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Suggerimenti per la preghiera e la lettura biblica della settimana

Per la settimana che va da domani, lunedì 5 dicembre, a domenica 11 dicembre 2016, III del Tempo Liturgico di Avvento, a cura del fratello pastore Elpidio Pezzella, cui va il mio più vivo ringraziamento.

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«Or Giacobbe prese delle verghe verdi di pioppo, di mandorlo e di platano; vi fece delle scortecciature bianche, mettendo allo scoperto il bianco delle verghe».
Genesi 30:37

Dopo circa vent’anni di duro lavoro al servizio dello zio Labano, Giacobbe, dopo aver sposato Lea, ha ora la gioia del primo figlio dell’amata Rachele. La nascita di Giuseppe lo spinge a tornare nelle sue terre di origine. Avendo finora lavorato per il suocero non ha nulla e chiede di essere compensato da questo momento attraverso la divisione dei nuovi nati nel gregge: gli animali bianchi sarebbero rimasti allo zio, quelli macchiati o striati a lui. Nulla di strano se il gregge di partenza non fosse stato interamente bianco. Giacobbe dopo tanti anni al pascolo ha coscienza che gli animali possono essere condizionati da quel che vedono. Mette così su un sistema di stimolazione di strisce davanti agli occhi degli animali in calore. Il risultato è sorprendente: accade secondo i suoi piani. In breve tempo il numero dei suoi animali supera quello dei capi di Labano. La vicenda non è una proposta truffaldina né un’idea per fare business. Giacobbe ci insegna che quel che gli occhi vedono, il cuore desidera e l’anima cerca. Non togliere dai tuoi occhi la chiara visione di quel che vuoi accada. La fede è dimostrazione di cose che non si vedono … (Ebrei 11:1).

L’8 dicembre

Segna per tradizione l’inizio dei preparativi natalizi, quali l’albero, il presepe e altri addobbi. Tale ricorrenza ha la peculiarità di riscaldare il cuore delle persone, nonostante queste siano, ogni anno sempre più, pervase da sentimenti di tristezza ed insoddisfazione, frutto soprattutto delle difficoltà economiche che imperversano sulla nostra società. Può bastare il luccichio di un albero addobbato o un presepe pieno di personaggi a far dimenticare le tragedie di tutti i giorni, annebbiando così anche le anime delle persone sul vero motivo per cui Cristo è venuto a nascere? Nel vangelo di Giovanni (3:16) è scritto: «Dio ha tanto amato il mondo che ha mandato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna». Questo il vero motivo: Cristo è venuto ad abitare tra le tenebre in quanto luce di Dio affinché la Sua luce potesse risplendere nelle tenebre dell’umanità.

L’8 dicembre, secondo il calendario gregoriano, è una ricorrenza dedicata a Maria, madre di Gesù. Questa accolse nel suo grembo il nascituro figlio di Dio. Considerando come la Bibbia ci ricordi che ogni essere umano ha peccato ed è privo della gloria di Dio ed è da Lui separato, che tale divisione ed allontanamento possa essere eliminato solo attraverso l’accettazione del sacrificio compiuto da Gesù sulla croce per noi, viene da chiedersi come sia stato possibile che una donna, in cui albergava il peccato, abbia potuto ospitare nel proprio grembo Colui che è senza peccato? (tratto da: L’8 dicembre: Maria raggiunta dalla Grazia)

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Lettura della Bibbia

05 dicembre   Amos 5-6; Ebrei 11-12
06 dicembre   Amos 7-8; Ebrei 13; Giacomo 1
07 dicembre   Amos 9; Abdia 1; Giacomo 2-3
08 dicembre   Giona 1-2; Giacomo 4-5
09 dicembre   Giona 3-4; 1 Pietro 1-2
10 dicembre   Michea 1-2; 1 Pietro 3-4
11 dicembre   Michea 3-4; 1 Pietro 5; 2 Pietro 1

Il 10 dicembre 1968 si spegneva Karl Barth (10 maggio 1886, Basilea), teologo e pastore calvinista, iniziatore della “teologia dialettica”.

Convertitevi! (Matteo 3:1-12)

1 In quei giorni venne Giovanni il battista, che predicava nel deserto della Giudea, e diceva: 2 «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino». 3 Di lui parlò infatti il profeta Isaia quando disse:

«Voce di uno che grida nel deserto:
“Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri”».

4 Giovanni aveva un vestito di pelo di cammello e una cintura di cuoio intorno ai fianchi; e si cibava di cavallette e di miele selvatico. 5 Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutto il paese intorno al Giordano accorrevano a lui; 6 ed erano battezzati da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.

7 Ma vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire l’ira futura? 8 Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento. 9 Non pensate di dire dentro di voi: “Abbiamo per padre Abraamo”; perché io vi dico che da queste pietre Dio può far sorgere dei figli ad Abraamo.

10 Ormai la scure è posta alla radice degli alberi; ogni albero dunque che non fa buon frutto, viene tagliato e gettato nel fuoco.

11 Io vi battezzo con acqua, in vista del ravvedimento; ma colui che viene dopo di me è più forte di me, e io non sono degno di portargli i calzari; egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco. 12 Egli ha il suo ventilabro in mano, ripulirà interamente la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con fuoco inestinguibile».

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Il Vangelo della II domenica di Avvento dell’Anno A presenta con parole chiarissime colui che lo stesso Gesù definirà il profeta più grande, il più grande tra gli uomini, Giovanni il Battezzatore, Giovanni il Battista.

Giovanni, cioè, che invita a battezzarsi, ovvero ad immergersi (baptizo in greco significa questo) completamente, con tutta la propria vita, nella realtà di Dio. Ad immergersi, a far scomparire tutto ciò che è di fuori (credenze, idolatrie, ipocrisie, falsità, pensieri e ragionamenti umani, ideologie…) per assorbire completamente la Parola di Dio, per imbeversi completamente di essa.

Non c’è spazio per altro per il credente, per il fedele. La Parola di Dio e sola quella. Non esistono altre verità, se non parziali, frammentate, a volte illusorie… I semi, i germi di verità di cui parla qualcuno, sono da ricercare ai fini di spingere alla conversione, ma l’unico vero seme che conta è quello che accetta di morire a sè stesso, e porta molto frutto. Gli altri semi sono da rigettare, il Seme della Parola è l’unico che deve crescerenella nostra vita personale.

Il seme della Parola di Dio, il seme del Cristo, il seme del Verbo fatto uomo.

Occorre, davvero, nascere di nuovo. Non basta nascere da Abramo, nascere nel popolo eletto, nascere da una famiglia credente. Non è una garanzia di nessun tipo. Occorre nascere di nuovo, occorre che noi, noi personalmente, facciamo una scelta personale, propria, solo nostra, di immedesimarci con il Verbo, di scegliere, sempre per i comandi di Dio, di ricercare, sempre, i suoi precetti, di ascoltare, sempre e solo, la Sua Parola.

A Dio non “serve” la nostra conversione, Dio può far sorgere dalle pietre dei figli di Abramo, dice il Battista! A noi occorre convertirci! A Dio Solo è la gloria, a noi tocca condividere la Croce, la fatica di vivere che fu assunta liberamente dal Figlio, sperando che Egli a suo tempo ci doni la gioia senza fine della Resurrezione e dell’eternità in Lui.

La scure ed il fuoco sono vicini alle radici degli alberi.

Convertiamoci, credendo al Vangelo, vivendo il Vangelo, rigettando dalle nostre vite tutto ciò che da questo ci allontana. Cerchiamo il Battesimo del Signore, lasciamoci immergere nell’acqua, accettiamo la morte, lasciamoci che la Parola di Dio ci bruci dentro, perchè sia annunciata al mondo!

Maranathà!

Il sale della terra e la luce del mondo (Matteo 5,13-16)

Con i Vespri di stasera entriamo nella Seconda settimana del tempo di Avvento 2016. Il fratello Paolo Brancè si regala questa meditazione su Matteo 5:13-16, sempre dal Discorso della Montagna. Lo ringrazio, a mio ed a vostro nome.

13 «Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non a essere gettato via e calpestato dagli uomini.

14Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta, 15 e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa.

16 Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli.

(Matteo 5)

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“Voi Siete Il Sale Della Terra, E La Luce Del Mondo”

Il Ruolo Del Cristiano Nella Società (Matteo 5:13-16)

“…Voi siete il sale della terra…”

Sopra il sale non c’è sapore, sopra Dio non c’è Signore”.

E’ un antico proverbio che vuole definire l’assoluta importanza del sale nell’insaporire le pietanze. E’ come dire: il sale migliora ogni vivanda, anche quelle più povere. L’importanza del sale in cucina è tale che non manca neppure l’attenzione poetica che ha conferito ad esso dignità letteraria. In una poesia del poeta cileno Pablo Neruda, vissuto nella metà dello scorso secolo, è esaltata la sua unicità e bellezza.

“…. Vicino ad Antofagasta sogna la pampa salina: è una voce rotta, un canto pietoso. Poi nelle sue viscere il salgemma, montagna di luce sepolta, cattedrale trasparente, cristallo di mare, oblio delle onde. E quindi, su tutte le tavole del mondo tu, sale, agile sostanza vai spolverando luce vitale sopra gli alimenti…..”.

Del sale parla anche Gesù nel suo lungo discorso sul Monte, precisamente subito dopo avere delineato il carattere del discepolo con le enunciazioni delle Beatitudini. Mentre queste fanno alzare gli occhi del discepolo verso il cielo, le metafore del sale e della luce lo radicano responsabilmente nelle caotiche strade della quotidianità della vita sociale, portando con sé il giogo leggero dell’evangelo che libera.

Strutturalmente le due proposizioni sono dominanti e in parallelo l’una con l’altra , anche se vi sono sottili sfumature. Il testo è intimamente legato con il versetto 11, il quale evidenzia lo stato di sofferenza dei discepoli per il semplice fatto di essere cristiani, senza che essa possa fiaccare la loro testimonianza. Suggestive sono le parole di Bonhoeffer: “…. Essi vengono caratterizzati con il simbolo del bene più indispensabile sulla terra. Essi sono il sale della terra. Sono il bene più nobile, il massimo valore che la terra possiede. Senza di loro la terra non può sussistere. La terra viene, mantenuta per mezzo del sale, che sono i poveri, gli ignobili, i deboli che il mondo ripudia ….. Questo “sale divino” dà prova della sua efficacia, compenetra tutta la terra”. (1)

Siamo di fronte ad un paradosso: coloro che sono poveri, afflitti, desiderosi di giustizia, perseguitati sono il sale della terra, sono un “disinfettante” della moralità secolare, in un mondo dove gli standard morali sono flebili, in continuo cambiamento, persino inesistenti.

La metafora del sale, con cui Gesù definisce i suoi discepoli, è incisiva. E’ comunemente noto che il sale è una sostanza indispensabile nell’uso domestico. Esso ha in sé una doppia funzione, quella di insaporire le vivande e quella di conservare gli alimenti. Con l’uso metaforico della preziosità del sale che dà sapore ai cibi e che protegge dalla putrefazione gli insaccati, Gesù conferisce ai discepoli il compito di insaporire spiritualmente una società in caduta libera nel baratro di una umiliante immoralità e allo stesso tempo la preserva dalla corruzione e dal decadimento. Ciò è possibile grazie a uno stile di vita esemplare e alla coraggiosa testimonianza verbale del discepolo di Gesù.

Tuttavia, può il discepolo di Gesù scivolare in una condotta scriteriata e immorale, vanificando il messaggio contro culturale dell’Evangelo. Con la congiunzione avversativa, “ma”, il Signore introduce un accorato ammonimento: “ Ma se il sale diventa insipido con che cosa lo si salerà?” Ci troviamo di fronte alla classica esagerazione dialettica di Gesù: il sale chimicamente non può perdere la sua proprietà, sebbene in Palestina fosse noto la perdita delle qualità saline del sale, divenendo insipido ed inservibile a causa del contatto con la terra ed esposto alla pioggia.

Ecco il punto di paragone della parabola: il discepolo di Gesù è portatore di una stridente controcultura. Ma se egli si compromette con il pensiero e la morale secolare vigente, egli finisce di esser un “conservante” , perdendo le sue intrinseche qualità saline di insapori mento e di conservazione.

Se il discepolo fallisce nella sua missione, dovrà subire il giudizio che gli uomini pronunciano su lui. Può il cristiano riappropriarsi della sua proprietà “salina” , ovvero come può nuovamente rinascere? E’ un tragico quesito che Gesù pone , aggiungendo che la sua credibilità è miseramente “evaporata” come il sale palestinese a contatto con la terra perde i suoi elementi chimici.

… Voi siete la luce del mondo …

Con queste parole Gesù introduce la seconda metafora attraverso cui ribadisce il ruolo che i suoi discepoli occupano all’interno del tessuto sociale in cui si muovono. La parola greca “Kosmos” richiama innanzitutto l’ordine armonioso dell’universo, ma anche per metonimia la società umana. Quindi, i discepoli di Gesù sono portatori della luce dell’evangelo fra gli uomini che vivono nell’ignoranza del Numinoso, anche se i loro filosofi hanno tentato una accurata indagine speculativa.

Se Gesù è luce del mondo , i suoi discepoli vivono di luce riflessa, come gli astri ricevono la luce dal sole. Essi, se non tengono alta la fiamma della testimonianza, possono comprometterla a tal punto da causarne lo spegnimento.

La seconda similitudine ha una duplice sfaccettatura : la metafora della città costruita su un monte e la lucerna di una casa rurale palestinese. La testimonianza del discepolo è incisiva e visibile. Come una città costruita su un cocuzzolo ( Gesù sta pensando a Gerusalamme?) che è visibile a occhio nudo da lontano, o come una lampada che si accende in un candeliere per illuminare l’antico ambiente domestico in modo che gli uomini si dedicano alle occupazioni abituali, così anche la testimonianza dei discepoli deve essere visibile attraverso le buone opere (Cfr. Atti 2: 42-47; Mt 5:43-47; 1^ Cor. 13:1-8) non per auto glorificazione o autoaffermazione, ma per il semplice risultato di essere alla sequela di Cristo, ossia amare senza avere nulla in tornaconto nel più completo anonimato.

Sono pungenti le parole di Bonhoeffer:

“ La fuga nell’invisibilità è rinnegamento della chiamata . Una chiamata di Gesù che vuole restare comunità invisibile non è più comunità che segue Gesù …. Il moggio sotto cui la comunità visibile nasconde la sua luce può essere sia paura degli uomini sia cosciente conformismo con il mondo per conseguire determinati scopi, siano essi di carattere missionario che di un malinteso amore per gli uomini. Ma potrebbe anche essere, e questo è ancora più pericoloso , una cosiddetta teologia riformata che osa persino chiamarsi “theologia Crucis” e che è caratterizzata dal fatto che alla “farisaica” visibilità preferisce una “umile” invisibilità sotto forma di totale incorporazione nel mondo. In questo caso segno di riconoscimento della comunità non è una eccezionale visibilità, ma una sua conferma nella “justitia Civilis”. (2)

Le parole ammonitrici di Gesù giungono alle orecchie del cristiano del XXI secolo, parole chiare, inequivocabili, radicali, che non lasciano spazio ad alcuna interpretazione ammorbidente: egli è chiamato ad essere sale della terra e luce del mondo senza che il mondo possa polverizzare il sale e affievolire la luce.

“… E con la chiamata di Gesù ai discepoli non è solo assicurata l’invisibile efficacia del sale, ma anche il visibile splendore della luce …. In questa luce devono essere viste le buone opere … buone opere che Gesù stesso suscitò in loro quando li chiamò, quando li fece luce del mondo sotto la sua croce: essere poveri, stranieri, miti, apportatori di pace, essere perseguitati e respinti , e in tutto ciò una sola cosa: portare la croce di Gesù. La croce è la strana luce che risplende, e in questa sola tutte quelle opere buone dei discepoli possono essere viste .… Visibile diventa la croce , visibili diventano le privazioni e la rinunzia di quelli che sono chiamati beati. Ma nella luce della croce e di questa comunità non si può più lodare l’uomo, ma Dio solo. Se le buone opere fossero varie virtù di uomini, allora per esse non si loderebbe più il Padre, ma il discepolo. Ma così non resta nulla di degno di lode nel discepolo che porta la croce, nella comunità la cui luce risplende ed è visibile sul monte: per le loro “buone opere” solo il Padre celeste può essere lodato. Così vedono la croce e la comunità sotto la croce e credono in Dio. Ma questa è la luce della resurrezione”.(3)

1) Dietrich Bonhoeffer- Sequela- Queriniana ed, Brescia 1971, pag. 96
2) Dietrich Bonhoeffer- Op. cit.-pag. 98-99
3) Dietrich Bonhoeffer- Op.cit. pag. 99-100

Solo il nostro dovere… non ha bisogno dei nostri beni…

35 Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità.
36 Vedendo le folle, ne ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. 37 Allora disse ai suoi discepoli: «La mèsse è grande, ma pochi sono gli operai. 38 Pregate dunque il Signore della mèsse che mandi degli operai nella sua mèsse».

(Matteo 9)

1 Poi, chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire qualunque malattia e qualunque infermità.
2 I nomi dei dodici apostoli sono questi:
il primo, Simone detto Pietro, e Andrea suo fratello; Giacomo di Zebedeo e Giovanni suo fratello; 3 Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo il pubblicano; Giacomo d’Alfeo e Taddeo; 4 Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, quello stesso che poi lo tradì.
5 Questi sono i dodici che Gesù mandò, dando loro queste istruzioni:
«Non andate tra i pagani e non entrate in nessuna città dei Samaritani, 6 ma andate piuttosto verso le pecore perdute della casa d’Israele. 7 Andando, predicate e dite: “Il regno dei cieli è vicino”. 8 Guarite gli ammalati, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni; gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.

(Matteo 10)

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Bernardo (1091-1153), monaco cistercense e dottore della Chiesa
7° discorso sull’Avvento
«Vedendo le folle ne sentì compassione,
perché erano stanche e sfinite»

Fin da ora celebriamo con tutto il cuore la venuta di nostro Signore Gesù Cristo, e facciamo solo il nostro dovere, poiché egli è venuto non solo a noi, ma per noi.

Il Signore non ha bisogno dei nostri beni; la grandezza della grazia che ci ha donata mostra qual’era la nostra indigenza.

Giudichiamo la gravità di una malattia da quanto costa guarirla…

La venuta del Salvatore era perciò necessaria; lo stato in cui erano gli uomini rendeva indispensabile la sua presenza. Venga presto dunque il Salvatore! Venga ad abitare in mezzo a noi per la fede, con tutta la ricchezza della sua grazia.

Ci tolga dalla cecità, ci liberi dalle infermità, sollevi la nostra debolezza! Se egli è in noi, chi potrà farci sbagliare? Se è con noi, cosa non potremo fare in colui che è la nostra forza? (Fil 4,13) «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31) Gesù è consigliere sicuro, non si sbaglia e non ci fa sbagliare; è aiuto potente, la cui forza non si esaurisce mai… E’ la sapienza di Dio, la potenza di Dio (1Cor 1,24)…

Ricorriamo dunque tutti a un Maestro così grande: in tutto ciò che facciamo, invochiamo questo aiuto; in mezzo alle nostre lotte, affidiamoci a un difensore così sicuro. Se egli è già venuto nel mondo, è per abitare in mezzo a noi, con noi e per noi.

Alzo gli occhi verso i monti…

Alzo gli occhi verso i monti…
Da dove mi verrà l’aiuto?
2 Il mio aiuto vien dal SIGNORE,
che ha fatto il cielo e la terra.
3 Egli non permetterà che il tuo piede vacilli;
colui che ti protegge non sonnecchierà.
4 Ecco, colui che protegge Israele non sonnecchierà né dormirà.
5 Il SIGNORE è colui che ti protegge;
il SIGNORE è la tua ombra;
egli sta alla tua destra.
6 Di giorno il sole non ti colpirà,
né la luna di notte.
7 Il SIGNORE ti preserverà da ogni male;
egli proteggerà l’anima tua.
8 Il SIGNORE ti proteggerà, quando esci e quando entri,
ora e sempre.

(Salmi 121)

Monte Vettore stamani, foto di Giulia Grilli di Montemonaco
Monte Vettore stamani, foto di Giulia Grilli di Montemonaco

La Cena del Signore in Lutero

“Gesù prese del pane e, dopo aver detto la benedizione, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli dicendo: «Prendete, mangiate, questo è il mio corpo». Poi, preso un calice e rese grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati.” (Vangelo di Matteo 26,26-28)
“Che cos’ è il sacramento dell’altare? E’ il vero corpo e sangue del nostro Signore Gesù Cristo, che egli stesso ha dato a noi cristiani affinchè sia mangiato e bevuto sotto le specie del pane e del vino.”

(Martin Lutero, Piccolo Catechismo, 1529)

“Quanto alla Cena del Signore, insegnano che il corpo e il sangue di Cristo sono veramente presenti e sono distribuiti a coloro che si nutrono nella Cena del Signore; disapprovano coloro che insegnano diversamente.”

(Confessione di Augusta, articolo X, 1530)

“Riteniamo che pane e vino nella santa Cena sono il vero corpo e sangue di Cristo e che essi vengono offerti e ricevuti non solo da cristiani pii ma anche da cristiani malvagi. Riteniamo inoltre che non si debba dare soltanto una specie. E non abbiamo bisogno dell’alta scienza che ci insegna che sotto una specie c’è altrettanto che sotto entrambe, come ci insegnano i sofisti ed il concilio di Costanza. Perchè, anche se fosse vero che sotto una specie c’è altrettanto che sotto entrambe, una sola specie non costituisce l’intero ordinamento e tutta l’istituzione creata e comandata da Cristo. E specialmente condanniamo e malediciamo in nome di Dio coloro che, non solo accantonano la comunione sotto le due specie, ma anche in maniera assolutamente tirannica la vietano, condannano e diffamano come eresia, ponendosi così contro e sopra Cristo, nostro Signore e Dio. Per quanto concerne la transustanziazione, non teniamo in alcun conto questa sottigliezza sofistica, perchè essi insegnano che pane e vino abbandonano o perdono la loro sostanza naturale, restando solo la forma e il colore del pane e non il vero pane. Infatti, che il pane ci sia e resti tale’s’accorda perfettamente con la Scrittura, come S.Paolo stesso lo chiama: “il pane che noi rompiamo”. E: “così egli mangi del pane.”

(Martin Lutero, Articoli di Smalcalda,1536)

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Ringrazio il fratello Tommaso Masone per la selezione dei testi.

Suggerimenti per la preghiera e la lettura biblica della settimana

Per la settimana che va da domani, lunedì 28 novembre, a domenica 4 dicembre 2016, II del Tempo Liturgico di Avvento, a cura come sempre del fratello pastore Elpidio Pezzella, cui va il mio ringraziamento. 

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L’Eterno mi conosce

«Tu mi hai investigato, o Eterno, e mi conosci»

Salmo 139:1

I testi dei Salmi sono capaci di cogliere e raccogliere i nostri pensieri più intimi e profondi. Se l’incipit del salmo recita: «Tu mi hai investigato, o Eterno, e mi conosci», la parte finale dice: «Investigami, o Dio, e conosci il mio cuore…». Non solo siamo conosciuti dal Signore, ma c’è un desiderio di voler essere investigati nell’anima. Occorre coraggio per chiedere a Dio di metterci a nudo ed investigarci per vedere se c’è qualcosa in noi che non va. La tendenza solita è quella di nascondersi, o tutt’al più chinare il capo dinanzi a Dio, come fece il pubblicano, sulla porta del tempio, per implorare “Abbi pietà di me”. Attualmente è diffuso il pensiero presuntuoso di dichiarare che Dio ci conosce, ci investiga, ma ci ama così come siamo, peccatori iniqui. Vero è che Lui ci ama così, ma è altrettanto vero che non ci vuole “iniqui”. Le parole del Salmo conducono a comprendere, non solo, che la Sua presenza non ci lascia e non ci abbandona, ma anche come il Suo sguardo sia sempre su noi. Egli è l’Emmanuele, l’Iddio con noi, Colui che ci conduce per sentieri di giustizia e lungo pascoli verdeggianti. La domanda è se lo crediamo e se ne abbiamo la consapevolezza o, invece, viviamo una fede ipocrita basata su di una persuasione più che su una certezza.

Piangere

È la prima modalità espressiva di ogni nato, considerato segnale di vitalità e principale comunicazione nelle prime fasi della vita. Una volta cresciuti le lacrime divengono sinonimo di dolore e sofferenza. Difficilmente il pianto ci ricorda momenti felici, anche se questi hanno conosciuto lacrime dolcissime di commozione e gioia. Quando penso al pianto e alle lacrime che si versano soprattutto nel silenzio o nel segreto, mi sovviene la il Salmo 6: «l’Eterno ha dato ascolto alla voce del mio pianto» (verso 8). Dio ascolta il nostro pianto, non il singhiozzare. Mi piace pensare che le lacrime giungono a Lui come parole. Gli occhi che non hanno mai versato lacrime non possono comprendere quel che si prova quando si attraversa il deserto del silenzio. Eppure il salmo 30 ci ricorda che non si piangerà per sempre. Come ogni notte lascia la scena al giorno, alle lacrime seguirà la gioia. E quando la gioia arriva dopo il pianto sarà accompagnata di grida. Confida pure nel tuo Dio, perché «quelli che seminano con lacrime, mieteranno con canti di gioia» (Salmo 126:5).

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Lettura della Bibbia

28 novembre  Osea 8-9; Tito 1-2

29 novembre  Osea 10-11; Tito 3; Filemone

30 novembre  Osea 12-13; Ebrei 1-2

01 dicembre   Osea 14; Gioele 1; Ebrei 3-4

02 dicembre   Gioele 2-3; Ebrei 5-6

03 dicembre   Amos 1-2; Ebrei 7-8

04 dicembre   Amos 3-4; Ebrei 9-10

Le Beatitudini, da Rino Gaetano a Bonhoeffer…

Un regalo per l’Avvento, una bella ed originale meditazione sul Sermone della Montagna del fratello Paolo Brancè; mentre mi scuso con lui per il tempo che ci ho messo a leggere ed apprezzarla. Ma ne è valsa la pena, e mi fa piacere condividerla con voi.

Mentre attendiamo il Regno, meditiamo insieme sulle caratteristiche (i “beati”) che dobbiamo assumere per esserne parte, secondo la Sua volontà.

Buona lettura… ed anche buon ascolto!

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E Dal Monte Il Signore Parlo’: “Beati I Poveri In Ispirito

Le Beatitudini, Ovvero Il Carattere Straordinario Del Discepolo Di Gesu’ (Matteo 5:1-12)

Alla fine degli anni ’70 il Giullare della Canzone d’autore italiana, Rino Gaetano, morto tragicamente il 2 giugno del 1981, scrisse una canzone particolarmente provocatoria come era suo stile fare, titolata “Le Beatitudini“.

Edita nell’album “Gianna e le altre” pubblicato nel 1988, “le Beatitudini” sono parole musicate infocate rivolte contro un sistema di potere e di prevaricazione che danneggia le classi deboli, meno abbienti e i “cafoni” per usare un termine molto caro a Silone.

In alcuni passaggi il testo recita nel seguente modo:

…Beati sono i ricchi perché hanno il mondo in mano
Beati i potenti e i re e beato chi è sovrano
Beati i bulli di quartiere perché non sanno ciò che fanno
Ed i parlamentari ladri che sicuramente lo sanno
Beata è la guerra, chi la fa e chi la decanta
Ma più beata ancora è la guerra quando è santa

La canzone finisce in maniera burlesca, goliardica:

…Beata la mia prima donna che mi ha preso ancora vergine
Beato il sesso libero si ma entro un certo margine
Beati i sottosegretari, i sottufficiali
Beati i sottaceti che ti preparano al cenone
Beati i critici e gli esegeti di questa mia canzone“.

Testo di grande, straordinaria attualità, esso assume un fascino accattivante,grazie alla sua voce graffiante e a un ritmo musicale, che richiama alla mente le classiche marce militari, quasi a invitare l’ascoltatore a un impavida ribellione contro chi si grazia alle spalle dei disgraziati. L’Istrione della Canzone d’autore fa risaltare ironicamente la condizione “felice” dei potenti, come “paradigma” di una imperitura beatitudine laicamente terrena conquistata con l’inganno e con la frode.

Contro questa cultura delle beatitudini laicamente e cinicamente intesa si afferma la controcultura cristiana delle Beatitudini. Il tema cristiano delle Beatitudini è sviluppato ampiamente nell’Evangelo di Matteo ( l’Evangelo di Luca lo riporta in maniera più succinta). Esso è il leitmotiv del cosiddetto Sermone sul Monte, che Gesù pronunciò durante la sua attività pubblica. In realtà, esso racchiude una serie di insegnamenti gesuani, una vera e propria collezione di predicazioni pubbliche riguardante il carattere eccezionale del discepolo, che Gesù pronunciò in diverse occasioni e che sono stati strutturati da Matteo come se fosse un unico sermone.

Beato Angelico, Beatitudini
Beato Angelico, Beatitudini

Si può dire che è il manifesto programmatico del discepolato (cfr. Luca 4:16-19), teso a fare risaltare il carattere, il comportamento e i doveri del discepolo del Signore. Non è un codice universale, che investe l’intera ecumene, ma l’uomo che si mette alla sequela di Gesù. Non è un’etica generale, un modello di vita morale per la società, ma imperativi validi per chi s’incammina, e segue le orme di Gesù : solo chi accetta il giogo leggero dell’autorità di Gesù è chiamato ad applicare liberamente e responsabilmente le sue esigenze etiche .

Tuttavia, se il “Discorso della montagna” è il più conosciuto delle parole dette da Gesù, è anche il meno obbedito. Alcuni dicono che esso è un ideale di vita utopico, irrealizzabile nella vita intraterrena, ma che rimanda a quella ultraterrena. Una simile concezione porta a un pericoloso lassismo morale del discepolo. Al contrario, le esigenze etiche di Gesù lo impegnano qui ed ora, pur nella sua imperfezione, sperimentando quel rinnovamento della mente, che lo allontanano gradualmente dallo stato naturale di un modo di vivere alieno a Dio, e lo avvicinano alla eterna Società di Dio (La Città di Dio), in cui l’uomo è amico di Dio e servo dell’uomo (cfr. Giov.13:34-35).

Le beatitudini evangeliche rivelano la personalità del discepolo di Gesù, potremmo dire la sua “Carta di identità”. Esse sono le qualità dello stesso gruppo,cioè poveri, miti, misericordiosi, affamati e assetati di giustizia, portatori di pace e perseguitati. Essi non sono un gruppo elitario, che si differenzia dagli altri cristiani, ma sono proprio ciò che l’intera totalità di cristiani deve essere.

Se noi potessimo viaggiare nel tempo, usufruendo della macchina del tempo degli “scienziati” disneyani Zapotec e Martin,che solitamente mandano a passeggiare nelle ere passate il saggio Topolino e l’ingenuo Pippo, potremmo essere catapultati in una collina della Galilea, forse in prossimità della città di Capernaum, dove Gesù aveva la sua sede, e cogliere uno dei momenti più suggestivi della predicazione di Gesù nell’atteggiamento di un Rabbi, che, seduto, ammaestra solennemente i suoi discepoli di fronte a una folla che lo segue, avendo visto o sentito che è un uomo di grande carisma taumaturgico e abile e incisivo divulgatore del Regno dei Cieli che si è notevolmente approssimato. Gesù vede la folla che aspetta di ricevere parole di speranza rinnovatrice, ma vede anche i suoi discepoli a cui rivolgerà quelle parole di vita che tanta presa avranno negli anni a venire …, quei discepoli che hanno rinunciato a tutto, in virtù della sua chiamata, soffrendo privazioni:

… Sono i più poveri tra i poveri, i più tentati tra gli esposti alla tentazione, i più affamati tra gli affamati. Hanno solo lui. E, con lui, nel mondo non hanno nulla, proprio nulla … Egli ha trovato una piccola comunità, e ne cerca una grande quando guarda il popolo. Discepoli e popolo formano un tutt’uno; i discepoli saranno i suoi messaggeri, essi troveranno pure degli uditori e dei credenti. Eppure, tra loro e il popolo regnerà inimicizia fino alla fine. Tutta l’ira contro Dio e la sua Parola ricadrà sui suoi discepoli ed essi saranno respinti assieme a Lui. La croce è in vista. Cristo,i discepoli, il popolo: ecco tutto il quadro della passione di Gesù e della sua comunità”. (1)

Ecco che Gesù delinea il carattere straordinario di coloro che entrano nella Città di Dio, enfatizzato dalla parola “beato”(gr.makarios).
Le otto beatitudini esaltano l’azione salvifica definitiva di Dio nella persona di Gesù e lo stile di vita che i suoi discepoli devono assumere nella sequela. Sono divisi in due grandi blocchi o strofe: la prima (vv.3-6) è incentrata sul tema della povertà e della sofferenza; la seconda (vv.7-10) riguarda l’atteggiamento del discepolo di Gesù nei confronti del prossimo). Tali beatitudini sono armoniosamente incastonate grazie alla ripetizione della frase “perché di loro è il Regno dei Cieli” (vv.3,10). E’ un modo di essere e di vivere, che stravolge il naturale e convenzionale ordine sociale.

In genere, si guarda con invidia chi ha potere, ricchezza,prestigio,non importa come siano stati acquisiti.
Ma le beatitudini di Gesù mettono sottosopra il mondo sociale e concettuale della convivenza civile e religiosa. Beati non sono, come ironicamente metteva in risalto, la ballata di Rino Gaetano, i ricchi che hanno il mondo in mano, i potenti, i re, i bulli di quartiere, i parlamentari ladri e i signori della guerra, ma i poveri, gli afflitti, gli affamati di giustizia, i miti, i costruttori di pace, i perseguitati a causa della giustizia … Costoro saranno il sale della terra e la luce del mondo … Gesù sta creando un nuovo ordine sociale, che convivrà con quello tradizionale e lo stravolgerà, a patto che i cristiani saranno poveri, affamati, afflitti, perseguitati. Se i cristiani vengono risucchiati dal mondo secolare essi si priveranno della beatitudine evangelica e godranno invece di quella secolare, che “passa presto e vola via” (Salmo 90).

Ma chi è veramente il povero, l’afflitto, l’affamato e il perseguitato per Gesù? E perché necessariamente deve avere queste qualità che nessuno invidia? Analizzando una per una le beatitudini possiamo scoprire un mondo concettuale e uno stile di vita, che può essere veramente interessante.

Innanzitutto, le beatitudini iniziano con il chiamare beati i “poveri”…. Certamente questa parola fa paura. In una situazione economica come quella attuale, la povertà spaventa, perché implica mancanza di potere e di acquisto, perdita di autonomia e di benessere. E i poveri, veramente poveri lo sanno bene. Chi è cresciuto nell’immediato dopoguerra sa cosa significhi povertà. L’uomo lotta perché acquisti e assicuri alla sua progenie una condizione economica e uno status sociale dignitosi.

Ma Gesù non sta esaltando la povertà materiale, né tantomeno l’abbandono volontario delle ricchezze come valore assoluto per essere più vicini a Dio, sebbene Gesù consideri la ricchezza una forma di oggetto divinizzato a cui l’uomo offre la sua completa dedizione (cfr.Mt19:16-26). Allora, perché Gesù considera beati i poveri? Chi sono i “poveri” del Regno? Se analizziamo l’intera frase, vediamo che Gesù parla di un tipo di povertà, quella spirituale

I “Poveri” del Regno sono coloro che, al pari del povero che manca di beni materiali e necessariamente dipende da chi può aiutarlo a sollevarsi, confessano al Signore la loro miseria spirituale, dipendendo soltanto da Lui, dalla sua premurosa cura di sollevarli dalla condizione di uomini, privi di capacità di realizzare il grande valore universale dell’amore-agape, che è il carattere di Cristo. I “Poveri del Regno” , quindi, non sono i poveri esternamente, perché essi possono essere tali e allo stesso tempo superbi, ma coloro che sono umili, consapevoli di non potersi arricchire da sé di una autentica umanità, ma da Dio che la dona in Cristo.

Essi quotidianamente combattono contro il loro orgoglio, la presunzione di potercela fare da soli, di sganciarsi da Dio, magari estrometterlo, anche se assumono e conservano una esteriore pietà religiosa. Questa povertà è richiesta da Gesù a tutti i suoi seguaci, sia che siano gente semplice, magari veramente povera, non istruita,che anche siano gente benestante e ricca, socialmente e culturalmente elevata, religiosamente influente. Mordenti sono le parole di Bonhoeffer:

…I discepoli subiscono privazioni in tutti i campi. Sono semplicemente dei “poveri”. Non hanno sicurezza, non beni da chiamare propri, non un pezzo di terra da chiamare patria, nessuna comunità terrena a cui appartiene completamente. Ma non hanno neppure una propria forza spirituale, una propria esperienza,una propria sapienza alla quale richiamarvisi, con la quale consolarsi. Hanno perso tutto questo per amore di Gesù. Quando si incamminarono dietro a lui, persero pure se stessi e così tutto ciò che avrebbe potuto arricchirli. Ora sono poveri, così inesperti, così stolti, da non avere più nulla in cui sperare tranne colui che li ha chiamati. Gesù conosce anche quegli altri, i rappresentanti e i predicatori della religione di popolo, questi potenti, rispettati, che stanno ben fondati in terra, radicati nel carattere nazionale, nello spirito del tempo, nella religiosità popolare. Non sono, però, questi, ma solo i suoi discepoli che Gesù chiama “beati, perché di loro è il regno dei Cieli”. Il Regno dei Cieli viene per quelli che, per amore di Gesù, vivono semplicemente “in privazioni e rinunce”. In mezzo alla loro povertà essi sono gli eredi del regno celeste. Essi hanno il loro tesoro profondamente nascosto, lo hanno sulla croce. Il regno dei cieli è loro promesso in gloria visibile, ed è già donato a loro nella perfetta povertà della croce ….” (2)

La seconda beatitudine esalta il discepolo che è afflitto. Egli è povero, ma anche afflitto.

Isaia 61:1-3 parla del Messia, che annuncia la salvezza ai poveri e consola gli afflitti. Di che cosa è afflitto il discepolo di Gesù? cosa lo fa piangere? Non certo, le disgrazie naturali, le quali colpiscono tutta l’intera umanità, ma il fatto di essere cristiano. Ecco il pianto e il dolore del discepolo: egli subisce le angherie e le vessazioni del mondo che cerca di eliminarlo, come hanno fatto con Gesù. Il cristiano è portatore di dolore, il dolore del peccato altrui. Come Gesù si caricò del male del mondo, anche il cristiano è afflitto dal carico doloroso della malvagità umana (cfr.Fil3:17-19). Ma il discepolo di Gesù non piange solo perché vede l’uomo corroso dal verme famelico del peccato, ma piange anche per i propri peccati.

Un aspetto inquietante del cristiano odierno è che egli non mostra un forte dispiacere per il proprio peccato. Non piange per avere ancora conficcato il chiodo dell’umiliazione nella carne di Gesù, non sente il grido straziante dell’Uomo del dolore ogni qualvolta che la sua carne è trafitta per le sue trasgressioni. Una cosa raccapricciante e che i cristiani “confessano” i propri peccati come se adempissero a una prassi rituale e cultuale, senza contrizione.

Quante appassionate sono le parole dell’Apostolo: ” Perché la tristezza secondo Dio, produce un ravvedimento che porta alla salvezza, del quale non c’è mai da pentirsi; ma la tristezza del mondo produce la morte”(2 Cor.7:10). L’afflitto piange per essere stato compunto a causa dei suoi peccati, sono lacrime che santificano, lacrime che purificano, lacrime che liberano. E’ il grido di dolore ma è anche grido di esultanza: “Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Grazie siano rese a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore (Rom7:24-25). Gli afflitti saranno da Dio consolati per la croce di Cristo.

Di grande intensità spirituale sono le parole di Bonhoeffer:

La frattura fra discepoli e popolo diviene maggiore. La schiera dei discepoli viene chiamata fuori in forma sempre più visibile. Gli afflitti sono appunto quelli che sono pronti a vivere rinunciando a ciò che il mondo chiama felicità e pace, quelli che non possono essere accordati allo stesso tono del mondo, che non possono adeguarsi al mondo. Sono afflitti a causa del mondo,della sua colpa … Nessuno comprende i suoi simili meglio della comunità di Gesù. Nessuno ama i suoi simili più dei discepoli di Gesù, appunto perché sono esclusi, appunto perché sono afflitti …. La comunità dei discepoli non si scuote di dosso il dolore come non la toccasse per nulla, ma lo porta. E su questo si fonda la comunione con gli altri uomini ….. La comunità non cerca arbitrariamente il dolore, che non si ritira per un arbitrario disprezzo dal mondo, ma porta ciò che le viene imposto, ciò che le tocca per amore di Gesù Cristo, mentre lo segue. Ed infine, i discepoli non vengono piegati, logorati, amareggiati dal dolore, in modo da esserne spezzati. Anzi, portano il dolore loro imposto solo per la forza di colui che sulla croce porta tutto il dolore. Come “portatori di dolore” si trovano in comunione con il Signore crocifisso. (3)

Il discepolo di Gesù, oltre ad essere povero e afflitto, è anche mite. La terza beatitudine ricalca una citazione veterotestamentaria, precisamente il versetto 11 del salmo 37: …”gli umili erediteranno la terra”. Il termine greco “praeis” è tradotto con la parola “mite”,ma significa anche “umile” e coincide con la prima beatitudine. Il vocabolo è presente nel NT in Matteo, oltre che in 1^Pietro3:4, ed è riferito a Cristo, il quale, in armonia con Zaccaria 9:9 entra su una cavalcatura in Gerusalemme come un re benigno e mite (Mt21:5). Egli è anche presentato come benigno/mite e umile di cuore (Mt11:29).

I miti sono coloro che portano il giogo leggero di Gesù. Alla persecuzione e alla oppressione i discepoli di Gesù oppongono la mitezza, ossia la mansuetudine, la pazienza nel sopportare le ingiurie. Il cristiano non è un vigliacco, uno senza nerbo, lo zerbino del mondo, ma è colui che ha rinunciato alla malizia, al furore della vendetta. La mansuetudine cristiana non coincide con la debolezza ma con il vigore e con la fermezza. Essi sono coloro i quali non fanno uso della violenza per rivendicare i loro diritti, ma ripongono la loro fiducia nel Signore per ottenere quello che gli è dovuto. Essi sono coloro che erediteranno la terra. Essa in questo eone è in mano ai prepotenti, ai potenti, ai violenti. Tuttavia, la terra è creazione di Dio ed essa sarà data ai mansueti nel momento in cui il Signore rigenererà la terra, con la palingenesi, ossia con la ri-creazione di “nuovi cieli e nuova terra” (Ap,21:1). Il modo di vivere di Cristo è diverso dal modo di vivere del “mondo”: il discepolo di Gesù va dietro al Suo Maestro, portando su di sé il giogo leggero della mansuetudine del Signore.

… Nessun diritto proprio protegge questa comunità di stranieri nel mondo. Non lo pretende nemmeno, perché i miti di cuore sono coloro che vivono rinunciando ad ogni proprio diritto per amore di Gesù Cristo. Se li si rimprovera tacciono, se si usa loro violenza la sopportano, se li si caccia cedono. Non fanno processi per difendere il proprio diritto, non fanno chiasso se subiscono ingiustizia. Non cercano il proprio diritto. Voglio lasciare ogni diritto a Dio; non cupidi vindictae, diceva la chiesa antica ……. La terra appartiene a questi uomini senza diritti, impotenti. Quelli che ora la occupano con violenza e ingiustizia la perderanno; e quelli che qui hanno completamente rinunziato, che erano miti fino alla croce domineranno sulla nuova terra. Non si tratta qui di pensare ad una giustizia punitiva di Dio in terra, ma quando il regno dei cieli sarà istaurato, la forma della terra sarà rinnovata e sarà la terra della comunità di Cristo. Dio non abbandona la terra. Egli l’ha creata. Ha mandato Suo Figlio in terra. Ha edificato la Sua comunità in terra. Così il Regno incomincia già in questo tempo. Un segno è stato dato. Già qui agli impotenti è data una parte di terra, hanno la chiesa, la comunità, i loro beni, fratelli e sorelle, in mezzo alla persecuzione fino alla croce. Anche il Golgota è un pezzo di terra. Da Golgota, dove il più mite morì, parte il rinnovamento della terra. Se viene il regno dei cieli, i miti possederanno la terra (4).

Il carattere complessivo del discepolo di Gesù nel suo rapporto con Dio si completa con la quarta beatitudine: “Beati gli affamati e gli assetati di giustizia per saranno saziati”. Di quale giustizia Gesù sta parlando? Della giustizia puramente sociale? Assolutamente no. La giustizia di cui Gesù si fa paladino adempiendola pienamente è la giustizia di Dio, ossia la giustificazione, la corretta relazione del credente con Dio. E questa giustizia è donata attraverso la fede in Cristo , poiché egli è il termine della legge, per la giustificazione di tutti coloro che credono (Rom10:4).

E’ interessante notare come le prime quattro beatitudini seguono una stupenda logica progressiva: coloro che sono poveri,afflitti,mansueti, sono anche affamati e assetati di giustizia. La povertà del discepolo porta il discepolo a chiedere al Signore di arricchirlo con il suo Spirito di santità. Ciò porta a soffrire per il proprio peccato e per il peccato del proprio compagno di umanità e a ingentilirsi della gentilezza di Gesù, ricercando continuamente la giustizia di Dio, la comunione con Cristo. Ecco, il discepolo è affamato e assetato di giustizia, di vestirsi del carattere morale e spirituale di Cristo. L’etica esatta da Dio che impegna il suo popolo viene radicalizzata e amata dal discepolo di Gesù, che si è messo alla sua sequela. E’ finito il tempo di creare sistemi cavillosi di pensiero interpretativo dei comandamenti divini, che hanno causato l’affermazione di un popolo di adoratori formali, che onorano Dio con le labbra, ma il cuore è ben lontano da una onesta adorazione. Adesso la legge è scritta nel cuore dei discepoli di Gesù. Egli è il loro Dio ed essi sono il suo popolo (Ger.31:33) Chi ha fame ed è assetato di giustizia sappia che è saziato qui ed ora ed avrà il completo appagamento quando il Regno dei Cieli si affermerà definitivamente.

L’impegno etico del discepolo di Gesù non è solamente personale e privato, ma diventa anche azione sociale. Egli si impegna anche per una giustizia sociale. Chi si mette alla sequela di Gesù non può non esimersi dal lottare per la liberazione dell’uomo dall’oppressione, dalle prevaricazioni, invocando i diritti civili, la giustizia nelle aule dei tribunali, l’integrità e l’onestà negli affari. I Cristiani sono affamati e assetati di giustizia nella comunità sociale di quella giustizia che è gradita al Signore. Certamente il mondo andrà per la sua strada e non può essere completamente rinnovato, ma il discepolo di Gesù è chiamato a operare in misura di quello che realmente può fare. Ciononostante, tra i cristiani si registra un calo di appetito se non una vera e propria inappetenza. La giustizia di Dio non è un dono che lo esime dall’agire. Al contrario, il vero discepolo del Signore è continuamente affamato e assetato di giustizia: il dono della giustizia in Cristo da parte di Dio richiede una costante, appassionante azione etica in armonia con le esigenze presentate Da Gesù nel discorso della Montagna. E’ errato pensare che avere fame e sete voglia solo dire aspirare, perché l’insistente appetito del discepolo di Gesù porta necessariamente a darsi da fare, non per le sue intrinseche, naturali qualità morali, perché non ne ha, ma per il fatto che è alla sequela di Gesù.Chi si adopera intensamente, ha bisogno di una spinta interiore che extra nos, è fuori dalla natura umana,è data da quel Signore che il discepolo sta seguendo e con il quale è in continua comunione. Ecco che prepotentemente il discepolo di Gesù ha davanti ai suoi occhi la prima beatitudine: “beati i poveri in spirito, perché di loro è il Regno dei Cieli”.

… Chi segue Cristo non vive rinunciando solo al proprio diritto, ma persino rinunciando alla propria giustizia. Con le proprie azioni e con i propri sacrifici non si acquista nessuna gloria propria. Non si può ottenere giustizia se non essendone affamato e assetato; né giustizia propria né giustizia di Dio in terra;lo sguardo del seguace è sempre rivolto alla futura giustizia di Dio, ma non può crearla lui stesso. Chi segue Gesù sarà affamato e assetato durante il cammino. Desidera perdono dei peccati e totale rinnovamento della terra e perfetta giustizia di Dio. …
Colui che egli segue deve morire maledetto sulla croce… seguendo Gesù, il discepolo è beato in questo cammino perché gli sarà promesso che sarà saziato. Otterrà giustizia, non solo a parole; sarà fisicamente saziato di giustizia. Mangerà il pane della vera vita nella futura Cena con il suo Signore. E’ beato per questo futuro pane; perché lo ha già qui presente. Colui che è il pane della vita è in mezzo ai suoi discepoli, in tutta la loro fame. Ecco la beatitudine dei peccatori.”
(5)

Con la quinta beatitudine inizia la seconda strofa delle beatitudini (7-10).

Cosa significa essere misericordiosi? (gr.eleèmones)

La parola misericordia suggerisce il carattere compassionevole del discepolo di Gesù: essere misericordiosi significa essere compassionevoli verso i nostri compagni di umanità che sono nelle necessità. I misericordiosi sono i Figli del Regno che in qualche modo si caricano del dolore, delle sofferenze, della miseria del prossimo. E’ interessante che Gesù non specifica la categoria di persone verso cui il discepolo è chiamato a essere misericordioso. Può essere qualcuno che è caduto in disgrazia, come il viandante, che da Gerusalemme si reca a Gerico e che si imbatte nei ladroni lasciandolo mezzo morto e a cui il Samaritano ha mostrato misericordia o dei poveri materialmente intesi, degli ammalati o dei cosiddetti “rifiuti della società” sui quali Gesù stesso ha riversato la sua compassione, o perfino coloro che ci fanno torto verso i quali invochiamo giustizia per la punizione, ma allo stesso tempo misericordia per il perdono.

I Cittadini del Regno applicano la legge divina della misericordia: come il Signore è misericordioso, così sono chiamati ad essere i Cristiani. In questa beatitudine riecheggia il grande insegnamento di Dio espresso da Gesù nella parabola del servo infingardo (Mt18:21.35). E’ stridente il contrasto tra l’insegnamento di Gesù sulla compassione e l’atteggiamento spesso mondano della Chiesa nel corso della sua storia, indipendentemente dal confessionalismo. Spesso l’atteggiamento secolare dell’uomo è di tragica indifferenza nei confronti del dolore e delle disgrazie umane. Il Cittadino del Secolo è più addomesticato alla vendetta che all’esercizio della misericordia.

Il Cittadino del Regno spesso trasferisce la sua cittadinanza nella Città del Secolo, divenendo spietato verso il suo prossimo. Ma le parole di Gesù sono fortemente ammonitrici: … “Se voi perdonate agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt6:14-15). La prova dell’essere stati perdonati da Dio sta nella prontezza con cui il discepolo di Gesù perdona chi gli arrecato una offesa. Vale anche per i cristiani ciò che Dio disse al suo popolo: “voglio misericordia non sacrifici”.

… Questi nullatenenti,questi stranieri, questi impotenti, questi peccatori, questi seguaci di Cristo vivono con lui ora rinunciando anche alla propria dignità, poiché sono misericordiosi. Non si accontentano delle proprie difficoltà, delle proprie privazioni, ma partecipano pure alle difficoltà altrui, alla bassezza altrui, al peccato altrui. Hanno un amore irresistibile per i piccoli, gli ammalati, i miserabili, gli umiliati e oltraggiati, per quelli che subiscono ingiustizie, per gli esclusi, per tutti quelli che si tormentano e si preoccupano, cercano quelli che sono caduti nel peccato e nella colpa. Non c’è difficoltà troppo grave, peccato troppo terribile, perché la misericordia non li cerchi. Il misericordioso dona il proprio onore a chi si è macchiato di vergogna e prende su di sé la sua vergogna. Egli si fa trovare presso i pubblicani e i peccatori e subisce volontariamente il disonore della loro compagnia. Cede il massimo bene che un uomo possa avere, la propria dignità ed il proprio onore, ed è misericordioso. Conosce solo una dignità e un onore: la misericordia del Signore, della quale sola egli vive. Gesù non si vergognò dei suoi discepoli, divenne fratello degli uomini, portò la loro vergogna fino alla morte sulla croce. Questa è la misericordia di Gesù, della quale sola vogliono vivere quelli che sono legati a lui. La misericordia del Cristo crocifisso fa loro dimenticare ogni proprio onore e dignità e cercare solo la compagnia dei peccatori. E se anche sono coperti di vergogna sono pure beati . Perché sarà fatta loro misericordia. Dio si chinerà profondamente su di loro e prenderà su di sé i loro peccati e al loro vergogna . Dio darà loro il suo onore e lui stesso toglierà loro il loro disonore. Sarà l’onore di Dio a portare l’infamia dei peccatori e a rivestirli del suo onore. Beati i misericordiosi, perché hanno per il Signore il Misericordioso. (6)

“Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. La sesta beatitudine fa risaltare la purezza del cuore del discepolo di Gesù. E’ una espressione che richiama alla mente riferimenti anticotestamentari…

Il cuore puro è una delle condizioni richiesta per l’ammissione nella liturgia della porta del tempio, secondo Salmo 24: … “Chi salirà al monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? L’uomo innocente di mani e puro di cuore, che non eleva l’animo a vanità e non giura con il proposito di ingannare” (Salmo 24:3-4). Ancora, nel salmo 15 è accentuata la purezza del credente, che è immune dallo spergiuro:. “O Signore, chi dimorerà nella tua tenda? E chi abiterà sul tuo monte santo? Colui che è puro e agisce con giustizia e dice la verità come l’ha nel cuore.” (Salmo 15:1-2)

Cosa significa la parola “cuore”? Il cuore è il centro della persona, la parte più profonda dell’Io, da cui scaturisce una spiritualità autentica. In tal caso la sesta beatitudine evidenzia la sincerità e l’integrità del discepolo di Gesù nel rapporto con Dio e con i fratelli. Esso è promessa escatologica della salvezza definitiva. Di conseguenza, viene bandita la doppiezza d’animo, caratterizzata a un tempo dalla purità ipocrita che è connessa con pure pratiche esteriori: é veramente puro colui che è purificato da ogni contaminazione morale e mantiene integro il suo rapporto con il Signore e con i suoi compagni di umanità. Nel Salmo 51 è esaltato il penitente che, schiacciato dal suo peccato, fortemente compunto lo confessa, invocando il Signore perché crei in lui un cuore puro e che nel suo intimo risieda la verità. La purezza richiesta dal Signore è in netto contrasto con la purezza cerimoniale dei Farisei (Mt 23). Gesù richiede dal suo discepolo che la saggezza regni nel suo intimo più che un formale adempimento di una giustizia legalista.

L’Io del discepolo è indiviso: da una coscienza pulita si sprigiona una forza interiore che investe ogni sua relazione esterna, da quella intellettuale, a quella rituale, da quella sociale, a quella interpersonale. Nella sua relazione con Dio e con gli uomini il discepolo di Gesù è libero dalla disonestà e dalla bugia, l’intera sua vita, pubblica e privata, è trasparente davanti a Dio e davanti agli uomini. Purtroppo, ci si accorge con profonda tristezza e costernazione che nelle chiese si aggirano parecchi cristiani portatori di maschere, che recitano un ruolo specifico in ciascuna occasione in cui si vengono a trovare.
Solo il puro di cuore vedrà Dio, adesso con gli occhi della fede, in futuro, nella Città di Dio, a faccia a faccia.

…. Chi è puro di cuore? Solo chi ha dato totalmente il suo cuore a Gesù, perché lui solo regni;chi non macchia il proprio cuore del proprio male, ma neppure del proprio bene….Chi rinuncia alle proprie azioni buone e malvagie, al proprio cuore,chi vive nel pentimento e resta unito solo a Gesù avrà un cuore puro per opera della Parola di Gesù. La purezza del cuore è qui il contrario di ogni purezza esteriore, di cui fa parte anche la purezza dei buoni sentimenti . Il cuore puro è puro dal bene e dal male, appartiene indiviso a Cristo, guarda solo a lui che precede. Vedrà Dio solo chi , in questa vita, ha guardato unicamente a Gesù Cristo, il Figlio di Dio… Vedrà Dio colui il cui cuore è divenuto specchio dell’immagine di Gesù Cristo”. (7)

“Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio”…. La settima beatitudine pone il discepolo di Gesù sulla vetta del suo stato beato … Egli è un costruttore di pace.

Ma di quale pace Gesù sta parlando? Non certo in maniera diretta di una pace civile, intraterrena, costruita con la promulgazione di specifiche leggi, perché questa è una pace esteriore, sia pure importante, ma terrena e destinata ad essere infranta. La pace (shalom), di cui parla Gesù, è la sintesi dell’azione salvifica di Dio. E’ una pace duratura, definitiva, escatologica: è la pace che godranno i cittadini del Regno. Il discepolo di Gesù annuncia questa pace, che parte da Dio, raggiunge l’uomo, che si apre alla salvezza, e si invola verso Dio che l’ha donata: l’uomo che crede si riconcilia con Dio (cfr. Rom5:1).

I costruttori di pace sono coloro che, essendosi rappacificati con Dio, sono anch’essi promulgatori di pace. E lo fanno con passione nell’ambito vitale in cui si muovono quotidianamente, la famiglia, i vicini, gli amici, gli ambienti di lavoro. E questo significa anche che i governanti cristiani possono estendere la pace di Dio all’intera nazione. Il discepolo di Gesù è portatore di pace ed è un’attività mossa dallo Spirito di Dio. Gesù stesso è portatore di una pace, che il mondo non può dare: ” Vi lascio pace, vi do’ la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato, né si sgomenti (Giov.14:27). Dio è l’autore della pace e della riconciliazione. Per questa pace Dio ha sacrificato il Figlio. E’ una pace donata con il sangue. Non è una pace che si può vendere a basso costo. Nell’Antico Testamento, il Signore è fortemente indignato perché constatava che i alcuni profeti offrivano una pace pelosa, sporca, compromessa con il peccato (cfr.Geremia 23:16-17). L’opera del discepolo di Gesù è quella di portare i peccatori a Cristo, offrire il dono della pace e della riconciliazione. Ma il discepolo di Gesù è anche foriero di pace all’interno della chiesa … Spesso vi sono conflitti, offese, ma anche dispute dottrinali di scarso rilievo che sconvolgono la pace nella chiesa. Ma questa ricerca della pace ha un alto costo, la pace si può ristabilire quando c’è vero pentimento,quando il Signore rende l’anima bianca come la neve, perché il cristiano è stato abbattuto nell’orgoglio del suo peccato e rialzato dalla forza del perdono. Per quanto riguarda le dispute dottrinali, in genere si cerca l’unità senza che la dottrina sia stata purificata dalle scorie di elementi concettuali estranei alla Scrittura.

Cercare e promuovere la pace senza purificazione, equivale a vendere la pace a basso costo. La proclamazione dell’evangelo della pace senza sequela, che costa la vita al discepolo, equivale alla vendita della fede senza pentimento.

… I seguaci di Cristo sono chiamati alla pace. Quando Gesù li chiamò essi trovarono la loro pace. Gesù è la loro pace. Ora non devono accontentarsi della loro pace, devono anche farla. Questo vuol dire rinunciare alla violenza e ribellione. Queste infatti non servono mai alla causa di Cristo. Il regno di Cristo è un regno di pace, e la comunità di Cristo si scambia il saluto di pace. I discepoli di Gesù mantengono la pace soffrendo loro stessi il male piuttosto di farne ad altri, conservano la comunione dove un altro la rompe, rinunciando all’autoaffermazione e subiscono in silenzio odio e ingiustizia. Così vincono il male con il bene. Essi diffondono la pace divina in mezzo ad un mondo che si nutre di odio e di guerra. Ma la loro pace non sarà da nessuna parte maggiore che lì dove vanno incontro al malvagio offrendogli pace e sono pronti a subire del male da parte sua. I pacifici porteranno la croce con il Signore: infatti sulla croce fu conclusa la pace. Essendo così attirati nell’opera di pace di Cristo, chiamati a partecipare all’opere del Figlio di Dio, essi stessi saranno chiamati figli di Dio” (8)

Il discepolo di Gesù, che è povero, afflitto, mansueto, affamato, misericordioso, puro, e pacifico, è soggetto ad aspre azioni repressive da parte di quella società, nella quale si muove e verso la quale indirizza il suo stile di vita e il suo messaggio di libertà. Gesù lo chiama beato. “Beati i perseguitati per motivo di giustizia, perché di loro è il Regno dei Cieli”.

Se la società secolare si è sbarazzata di Gesù perché non gradiva affatto il suo messaggio stravolgente quei valori terreni a cui è morbosamente attaccata, tanto più lo farà con i suoi seguaci. Il discepolo di Gesù è perseguitato, perché è alla sua sequela.

Se Gesù è il compimento della Legge, i discepoli annunciano Gesù come l’autentica giustizia. Il messaggio di Gesù sovverte l’ordine dei valori, il mondo viene messo sottosopra. Ma l’uomo secolare è fortemente attaccato ai suoi valori e perseguita il seguace di Gesù, il cui messaggio mette in crisi il sistema vigente. La persecuzione contro il Cittadino del Regno è diversificata: egli è calunniato, molestato con le parole ingiuriose, ma anche battuto, imprigionato, privato dei suoi beni e persino eliminato. Come è chiamato il discepolo a reagire? Non certo con la violenza, ma con una disposizione spirituale che fa accapponare la pelle: i discepoli sono chiamati a gioire. Certamente, non è la gioia che un uomo prova, quando ha raggiunto o conquistato mete importanti nella sua vita, e non è la risata che viene suscitata dopo avere ascoltato una simpatica barzelletta o dopo esilaranti battute o azioni mimiche durante la visione di una divertente commedia. Ma la gioia, di cui parla Gesù, è uno dei frutti dello Spirito Santo (cfr. Gal.5:22), è uno stato spirituale donato dal Signore, perché si è alla sequela di Gesù. La sofferenza del discepolo scaturisce dal fatto che il discepolo è leale a Gesù e ai suoi modelli di verità e di giustizia. Abbiamo una testimonianza evangelica di questa reazione passiva alla persecuzione ed è quella data dagli apostoli, dopo essere stati battuti dal Sinedrio (cfr.Atti 5:41). Se c’è un indizio che possa avvalorare l’autenticità del discepolato è proprio il fatto che il seguace di Gesù è sempre respinto dai sistemi religiosi e politici. La persecuzione è il marchio del vero discepolato. Coloro che dicono di essere cristiani e sposano modelli culturali e stili di vita della società secolare in netto contrasto con la giustizia di Dio, della quale Gesù si è reso garante, e godono del plauso del secolo, dovranno rivedere seriamente e responsabilmente il loro mondo concettuale e la loro condotta etica, affinché possano recuperare umilmente l’autenticità del discepolato.

…. Coloro che seguono Gesù rinunziando a beni terreni, a felicità, al diritto, alla giustizia, all’onore, alla violenza si distingueranno dal mondo nel giudizio e nell’azione, saranno di scandalo al mondo. Perciò i discepoli saranno perseguitati per cagione di giustizia. Il premio delle loro parole ed azioni non sarà riconoscenza, ma riprovazione da parte del mondo. E’ importante che Gesù chiama beati i suoi discepoli anche lì dove non soffrono direttamente per la testimonianza del suo nome, ma per una causa giusta. E’ a loro rivolta la stessa promessa che ai poveri. Come perseguitati, infatti, sono uguali a questi” (9)

Le beatitudini sono il ritratto dell’autentico discepolato. Il carattere eccezionale del cristiano determina non una fragilità umana, ma una espressione di potenza. Per mezzo delle beatitudini Gesù sferra un poderoso attacco al mondo non cristiano e alla sua struttura, richiedendo ai suoi discepoli di incarnare interamente la Charta Magna dei valori cristiani.

… Alla fine delle beatitudini sorge la domanda, quale luogo in terra resti ancora a una simile comunità. E’ chiaro che a loro resta solo un posto, cioè quello dove si trova il più povero, il più esposto alla tentazione, il più mite, la croce sul Golgota. La comunità delle beatitudini è la comunità del Cristo crocifisso. Con lui ha perso tutto e con lui ha trovato proprio tutto. Partendo dalla croce ora si dice: “beati, beati”. Ma ora Gesù parla esclusivamente a quelli che possono comprenderlo, ai discepoli, perciò usa la seconda persona: “Beati voi, quando vi oltraggeranno e vi perseguiteranno e mentendo diranno male di voi per causa mia. Gioite ed esultate, perché molta è la vostra ricompensa nei cieli, così infatti perseguitarono i profeti prima di voi”. I discepoli vengono ripudiati, ma è Gesù stesso a essere colpito, tutto ricade su di lui, perché essi sono oltraggiati per causa sua. Egli porta la colpa. L’oltraggio, la persecuzione, la persecuzione fino alla morte, la maldicenza sigillano la beatitudine dei discepoli nella loro comunione con Gesù. Non può essere altrimenti se non che il mondo si sfoghi con parole,violenza, calunnia contro lo straniero mite. Troppa minacciosa, troppo forte è la voce di questi poveri e miti, troppo paziente e silenziosa la loro sofferenza, troppo potentemente la schiera dei discepoli testimonia, mediante povertà e dolore, dell’ingiustizia del mondo. Questo deve essere punito con la morte. Mentre Gesù grida: “Beati, beati!”, il mondo grida: “via, via!”. Sì, via, ma dove? Nel Regno dei cieli, Rallegratevi e giubilate, perché il vostro premio è grande nei cieli. Ecco i poveri nella sala addobbata a festa. Dio stesso asciuga le lacrime versate dagli afflitti in esilio, sazia gli affamati con la sua Cena. I corpi feriti e martoriati ora sono trasfigurati, e al posto delle vesti del peccato e della penitenza portano le vesti bianche dell’eterna giustizia. Da queste eterna letizia già ora una voce giunge alla comunità dei seguaci sotto la croce, la voce di Gesù: “Beati, beati”. (10)

(1) Dietrich Bonhoeffer- Sequela- Queriniana ed, Brescia 1971, pag. 86

(2) Dietrich Bonhoeffer- op. cit., pagg.87- 88

(3) Dietrich Bonhoeffer-op.cit. pagg. 88- 89

(4) Dietrich Bonhoeffer-op.cit.pagg. 90- 91

(5) dietrich Bonhoeffer-op.cit- pagg.91

(6) Dietrich Bonhoeffer- op. cit. pagg. 91- 92

(7) Dietrich Bonhoeffer-op. cit. pagg. 92- 93

(8) Dietrich Bonhoeffe-op.cit.pagg. 93.94

(9) Dietrich Bonhoeffer-op. cit. pagg. 94

(10) Dietrich Bonhoeffer, op. cit. pagg.94- 95

Maranathà (Matteo 24,37-44)

37 Come fu ai giorni di Noè, così sarà alla venuta del Figlio dell’uomo.

38 Infatti, come nei giorni prima del diluvio si mangiava e si beveva, si prendeva moglie e s’andava a marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, 39 e la gente non si accorse di nulla, finché venne il diluvio che portò via tutti quanti, così avverrà alla venuta del Figlio dell’uomo.

40 Allora due saranno nel campo; l’uno sarà preso e l’altro lasciato; 41 due donne macineranno al mulino: l’una sarà presa e l’altra lasciata.

42 Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il vostro Signore verrà.

43 Ma sappiate questo, che se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte il ladro deve venire, veglierebbe e non lascerebbe scassinare la sua casa.

44 Perciò, anche voi siate pronti; perché, nell’ora che non pensate, il Figlio dell’uomo verrà.

(Matteo 24)

bibbialectio

Prima domenica di Avvento.

Si celebra l’attesa dell’Incarnazione del Verbo e si può celebrare perchè questa è già avvenuta. Il Cristo si è incarnato nel grembo di Maria, è nato, si è fatto vero uomo rimanendo vero Dio, ha predicato il Vangelo, è morto e risorto per noi guadagnandoci la salvezza. E noi preghiamo Maranathà, “il Signore è venuto”.

Questo per quanto attiene a quello che noi umani chiamiamo “storia”, che sono però un granello di polvere nella storia della Creazione, un giorno gli occhi di Dio. Perciò, nel racconto secondo Matteo, Gesù comincia dicendo che Come fu ai giorni di Noè, così sarà alla venuta del Figlio dell’uomo.

Gli effetti dell’Avvento, l’Incarnazione, non è qualcosa valido solo per quel momento, ma anche per tutta la storia umana che era prima e per tutta la storia umana che sarebbe venuta dopo. Per dirla con l’autore della lettera agli Ebrei, Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre, ossia prima, durante e dopo l’Incarnazione. Tutta la realtà della storia umana, passata, presente e futura è stata redenta, salvata dal Cristo.

Ma Cristo deve ancora venire, e noi preghiamo Maranathà, “Vieni o Signore Gesù”. Cristo deve ancora mostrarsi come giudice della storia, deve renderci palese il giudizio finale di Dio sulla Creazione. E da questo punto di vista tutto è come allora.

38 Infatti, come nei giorni prima del diluvio si mangiava e si beveva, si prendeva moglie e s’andava a marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, 39 e la gente non si accorse di nulla, finché venne il diluvio che portò via tutti quanti, così avverrà alla venuta del Figlio dell’uomo.

40 Allora due saranno nel campo; l’uno sarà preso e l’altro lasciato; 41 due donne macineranno al mulino: l’una sarà presa e l’altra lasciata.

42 Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il vostro Signore verrà.

Tutto è come allora, noi mangiamo e beviamo, prendiamo moglie e prendiamo marito, lavoriamo nel nostro campo, maciniamo al mulino. E tutto sarà come allora. Come allora nessuno si aspettava che da Betlemme, dalla più piccola città di Giuda, sarebbe venuto il Salvatore del mondo, così sarà per noi, rischiamo di non essere pronti, rischiamo di non saper riconoscere, lo dice Gesù pregando su Gerusalemme, il tempo in cui saremo visitati. E di ritrovarci in quel momento lontani da Lui, lontani dalla Sua Parola, lontani dalla Sua salvezza.

43 Ma sappiate questo, che se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte il ladro deve venire, veglierebbe e non lascerebbe scassinare la sua casa.

Il Signore verrà come un ladro, è solo una similitudine ovviamente. Perchè il ladro ruba le cose altrui, il Signore verrà a chiederci conto di quanto è già Suo, della nostra vita, che Egli ci ha donato, della Creazione, a cui Egli ha dato inizio, della nostra storia, che Egli ha reso possibile, da quel giorno in cui disse “Sia la luce” e la luce fu.

Noi ci crediamo i padroni di casa, ma non lo siamo, perchè non possediamo alcunchè. E la nostra morte corporale ce lo mostra in modo che più limpido non si potrebbe, anche se tanti di noi, per orgoglio o egoismo, preferiscono esser ciechi fino alla fine. Ne renderanno, ne renderemo conto a Dio, dell’ostinazione con cui stringono, stringiamo le palpebre. Perchè rifiutare la luce è rifiutare lo Spirito, e ci dice Gesù che quello, rifiutare lo Spirito, è l’unico peccato che non può esser perdonato dal Padre.

44 Perciò, anche voi siate pronti; perché, nell’ora che non pensate, il Figlio dell’uomo verrà.

Non sappiamo nè il giorno nè l’ora, quante volta ci viene rivolto nella Parola di Dio questo ammonimento o ammonimento simile! Ma possiamo essere certi:

Maranathà, il Signore è venuto!,
Maranathà, il Signore viene!,
Maranathà, il Signore verrà. 

Facciamoci trovare pronti.

Amen.

Soli Deo Gloria

Nell’articolo che segue, il pastore Paolo Castellina si chiede: “Possiamo rivolgere le nostre preghiere ad altri che non siano Dio?”. Ovviamente la risposta è negativa. Possiamo e dobbiamo pregare solo il Cristo e come il Cristo ci ha insegnato. Perchè, come recita uno dei principi della Riforma, Soli Deo gloria!

Cattolici romani ed aderenti a chiese ortodosse e orientali sostengono che sia permesso (e persino comandato) di rivolgere preghiere e venerazione religiosa a personalità cristiane particolarmente eccellenti (i “santi” canonizzati dalle loro istituzioni religiose), Maria, madre di Gesù, e ad angeli.

Si tratta, però, di una pratica aliena all’insegnamento ed esempio delle Sacre Scritture, frutto di contaminazioni della teologia e della pratica cristiana provenienti dall’influenza esercitata da altre religioni o dalla tendenza del cuore umano (vera e propria fucina d’idoli) di esaltare e idealizzare la creatura.

Niente di più lontano dallo spirito e dall’insegnamento della fede biblica. Si giustificano tali pratiche di fatto assumendo come autorità “infallibile” (accessoria o persino superiore) la tradizione ecclesiastica, codificata poi da istituzioni religiose ed i loro decreti. Se poi si cita l’insegnamento biblico, lo si fa in maniera pretestuosa estraendone testi letti fuori dal loro contesto e distorcendone o falsificandone l’insegnamento oggettivo tramite sofismi o traendone implicazioni non necessarie.

Il brano principale che viene più spesso addotto per giustificare la preghiera rivolta ai santi è Apocalisse 5:8 (insieme a 8:3-4).

Certamente se la preghiera rivolta ai santi fosse stata una pratica insegnata e praticata nel Nuovo Testamento, se ne troverebbe l’evidenza, ma non è così. Il libro dell’Apocalisse è un libro scritto secondo la terminologia tipica della letteratura apocalittica piena di simboli ed immagini che bisogna ben conoscere per non cadere nei facili equivoci in cui molti che non ne sono avvezzi sono caduti ed ancora cadono. Apocalisse 5:8 non dice che vi sono santi in cielo che offrono a Dio le preghiere di altri santi.

Apocalisse 5:8 dice: “E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi”

In questo brano, sia le 5 creature viventi ed i 24 anziani si prostrano di fronte all’Agnello tenendo in mano coppe di incenso “che sono le preghiere dei santi”. Dove sta scritto che siano essi stessi coloro che le istituzioni ecclesiastiche hanno proclamato “santi”? Si può presumere che le quattro creature viventi siano i cherubini (secondo Ezechiele 1), ma i cherubini non sono ”i santi”, ma creature celesti. L’identità dei 24 anziani è stata molto discussa e non vi sono interpretazioni univoche. Essi probabilmente rappresentano il popolo di Dio nel corso del tempo. Una cosa, però, è certa: essi non sono in alcun modo l’oggetto delle preghiere di chicchessia. La TILC traduce: “Allora i quattro esseri viventi e i ventiquattro anziani si inginocchiarono davanti all’Agnello. Ognuno di loro teneva in mano un’arpa e una coppa d’oro piena d’incenso che rappresenta le preghiere di quelli che appartengono al Signore”. Per tutto il libro di Apocalisse è Dio e l’Agnello (Gesù Cristo) ad essere sempre il punto focale del culto, dell’onore e della lode.

In cielo vi sono sicuramente i santi, ma chi sono “i santi”? Forse quegli individui privilegiati che certe istituzioni ecclesiastiche sulla terra hanno proclamato tali, oppure, com’è piuttosto vero, tutti coloro che Dio ha redento in Cristo e che ora sono, per grazia di Dio, dopo la vita terrena, accanto a Dio? Il concetto di “santo”, secondo l’uso che ne fa il Nuovo Testamento, è inequivocabile: sono coloro che vivi o già morti appartengono a Dio, gli eletti, tutti gli autentici credenti, e che grazie all’opera redentrice di Cristo, sono stati purificati dai loro peccati e sono stati resi degni della vita eterna accanto a Dio.

Essi sono alla presenza di Dio (Ebrei 12:22-24) ma non è scritto da nessuna parte che essi odano le nostre preghiere ed intercedano per noi.

Ebrei 12:22-24 mostra come la chiesa di Cristo esiste a due livelli, quella sulla terra e quella in cielo. Il concetto di preghiere rivolte ai “santi” non può in alcun modo essere letto in Apocalisse 5:8. Non dice che i 24 anziani siano “i santi”, ma che essi offrono le preghiere dei santi (dei redenti) a Dio forse come loro rappresentanti. Anche gli angeli offrono a Dio le preghiere dei santi (Apocalisse 8:3-4), ma quello non vuol dire che essi siano “i santi” come alcuni li intendono. Tutti coloro che sono in Cristo sono santi (1 Corinzi 1:2) e per essere considerati tali non hanno bisogno di “processi di canonizzazione”. I santi esistono su due livelli, in cielo (coloro che sono morti) e sulla terra (quelli che ancora vivono sulla terra).

Che dire sulla questione della “preghiera di intercessione”. Forse che noi, santi, redenti per la grazia di Dio in Gesù Cristo, non intercediamo per gli altri? Certo lo facciamo. I santi in cielo, però, continuano ad intercedere per noi? Non ce n’è alcun bisogno, perché è già Cristo che intercede efficacemente per i Suoi sulla terra come unico loro Mediatore (1 Timoteo 1:5). Noi possiamo e dobbiamo pregare gli uni per gli altri (1 Timoteo 2:1-4). Ciononostante, un’importante distinzione da farsi è che tale intercessione non è mai comandata o esemplificata di cristiani che pregano per coloro che già sono morti. Lo si può e deve fare solo nei contesto dei viventi e nel presente. Tutti i testi che parlano di intercessione lo testimoniano. Non vi è un solo caso di preghiera intercessoria in favore di chi già è morto e tantomeno di preghiere rivolte ai redenti (più eccelsi) che sono morti. Se sono eccelsi lo sono stati grazie a Dio, e non per le loro virtù intrinseche. A Dio solo ogni onore, gloria e ringraziamento.

Invocare personaggi celesti significa di fatto praticare una sorta di necromanzia (comunque lo si intenda giustificare) – è pratica d’occultismo. Invocare dei morti equivale a consultare dei morti. C’è ben poca o nessuna differenza.

Citare al riguardo l’esempio di Mosè e Elia che appaiono alla Trasfigurazione non ha senso. Elia non era morto, ma era stato traslato. Mosè indubbiamente era morto. In ogni caso appaiono non perché i discepoli di Gesù li avessero invocati (non avevano idea di quel che stava accadendo). Essi appaiono con Gesù e discutevano della Sua morte a Gerusalemme, “Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme” (Luca 9:30-31).

L’apparizione di Elia e Mosè rappresenta l’adempimento della Legge (Mosè) e dei Profeti (Elia) in Gesù Cristo. Gesù dice che Dio è il Dio dei viventi e che per Lui tutti sono viventi (Luca 20:37-38). La Trasfigurazione mostra come i servitori di Dio siano vivi alla Sua presenza nella gloria. La Trasfigurazione mostra la gloria di Gesù (cfr. 2 Pietro 1:17-18) e in nessun modo che essa insegni che possiamo pregare ai “santi”. Mosè e Elia non sono di per sé nemmeno mai chiamati “santi” nelle chiese che sostengono questa pratica. Mosè ed Elia sono in cielo accanto a Dio, ma perché allora non pregare “San Mosè” e “Sant’Elia”?

I redenti in cielo non possono udire le nostre preghiere perché non sono onnipresenti ed infiniti come Dio. Come potrebbero Maria e “i santi” udire tutte le preghiere che si fanno nel mondo? Solo Dio può farlo perché è onnisciente ed onnipresente. I santi nella loro finitudine sarebbero esseri resi onnipresenti e onniscienti? Come e dove è scritto che essi condividerebbero gli attruti stessi di Dio, che per altro, per principio, sono incomunicabili alle creature, senza violare così un principio di base della rivelazione biblica, vale a dire la non mescolanza fra Dio e la creatura? Anche in Cristo umanità e divinità sono insieme ma “senza confusione”.

Chi vorrebbe giustificare la preghiera rivolta “ai santi” persino cita talvolta le parole dei Salmi che dicono: “Benedite il SIGNORE, voi suoi angeli, potenti e forti, che fate ciò ch’egli dice, ubbidienti alla voce della sua parola! Benedite il SIGNORE, voi tutti gli eserciti suoi, che siete suoi ministri, e fate ciò che egli gradisce!” (Salmi 103:20-21); “Alleluia. Lodate il SIGNORE dai cieli; lodatelo nei luoghi altissimi. Lodatelo, voi tutti i suoi angeli; lodatelo, voi tutti i suoi eserciti!” (Salmi 148:1-2).

I comandi vengono qui espressi all’imperativo. I Salmi sono composizioni poetiche dotate del proprio stile letterario. A volte esortano gli angeli a lodare Dio, ma le stesse esortazioni vengono rivolte pure ad oggetti inanimati. Non si tratta di preghiere rivolte ad angeli, ma richiami all’intero creato a lodare Dio: “Lodatelo, sole e luna; lodatelo voi tutte, stelle lucenti! Lodatelo, cieli dei cieli, e voi acque al di sopra dei cieli!” (148:3-4). Di fatto sono inviti rivolti alle creature umane di lodare Dio. Se fossero “preghiere ai santi” allora, con la stessa logica, bisognerebbe forse invocare il sole e la luna a che preghino per noi? Se si cita un testo bisogna farlo nel suo contesto e non scegliervi quello che pensiamo possa esserci utile e tralasciare il resto.

Si dovrebbe poi non solo invocare “i santi”, ma anche Maria, madre di Gesù e gli angeli, in particolare gli “angeli custodi”? Quando qualcuno aveva tentato di farlo durante la loro stessa vita terrena (l’idolatria è sempre latente fra gli umani) essi stessi lo rifiutano con orrore e Gesù stesso lo proibisce. “Mentre diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!»” (Luca 11:27-28). Così Pietro: “Mentre Pietro stava per entrare, Cornelio gli andò incontro e si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Àlzati: anche io sono un uomo!»” (Atti 10:25-26); e così un angelo: “Allora mi prostrai ai suoi piedi per adorarlo, ma egli mi disse: «Guàrdati bene dal farlo! Io sono servo con te e i tuoi fratelli, che custodiscono la testimonianza di Gesù. È Dio che devi adorare” (Apocalisse 19:9-10).

Non c’è nulla nelle Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento che insegni, raccomandi o esemplifichi un qualsiasi culto o preghiere alcune rivolte ad altri che noi sia Dio. L’insegnamento biblico è chiaro e Gesù e gli apostoli lo sostengono con vigore: “Non avrai altri dèi di fronte a me” (Esodo 20:3).

Certo, pretesti, sofismi ed equilibrismi verbali abbondano per giustificare l’ingiustificabile, ma, ad un’analisi attenta, la fallacia di tali ragionamenti diventa evidente.

Solo a Dio è dovuto ogni onore e gloria, preghiera e ringraziamento, e a nessun’altra creatura per quanto eccelsa possa essere. A questo si attengono strettamente coloro che intendono essere fedeli all’insegnamento del Signore Gesù come trasmesso autorevolmente dagli scrittori del Nuovo Testamento e confermato dall’Antico Testamento.

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