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Giovanni Crisostomo, l’oro della Parola di Dio nella sua bocca

Giovanni Crisostomo, l’oro della Parola di Dio nella sua bocca

San Giovanni Crisostomo nacque tra il 344 e il 349 ad Antiochia, in Siria. Suo padre, Secundus, era un generale dell’esercito, e sua madre, Anthusa, era una donna ammirevole per fede e pietà. Per le sue doti intellettuali ha rapidamente attraversava l’intero ciclo della letteratura cristiana e profana. Fu battezzato nel 369 da Melezio, l’arcivescovo di Antiochia, che volle conferirgli anche gli ordini minori. Nel 374-375, Giovanni si ritirò nel deserto, nei pressi di Antiochia e di seguito fu ordinato diacono nel 381 sempre da Melezio e sacerdote nel 386 da Flavio.

Giovanni Crisostomo, l'oro della Parola di Dio nella sua bocca
Giovanni Crisostomo, l’oro della Parola di Dio nella sua bocca

Esortava tutti con i suoi discorsi e commentava tutta la Scrittura.

Nel 397, con la morte inaspettata di Nettario, l’arcivescovo di Costantinopoli, fu trasferito da Antiochia a Costantinopoli dal voto dei vescovi e per ordine dell’imperatore Arcadio. Nel 398 nella città imperiale fu consacrato arcivescovo, ma per la sua lotta contro l’avidità, finì per attaccare l’imperatrice Eudossia poco propensa ai costuni cristiani. Lo stesso imperatore lo fece ingiustamente esiliare nel 403 per poi richiamarlo quasi immediatamente. Fu esiliato una seconda volta nel 404 e per tre anni fu costretto a spostarsi di continuo fino a morire di stenti durante uno di questi trasferimenti, a Comana, il 14 settembre 407.

Per la sua eloquenza ha ricevuto il titolo di Crisostomo, “Bocca d’oro”.

La festa di san Giovanni Crisostomo è stata trasferita a questo giorno, 13 novembre, invece di essere celebrata nel giorno dell’anniversario della sua morte, il 14 settembre, poiché in quella data ricorre la festa dell’Esaltazione della Venerabile e vivificante Croce.

(fonte: Calendario Bizantino)

Giovanni Crisostomo, l'oro della Parola di Dio nella sua bocca
Giovanni Crisostomo, l’oro della Parola di Dio nella sua bocca

APOLITIKION

Ἡ τοῦ στόματός σου καθάπερ πυρσὸς ἐκλάμψασα χάρις, τὴν οἰκουμένην ἐφώτισεν, ἀφιλαργυρίας τῷ κόσμῳ θησαυροὺς ἐναπέθετο, τὸ ὕψος ἡμῖν τῆς ταπεινοφροσύνης ὑπέδειξεν· Ἀλλὰ σοῖς λόγοις παιδεύων, Πάτερ Ἰωάννη Χρυσόστομε, πρέσβευε τῷ Λόγῳ Χριστῷ τῷ Θεῷ, σωθῆναι τὰς ψυχὰς ἡμων.

I toú stómatós sou katháper pyrsós eklámpsasa cháris, tí̱n oikouméni̱n efó̱tisen, afilargyrías tó̱ kósmo̱ thi̱sav̱roús enapétheto, tó ýpsos i̱mín tí̱s tapeinofrosýni̱s ypédeixen: Allá soís lógois paidév̱o̱n, Páter Io̱ánni̱ Chrysóstome, présvev̱e tó̱ Lógo̱ Christó̱ tó̱ Theó̱, so̱thí̱nai tás psychás i̱mo̱n.

La grazia della tua bocca, che come torcia rifulse, ha illuminato tutta la terra, ha deposto nel mondo tesori di generosità, e ci ha mostrato la sublimità dell’umiltà. Mentre dunque ammaestri con le tue parole, o Padre Giovanni Crisostomo, intercedi presso il Verbo, Cristo Dio, per la salvezza delle anime nostre.

Tempo Ordinario, e sono trentadue

Tempo Ordinario, e sono trentadue

Tempo Ordinario, e sono trentadue, trentadue domeniche per annum come si dice in latino.

Ricordo che tanto tempo fa scrissi un articolo per una rivista che trattava di liturgia. Lo intitolai: Tempo Ordinario, tempo straordinario.

Già, perchè ero e sono convinto che non c’è nulla di veramente ordinario, noioso, ripetitivo nella vita di un uomo o di una donna che scoprono che Dio è al centro della loro vita.

Che Dio la ha rinnovata dal profondo.

Che Dio ha donato loro il Figlio per salvarli, lo Spirito per rendere possibile ciò che sembrerebbe impossibile a chi non crede.

Il colore verde

Il colore che caratterizza le Domeniche per annum è il verde.

Il colore della natura, il colore delle foglie degli alberi, quando ovviamente l’uomo la natura, gli alberi, la Creazione la rispetta, non se ne crede padrone, non la ingrigisce o annerisce con i frutti del suo peccato.

Il colore della speranza che fa nuove tutte le cose, che fa spuntare i germogli di una cosa nuova, di una cosa bella, di una cosa grande. E bene disse Dio per bocca del profeta: Possibile che non ve ne accorgete? (cfr. Isaia 43:19).

Non vi sembri brutto se alle sette del mattino io vi chieda: voi ve ne accorgete?

Voi, voi che vi dite cristiani, per questo o quell’altro motivo, ve ne accorgete?

Voi non vedete l’ora di andare, al Culto, alla Messa, alla Divina Liturgia per rendere lode all’Eterno per tutto questo?

O voi, piuttosto, state progettando il resto della giornata, magari per ragionevoli e comprensibili motivi, magari per belle e giuste ragioni, ma che non hanno nè avrebbero senso se non ci fosse questa aspettativa del nuovo, della novità di vita, dell’attesa dello schiudersi del germoglio che la fede, e solo la fede in Dio può dare?

Dov’è il vostro verde, la vostra speranza, in questa Domenica?

E perchè vi ostinate a chiamarla domenica, Giorno del Signore, se di quel Signore vi ricordate solo per il breve attimo di un frettoloso segno di Croce, o per lo strimpellare di un canto, o per l’ascolto di un rituale suono di campane?

Sempre meno le campane in verità, come è normale che sia, in un mondo che il richiamo alle cose ultime lo vede ormai più come una minaccia, che come la speranza di un mondo nuovo. Che le campane le sente a martello anche quando suonano a distesa.

Lo vede color antracite anzichè verde. E perciò si ricopre di lustrini falsi di tutti i colori, si accende di luci senza calore, si scalda con parole che non accendono alcun fuoco.

Tempo Ordinario, e sono trentadue
Tempo Ordinario, e sono trentadue

Tempo Ordinario, e sono trentadue

Poi c’è trentatre. Poi trentaquattro. Cristo Re dell’Universo.

Che la nostra fede cresca,fratelli, sorelle. Che la nostra fede cresca, nutrita dalla Parola di Dio, dal Corpo e dal Sangue di Cristo condivisi facendo memoria della Santa Cena, facendo  eucaristia e vivendola nella nostra stessa vita.

 

Che la nostra fede cresca,fratelli, sorelle, che gli altri vedano che Egli, ed Egli solo è il Re dell’Universo e della nostra vita.

 

O il tempo di Avvento che poi saremo chiamati a vivere, sarà la banale attesa non del Natale, ma dell’inverno che, Dio non voglia, forse già ora ha avvolto nel freddo del cuore la nostra vita.

 

Che Dio non voglia.

 

Amen. Alleluia!

Per evangelica dicta deleantur nostra delicta

Per evangelica dicta deleantur nostra delicta

Per evangelica dicta, deleantur nostra delicta.
Ovvero (secondo la traduzione del Messale di Paolo VI):
La Parola del Vangelo cancelli i nostri peccati.

Così, baciando l’Evangeliario (dovrebbe averlo ogni Chiesa) o il Lezionario, prega il presbitero al termine della lettura del Vangelo.

Traducendo letteralmente si potrebbe rendere con:

“Per effetto dei detti evangelici appena ascoltati, siano cancellati i nostri peccati”.

“Siano”, non “sono”, perchè possiamo essere così induriti nei nostri peccati da vanificare (ovviamente per quello che vediamo noi, solo l’Eterno vede fino in fondo ai nostri cuori) anche la grazia che ci viene dall’ascolto della Parola del Signore.

La Parola del Signore, letta, ascoltata, meditata, pregata, solennemente annunciata è un farmaco potentissimo per la nostra anima. Ma se noi, malati, la medicina la risputiamo nel lavandino sporco dei nostri vizi, o la gettiamo nella pattumiera del nostro peccato, che effetto concreto essa potrà avere?

Per evangelica dicta deleantur nostra delicta
Per evangelica dicta deleantur nostra delicta (Papa Benedetto XVI con l’Evangeliario ungherese)

 

L’anafora di San Giacomo fratello del Signore

L’anafora di San Giacomo fratello del Signore

Cos’è una Anafora?

Recita l’Enciclopedia Treccani:

ANAFORA (gr. ἀναϕορά, da ἀναϕέρειν “offrire sollevando in alto l’offerta”). – Nel linguaggio ecclesiastico delle chiese orientali, anafora venne a significare la parte centrale della Messa, dal Prefazio alla Comunione e al rendimento di grazie, corrispondente perciò esattamente al Canone della liturgia romana. Nelle varie liturgie orientali si trova un largo numero di anafore (se ne conoscono più di un centinaio), mentre nella liturgia occidentale oltre al Canone romano non si è conservata memoria che di un Canone gallicano, di uno mozarabico, di uno ambrosiano e forse di uno ravennate. Gli elementi caratteristici dell’anafora, cioè il Prefazio, ossia preghiera eucaristica sulle oblazioni, il racconto dell’ultima Cena, le invocazioni, il Pater noster, la fractio panis e la Comunione col finale rendimento di grazie, si trovano ugualmente in tutte le anafore e costituiscono il fondo comune e primitivo della celebrazione eucaristica. Essi risalgono senza dubbio ai primi secoli dello svolgimento liturgico. La differenza tra le varie anafore è quindi semplicemente differenza di forme e di ordine nelle preghiere, ma non di sostanza. (…)

Perchè tante Anafore?

La molteplicità delle anafore nelle liturgie orientali si spiega col fatto della molteplicità di chiese e di sette in cui venne a dividersi il cristianesimo orientale, mentre in Occidente la divisione dei riti si ridusse a sei o sette circoscrizioni ecclesiastiche, in cui, per di più, il Canone romano esercitò prima o dopo una notevole influenza. Ma d’altra parte, come osserva acutamente il Cabrol, questa differenza è più apparente che reale, poiché anche in Occidente abbiamo in fondo una larga messe di anafore. Nelle chiese orientali un’anafora formava un insieme di preghiere e di formule fisse ed immutabili da usarsi tale qual’era senza alterazioni o sostituzioni; quando perciò se ne sentiva il bisogno per commemorazioni o festività speciali si componevano nuove anafore sullo stesso tipo ma con preghiere ed invocazioni diverse nella fraseologia, da usarsi per tali occasioni. In occidente invece si vennero a distinguere nel Canone due parti: una fissa ed invariabile, l’altra variabile. E così si composero centinaia di Prefazî, e di preghiere (Communicantes, Quam oblationem, Communio e Post-communio) adatte a tutte le occasioni e festività. Soltanta col prevalere della liturgia romana in tutto l’Occidente e con la riforma del Messale condotta a termine dopo il concilio di Trento, il numero delle sostituzioni fu ridotto e si stabilirono delle regole generali su questo punto.

Chi era Giacomo?

Giacomo il Giusto è stato il capo della Chiesa di Gerusalemme dopo la morte di Gesù. Gli è attribuita la paternità della Lettera di Giacomo del Nuovo Testamento.

Secondo Girolamo era il figlio di Maria sorella della madre di nostro Signore di cui Giovanni fa menzione nel suo libro.

L’esegesi attuale quasi unanimemente lo distingue da entrambi gli apostoli di nome Giacomo (Giacomo il Maggiore e Giacomo il Minore), rispetto ai quali è identificato attraverso vari epiteti: Giacomo il fratello del Signore da Paolo (Galati 1:19), Giacomo il Giusto da Egesippo e altri, Giacomo di Gerusalemme, Giacomo Adelphotheos e in altri modi ancora.

Le informazioni sulla sua vita sono scarse e ambigue; oltre ad una manciata di riferimenti nei vangeli (Mc 6:3-4; Mt 13:55-56), le fonti principali della sua vita sono gli Atti degli apostoli (At 12:17; 15:13; 21:18), le lettere di Paolo (Gal1:19; 2:9), le Antichità giudaiche e san Girolamo (il quale cita la definizione di Egesippo).

Ricordiamo Giacomo

Per la Chiesa ortodossa, che ha sempre distinto Giacomo il Giusto, primo vescovo di Gerusalemme, da qualsiasi altro Giacomo citato nei Vangeli, il giorno della sua festa è il 23 ottobre e il 26 dicembre.

La tradizione della Chiesa occidentale, sulla scorta della testimonianza di Eusebio di Cesarea, tende a identificare Giacomo il Giusto con l’apostolo Giacomo il Minore, che viene celebrato il 3 maggio; tuttavia, molti esegeti, anche cattolici, hanno reso questa identità sempre più problematica.

L'anafora di San Giacomo fratello del Signore
L’anafora di San Giacomo fratello del Signore

ς το Κυρίου μαθητής, νεδέξω Δίκαιε τ Εαγγέλιον,
ς Μάρτυς χεις τ παράτρεπτον, τν παρρησίαν
ς δελφόθεος, τ πρεσβεύειν ς εράρχης·
Πρέσβευε Χριστ
 τ Θε, σωθναι τς ψυχς μν.

Come discepolo del Signore tu hai accolto o giusto il Vangelo;
come martire possiedi l’immutabile saldezza, la franchezza,
come fratello di Dio, l’intercessione come pontefice.
Intercedi presso Dio per la salvezza delle anime nostre.

La presentazione e la storia dell’Anafora di Giacomo

Il testo dell’Anafora di Giacomo in lingua italiana

Il testo dell’Anafora di Giacomo in lingua inglese

La radice di tutti i mali: l’attaccamento al denaro

La radice di tutti i mali: l’attaccamento al denaro

Il testo di 1 Timoteo 6

3 Se qualcuno insegna diversamente e non segue le sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e la dottrina secondo la pietà, 4 costui è accecato dall’orgoglio, non comprende nulla ed è preso dalla febbre di cavilli e di questioni oziose. Da ciò nascono le invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti cattivi, 5 i conflitti di uomini corrotti nella mente e privi della verità, che considerano la pietà come fonte di guadagno.

6 Certo, la pietà è un grande guadagno, congiunta però a moderazione! 7 Infatti non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via. 8 Quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, contentiamoci di questo. 

9 Al contrario coloro che vogliono arricchire, cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione. 10 L’attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori.

11 Ma tu, uomo di Dio, fuggi queste cose; tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. 12 Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni.

La radice di tutti i mali: l'attaccamento al denaro
La radice di tutti i mali: l’attaccamento al denaro

La prima lettura del giorno

Oggi, come quasi tutti i giorni, ho svolto il ministero di lettore e di cantore (del versetto alleluiatico) alla Basilica del Sacro Cuore, a Via Marsala, dove ogni mattina alle 7, prima di lavorare, partecipo alla liturgia.

Ed ho proclamato questa prima lettura, dal testo che non ammette obiezioni o discussioni. L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali. È profondamente vero.

Tante, troppe persone si dannano l’anima per il denaro, si rovinano la vita per cercare questo o quel tipo di prosperità. Dicono: “Dio non mi ha dato nulla”. O dicono: “Cosa mai mi ha dato il Signore?”.

E non sanno bene cosa rispondere, di solito ammutoliscono, quando gli rispondi: la vita, la salute, l’amore, il lavoro, persone che ti vogliono bene, quando gli fai l’elenco dei tesori di cui godono tutti i giorni e di cui non sono più consapevoli, li danno per scontati, sono persino scontenti.

Ricordate Israele nel deserto, le sue continue lamentele? Alla fine siamo tanti Israele, siamo tanti uomini e donne dalla dura cervice, siamo ingrati verso chi, donandoci la vita, ci a donato tutto quello di cui godiamo su questa terra.

Perchè poi? Come dice Paolo a Timoteo, ma lo dice il Cristo, lo dicevano i Profeti, lo diceva Giobbe, non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla potremo portarne via.

«Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò.
Il Signore ha dato, il Signore ha tolto,
sia benedetto il nome del Signore!».

(Giobbe 1:21)

Lo spirito della liturgia secondo Joseph Ratzinger

Lo spirito della liturgia secondo Joseph Ratzinger

Un libro letto ad inizio settembre, della San Paolo, giunto alla quarta edzione, scritto da Papa Benedetto XVI quando ricopriva ancora, regnante Giovanni Paolo II, la carica di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Introduzione allo spirito della liturgia
Introduzione allo spirito della liturgia

L’opera, come fa notare la quarta di copertina, riprende parte del titolo dell’opera Lo spirito della liturgia, di Romano Guardini, ed è un opera che oltre a dare grandi stimoli per la contemplazione dell’opus Dei per eccellenza, la liturgia, si pone anche in polemic con le mancanze e gli eccessi della messa in pratica della cosiddetta riforma liturgica post conciliare.

Che, io credo, da tempi non sospetti, abbia gettato dalla finesta in tanti casi “il bambino con l’acqua sporca”, abbia trascurato la bellezza ed il mistero che promanavano e tuttora promanano dal modo antico di celebrare la duplice mensa della Parola e dell’Eucaristia nella Chiesa Cattolica.

Comunque la si pensi in proposito, è senz’altro un lavoro che vale la pena di leggere e di studiare con attenzione. Che conferma le doti di finissimo studioso ma soprattutto di amorevolissimo credente e di liturgista di prim’ordine di Benedetto XVI.

Non è più tempo di sperimentazioni, io credo, ma di tornare alla purezza del culto al Signore. Nei modi più belli che ci è stato dato modo di conoscere.

Bellissimi i capitoli sull’orientamento (avete mai riflettuto sul fatto che significa “cercare l’Oriente”, rivolgersi all’Oriente, alla salvezza che viene da Oriente?), sulle immagini, sulla musica, sul rapporto tra corpo, le sue posizioni e la liturgia.