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Preghiera per la Chiesa, nei giorni del #sinodovaldese e per ogni giorno

21 Una voce si è fatta udire sulle alture;
sono i pianti, le suppliche dei figli d’Israele,
perché hanno pervertito la loro via,
hanno dimenticato il SIGNORE, il loro Dio.
22 «Tornate, figli traviati,
io vi guarirò dei vostri traviamenti!»
«Eccoci, noi veniamo da te,
perché tu sei il SIGNORE, il nostro Dio.
23 Certo, è vano il soccorso che si aspetta dalle alture,
dalle feste strepitose sui monti;
certo, nel SIGNORE, nel nostro Dio, sta la salvezza d’Israele.
24 La vergogna ha divorato il prodotto della fatica dei nostri padri,
sin dalla nostra giovinezza:
le loro pecore e i loro buoi, i loro figli e le loro figlie.
25 Noi abbiamo la nostra vergogna come giaciglio
e la nostra infamia come coperta,
poiché abbiamo peccato contro il SIGNORE, il nostro Dio:
noi e i nostri padri, dalla nostra infanzia sino a questo giorno;
non abbiamo dato ascolto alla voce del SIGNORE, il nostro Dio».

4:1 «Israele, se tu torni», dice il SIGNORE, «se tu torni da me,
se togli dalla mia presenza le tue abominazioni,
se non vai più vagando qua e là,
2 se giuri per il SIGNORE che vive,
con verità, con rettitudine e con giustizia,
allora le nazioni saranno benedette in lui
e in lui si glorieranno».
3 Poiché così parla il SIGNORE alla gente di Giuda e di Gerusalemme:
«Dissodatevi un campo nuovo,
e non seminate tra le spine!
4 Circoncidetevi per il SIGNORE, circoncidete i vostri cuori,
uomini di Giuda e abitanti di Gerusalemme,
affinché il mio furore non scoppi come un fuoco,
e non s’infiammi al punto che nessuno possa spegnerlo,
a causa della malvagità delle vostre azioni!»

(Geremia 3:21-4:4 – Ufficio delle Letture Giovedì XXI Tempo Ordinario)

bibbiaaperta

Perchè la Chiesa Valdese e tutte le chiese cristiane tornino ad obbedire fedelmente alla Parola di Dio e solo a quella. Perchè si rendano conto che ogni volta che seguono la via del mondo o hanno la tentazione di farlo si comportano come gli uomini rimproverati dalla voce di Dio che arriva tramite il profeta. Essi pervertono la loro via e dimenticano dove si trova la vera salvezza dell’uomo.

Dissodiamoci un campo nuovo, fratelli e sorelle, purifichiamo il nostro cuore, il nostro pensiero, il nostro agire da logiche che NULLA hanno a che fare con i comandamenti del nostro Dio , circoncidiamo i nostri cuori, tagliamo da essi, anche se ci costerà dolore, incomprensione, impopolarità qualsiasi cosa che ci distacchi da quanto ci è stato rivelato.

Cerchiamo il Signore, Egli solo, nella Sua Parola e dimentichiamoci del resto. O smettiamo di lamentarci del terremoto esistenziale che percuote le nostre anime, le nostre vite, che svuota le nostre comunità e le nostre chiese, che manda in frantumi il cuore del nostro prossimo. Siamo noi stessi a provocarlo, allontanandoci dal Padre Datore di Vita, cercando una vita che vita non è, sulle alture posticce che da soli ci costruiamo, dove sacrifichiamo il nostro e l’altrui futuro ad idoli senza senso, ad uomini che non possono salvare, facendo feste strepitose alla nostre vanità ed alle nostre miserie.

Che il Signore ci perdoni e ci salvi. Se è secondo la Sua Volontà.

Amen.

Suggerimenti per la lettura biblica settimanale (dal 22 al 28 agosto)

A cura del fratello pastore Elpidio Pezzella.

Ed ecco una donna, malata di un flusso di sangue da dodici anni, avvicinatasi da dietro, gli toccò il lembo della veste, perché diceva fra sé: «Se riesco a toccare almeno la sua veste, sarò guarita». Gesù si voltò, la vide, e disse: «Coraggio, figliola; la tua fede ti ha guarita». Da quell’ora la donna fu guarita.

Matteo 9:20-22

 

La condizione di questa donna era disperata oltre ogni umana comprensione. Ritenuta impura secondo la legge mosaica era estromessa dal tempio, le era impedito di entrare nella sinagoga e non c’era modo che avesse relazioni con altre persone. Tutto ciò perché quanti sarebbero venuti in contatto con lei sarebbero stati “impuri” per la Legge.

Religiosamente abbandonata a sé stessa, per dodici anni si affida alle cure mediche del tempo, dilapidando non solo le sue risorse economiche, ma venendo sottoposta a delle terapie che oggi ci farebbero sorridere.

Di fronte a un dramma personale si è pronti a tutto, anche a rinunciare alla propria dignità. Per lei però non ci fu soluzione, fin quando non incrociò Gesù. La sua fede la spinse a non badare alla Legge: chissà quanti aveva toccato prima di arrivare al Maestro, rendendoli tutti impuri per la Legge.

Il suo stesso toccare Gesù era contrario alle disposizioni del tempio, ma quando afferrò la veste accadde l’imprevedibile che lei sperava. Non contaminò il Cristo, e Questi la sanò.

Quando andiamo a Cristo non ci sarà peso, contaminazione, afflizione da limitarne l’opera. Anzi Egli riconoscerà la nostra audacia e testimonierà del nostro coraggio: “la tua fede ti ha …”.

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Ignaz Semmelweis

Alla fine del 1800, il dottor Ignazio Filippo Semmelweis scoprì che il 10 percento delle donne che andava alla sua clinica moriva di febbre puerperale, mentre il tasso di mortalità di una clinica vicina era inferiore al 4 percento. Osservò che nella sua clinica universitaria i dottori passavano direttamente dalle autopsie a far nascere dei bambini. Concluse che i corpi contaminavano le loro mani e causavano la febbre letale. Allora iniziò a consigliare ai dottori di strofinarsi le mani con una soluzione disinfettante. Alcuni suoi colleghi però credevano che fosse assurdo pensare che le mani di un dottore potessero essere impure o causare malattie. Ma Semmelweis insistette, stabilì come regola che i dottori della sua clinica si lavassero le mani prima di far nascere dei bambini. Di conseguenza, il tasso di mortalità scese subito del 90 percento. Nonostante i risultati incredibili del dottore ungherese, la mentalità di molti dottori di quel tempo non cambiò.

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Il 23 agosto ricorre la Giornata Internazionale per la memoria della Tratta degli Schiavi e per la sua Abolizione. Si levino preghiere per quanti sono vittime di traffici di vite umane e per coloro chiamati a trovare soluzioni.

bibbiapenna

Lettura settimanale della Bibbia

22 agosto Cantico dei C. 3-4; Matteo 5-6
23 agosto Cantico dei C. 5-6; Matteo 7-8
24 agosto Cantico dei C. 7-8; Matteo 9-10
25 agosto Isaia 1-2; Matteo 11-12
26 agosto Isaia 3-4; Matteo 13-14
27 agosto Isaia 5-6; Matteo 15-16
28 agosto Isaia 7-8; Matteo 17-18

Camminando insieme verso la casa di Dio (Ezechiele 43:1-7)

1 Poi mi condusse alla porta, alla porta che guardava a oriente. 2 Ecco, la gloria del Dio d’Israele veniva dal lato orientale. La sua voce era come il rumore di grandi acque e la terra risplendeva della sua gloria.
3 La visione che io ebbi era simile a quella che io ebbi quando venni per distruggere la città; queste visioni erano simili a quella che avevo avuta presso il fiume Chebar; e io caddi sulla mia faccia.

4 La gloria del SIGNORE entrò nella casa per la via della porta che guardava a oriente. 5 Lo Spirito mi portò in alto e mi condusse nel cortile interno; ed ecco la gloria del SIGNORE riempiva la casa.

6 Io udii qualcuno che mi parlava dalla casa; un uomo era in piedi presso di me.
7 Egli mi disse: «Figlio d’uomo, questo è il luogo del mio trono, il luogo dove poserò la pianta dei miei piedi; io vi abiterò per sempre in mezzo ai figli d’Israele; la casa d’Israele e i suoi re non contamineranno più il mio santo nome con le loro prostituzioni e con i cadaveri dei loro re sui loro alti luoghi, 8 come facevano quando mettevano la loro soglia presso la mia soglia, i loro stipiti presso i miei stipiti, così che non c’era che una parete fra me e loro. Essi contaminavano così il mio santo nome con le abominazioni che commettevano; perciò io li consumai, nella mia ira. 9 Ora allontaneranno da me le loro prostituzioni e i cadaveri dei loro re, e io abiterò in mezzo a loro per sempre.

10 Tu, figlio d’uomo, mostra questa casa alla casa d’Israele e si vergognino delle loro iniquità. 11 Ne misurino il piano e, se si vergognano di tutto quello che hanno fatto, fa’ loro conoscere la forma di questa casa, la sua disposizione, le sue uscite e i suoi ingressi, tutti i suoi disegni e tutti i suoi regolamenti, tutti i suoi riti e tutte le sue leggi; mettili per iscritto sotto i loro occhi affinché osservino tutti i suoi riti e tutti i suoi regolamenti e li mettano in pratica.

12 Questa è la legge della casa. Sulla sommità del monte, tutto lo spazio che deve occupare tutto intorno sarà santissimo. Ecco, questa è la legge della casa.

(Ezechiele 43)

bibbia

14 Ma sei tu, mio compagno,
mio amico e confidente;
15 ci legava una dolce amicizia,
verso la casa di Dio camminavamo in festa.

(Salmo 55)

Mi sono rallegrato quando m’hanno detto:
«Andiamo alla casa del SIGNORE».
2 I nostri passi si sono fermati alle tue porte, o Gerusalemme

(Salmo 122)

Fare Sinodo significa camminare insieme.

Camminare insieme verso dove? Ci risponde il salmista che il cammino che il credente fa in comune con gli altri credenti è quello che porta alla casa del Signore. Il cammino che fa il credente è quello che conduce alla casa di Dio.

Ed è un cammino che si fa con gioia, da fare con gioia, perchè porta verso la casa dove abita la salvezza, un cammino che porta verso quel luogo dove non c’è buiò, nè oscurità, dove non c’è più bisogno di luce di lampada o di luce di sole, perchè basta ad illuminare il credente la gloria del Signore.

Fare Sinodo significa camminare insieme verso la casa di Dio.

Camminare insieme cercando cosa: la gloria del Signore. Il profeta Ezechiele perciò ci mette in guardia. La gloria del Signore, la ricerca della gloria del Signore, la ricerca della città, della casa di Dio, è il destino naturale del credente.

Come per l’uomo di carne la luce del sole sorge da Oriente, e lì bisogna cercarla, così per l’uomo dello Spirito la Vera Luce sorge da Oriente, è il Verbo Incarnato, è la Parola del Signore, è il Figlio di Dio, e lì e soltanto lì occorre rivolgersi.

Fare Sinodo significa camminare insieme verso la casa di Dio alla ricerca della Luce Vera che sorge da Oriente.

Arrivati sulla soglia di questa casa però il Signore ci ammonisce, attraverso le parole del profeta. La casa di Dio ha delle regole, sono i suoi comandamenti, i suoi precetti, i suoi comandi, quelli che sono scritti nella Parola, quelli che lo Spirito ha scritto nel profondo delle nostre anime. Quelli occorre seguire e non altri.

Perciò al Figlio d’uomo è dato il compito di farci vedere dall’alto la casa di Dio  e di metterci in guardia. Entra nella casa di Dio, è ammesso al Suo cospetto chi conosce le regole della casa, chi conosce le regole della casa e le ama, chi conosce le regole della casa e le rispetta.

Perchè la casa di Dio è nel luogo santissimo, sulla sommità del monte di Dio. E non può rimanere in un luogo santissimo colui che ha il cuore impuro. Non può resistere sulla sommità di un monte chi ha uno zaino carico di peccati, di iniquità, di mancanze agli occhi del Signore. Prima deve liberarsi da quella zavorra, poi potrà salire e rimanere alla Sua presenza.

Questo è il luogo del mio trono, ci ammonisce il Signore, questa è la legge della casa, questa è la legge della casa!

Fare Sinodo significa camminare insieme verso la casa di Dio ripromettendosi di conoscere e rispettare la legge della casa di Dio. 

Preghiamo per i fratelli e le sorelle della chiesa valdese e metodista, per tutti i credenti di tutte le chiese cristiane, perchè si ricordino che sono in cammino verso la casa di Dio, che questo cammino va fatto con gioia, perchè è sorta per noi una Luce da oriente che illumina il retto sentiero, ma va fatto con responsabilità e senza pesi inutili, perchè la casa di Dio ha una Legge, fatta di amore e di misericordia di Dio verso di noi, di cui dobbiamo esser degni, rispettandone i comandi. Perchè la casa di Dio è nel Suo luogo santissimo, sul Suo santo monte.

Togliamoci i calzari, laviamoci le piedi, le mani ed il capo, ed apprestiamoci alla Sua Presenza, pregando che Egli ci voglia accogliere.

Amen, Signore.

Preghiera sul Sinodo Valdese e sulle ossa secche dei cristiani

1 La mano del SIGNORE fu sopra di me e il SIGNORE mi trasportò mediante lo Spirito e mi depose in mezzo a una valle piena d’ossa. 2 Mi fece passare presso di esse, tutt’attorno; ecco erano numerosissime sulla superficie della valle, ed erano anche molto secche.

3 Mi disse: «Figlio d’uomo, queste ossa potrebbero rivivere?» E io risposi: «Signore, DIO, tu lo sai».

4 Egli mi disse: «Profetizza su queste ossa, e di’ loro: “Ossa secche, ascoltate la parola del SIGNORE!” 5 Così dice il Signore, DIO, a queste ossa: “Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e voi rivivrete; 6 metterò su di voi dei muscoli, farò nascere su di voi della carne, vi coprirò di pelle, metterò in voi lo spirito, e rivivrete; e conoscerete che io sono il SIGNORE”». 7 Io profetizzai come mi era stato comandato; e come io profetizzavo, si fece un rumore; ed ecco un movimento: le ossa si accostarono le une alle altre. 8 Io guardai, ed ecco venire su di esse dei muscoli, crescervi la carne, e la pelle ricoprirle; ma non c’era in esse nessuno spirito.

9 Allora egli mi disse: «Profetizza allo Spirito, profetizza figlio d’uomo, e di’ allo Spirito: Così parla il Signore, DIO: “Vieni dai quattro venti, o Spirito, soffia su questi uccisi, e fa’ che rivivano!”». 10 Io profetizzai, come egli mi aveva comandato, e lo Spirito entrò in essi: tornarono alla vita e si alzarono in piedi; erano un esercito grande, grandissimo.

11 Egli mi disse: «Figlio d’uomo, queste ossa sono tutta la casa d’Israele. Ecco, essi dicono: “Le nostre ossa sono secche, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti!” 12 Perciò, profetizza e di’ loro: Così parla il Signore, DIO: “Ecco, io aprirò le vostre tombe, vi tirerò fuori dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi ricondurrò nel paese d’Israele. 13 Voi conoscerete che io sono il SIGNORE, quando aprirò le vostre tombe e vi tirerò fuori dalle vostre tombe, o popolo mio!

14 E metterò in voi il mio Spirito, e voi tornerete in vita; vi porrò sul vostro suolo, e conoscerete che io, il SIGNORE, ho parlato e ho messo la cosa in atto”, dice il SIGNORE».

(Ezechiele 37)

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La visione delle ossa secche del profeta Ezechiele. Sono ossa secche anche quelle dei cristiani che, oggi, hanno reciso il loro legame con la Parola di vita del Cristo, con la Parola che promette e dona lo Spirito, con la Parola che, sola, dona la vita vera.

Sono ossa secche quelle di tante chiese e comunità, chiuse in sè stesse, incapaci di rinnovarsi (e senza la Parola, annunciata, proclamata con fedeltà e parresia, testimoniata contro ogni speranza e contro le false speranze del mondo come potrebbero?), che avvizziscono…

Ma abbiamo la forza della preghiera. Abbiamo la misericordia, l’amore del Signore per la Sua Chiesa, abbiamo la certezza del dono dello Spirito. Torniamo con forza a chiederlo, fratelli e sorelle, per la chiesa valdese e per tutte le chiese cristiane che si sono intiepidite nella loro testimonianza di fedeltà. Perchè il Signore non le rigetti dalla Sua bocca, ma torni a dar loro il dono della fede, il dono della vita. Perchè soffi su di loro un vento nuovo, perchè torni a soffiare su di loro il vento dello Spirito.

Perchè tornino a riconoscere ed a cercare il Signore solo e soltanto nella Sua Parola che è Via, Verità e Vita. Sola Via, Sola Verità, Sola Vita.

Sola Scriptura.

Amen, secondo la Tua volontà.

Preghiera sul calar del giorno, Salmo 112 (111)

1 Salmo di Davide.
Alleluia.

Beato l’uomo che teme il SIGNORE
e trova grande gioia nei suoi comandamenti.
2 Potente sulla terra sarà la sua discendenza;
la stirpe degli uomini retti sarà benedetta.
3 Abbondanza e ricchezze sono in casa sua
e la sua giustizia dura per sempre.
4 La luce spunta nelle tenebre per gli onesti,
per chi è misericordioso, pietoso e giusto.
5 Felice l’uomo che ha compassione,
dà in prestito
e amministra i suoi affari con giustizia,
6 perché non vacillerà mai;
il giusto sarà ricordato per sempre.
7 Egli non temerà cattive notizie;
il suo cuore è saldo, fiducioso nel SIGNORE.
8 Il suo cuore è tenace, privo di paure
e alla fine vedrà sui suoi nemici quanto desidera.
9 Egli ha dato generosamente ai bisognosi;
la sua giustizia dura per sempre
e la sua fronte si alza gloriosa.
10 L’empio lo vede, si irrita,
digrigna i denti e si consuma;
il desiderio degli empi non potrà mai avverarsi.

(Salmo 112)

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Preghiera all’Arcangelo Michele

Preghiera all’Arcangelo Michele

Il giorno in cui, per grazia di Dio, fui battezzato, mi vennero imposti tre nomi. Luca, perché mi innamorassi dell’Evangelo e del suo annuncio veritiero ed ordinato, Michele, perché nulla mai anteponessi a Dio, che nessuno è Santo, Forte ed Immortale come Lui, Maria, perché fossi capace di ascolto, silenzio ed amorosa obbedienza fin sotto la Croce.

Perciò ogni giorno leggo il Vangelo, supplico l’aiuto di Dio riconoscendo il mio essere peccatore e il mio peccato, recito il saluto alla Vergine sforzandomi di essere obbediente come lo fu lei.

San Michele Arcangelo,
difendici nella battaglia
contro le insidie e la malvagità del demonio,
sii nostro aiuto.

Te lo chiediamo supplici
che il Signore lo comandi.

E tu, principe della milizia celeste,
con la potenza che ti viene da Dio,
ricaccia nell’inferno Satana e gli altri spiriti maligni,
che si aggirano per il mondo a perdizione della anime.

Amen.

 

Preghiera all'Arcangelo Michele
Preghiera all’Arcangelo Michele

Padre, prete, Lia, Ludo

Oggi tornavo verso casa, sulla metropolitana, da Conca d’Ora all’Eur, è lunga..

Recito l’Ora Media di Sesta, poi ripongo il secondo volume del breviario nello zaino e tiro fuori il giornale, La Croce ed inizio a leggere.

Padre, prete, Lia, Ludo
Padre, prete, Lia, Ludo

Vicino a me, ad un posto di distanza, è seduta una coppia. Sento lei dire a lui: “La Croce! Vedi, è il giornale di Adinolfi”. La metro si avvicina alla stazione successiva; quando inizia a rallentare abbasso il giornale per vedere dove sono ed il mio sguardo incrocia quello della signora che sta per scendere con il suo compagno.

Istintivamente le sorrido, ripensando alle parole prima ascoltate, allora lei risponde al sorriso, si china velocemente verso di me e mi dice: “Le posso chiedere una preghiera per mia madre che…[…]” ed io, “Certo, come si chiama?” “Lia!” “Sicuramente”. Le porte si aprono e lei fa ancora in tempo a dirmi: ”Grazie Padre”.

Mi sono venute in mente alcune cose, una dietro l’altra.

La prima, a distanza di pochi giorni dal primo anniversario del ritorno al Padre di mia madre Maria Grazia, per tutti Graziella, quando lei mi disse, quando il mio sacerdozio ministeriale nella chiesa cattolica entrò in crisi, che tanto si vedeva che ce l’avevo dentro il sacerdozio, l’essere prete, e che non sarei potuto scappare. Non la prese bene mia madre la mia decisione, la rispettò ma non la approvò mai fino in fondo; l’ho capito l’ultima volta quando, poco tempo prima che si aggravasse e morisse, sapendo che era il suo desiderio, le amministrai il sacramento dell’Unzione; stanca, affaticata, non ce la faceva neanche a rispondere, però alla fine, dopo la formula di assoluzione e la benedizione, le riuscì un sorriso che a me la diceva lunga…Come se mi dicesse: “Hai visto? Te lo dicevo io che non potevi scappare!”.

Non mi fraintendete. Mia madre adorava Sara, la mia unica figlia e la sua unica nipote, e amava Antonella, mia moglie. Ma evidentemente amava anche il mio essere sacerdote… anzi, ama, in modo diverso, tutte queste cose, da lassù.

Seconda cosa che mi è venuta in mente, quella che la chiesa cattolica chiama la teologia del carattere (quella di cui, senza forse esserne ‘scientificamente consapevole’, parlava mia mamma con il suo ‘non puoi scappare’). Per la chiesa cattolica, semplifico, tre dei sette sacramenti riconosciuti come tali, Battesimo, Confermazione ed Ordine Sacro, in qualche modo modificano per sempre l’essere della persona e non possono quindi mai, in nessun caso, essere ripetuti.

Il termine ‘carattere’ evoca come un’incisione ‘eterna’ su una pietra, un sigillo che viene posto e non può più, una volta ricevuto, essere cancellato.

Avrete sicuramente sentito l’espressione, ripresa dal salmo 110 (109) “Tu sei sacerdote per sempre”. Si intende per l’appunto questo.

Padre, prete, Lia, Ludo
Padre, prete, Lia, Ludo

Ed in effetti dentro di me in un certo senso quello che la chiesa cattolica chiama carattere, l’essere stato scelto per il ministero, mi è rimasto. Anche Antonella ogni tanto me lo dice. E persino Sara l’altro giorno ha iniziato una domanda sulla Bibbia con “Babbo tu che sei pure prete…”.

Pur avendo iniziato, ormai diversi anni fa, a professare la mia fede cristiana secondo la maniera riformata, continuo, non ho mai interrotto, a pregare il Signore secondo la liturgia delle Ore, ad avere una corona ornata di un crocifisso o di un Tau sempre a portata di mano per meditare i misteri del Signore Gesù nel Vangelo, a partecipare al culto, se non ce n’è uno riformato disponibile, in una chiesa cattolica, solitamente in comunità dove conosco e sono conosciuto (e, lo sottolineo con piacere, mai da nessuno sono stato respinto…) ed infine a dare un aiuto spirituale a chi me lo chiede (anche diversi preti conosciuti quando erano in formazione in Seminario).

Aggiungo (e qui qualche mio amico o conoscente riformato inorridirà) che proseguo a celebrare il culto in casa quando posso, seguendo la liturgia che tanto amo, ho amato, amerò finchè avrò vita, ed anche ad accedere quando ne sento il bisogno alla Riconciliazione sacramentale da uno o due sacerdoti in particolare che conosco e mi conoscono molto bene.

Del resto celebrare il culto al Signore, pregare il Padre, aiutare (ed essere aiutato) spiritualmente chi ne ha bisogno sono compiti (e necessità) comuni anche ad un pastore riformato.

Pregare il Padre, questa la terza cosa passatami per la mente, dipesa dal fatto che così, “Padre” mi ha appellato la signora sulla metro.

‘Padre’ è un termine che non ho mai troppo amato, sicuramente mai cercato, anche quando ero un prete nel ministero, centrata com’è la mia fede sulla Scrittura, e contenendo la Scrittura quell’ammonimento severo di Gesù a non farsi mai chiamare Padre, o Maestro, o Buono. Perchè Uno solo lo è veramente, sino in fondo.

Me ne feci una ragione, ricordo, solo quando l’allora mio direttore spirituale mi fece riflettere, prendendomi bonariamente in giro, sul fatto che chi mi chiamava così lo sapeva perfettamente che non ero il Padre Eterno!

Mi disse che era, secondo lui, semplicemente un modo per chiedermi di pregare il Padre per suo conto, meglio, assieme a lui. Nella teologia cattolica il sacerdote ordinato non è semplicemente un membro della comunità che fa studi particolari ordinati a predicare, amministrare i sacramenti e quindi far crescere la particolare porzione della comunità cristiana che gli è affidata, ma è un ‘alter Christus‘ in modo del tutto peculiare.

Questo perchè, a differenze delle chiese riformate, la chiesa cattolica distingue tra il sacerdozio battesimale, di tutti i credenti che hanno ricevuto il sacramento del Battesimo (sacramento per tutte le chiese cristiane, assieme all’Eucaristia o Santa Cena) ed il sacerdozio ministeriale proprio solo di chi riceve il sacramento dell’Ordine nel secondo e terzo grado di esso, ovvero Presbiterato ed Episcopato.

Insomma, alla fine, tornando idealmente sul vagone della metro, ho chiuso il giornale dopo aver letto l’ultimo pezzo di Paola Belletti, ed ho iniziato a pregare per Lia. Poi, poiché la preghiera per me, quando non ho cose particolari che mi distraggano, è come le ciliege, una tira l’altra, ho pregato anche per Paola e Ludo, e poi per tutte le persone che me l’hanno chiesto, e che io non mi ricordavo (ma il Padre si!).

Prete, padre, sposo. Meditazione del 14 gennaio 2014

Prete, padre, sposo. Meditazione del 14 gennaio 2014
Prete, padre, sposo. Meditazione del 14 gennaio 2014

SAN BENEDETTO AL GAZOMETRO

14 GENNAIO 2014 – MARTEDI’ PRIMA SETTIMANA TEMPO PER ANNUM

MEDITAZIONE SULLA LETTURA BREVE DELL’ORA MEDIA TERZA: GEREMIA 17,7-8

7 Benedetto l’uomo che confida nel Signore
e il Signore è la sua fiducia.
8 È come un albero piantato lungo un corso d’acqua,
verso la corrente stende le radici;
non teme quando viene il caldo,
le sue foglie rimangono verdi,
nell’anno della siccità non si dà pena,
non smette di produrre frutti.

VERSETTO 7

7 Benedetto l’uomo che confida nel Signore
e il Signore è la sua fiducia.

 

Due elementi occorrono per essere definito “Benedetto”.

Il primo è confidare nel Signore, avere fede, credere che il Signore, l’Eterno, Benedetto Egli sia!, sia la sola vera autorità sulla propria vita, sulla via che occorre percorrere nel corso di essa.
Questa fede deve essere in certo senso “assoluta”, deve comprendere tutta l’essenza di sé stessi.

Il secondo elemento: il Signore deve essere la propria fiducia. Nessuno di noi vive da solo o vive ‘in astratto’. La fiducia è la fede quale si manifesta negli aspetti concreti della vita. Nei rapporti concreti che ciascuno di noi ha con i fratelli e le sorelle che, per scelta o per provvidenza (ne fa parte anche la propria storia familiare) incontra sul proprio cammino.

Se la fede è assoluta, la fiducia richiesta è relativa, nel senso che è richiesta a ciascuno di noi in modi e tempi differenti, a seconda delle circostanze concrete che ciascuno di noi si trova a vivere.

 

VERSETTO 8

8 È come un albero piantato lungo un corso d’acqua,
verso la corrente stende le radici;
non teme quando viene il caldo,
le sue foglie rimangono verdi,
nell’anno della siccità non si dà pena,
non smette di produrre frutti.

Mi sento come quell’albero. Ho avuto dall’Eterno, Benedetto Egli sia!, il dono della fede. Ho riconosciuto sempre, nonostante il limite del mio essere peccatore, che la sua acqua era l’unica viva, l’unica in cui dovevo e volevo tener stese le mie radici. Ho sempre cercato il Signore, ho sempre cercato l’Eterno, che, Benedetto Egli sia!, come dice la Parola, si è fatto trovare.

E quelle radici si sono rinforzate, si sono irrobustite, lo hanno cercato con sempre maggior forza. E di nuovo lo hanno trovato, Egli si è lasciato trovare, e la mia vita è stata riempita completamente di quell’acqua, il giorno in cui ho ricevuto il sacramento dell’Ordine, prima per il Diaconato, il 26 ottobre 1991, poi per il Presbiterato, il 16 maggio 1992.

Prete, padre, sposo. Meditazione del 14 gennaio 2014
Prete, padre, sposo. Meditazione del 14 gennaio 2014

E’ venuto il caldo, è venuta l’estate del mio ministero. E, devo darne atto al Signore, l’acqua non mi  è mai mancata, le mie foglie erano sempre più verdi. Può sembrare un paradosso, oggi, a chi osserva la mia storia dall’esterno. Ma proprio gli ultimi due anni di esercizio pieno di ministero, il 1995 ed il 1996, sono stati fecondi di frutti come non mai.

La Scuola di Preghiera in Seminario, l’impegno come formatore nel Seminario Maggiore e quello nell’Ufficio Matrimoni del Vicariato, le scuole di preghiera e l’accompagnamento spirituale in due parrocchie della zona Nord di Roma, con gli scout della zona Prenestina, con i ritiri dei genitori e con l’USMI, assieme a Don Angelo De Donatis, in Seminario, gli incontri con le ragazze e le suore dell’Assunzione a San Basilio, la redazione dei sussidi per l’Ufficio Catechistico, la stesura e la discussione della Tesi di Dottorato in Utroque Iure…

Forse ho, abbiamo, hanno preteso troppo da me… Forse ero talmente preso dal donare l’acqua agli altri in quel periodo che non ho fatto caso a che la mia acqua si era intorbidita… Che le parole del mondo, mascherate da parole di luce, avevano ripreso ad avere effetto su di me.

Ho mancato, ne ho chiesto e ne chiedo perdono al Signore, e so che il Signore, l’Eterno, Benedetto Egli sia!, questo perdono me l’ha donato. Mi ha sempre donato tutto il Signore. Tutto quello che gli ho chiesto, ogni volta che sono stato capace di farlo con cuore sincero.

nell’anno della siccità non si dà pena,
non smette di produrre frutti.

Quanto sento vero, oggi, questo versetto. Ho avuto anni di siccità, anni di allontanamento apparente dalla Chiesa (apparente, oggi lo posso dire a ragione della rilettura di fede della mia storia personale di salvezza), ma non mi sono mai dato pena, non mi sono mai intristito. Ho continuato a ripetere senza sosta dentro di me quanto imparato in Seminario Romano: Mater mea, Fiducia mea.

Prete, padre, sposo. Meditazione del 14 gennaio 2014
Prete, padre, sposo. Meditazione del 14 gennaio 2014

Come Maria non ho mai cessato il confronto con la Parola, non ho mai cessato di serbare nel cuore ciò che essa veniva a rivelarmi anche quando lì per lì mi sembrava di non capirlo. Ho continuato a consacrare le Ore nella preghiera, a meditare e predicare le Scritture ed il Vangelo, ho avuto la gioia grandissima di diventare padre anche dal punto di vista fisico. Di generare Sara da un grembo che (ci pensavo oggi ascoltando la prima lettura della Messa, la storia di Anna) pensavo ormai sterile…

E la nascita di Sara, per il contrappasso dell’amore che opera il Signore, di cui solo il Signore è capace, è diventato il motore che mi ha spinto di nuovo, sempre di più, a considerare le mie radici, a raddrizzarne il percorso, a verificare meglio in quale acqua le affondavo, con quale intensità, con quale intento.

Così non mi sono abbattuto quando la madre di Sara mi ha fatto intendere che la nostra storia a suo dire era conclusa. Conclusa, a parte Sara!, che amo come non mai. Ed ho incontrato l’amore di Antonella, che sento radicato, come quello per Sara, in quella stessa acqua benedetta.

Così ora vivo un’apparente paradosso, un’apparente ma entusiasmante paradosso.

Il paradosso (ma non so se sia corretto definirlo tale) è che sono un prete e so di esserlo, non mi sono mai sentito tanto prete, tanto presbitero fino al midollo come ora.

Nella pur apparente caoticità delle mie giornate, specie ora che sono in cassa integrazione dal lavoro, nel continuo passaggio dalla vita e dalla casa dove abito con Antonella, alla casa ed alla scuola di Sara, al luogo di lavoro, alle diverse ‘case e chiese’ degli amici e fratelli sacerdoti (San Vigilio, San Benedetto dove sono ora, Santa Maria Stella dell’Evangelizzazione, anche il Vicariato e il Seminario), in questa apparente frenesia dentro di me sono uno, saldo, fermo nell’Uno e nel Vero.

Sono di nuovo, forse come mai ero stato prima, unito nel mio tendere con tutto mio stesso al Cristo, alla sua Parola, alla sua grazia. Dicevo a don Marco e don Fabio, che mai come ora sono fedele alle ore liturgiche della preghiera, costante nella preghiera e nella meditazione con e sulla parola, alla frequenza del sacramento della Riconciliazione. E non a caso ora sento il bisogno, è giusto chiamarlo così, di pregare nel modo più alto in cui può pregare un prete, celebrando l’Eucaristia, nel privato della mia abitazione e partecipando come e quando il lavoro e la famiglia me lo permettono, alla vita della comunità cristiana di cui faccio parte, quella della Diocesi di Roma, a cui più che mai mi sento ‘incardinato’ felice di essere incardinato nella diocesi del Vescovo di Roma, che fa della cattolicità, della universalità la sua primigenia vocazione.

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Eppure….

Ieri ero con Sara. Ho passato il pomeriggio con lei e con una sua amichetta di scuola. Ho ascoltato il racconto della scuola, l’ho guardata giocare, ho raccolto le sue confidenze, le ho preparato la cena, pregato con lei, letto una storia, accompagnata nel sonno.

E mi sento e sono, allo stesso modo, con tutto me stesso, padre di Sara. Padre biologico come nella fede, padre nell’amore.

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Eppure…

Oggi nel tardo pomeriggio tornerò a casa, da Antonella, di cui sono innamorato, con cui amo dividere la vita, la quotidianità e lo speciale dell’esistenza, gioie e problemi, angosce e speranze…

E mi sento e sono il suo compagno di vita. Compagno nell’amore e nella fede.

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Sono dottore in Utroque Iure, summa cum laude per giunta, eppure trovo difficile, al di là delle formule giuridiche, definire il mio stato.

Perché da un punto di vista spirituale mi sento, oggi più che mai, anche più di quando ero in Seminario, come alunno prima e come formatore poi, in piena e completa comunione con la Chiesa Cattolica, di cui faccio parte, di cui condivido gli insegnamenti, e di cui il 16 maggio 1992 sono stato costituito ministro, ordinato presbitero.

Chi avesse dei dubbi sulla teologia del ‘carattere’ venga pure da me; quel carattere me lo sento impresso nell’animo e nel cuore, scolpito nella mente e nello spirito.

So che le norme della Chiesa, la sua Tradizione millenaria ed oltre, mi vietano l’esercizio ordinario del sacerdozio ministeriale. Ed io la Chiesa la amo, e quelle norme le rispetto, ed ami rispettarle, costi quel che mi costi.

Pure, sempre prete romano mi sento. Con la stessa evidenza e realtà con cui sono e mi sento padre di Sara e compagno di Antonella.

La cosa potrà far sorridere qualcuno, riflettere qualcun altro, ma sono state proprio Sara ed Antonella, che la provvidenza di Dio ha messo nella mia vita, a farmi riscoprire appieno le mie radici d’amore, a farmele sentire di nuovo gonfie di linfa, a farmi percepire appieno in chi ho posto la mia vita ed ogni mia speranza.

Sara ed Antonella, l’amore pieno che ho per loro, mi hanno richiamato nella forma più pura e completa il mistero di cui sono portatore.

Perché l’essere prete è prima di tutto un mistero, un mistero di amore, un amore così grande che sceglie di personificarsi nelle povere esistenze di quelli che sono gli “alter Christus”.

Felice di essere tale. Felice di essere un alter Christus. Felice di essere prete, padre, compagno.

Con la mia povertà, con il mio peccato, con le mie miserie umane ma anche con le ricchezze multiformi che mi vengono dalla Sua grazia, dallo Spirito che è stato effuso sopra di me in modo così speciale.

Con la gioia con cui ancora sento di scrivere, terminando una preghiera ed una riflessione che nella realtà termineranno solo quando il Padre, l’Eterno, Benedetto Egli sia!, mi richiamerà a sé: Mater mea, Fiducia mea.

Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?

(1 Corinti 4,7b)

Che cosa renderò al Signore per tutti i benefici che mi ha fatto?
Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore.
Adempirò i miei voti al Signore, davanti a tutto il suo popolo.
Agli occhi del Signore è preziosa la morte dei suoi fedeli.

(Salmo 116,12-15)

La festa dell’Esaltazione della Santa Croce – alcune note

La festa dell’Esaltazione della Santa Croce – alcune note

Dal Messale Romano

La croce, già segno del più terribile fra i supplizi, è per il cristiano l’albero della vita, il talamo, il trono, l’altare della nuova alleanza. Dal Cristo, nuovo Adamo addormentato sulla croce, è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa. La croce è il segno della signoria di Cristo su coloro che nel Battesimo sono configurati a lui nella morte e nella gloria. Nella tradizione dei Padri la croce è il segno del figlio dell’uomo che comparirà alla fine dei tempi. La festa dell’esaltazione della croce, che in Oriente è paragonata a quella della Pasqua, si collega con la dedicazione delle basiliche costantiniane costruite sul Golgota e sul sepolcro di Cristo. 

Esaltazione della Santa Croce
Esaltazione della Santa Croce

Storia della festa dell’Esaltazione della Santa Croce

La festa in onore della Croce venne celebrata la prima volta nel 335, in occasione della “Crucem” sul Golgota, e quella dell'”Anàstasis”, cioè della Risurrezione. La dedicazione avvenne il 13 dicembre.

Col termine di “esaltazione”, che traduce il greco hypsòsis, la festa passò anche in Occidente, e a partire dal secolo VII, essa voleva commemorare il recupero della preziosa reliquia fatto dall’imperatore Eraclio nel 628. Della Croce trafugata quattordici anni prima dal re persiano Cosroe Parviz, durante la conquista della Città santa, si persero definitivamente le tracce nel 1187, quando venne tolta al vescovo di Betlem che l’aveva portata nella battaglia di Hattin.

La celebrazione odierna assume un significato ben più alto del leggendario ritrovamento da parte della pia madre dell’imperatore Costantino, Elena.

La glorificazione di Cristo passa attraverso il supplizio della croce e l’antitesi sofferenza-glorificazione diventa fondamentale nella storia della Redenzione: Cristo, incarnato nella sua realtà concreta umano-divina, si sottomette volontariamente all’umiliante condizione di schiavo (la croce, dal latino “crux”, cioè tormento, era riservata agli schiavi) e l’infamante supplizio viene tramutato in gloria imperitura. Così la croce diventa il simbolo e il compendio della religione cristiana.

La stessa evangelizzazione, operata dagli apostoli, è la semplice presentazione di “Cristo crocifisso”.

Il cristiano, accettando questa verità, “è crocifisso con Cristo”, cioè deve portare quotidianamente la propria croce, sopportando ingiurie e sofferenze, come Cristo, gravato dal peso del “patibulum” (il braccio trasversale della croce, che il condannato portava sulle spalle fino al luogo del supplizio dov’era conficcato stabilmente il palo verticale), fu costretto a esporsi agli insulti della gente sulla via che conduceva al Golgota.

Le sofferenze che riproducono nel corpo mistico della Chiesa lo stato di morte di Cristo, sono un contributo alla redenzione degli uomini, e assicurano la partecipazione alla gloria del Risorto.

14 settembre, festa dell’esaltazione della Santa Croce

14 settembre, festa dell’esaltazione della Santa Croce

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 3,13-17.

Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorchè il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo. 
E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, 
perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». 
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 
Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. 

Meditazione del giorno

Omelia greca del IV secolo 
Sulla Santa Pasqua, 51, 63 ; PG 59, 743, SC 27

(ispirata da un’omelia persa di Ippolito) 

« Eppure nessuno è mai salito al cielo,
fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo. »

L’albero della croce è per me quello dell’eterna salvezza. Mi nutre e ne faccio la mia delizia. Metto le radici attraverso le sue radici, e attraverso i suoi rami mi estendo; la sua rugiada mi purifica e il suo soffio, come un vento delizioso, mi rende fecondo. Nella sua ombra ho piantato la mia tenda e, fuggendo i forti caldi, vi trovo una ventata di fresco. È dai suoi fiori che fiorisco e dei suoi frutti mi diletto; di questi frutti, che mi erano destinati fin dalle origini, ne gioisco senza limiti… Quando tremo davanti a Dio, quest’albero mi protegge; quando inciampo, è il mio appoggio; è il prezzo dei miei combattimenti e il trofeo delle mie vittorie. Esso è per me la strada stretta, il sentiero ripido, la scala di Giacobbe percorsa dagli angeli, in cima alla quale il Signore è veramente appoggiato (Mt 7,14; Gn 28,12).

Quest’albero dalle dimensioni celesti si è innalzato dalla terra fino ai cieli, pianta immortale fissata tra cielo e terra. Sostegno di tutte le cose, appoggio dell’universo, supporto del mondo abitato; esso abbraccia il cosmo e mette insieme i vari elementi della natura umana. È lui stesso tenuto insieme dai tasselli  invisibili dello Spirito per non vacillare nel suo adattamento al divino. Toccando con la sua cima la sommità dei cieli, rassodando la terra con i suoi piedi e circondando con le sue immense braccia gli innumerevoli spazi dell’atmosfera, è tutto in tutti e ovunque…

Stat Crux dum volvitur orbis

Ci mancava poco a che l’universo fosse annientato, preso dal terrore davanti alla Passione, se il grande Gesù non avesse infuso lo Spirito divino dicendo: «Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito» (Lc 23,46)…

Tutto era scosso, ma quando lo Spirito divino è risalito, l’universo, in qualche modo, è stato rianimato, vivificato, e ha ritrovato una stabilità fissa. Dio riempiva tutto ovunque e la crocefissione si estendeva attraverso tutte le cose.

Esaltazione della Santa Croce
Esaltazione della Santa Croce