della fede) che ci circonda, noi che corriamo la gara della fede cristiana. Quanti ci hanno preceduto nella fede e tuttora nel mondo brillano come luminosi esempi di fede e di impegno nonostante le difficoltà che devono affrontare e proprio per portare avanti la fede che oggi noi dichiariamo di professare. Essi sono dei testimoni in quanto la loro vita, opere, sofferenze e morte, attestano la loro fede, e testimoniano a noi attraverso le pagine della Scrittura e della storia il loro impegno è stato abbondantemente retribuito.

Pensate: noi che siamo chiamati a far parte o che facciamo parte della squadra dei cristiani, “portiamo i colori” di un popolo che enumera gli “eroi” della fede di cui sono piene le pagine dei nostri calendari (e non solo), uomini, donne, ragazzi e bambini che attraverso questi venti secoli di storia cristiana, ma anche di più se contiamo pure l’antico popolo di Israele in cui siamo stati innestati, che spesso hanno sofferto e pagato con la loro vita pur di portare avanti la fiaccola della fede… Fare dei nomi, a questo punto, significherebbe fare dei torti a qualcuno. E’ la “comunione dei santi”, migliaia e migliaia nostri predecessori nella fede che si sono distinti per fede, forza e virtù. E’ come se essi ci stessero ora a guardare incoraggiandoci a proseguire con fiducia la nostra corsa nonostante tutto. Dobbiamo anche dire che essi testimonieranno pro o contro di noi a seconda se siamo stati all’altezza della loro e nostra comune vocazione.

Essi sono come nuvole cariche di pioggia ristoratrice per le dottrine vivificanti che ci hanno portato; per i loro esempi rinfrescanti nell’ardore della persecuzione; per la loro guida ed indicazioni che ci danno nelle vie di Dio; per il loro grande numero, come una spessa nuvola che ci circonda da ogni parte, sono di indubbia istruzione. Dovremmo prendere l’abitudine di nutrirci leggendo le biografie dei cristiani valorosi del passato e del presente. Il loro esempio decisamente mi incoraggia tanto che non mi lascerò intimidire da nulla.
Impedimenti in noi stessi

Il secondo incoraggiamento ci viene dall’espressione: “deponiamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge” (1b).

Ci possono essere tanti fattori esterni che ci sono di ostacolo nella corsa della vita cristiana. Tanti impedimenti ed ostacoli che noi avvertiamo, però, sono in noi stessi: la nostra pigrizia, indolenza, vizi, difetti, il nostro atteggiamento psicologico nei confronti della vita cristiana, il nostro peccato…

Il nostro testo dice: Deponiamo (cioè gettiamo via, eliminiamo) ogni peso (impedimento), tutto ciò che ci “appesantisce” e ci “frena”. Come l’atleta disciplina sé stesso nel corpo, nella mente e nello spirito per correre la gara nel modo migliore e più efficace possibile, come l’atleta si sbarazza di tutto ciò che impedirebbe il suo procedere, così pure nella “corsa” cristiana ogni zavorra deve essere scaricata. Gli antichi atleti correvano nudi, e anche oggi l’abbigliamento deve essere adatto alla gara. Non si corre con cappotto e stivali…

La figura compara il peccato ad una veste lunga che impedisce il libero movimento del corridore. L’apostolo ci dice: deponiamo il peccato, che così facilmente ci avvolge (che ci tiene stretto e che ci fa inciampare, ci aggroviglia). Il riferimento è al peccato in quanto tale che ci assedia da ogni lato. Abbiamo difficoltà nella vita cristiana? Quante di queste difficoltà dipendono solo da noi? Chiediamo a Dio di aiutarci a prenderne coscienza ed a sbarazzarcene perché altrimenti non faremo molta strada…
Perseveranza

Un terzo incoraggiamento ha a che fare con la necessità di essere perseveranti e diligenti: “e corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta” (1c).

L’atleta deve allenarsi regolarmente e con impegno, e poi procedere con determinazione senza lasciarsi distrarre da niente e da nessuno. La costanza e la determinazione oggi è una virtù molto rara.

Qualcuno ha detto: “Costanza: di questa parola si è fatto un nome proprio, forse perché non è comune”. S. Agostino disse: “Non è gran cosa l’incominciare; la perfezione sta nel condurre a termine”. Corriamo la vita cristiana, dice il nostro testo, sforziamoci di progredire con perseveranza, paziente sopportazione, con determinazione la gara che ci è proposta, e la parola originale che il testo usa ha a che fare con il nostro “agonismo”.

La gara cristiana non è uno sprint di breve durata ma una gara che dura a lungo, una maratona.

Non vi saranno premi per coloro che non perseverano fino alla fine della corsa.

L’apostolo Paolo diceva:

“Ma non faccio nessun conto della mia vita, pur di condurre a termine con gioia la mia corsa e il servizio affidatomi dal Signore Gesù Cristo” (At. 20:24).

Al termine della sua vita lo stesso apostolo scriveva:

“Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede. Ormai mi è riservata la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi assegnerà in quel giorno, e non solo a me…” (2 Ti. 4:7,8).

Siamo chiamati ad essere perseveranti: quanti fra coloro che si erano disposti alla corsa non sono mai partiti veramente oppure dopo un po’ vi hanno rinunciato tornando indietro? Essi non riceveranno il premio finale.
Lo sguardo fisso su Gesù

Il motivo più importante di incoraggiamento che questo testo ci rivolge, però, è il quarto:

“fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l’infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio. Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate, perdendovi d’animo” (3, 4).

Ecco il segreto del maratoneta, dell’alpinista e di chiunque altro intende raggiungere il suo obiettivo: un’attenzione indivisa verso la meta, un’attenzione indivisa – nel nostro caso – verso Colui che ci precede, ci dà forza, ci incoraggia: il Signore Gesù Cristo.

Fissate lo sguardo, tenete fissi gli occhi, su Gesù, Colui che crea la fede, il pioniere, il fondatore, l’originatore, e la rende perfetta (il perfezionatore). Leonardo da Vinci disse: “Non si volta chi a stella è fisso”.

E’ davvero il segreto della perseveranza cristiana. Avremo forza solo quando il nostro sguardo è fissato sul grande oggetto della nostra fede. La vittoria appartiene solo a chi guarda a Gesù perché Egli è

(1) il fondatore della fede, Colui che ha ispirato questa gara e la rende possibile. Egli solo ha illuminato il sentiero della salvezza come un sentiero possibile. Egli è:

(2) esempio di fede, Lui solo ha portato la fede a perfezione, ci ha aperto la strada e l’ha percorsa per intero. Nei giorni della sua carne, Cristo ha calcato senza deviarne mai il sentiero della fede. Noi siamo chiamati ed abbiamo la possibilità di essere come Lui. Per la gioia che gli era posta dinanzi [lo stesso verbo usato prima per la gara che noi dobbiamo correre], Egli sopportò la croce e stette fermo nei suoi propositi. Egli è il:

(3) il compitore che questa gara l’ha portata nella Sua propria persona a perfetto compimento. Aveva ogni tipo di beatitudine, ma soffrì volontariamente la vergogna della croce non tenendo in alcun conto l’infamia, la vergogna, la disgrazia di una simile morte. E non si trattò di una gioia egoistica, era la gioia raggiunta attraverso quella redenzione che avrebbe realizzato la salvezza di tutto il suo popolo. Di lui Isaia dice: “Egli vedrà il frutto del suo tormento interiore, e ne sarà saziato; per la sua conoscenza, il mio servo, il giusto, renderà giusti i molti, si caricherà egli stesso delle loro iniquità” (Is. 53:11).

(4) Il vincitore. Si, Gesù è il vincitore, non nel senso che sia stato l’unico – a scapito di altri – a vincere. In questa gara tutti coloro che arrivano al traguardo, ne conseguono il premio. Egli, per così dire, è il giudice stesso della gara che personalmente ne percorre il percorso, alle stesse condizioni degli altri, e ne riporta la vittoria. “E si è seduto alla destra del trono di Dio”. Il fatto della sua sofferenza è completamente passato, ma i risultati d’essa rimangono per sempre.

La fede riconosce che ‘questo Gesù’ è stato fatto da Dio “e Signore e Cristo” (At. 2:36). Colui che un giorno soffrì sulla terra ora governa in cielo (Mt. 28:18). I destinatari di questa lettera devono credere a questo, nonostante che le attuali circostanze sembrino contraddirlo, e così dobbiamo noi!
Epilogo

A coloro che corrono la gara della vita cristiana, lo scrittore così dice: “Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate, perdendovi d’animo”. Considerate, riflettete, comparate, perciò Colui che ha sopportato una simile ostilità, odio, opposizione, contro la Sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate, perdendovi d’animo, affinché il vostro animo non venga meno.

La Sua morte di croce non è stata una sconfitta. Attraverso la morte di croce ha conseguito la vittoria sul peccato e sulla morte ed è entrato nella gloria della risurrezione. La ragione di fissare su di Lui il nostro sguardo è considerare quello che Lui aveva dovuto sopportare era molto di più di che cosa dobbiamo sopportare noi. L’innocente sulle cui spalle grava il peccato del suo popolo e gli strali implacabili dei suoi avversari. L’apostolo Pietro scrisse:

“Già designato prima della creazione del mondo, egli è stato manifestato… per voi; per mezzo di Lui credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria affinché la vostra fede e la vostra speranza siano in Dio” (1 Pietro 1:20,21).

Molti sono spettatori della gara della vita cristiana, ed è chiaro che rimanendo tali rimarranno privi della ricompensa dei vincitori, così come chi aveva promesso di iniziare questa gara e non è mai veramente partito, e come coloro che, spaventati dalle difficoltà, hanno rinunciato a correre e sono tornati indietro.

Chi vorrà veramente “scendere in campo” e perseverare fino alla fine?

Abbiamo motivi di grande incoraggiamento non solo fra quelli fin qui esposti, ma anche per la promessa del Signore. L’apostolo Paolo dice infatti:

“Io ringrazio il mio Dio… per voi, e sempre, in ogni mia preghiera per tutti voi, prego con gioia a motivo della vostra partecipazione al vangelo, dal primo giorno fino ad ora. E ho questa fiducia: che colui che ha cominciato in voi un’opera buona, la condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” (Filippesi 1:3-6).

(Predicazione del pastore Paolo Castellina)

Sforzatevi di entrare per la porta stretta! (Luca 13:22-30)

22 Egli attraversava città e villaggi, insegnando e avvicinandosi a Gerusalemme.

23 Un tale gli disse: «Signore, sono pochi i salvati?» Ed egli disse loro:
24 «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché io vi dico che molti cercheranno di entrare e non potranno.

25 Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, stando di fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici”. Ed egli vi risponderà: “Io non so da dove venite”.
26 Allora comincerete a dire: “Noi abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze!” 27 Ed egli dirà: “Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori”.
28 Là ci sarà pianto e stridor di denti, quando vedrete Abraamo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi ne sarete buttati fuori.

29 E ne verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno, e staranno a tavola nel regno di Dio.
30 Ecco, vi sono degli ultimi che saranno primi e dei primi che saranno ultimi».

(Luca 13)

pinerolo2007 246

Siamo tutti, noi cristiani, uomini e donne in cammino dietro i passi del Signore Gesù.
Siamo tutti, noi cristiani, uomini e donne, in cammino, dietro il Signore Gesù, chiamati ad imitarne la vita, ad emularne le scelte.
Quali sono queste scelte?

Pregare, sempre; essere costantemente alla presenza del Padre, fare, sempre la Sua volontà e non la nostra; obbedire, sempre al Padre e non agli uomini, avere sempre in bocca la Sua Parola, nel cuore la Sua Legge, di cui, di dice Gesù, non cade uno iota finchè tutta la storia umana non sarà compiuta. Essere sempre pronti a convertirci, a cambiare strada, quando ci accorgiamo delle mancanze presenti nella nostra sequela.

Amare il prossimo come noi stessi, ascoltare ogni uomo ed ogni donna, aiutarlo ad esaminare la sua vita, denunciare il suo peccato quando occorre, ed esortarlo a cambiare vita, dirgli, dirle, “Il Signore ti perdona, ma tu non peccare più”. Mettergli di fronte la misericordia del dono di Dio, farle riconoscere il dono dello Spirito nella sua vita, e quindi la possibilità di convertirsi e rinnegare il suo peccato.

Le stesse cose che speriamo siano fatte a noi, noi dobbiamo desiderarle, oltre che per noi (e non è affatto facile nè scontato, per nessuno, riconoscersi peccatore e bisognoso di conversione ogni giorno) anche per i nostri fratelli e sorelle.

Quando a Gesù quel tale chiede di conoscere “sono pochi i salvati” nel suo cuore la cosa l’ha chiara. Non gli chiede se tutti saranno salvati, nè se i salvati saranno molti. Perchè quel tale vedeva, chiaramente, di persona, le difficoltà che comportava seguire, nel mondo degli uomini, il Signore Gesù; come anche i discepoli lo vedevano (il parlare duro, se è così a chi conviene, allora chi potrà salvarsi…).

E Gesù dà una risposta chiarissima. Si tratta di una porta stretta, occorre impegno e dedizione assoluta, occorre un impegno quotidiano, occorre superare tante difficoltà, occorre non lasciarsi distrarre o portare fuori strada da parte degli spiriti di questo mondo; non basta una adesione nominale, non basta aver semplicemente “conosciuto”, con le orecchie, in modo superficiale, in modo formale, diremo noi, il Signore Gesù.

Il Signore Gesù in questa parte della risposta è chiarissimo e durissimo, non duro, nel parlare:

26 Allora comincerete a dire: “Noi abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza, e tu hai insegnato nelle nostre piazze!”

27 Ed egli dirà: “Io vi dico che non so da dove venite. Allontanatevi da me, voi tutti, malfattori”.

28 Là ci sarà pianto e stridor di denti, quando vedrete Abraamo, Isacco, Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi ne sarete buttati fuori.

Ma non ci spaventi questo! Perchè il Signore Gesù è Colui che è morto e risorto per noi, il Signore Gesù è Colui che ha mandato su di noi il Suo Spirito, il Signore Gesù è il Figlio Salvatore del Padre Creatore e ricco di misericordia.

Non ci spaventi il parlare duro di Gesù, perchè ci sono stati donati i mezzi per la salvezza, ma esaminiamo chiaramente la nostra vita. Che uso ne stiamo facendo? Obbediamo o no, in tutto e per tutto, alla Sua Parola? Da chi cerchiamo approvazione nelle nostre scelte di vita quotidiane? Da Dio o dagli uomini?

L’offerta di salvezza è universale…

29 E ne verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno, e staranno a tavola nel regno di Dio.

Ma è tutto meno che scontata… Molti sono i chiamati, pochi gli eletti. Ed inoltre…

30 Ecco, vi sono degli ultimi che saranno primi e dei primi che saranno ultimi

Siamo in cammino insieme, siamo “sinodali”, siamo tutti chiamati a riflettere e pregare sulla nostra sequela, siamo tutti chiamati a convertire i nostri passi. Sforziamoci di farlo passando per la porta stretta, per la porta stretta dell’adesione alla Verità del messaggio di Dio contenuta nella Parola.

Per la riflessione e la preghiera in questa Domenica, Giorno del Signore (XXI del tempo Ordinario per il Lezionario Cattolico, XIV dopo Pentecoste per il Lezionario Comune Riformato), mi permetto di suggerirvi di leggere le parole del vescovo Cesario, tutt’altro che datate…

Cesario di Arles (470-543), monaco e vescovo
Discorso 7; CCL 103, 37ss
“Gesù passava per città e villaggi insegnando”

Fate ben attenzione, fratelli carissimi: le sante Scritture ci sono state trasmesse come lettere venute, per così dire, dalla nostra patria.

La nostra patria infatti è il paradiso; nostri genitori sono i patriarchi, i profeti, gli apostoli e i martiri; nostri concittadini, gli angeli; nostro re, Cristo. Quando Adamo ha peccato, siamo stati gettati per così dire nell’esilio di questo mondo. Ma poiché il nostro re è fedele e misericordioso più di quanto si possa pensare o dire, si è degnato di inviarci le sante Scritture per mezzo de patriarchi e dei profeti, come lettere d’invito attraverso le quali ci invita nella nostra eterna e prima patria… Per la sua indicibile bontà, ci ha invitati a regnare con lui.

In queste condizioni, che idea di se stessi si fanno i servi che … non si degnano di leggere le lettere che ci invitano alla beatitudine del Regno? … “Se qualcuno non lo riconosce, neppure lui è riconosciuto” (1Cor 14,38).

Certamente chi non si cura di cercare Dio in questo mondo attraverso la lettura dei testi sacri, a sua volta Dio rifiuterà di ammetterlo all’eterna beatitudine.

Deve temere che gli si chiudano le porte, che lo si lasci fuori come le vergini stolte (Mt 25,10) e che meriti di sentire: “Non so chi siete; non vi conosco; allontanatevi da me voi tutti che fate il male”…

Chi vuol essere ascoltato con favore da Dio deve cominciare con l’ascoltare Dio.

Come può avere il coraggio di volere che Dio l’ascolti favorevolmente se si cura così poco di leggere i suoi precetti?

Il fuoco del battesimo (Luca 12:49-53)

XX Domenica, Giorno del Signore, nel Tempo Ordinario
XIII Domenica, Giorno del Signore, dopo Pentecoste

49 «Io sono venuto ad accendere un fuoco sulla terra; e che mi resta da desiderare, se già è acceso?

50 Vi è un battesimo del quale devo essere battezzato; e sono angosciato finché non sia compiuto!

51 Voi pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto divisione; 52 perché, da ora in avanti, se vi sono cinque persone in una casa, saranno divise tre contro due e due contro tre; 53 saranno divisi il padre contro il figlio e il figlio contro il padre; la madre contro la figlia, la figlia contro la madre; la suocera contro la nuora e la nuora contro la suocera».

(Luca 12)

BIBBIAFB02

Io sono venuto ad accendere un fuoco sulla terra; e che mi resta da desiderare, se già è acceso?

Un fuoco! Un fuoco! Leggo questo Evangelo e penso a quanta gente invece pensa al Cristianesimo come ad un’acquetta che serve ad annaffiare le piante. Un qualcosa che serve banalmente ad annaffiare una crescita dell’uomo, dell’umanità data per scontata, per banale, dai nostri miti del progresso, dalle nostre illusioni di continua crescita, dalla nostra stolida ricerca di banali sicurezza del quotidiano. Un fuoco, Gesù è impaziente di farlo accendere, di farlo divampare, e lo fa, lo fa con la Sua Croce!

La Croce è un fuoco, perchè la Croce, per la sua stessa natura, nel suo stesso disegno, divide. Divide chi crede da chi non crede. Divide chi rimane sotto di lei, da chi fugge e scappa via.

La Croce dividerà nel giorno del giudizio ultimo, in base a se la si sarà accolta o no, chi starà alla Sua destra, nella gloria e chi alla Sua sinistra, dove sarà pianto e stridore di deti per l’eternità.

La Croce unisce nella solidarietà cristiana, o almeno dovrebbe unire i credenti e tutti gli uomini a riconoscere nel destino del Cristo il destino di ogni uomo, ma è finalizzata a dividere, a separare alla fine dei tempi, il grano dalla zizzania, il pescato buono da quello cattivo…

Così è del Battesimo… riprendendo l’immagine di prima, ed accoppiandola con nostri diversi modi sacramentali, il Battesimo non è una banale quantità d’acqua che ti è versata tre volte sulla testa, ma nemmeno l’essere immersi e riemergere per tre volte in una vasca battesimale.

Il Battesimo è un nascere di nuovo, un nascere alla vita in Cristo dopo l’essere nati alla vita fisica.

Quando il bambino, dopo nove mesi trascorsi nel ventre della madre, nella luce leggera e soffusa che gli traspare, viene alla luce nel momento del parto, le esperienze più forti sono la luce esterna che per un momento sembra accecarlo, i suoni forti che sembrano assordarlo, il respiro che si ferma e poi riprende. Il bambino che viene alla luce, sembra morire e poi il primo vagito, l’urlo liberatorio, la scoperta di una vita nuova.

Questo è il Battesimo! Un fidarsi completo in Cristo, in quel fratello che ti spinge la testa e il corpo sott’acqua, che se te la tenesse lì potrebbe ucciderti, ed invece lo fa per farti riconoscere la vita nuova, nel Padre, nel Figlio, nello Spirito Santo, nel Dio Uno e Trino.

Questo è il Battesimo! Una luce nuova, quella del Cristo, della Parola fatta carne, che da quel momento sei chiamato non solo a seguire ma a portare ai fratelli ed alla sorelle nel mondo. Una luce diversa, più grande, più faticosa da portare, perchè non è la tua! Una voce nuova, tonante, che ti sguarcia la vita oltre che il timpano, che ti rammenta il tuo peccato e ti richiama alla tua responsabilità. Un respirare pieno, oltre ogni speranza di vita, proprio come il primo respiro del neonato, che ti dovrebbe portare ad aver voglia di urlare la gioia per la salvezza che hai ricevuto, a urlare sopra i tetti e per le strade la Parola di salvezza che hai ricevuto.

Allora, se questo è il fuoco, se questo è il Battesimo, la conclusione è logica.

51 Voi pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto divisione; 52 perché, da ora in avanti, se vi sono cinque persone in una casa, saranno divise tre contro due e due contro tre; 53 saranno divisi il padre contro il figlio e il figlio contro il padre; la madre contro la figlia, la figlia contro la madre; la suocera contro la nuora e la nuora contro la suocera.

Non può essere altrimenti, a meno di non annacquare la forza esplosiva della Parola di Dio, a meno di non trasformare la Croce in una tronchesina per spuntarsi, di tanto in tanto, le unghie, a meno di non accontentarsi di bere il vino adulterato di tante chiese cristiane indegne di questo nome che servono il vino del mondo, invece che il Vino buono delle nozze di Cana, che sostituiscono il fuoco da far divampare con una copertina per riscaldarsi le estremità…

Una Chiesa, una comunità cristiana, un prete, un pastore degni di questo nome, dovrebbero sentire dentro di loro, vive, queste parole del profeta Geremia, dovrebbero provare il disagio che egli lamentava…

10 Me infelice! o madre mia, perché mi hai fatto nascere
uomo di lite e di contesa per tutto il paese!
io non do né prendo in prestito,
eppure tutti mi maledicono.
11 Il SIGNORE dice:
«Per certo, io ti riservo un avvenire felice;
io farò in modo che il nemico ti rivolga suppliche
nel tempo dell’avversità, nel tempo dell’angoscia.
12 Il ferro potrà esso spezzare il ferro del settentrione e il bronzo?
13 Le tue facoltà e i tuoi tesori io li darò gratuitamente come preda,
a causa di tutti i tuoi peccati, e dentro tutti i tuoi confini.
14 Li farò passare con i tuoi nemici in un paese che non conosci;
perché un fuoco si è acceso nella mia ira,
che arderà contro di voi».

Dovrebbero sperare contro ogni speranza, solo e soltanto nella Sua Parola, nelle sue promesse che sono realtà nel momento stesso in cui sono pronunciate.

15 Tu sai tutto, SIGNORE; ricòrdati di me, visitami,
e vendicami dei miei persecutori;
nella tua benevolenza non portarmi via!
Riconosci che per amor tuo io porto l’infamia.
16 Appena ho trovato le tue parole, io le ho divorate;
le tue parole sono state la mia gioia, la delizia del mio cuore,
perché il tuo nome è invocato su di me,
SIGNORE, Dio degli eserciti.
17 Io non mi sono seduto assieme a quelli che ridono, e non mi sono rallegrato;
ma per causa della tua mano mi sono seduto solitario,
perché tu mi riempivi di sdegno.
18 Perché il mio dolore è perenne,
e la mia piaga, incurabile, rifiuta di guarire?
Vuoi tu essere per me come una sorgente illusoria,
come un’acqua che non dura?
19 Perciò, così parla il SIGNORE:
«Se torni a me, io ti farò ritornare, e rimarrai davanti a me;
e se tu separi ciò che è prezioso da ciò che è vile, tu sarai come la mia bocca;
ritorneranno essi a te, ma tu non tornerai a loro.
20 Io ti farò essere per questo popolo un forte muro di bronzo;
essi combatteranno contro di te, ma non potranno vincerti,
perché io sarò con te per salvarti e per liberarti»,
dice il SIGNORE.
21 «Ti libererò dalla mano dei malvagi,
ti salverò dalla mano dei violenti».

Il Signore Dio accresca la nostra fede, nel Suo Giorno immortale.

Che il ricordo del nostro Battesimo sia memoriale del nostro essere vivi in Cristo e morti per il mondo. In qualsiasi condizione o momento di vita, oggi, ciascuno di noi si trovi. 

18 Non ricordate più le cose passate,
non considerate più le cose antiche:
19 Ecco, io sto per fare una cosa nuova; essa sta per germogliare;
non la riconoscerete?

(Isaia 43)

21 Ti celebrerò perché mi hai risposto
e sei stato la mia salvezza.
22 La pietra che i costruttori avevano disprezzata
è divenuta la pietra angolare.
23 Questa è opera del SIGNORE,
è cosa meravigliosa agli occhi nostri.
24 Questo è il giorno che il SIGNORE ci ha preparato;
festeggiamo e rallegriamoci in esso.

(Salmo 118)