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Dire bene degli altri. Il Devotional del pastore Elpidio Pezzella

Dire bene degli altri. Il Devotional del pastore Elpidio Pezzella

«Nessuna cattiva parola esca dalla vostra bocca; ma se ne avete qualcuna buona, che edifichi secondo il bisogno, ditela affinché conferisca grazia a chi l’ascolta».
Efesini 4:29

Alle parole dell’apostolo Paolo fanno eco quelle di Pietro: “benedite sapendo che a questo siete stati chiamati affinché ereditiate la benedizione” (1 Pietro 3:9).

Raramente si spende una parola buona… È così difficile parlare bene degli altri? Eppure a questo è legata la benedizione divina.

L’apostolo Pietro dice che questa è, innanzitutto, una condizione nella quale il Cristo ci ha introdotti. Poi offre la prospettiva che la benedizione consiste soprattutto nel benedire altri. Benedire non è un gesto simbolico o una parola dal potere magico, ma spazia dallo spendere parole amorevoli ad azioni concrete nei confronti di qualcuno.

Quando non abbiamo buone parole è meglio non dire nulla, come suggerisce Paolo agli efesini. È bene ricordare, allora, che nella misura in cui facciamo, in cui misuriamo sarà misurato a noi. Tutto quello che facciamo sarà quello che poi raccoglieremo; ciò che seminiamo sarà quello che poi ritroveremo lungo il nostro cammino. Se non vogliamo che altri dicono male di noi, asteniamoci per primi. Inoltre, la Scrittura ci esorta a lasciare che le nostre azioni siano mosse da misericordia e benevolenza, affinché si passi dal dire al fare. In questo modo il nostro benedire diventerà un essere benedizione.

La benedizione

Quando si parla di benedizione il nostro pensiero va a Dio, immaginandola e vivendola come un qualcosa che ci “cade addosso”, come la pioggia o un gesto simbolico di acqua spruzzata, retaggio di vecchie cerimonie religiose, e che ci assicura o concede un dono, un privilegio da parte Sua.

La Scrittura la presenta piuttosto come una condizione, uno stato così come può esserlo, ad esempio, la pace di Dio. Difatti la pace deve esser vissuta nel concreto affinché possa essere realizzata, non solo come esperienza introspettiva, ma come elemento che sta alla base del nostro rapportarci agli altri.

La benedizione allora è un vivere la vita sapendo che Dio è con noi (Emmanuele), è avere il Suo favore, sapere che Lui è con noi in ogni situazione e che in ogni tempo tutto coopera al bene per coloro che Lo amano.

Quindi nulla di estraneo che ci piomba addossa, ma semplicemente (e non poca cosa!) Lui al nostro fianco. Averlo con noi ci assicura che non avremo mancamento di nulla, poiché Egli sa ciò di cui abbiamo bisogno, anzi ci ha già benedetto di ogni benedizione nei luoghi celesti.

Lettura della Bibbia

06 novembre Ezechiele 12-13; 1 Corinti 12-13
07 novembre Ezechiele 14-15; 1 Corinti 14-15
08 novembre Ezechiele 16-17; 1 Corinti 16; 2 Corinti 1
09 novembre Ezechiele 18-19; 2 Corinti 2-3
10 novembre Ezechiele 20-21; 2 Corinti 4-5
11 novembre Ezechiele 22-23; 2 Corinti 6-7
12 novembre Ezechiele 24-25; 2 Corinti 8-9

Dire bene degli altri. Il Devotional del pastore Elpidio Pezzella
Dire bene degli altri. Il Devotional del pastore Elpidio Pezzella

Lode a Te Signore e gloria nei secoli. Alleluia!

Lode a Te Signore e gloria nei secoli. Alleluia!

Lode a Te Signore e gloria nei secoli. Alleluia! Giorno del Signore è questo! Dies Dominicus!

Partecipiamo oggi al Culto, alla Messa, alla Divina Liturgia, e riconosciamo il dominio assoluto del Signore sulla nostra vita e della vita del mondo.

A pensarci lo fanno tutti, anche i pagani, anche quelli che si dicono “non credenti”, chiamando “Domenica”, ovvero “Giorno del Dominus”, “Giorno del Signore” questo che è il primo è l’ultimo dei giorni, il giorno radioso e splendido, l’ottavo giorno di una settimana umana di sette, ovvero il giorno in cui è possibile, convertendosi all’Evangelo, alla Parola di Dio, iniziare una nuova vita.

Ascoltiamo la Parola di Dio, e facciamo sì che cada nel terreno fertile della nostra anima.

Amen. Alleluia!

Lode a Te Signore e gloria nei secoli. Alleluia!
Lode a Te Signore e gloria nei secoli. Alleluia!

Cantico di Daniele

Benedite, opere tutte del Signore, il Signore, *
    lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, angeli del Signore, il Signore, *
    benedite, cieli, il Signore.

Benedite, acque tutte, che siete sopra i cieli,
        il Signore, *
    benedite, potenze tutte del Signore, il Signore.
Benedite, sole e luna, il Signore, *
    benedite, stelle del cielo, il Signore.

Benedite, piogge e rugiade, il Signore, *
    benedite, o venti tutti, il Signore.
Benedite, fuoco e calore, il Signore, *
    benedite, freddo e caldo, il Signore.

Benedite, rugiada e brina, il Signore, *
    benedite, gelo e freddo, il Signore.
Benedite, ghiacci e nevi, il Signore, *
    benedite, notti e giorni, il Signore,

Benedite, luce e tenebre, il Signore, *
    benedite, folgori e nubi, il Signore.
Benedica la terra il Signore, *
    lo lodi e lo esalti nei secoli.

Benedite, monti e colline, il Signore, *
    benedite, creature tutte che germinate sulla terra,
        il Signore.
Benedite, sorgenti, il Signore, *
    benedite, mari e fiumi, il Signore,

Benedite, mostri marini
        e quanto si muove nell’acqua, il Signore, *
    benedite, uccelli tutti dell’aria, il Signore.
Benedite, animali tutti, selvaggi e domestici,
        il Signore, *
    benedite, figli dell’uomo, il Signore.

Benedica Israele il Signore, *
    lo lodi e lo esalti nei secoli.
Benedite, sacerdoti del Signore, il Signore, *
    benedite, o servi del Signore, il Signore.

Benedite, spiriti e anime dei giusti, il Signore, *
    benedite, pii e umili di cuore, il Signore.
Benedite, Anania, Azaria e Misaele, il Signore, *
    lodatelo ed esaltatelo nei secoli.

Benediciamo il Padre e il Figlio
        con lo Spirito Santo, *
    lodiamolo ed esaltiamolo nei secoli.
Benedetto sei tu Signore, nel firmamento del cielo, *
    degno di lode e di gloria nei secoli.

[CANTICO Dn 3, 57-88. 56 Ogni creatura lodi il Signore
Lodate il nostro Dio, voi tutti, suoi servi (Ap 19, 5).]

La Parola di Dio è viva ed efficace

La Parola di Dio è viva ed efficace

Dalle «Opere» di Baldovino di Canterbury, vescovo
(Tratt. 6; PL 204, 451-453)

«La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio» (Eb 4, 12). Ecco quanto è grande la potenza e la sapienza racchiusa nella parola di Dio!

Il testo è altamente significativo per chi cerca Cristo, che è precisamente la parola, la potenza e la sapienza di Dio. Questa parola, fin dal principio coeterna col Padre, a suo tempo fu rivelata agli apostoli, per mezzo di essi fu annunziata ed accolta con umile fede dai popoli credenti. È dunque parola nel Padre, parola nella predicazione, parola nel cuore.

Questa parola di Dio è viva, e ad essa il Padre ha dato il potere di avere la vita in se stessa, né più né meno come il Padre ha la vita in se stesso. Per cui il Verbo non solo è vivo, ma è anche vita, come egli stesso dice: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6).

È quindi vita, è vivo, e può dare la vita. Infatti «come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole» (Gv 5, 21). E dà la vita quando chiama il morto dal sepolcro e dice: «Lazzaro, vieni fuori» (Gv 11, 43).

Quando questa parola viene predicata, mediante la voce del predicatore, dona alla sua voce, che si percepisce esteriormente, la virtù di operare interiormente, per cui i morti riacquistano la vita e rinascono nella gioia dei figli di Abramo.

Questa parola è dunque viva nel cuore del Padre, viva sulla bocca del predicatore, viva nel cuore di chi crede e di chi ama. Ed appunto perché questa parola è così viva, non v’è dubbio che sia anche efficace.

È efficace nella creazione, è efficace nel governo del mondo, è efficace nella redenzione. Che cosa potrebbe essere più efficace e più potente? «Chi può narrare i prodigi del Signore e far risuonare tutta la sua lode?» (Sal 105, 2). È efficace quando opera, è efficace quando viene predicata. Infatti non ritorna indietro vuota, ma produce i suoi frutti dovunque viene annunziata.

È efficace e «più tagliente di ogni spada a doppio taglio» (Eb 4, 12) quando viene creduta ed amata. Che cosa infatti è impossibile a chi crede, che cosa è impossibile a chi ama? Quando parla questa parola, le sue parole trapassano il cuore, come gli acuti dardi, scagliati da un eroe. Entrano in profondità come chiodi battuti con forza, e penetrano tanto dentro, da raggiungere le intimità segrete dell’anima.

Infatti questa parola è più penetrante di qualunque spada a doppio taglio, perché il suo potere d’incisione supera quello della lama più temprata e la sua acutezza quella di qualsiasi ingegno. Nessuna saggezza umana e nessun prodotto d’intelligenza è fine e sottile al pari di essa. È più appuntita di qualunque sottigliezza della sapienza umana e dei più ingegnosi raziocini.

La parola di Dio è viva ed efficace
La parola di Dio è viva ed efficace

Celebrando l’eternità, dono dell’Eterno

Celebrando l’eternità, dono dell’Eterno

Questa è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno, dice il Signore. (Giovanni 6,40)

Celebrando l'eternità, dono dell'Eterno
Celebrando l’eternità, dono dell’Eterno

Un pensiero riconoscente ed un ricordo particolare per Graziella e Giovanni, Marco, Angelo e Gina, Elvira e Michele, Antonino e Chiara, Mililli, Diana. Per Mario, Nunziata, Lina, Maria, Maria, Dino, Filippo.

San Cipriano (ca 200-258), vescovo di Cartagine e martire 
Trattato sulla mortalità, 20, PL 4,596s

“Chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Gv 11, 25) 

Non dobbiamo piangere i nostri fratelli liberati da questo mondo con la chiamata divina. Sappiamo che per noi non sono perduti, bensì mandati innanzi a noi, e che morendo ci precedono come chi parte per un viaggio in terra o in mare; e noi dobbiamo desiderarli, ma non piangerli, né indossare vesti di lutto, mentre lassù essi già portano vesti bianche; né dobbiamo dare occasione ai pagani di rimproverarci e giustamente, perché piangiamo come estinti e perduti quelli che affermiamo viventi presso Dio, non provando con la testimonianza dei nostri sentimenti quella fede che professiamo con le parole. Noi siamo traditori della nostra speranza e della nostra fede, se quello che diciamo appare falso, artificioso, ingannevole nei fatti. A nulla serve ostentare la virtù con le parole e distruggere con la vita la loro veracità…

Se dobbiamo soggiacere alla morte, attraverso la morte noi passiamo all’immortalità, e non può cominciare per noi la vita eterna se non usciamo dalla vita presente. Né si tratta di un’uscita, ma di un passaggio, di un viaggio nel tempo per raggiungere l’eternità. Chi non si affretterebbe a raggiungere una sorte migliore? Chi non desidererebbe cambiare e trasformare al più presto il proprio essere a immagine di Cristo?

La nostra patria è nei cieli (Fil 3,20)… Là ci aspetta un gran numero di persone a noi care: una schiera folta e vasta di parenti, fratelli e amici ci attende con gioia, già sicura della propria salvezza e avendo a cuore la nostra… Affrettiamoci a raggiungerli, desideriamo ardentemente essere presto presso di loro e presto presso Cristo.

O Eterno non tardare! (Salmo 69)

O Eterno non tardare! (Salmo 69)

Salmo 69 (70)

1 [Al maestro del coro. Di Davide. Per far ricordare.]

O DIO, affrettati a liberarmi. O Eterno, affrettati in mio aiuto.

2 Siano svergognati e confusi quelli che cercano la mia vita; voltino le spalle e siano coperti di vergogna quelli che desiderano il mio male.

3 Voltino le spalle a motivo della loro vergogna quelli che dicono: «Ah, ah!».

4 Si rallegrino e gioiscano in te tutti quelli che ti cercano, e quelli che amano la tua salvezza dicano del continuo: «Sia magnificato DIO!».

5 Ma io sono povero e bisognoso; o DIO, affrettati a venire in mio aiuto; tu sei il mio aiuto e il mio liberatore; o Eterno, non tardare.

O Eterno non tardare! (Salmo 69)
O Eterno non tardare! (Salmo 69)

Scrive il mio fratello prete sciancato, Giovanni.

Poichè le nostre radici cristiane-di noi occidentali in qualsivoglia congregazione cristiana poi viviamo il Vangelo – in Europa Occidentale affondano comunque dentro il cuore profondo della devozione e della preghiera orante delle nostre nonne, dei nostri nonni, dei nostri Padri e delle nostre Madri …un’icona che ricordi per queste radici la pietas e la fede e la speranza cristiana verso i defunti/ gli addormentati e le defunte/le addormentate perchè il Sabato soprabenedetto è l’ultima puntata come nostra invocazione quotidiana del salmo 69 (in Occidente 70) del Signore. Non tardare… …salmo che mia Nonna conosceva a memoria in attesa della santa Apocalisse del Secondo Ritorno del Sovrano quando verrà e finalmente sconfiggerà il demonio e la sua concubina che è la morte e l’osceno frutto del loro amplesso, l’anticristo.

Mi piace il riferimento alla morte corporale come la concubina del demonio. Lo è davvero per chi non crede nella Resurrezione, per chi disprezza il dono della salvezza attraverso la Croce, per chi pensa di poter fare a meno della Parola di Dio e dei suoi precetti.

Costui, o costei, finirà in compagnia del frutto del loro amplesso, l’anticristo, con lui brucerà fino alla fine dei tempi la sua disperazione. Che è qualcosa che brucia senza estinguersi mai, la disperazione. Davvero l’anticamera dell’inferno…

Altro che i puffi neri e le zucche arancioni di Halloween!

Ordo Commendationis Animae

Proficiscere anima christiana de hoc mundo… […]
Constitua te Christus, Filius Dei vivi, intra paradisi sui semper amoena virentia, et inter oves suas te verus ille Pastor agnoscat.
Ille ab omnibus peccatis tuis te absolvat, atque ad dexteram suam in electorum suorum te sorte constituat.
Redemptorem tuum facie ad faciem videas, et, praesens semper assistens, manifestissimam beatis oculis aspicias veritatem.
Constitutus igitur inter agmina beatorum, contemplationis divinae dulcedine potiaris in saecula saecolurom.
Amen

Rèquiem aetèrnam

Il Requiem aeternam (Eterno riposo) è una preghiera della tradizione cattolica rivolta a Dio per la pace delle anime dei defunti.

È derivata dall’apocrifo Apocalisse di Esdra (III secolo).

Rèquiem aetèrnam,
dona eis, Domine,
et lux perpètua lùceat eis.
Requiéscant in pace.
Amen.

I santi, i fratelli che ci aspettano: perchè questa solennità?

I santi, i fratelli che ci aspettano: perchè questa solennità?

Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate
​(Disc. 2; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968] 364-368)

Affrettiamoci verso i fratelli che ci aspettano

A che serve dunque la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? Perchè ad essi gli onori di questa stessa terra quando, secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste li onora? A che dunque i nostri encomi per essi? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. È chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro.

Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri.

Il primo desiderio

Il primo desiderio, che la memoria dei santi suscita o stimola maggiormente in noi, è quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all’assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi.
Ci attende la primitiva comunità dei cristiani, e noi ce ne disinteresseremo? I santi desiderano di averci con loro e noi ce ne mostreremo indifferenti? I giusti ci aspettano, e noi non ce ne prenderemo cura? No, fratelli, destiamoci dalla nostra deplorevole apatia. Risorgiamo con Cristo, ricerchiamo le cose di lassù, quelle gustiamo. Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipiamo con i voti dell’anima la condizione di coloro che ci attendono. Non soltanto dobbiamo desiderare la compagnia dei santi, ma anche di possederne la felicità. Mentre dunque bramiamo di stare insieme a loro, stimoliamo nel nostro cuore l’aspirazione più intensa a condividerne la gloria. Questa bramosia non è certo disdicevole, perchè una tale fame di gloria è tutt’altro che pericolosa.

Il secondo desiderio

Vi è un secondo desiderio che viene suscitato in noi dalla commemorazione dei santi, ed è quello che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria. Frattanto il nostro capo si presenta a noi non come è ora in cielo, ma nella forma che ha voluto assumere per noi qui in terra. Lo vediamo quindi non coronato di gloria, ma circondato dalle spine dei nostri peccati.
Si vergogni perciò ogni membro di far sfoggio di ricercatezze sotto un capo coronato di spine. Comprenda che le sue eleganze non gli fanno onore, ma lo espongono al ridicolo.
Giungerà il momento della venuta di Cristo, quando non si annunzierà più la sua morte. Allora sapremo che anche noi siamo morti e che la nostra vita è nascosta con lui in Dio.
Allora Cristo apparirà come capo glorioso e con lui brilleranno le membra glorificate. Allora trasformerà il nostro corpo umiliato, rendendolo simile alla gloria del capo, che è lui stesso.

Nutriamo dunque liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto. Ma perchè la speranza così incomparabile abbia a diventare realtà, ci è necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente. Così, per loro intercessione, arriveremo là dove da soli non potremmo mai pensare di giungere.

I santi, i fratelli che ci aspettano: perchè questa solennità?
I santi, i fratelli che ci aspettano: perchè questa solennità?

Il granello di senape (Lc 13:18-19), commento patristico

Il granello di senape (Lc 13:18-19)

“A che cosa somiglia il regno di Dio, a che cosa dirò che è simile? È simile a un granello di senape, che, preso e gettato da un uomo nel suo orto, crebbe ed è divenuto un albero, e gli uccelli del cielo si sono posati sui suoi rami” (Lc 13,18-19).

Questo passo ci insegna che bisogna guardare alla natura delle similitudini, non alla loro apparenza. Vediamo dunque perché il sublime regno dei cieli è paragonato a un granello di senape.

Ricordo di aver letto, anche in un altro passo, del granello di senape, dove dal Signore è paragonato alla fede con queste parole: “Se avrete fede quanto un granello di senape, direte a questo monte: Spostati e gettati in mare” (Mt 17,20).

Non è certo una fede mediocre, ma grande, quella che è capace di comandare a una montagna di spostarsi: ed infatti non è una fede mediocre quella che il Signore esige dagli apostoli, sapendo che essi debbono combattere l’altezza e l’esaltazione dello spirito del male.

Vuoi esser certo che bisogna avere una grande fede? Leggi l’Apostolo: “E se avessi così tanta fede da trasportare le montagne” (1Co 13,2).

Orbene, se il regno dei cieli è come un granello di senape e anche la fede è come un granello di senape, la fede è certamente il regno dei cieli, e il regno dei cieli è la fede.

Quindi, chi ha la fede ha il regno dei cieli; e il regno dei cieli è dentro di noi come dentro di noi è la fede. Leggiamo infatti: “Il regno dei cieli è dentro di voi” (Lc 17,21); e altrove: “Abbiate la fede in voi” (Mc 11,22). E infine Pietro, che aveva tutta la fede, ricevette le chiavi del regno dei cieli, per aprirne le porte agli altri.

Consideriamo ora, tenendo conto della natura della senape, la portata di questo paragone. Il suo granello è senza dubbio una cosa modesta e semplice, ma si comincia a tritarlo, diffonde il suo vigore. E così la fede sembra semplice di primo acchito: ma triturata dalle avversità, diffonde la grazia della sua virtù, in modo da penetrare del suo profumo anche coloro che leggono o ascoltano.

Granello di senape sono i nostri martiri Felice, Nabor e Vittore. Essi avevano il profumo della fede, ma li si ignorava. Venne la persecuzione; essi deposero le armi, porsero il collo e, abbattuti dal fendente della spada, diffusero la grazia del loro martirio per tutto il mondo, tanto da potersi dire giustamente: “La loro eco si è propagata per tutta la terra” (Ps 18,5).

Ma la fede talvolta è tritata, talvolta premuta, talvolta seminata.

Lo stesso Signore è un granello di senape. Egli non aveva subito ingiurie, ma, come il granello di senape, prima di essersi accostato a lui, il popolo non lo conosceva. Egli volle essere stritolato, in modo che noi potessimo dire: “Noi siamo per Dio il buon profumo di Cristo” (2Co 2,15); volle essere premuto, sicché Pietro disse: “La folla ti preme intorno” (Lc 8,45) ed infine volle essere anche seminato come il granello che fu «preso e gettato da un uomo nel suo orto». Infatti in un orto Cristo fu catturato e poi seppellito; in un orto crebbe, dove pure risorse. È divenuto un albero, così come sta scritto: “Come un albero di melo tra gli alberi della foresta, così è mio fratello tra i giovani” (Ct 2,3).

Dunque, anche tu semina Cristo nel tuo orto – l’orto è un luogo pieno di fiori e di frutti diversi – in modo che vi fiorisca la bellezza della tua opera e profumi l’odore vario delle diverse virtù. Là dunque sia Cristo, dove c’è il frutto. Tu semina il Signore Gesù: egli è un granello quando viene arrestato, un albero quando risuscita, un albero che fa ombra a tutto il mondo. È un granello quando viene sepolto in terra, ma è un albero quando si eleva al cielo…

Vuoi sapere che Cristo è il granello, e che è stato seminato? “Se il granello di grano non cade in terra e vi muore, esso resta solo: ma quando è morto produce molto frutto” (Jn 12,24). Non abbiamo dunque sbagliato dicendo ciò che egli stesso ha già detto. Egli è anche il granello di grano, perché fortifica il cuore degli uomini (Ps 103,14-15), e granello di senape, perché accende il cuore degli uomini.

E, sebbene sia l’una che l’altra similitudine appaiano adatte, egli sembra tuttavia il granello di grano quando si tratta della sua risurrezione: egli è infatti il pane di Dio disceso dal cielo (Jn 6,33), affinché la parola di Dio e il fatto della risurrezione nutrano l’anima, accrescano la speranza e consolidino l’amore.

È invece granello di senape, affinché sia più amaro e austero il discorso sulla passione del Signore: più amaro, perché spinga alle lacrime, più austero perché generi commozione. Così, quando leggiamo o ascoltiamo che il Signore ha digiunato, che il Signore ha avuto sete, che il Signore ha pianto, che il Signore è stato flagellato, che il Signore ha detto al momento della passione: “Vigilate e pregate per non entrare in tentazione” (Mt 26,41), noi, colpiti, per così dire, dall’aspro sapore di questo discorso, siamo spinti a moderare la troppo gradevole dolcezza dei piaceri del corpo.

Dunque, chi semina il granello di senape, semina il regno dei cieli.

Non disprezzare questo granello di senape: “È certamente il più piccolo di tutti i semi, ma diviene, una volta cresciuto, il più grande di tutti gli ortaggi” (Mt 13,32). Se Cristo è il granello di senape, in che modo egli è il più piccolo, e in che modo cresce?

Non è nella sua natura, ma secondo la sua apparenza che cresce. Vuoi sapere in qual modo è il più piccolo? “Lo abbiamo visto e non aveva né bella apparenza né decorosa” (Is 53,2). Apprendi ora come è il più grande: “Risplendeva di bellezza al di sopra dei figli degli uomini” (Ps 44,3). Infatti colui che non aveva né bella apparenza né decorosa, è stato fatto superiore agli angeli (He 1,4), oltrepassando tutta la gloria dei profeti…

Cristo è il seme, in quanto è seme di Abramo: “Poiché le promesse furono fatte ad Abramo e al suo seme. Egli non dice: ai suoi semi, come parlando di molti; ma, come parlando di uno solo: al suo seme, che è il Cristo” (Ga 3,16). E non soltanto Cristo è il seme, ma è il più piccolo di tutti i semi, perché non è venuto né nella regalità, né nella ricchezza, né nella sapienza di questo mondo. Orbene, subito egli ha allargato, come un albero, la cima elevata della sua potestà, in modo che noi possiamo dire: “Sotto la sua ombra con desiderio mi sedetti” (Ct 2,3).

Sovente, credo, egli appariva contemporaneamente albero e granello. È granello quando si dice di lui: “Non è costui il figlio di Giuseppe l’artigiano?” (Mt 13,55). Ma, nel corso di queste stesse parole, egli subito è cresciuto, secondo la testimonianza dei giudei, perché essi non riescono neppure a toccare i rami di quest’albero divenuto gigantesco: “Donde gli viene” – essi dicono – “questa sapienza“? (Mt 13,54).

È dunque granello nella sua apparenza, albero per la sua sapienza. Tra le foglie dei suoi rami, l’uccello notturno nel suo nido, il passero sperduto sul tetto (Ps 101,8), colui che fu rapito in paradiso (2Co 12,4), e colui che dovrà essere trasportato sulle nubi in aria (1Th 4,17), hanno ormai un luogo sicuro dove riposare.

Là riposano anche le potenze e gli angeli del cielo, e tutti coloro che per le azioni spirituali meritarono di volare. Vi riposò san Giovanni, quando reclinava la testa sul petto di Gesù, o meglio, egli era come un ramo nutrito dal succo vitale di quest’albero.

Un ramo è Pietro, un ramo è Paolo “dimenticando ciò che sta dietro e tendendo a ciò che sta davanti” (Ph 3,13): e noi, che eravamo lontani, che siamo stati radunati dalle nazioni, che per lungo tempo siamo stati sballottati nella vanità del mondo dalla tempesta e dal turbine dello spirito del male, spiegando le ali della virtù, voliamo nel loro seno e come nei recessi della loro predicazione, affinché l’ombra dei santi ci protegga dal fuoco di questo mondo.

Così, nella tranquillità di un sicuro riposo, la nostra anima, che una volta era curva, come quella donna, sotto il peso dei peccati, «scampata come un uccello dalle reti dei cacciatori» (Ps 123,7) si è levata sui rami e i monti del Signore (Ps 10,1).

Ambrogio, Exp. in Luc., 7, 176-180; 182-186

Il granello di senape (Lc 13,18-19), commento patristico
Il granello di senape (Lc 13,18-19), commento patristico

Chi ci separerà dall’amore di Cristo?

Chi ci separerà dall’amore di Cristo?

“Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui? Che diremo dunque riguardo a queste cose?

Se Dio è per noi chi sarà contro di noi?

Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che li giustifica. Chi li condannerà? Cristo Gesú è colui che è morto e, ancor piú, è risuscitato, è alla destra di Dio e anche intercede per noi.

Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Sarà forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?

Com’è scritto: « Per amor di te siamo messi a morte tutto il giorno; siamo stati considerati come pecore da macello» . Ma, in tutte queste cose, noi siamo piú che vincitori, in virtú di colui che ci ha amati.

Infatti sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesú, nostro Signore.”

Lettera ai Romani 8:31-39 

Chi ci separerà dall'amore di Cristo?
Chi ci separerà dall’amore di Cristo?

Parola, Corpo e Sangue: non ci sono altre risposte

Parola, Corpo e Sangue: non ci sono altre risposte

La Parola di Dio è la sola Verità.

Il Corpo ed il Sangue di Cristo sono il solo vero pane di vita, la sola vera bevanda di salvezza.

Altre risposte non ci sono, e non ne cerco.

Le domande, i dubbi, le incertezze sono le mie, mi vengono dal mio peccato. Le supero grazie alla Verità, alla Parola, alla Croce presso la quale la Santa Madre di Dio mi invita a restare saldo, in piedi.

Il Pane vivo disceso dal cielo, il Pane degli angeli, è quello che mi è donato per avere la forza di camminare e rialzarmi sempre, come fu per il profeta Elia. Cercava Dio nei segni potenti, ma Egli era nella brezza leggera, nello Spirito che ci sussurra all’orecchio cosa è giusto dire, come è giusto amare, secondo Verità.

Il Sangue di Cristo è quello che mi fortifica, mi da’ gioia, rinnova il mio desiderio di essere un tutt’uno con Lui. Che mi fa osare contro i poteri di ogni segno che sono su questo mondo. E avviene che la mia povera acqua, come a Cana, se fido in Lui, diviene il vino migliore, con cui, senza che nemmeno io sappia “da dove venga” Egli riesce a compiere meraviglie.

Disse la Santa Madre di Dio a Cana, a noi servitori del Signore: “Fate tutto quello che Egli vi dirà“.  Dal vino si torna alla Parola.

Tutto rimanda a Cristo. Solo a Cristo. Sempre a Cristo.

Amen. Alleluia!

La festa della Protezione della Madre di Dio

La festa della Protezione della Madre di Dio

La festa della Protezione della Madre di Dio è celebrata secondo l’uso greco il giorno 28 ottobre (nell’uso russo il 6 novembre). Me lo ricorda il fratello Giovanni Festa, della Chiesa Ortodossa di Palermo.

La festa della Protezione della Madre di Dio
La festa della Protezione della Madre di Dio

La storia della festa

La festa della santa Protezione della Madre di Dio[1] è stata istituita in seguito ad una visione che ebbe il Nostro santo Padre Andrea, il Folle per Cristo[2] , un giorno in cui si celebrava una vigilia nella chiesa di Blacherne a Costantinopoli. Alle quattro della notte il santo immerso in preghiera alzò i suoi occhi verso il cielo e vide la Santa Madre di Dio stare al di sopra dell’assemblea e ricoprire i fedeli con il suo velo (maphorion). Andrea si assicurò della realtà della visione presso il suo discepolo che era stato anche lui reputato degno di contemplare questo spettacolo. Il santo si precipitò allora nel santuario, aprì il cofano che conteneva il prezioso velo della regina del mondo, e, inginocchiato avanti alle porte sante, lo stese sopra la folla. Il velo era così grande che ricopriva tutta la numerosa assemblea, ma restava sospeso in aria, sostenuto da una forza misteriosa. La Madre di Dio si sollevò allora in cielo, circondata da un forte lampo luminoso, e scomparve, lasciando al popolo cristiano il santo velo a garanzia della sua protezione benevolente. Questa protezione, la Madre di Dio la mostrò a più riprese a riguardo della città imperiale e, per analogia, verso tutta la Santa Chiesa di Cristo, la nuova Gerusalemme. È in effetti dappertutto ed in ogni momento, che la Sovrana del mondo stende misticamente il suo velo sui cristiani, facendo salire verso il suo Figlio e Signore le sue preghiere e le sue intercessioni per la salvezza del mondo. 

Note:

1) Questa festa è particolarmente solenne nella Chiesa slava. In Grecia, dopo il 1960, è stata spostata al 28 ottobre in memoria alla protezione accordata dalla Madre di Dio alle truppe greche che resistevano all’invasione nazista sul fronte albanese nel 1940.

2) Commemorato il 28 maggio. C’erano due principali santuari consacrati alla Madre di Dio a Costantinopoli: la chiesa di Blacherne che custodiva il Mamphorion e la chiesa di Chalcoprateia dove si veneravano le vesti e la cintura della Vergine (cf. 2 luglio).

(dal sito ortodossia.it)

Il significato dell’icona

L’icona miracolosa della Madre di Dio “Gioia di tutti gli afflitti” fu glorificata nel 1688 dopo l’intercessione e la miracolosa guarigione di Eufemia, sorella del patriarca Ioachim, nella Chiesa di Bolshaja Ordinka a Mosca: nel calendario liturgico ortodosso è festeggiata il 24 ottobre (6 novembre). Il 23 luglio (5 agosto) si commemora il miracolo occorso a S. Pietroburgo nel 1888 a 200 anni dal primo miracolo quando una copia dell’icona sopravvisse ad un incendio n una cappella e fu ritrovata con 12 centesimi lasciati in offerta attaccati sopra. Il 19 novembre (2 dicembre) si commemora una terza icona miracolosa dello stesso nome. Nel corso del XVIII secolo l’icona conosce molte varianti influenzate da più elementi iconografici cattolici. La caratteristica comune è l’immagine degli afflitti che rivolgono le loro preghiere verso la Madre di Dio, loro protettrice e patrona. Gli afflitti sono consolati dagli angeli mandati dalla Madre di Dio. L’icona oggetto della festa è tipicamente russa, senza precedenti greci o bizantini, e per questo diffusa solo nel mondo slavo. L’originale, dipinto probabilmente verso la fine del 1500, risale al periodo della diffusione delle cosiddette “icone di preghiera”, con illustrazioni dell’Akathistos o di altri testi liturgici: le composizioni si distinguono per la presenza di molte piccole figure che circondano il personaggio principale, nel nostro caso la figura della Madre di Dio. In questa icona russa, infatti, domina la Madre di Dio al centro, rappresentata a figura intera: talvolta regge su un braccio il Figlio (tipo prevalentemente moscovita); più spesso è sola (tipo pietroburghese), magari con in mano uno scettro e, talvolta, un globo terrestre. Le figure della Madre e del Bambino si trovano spesso dentro una ‘mandorla’, segno di gloria. Sui loro capi di solito vi è una corona; i colori della mandorla variano da una tonalità di rosso tendente all’arancione a un rosa. Le figure che attorniano la Vergine ricordano la sua instancabile azione soccorritrice: in basso e ai lati vi sono malati, affamati, minorati, sofferenti d’ogni categoria, spesso aiutati da Angeli, quali messaggeri della sua materna benevolenza. Talvolta vi sono, rette dai personaggi, anche diverse scritte che precisano i diversi tipi di “affitti” di cui la Vergine è “gioia”. Tra la folla sventurata si vedono Angeli che invitano alla preghiera e confortano gli afflitti. Talvolta si hanno, attorno alla figura di Maria, raffigurazioni di Santi. In quasi tutte le immagini, Dio Padre si affaccia dalle nubi con i segni della sovranità cosmica: il sole e la luna. Il potere taumaturgico di questa icona si è rivelato, secondo una insistente tradizione, dapprima a Mosca in favore della sorella dello stesso Patriarca della Chiesa russa, Efimia, nel 1688. Questa, da tempo sofferente per una malattia che sembrava mortale, mentre invocava ardentemente la Vergine, udì una voce che le prometteva la guarigione se avesse pregato davanti all’icona “Gioia di tutti gli afflitti”, che si trovava nella chiesa della Trasfigurazione, sulla strada Ordinka. Il miracolo accade mentre lì si svolgeva una funzione (moleben) in onore della Madonna e la malata veniva aspersa con acqua benedetta. Era il 24 ottobre, giorno che rimase poi come “festa” di questa icona. Attorno al 1711 lo zar Pietro il Grande fece portare l’icona da Mosca alla nuova capitale, Pietroburgo, dove fu venerata nella Cappella privata della famiglia imperiale. Le più complete edizioni del libro liturgico (meneon) di Ottobre hanno una ufficiatura propria in onore della Madre di Dio onorata, appunto, nell’icona “Gioia di tutti gli afflitti”. L’Inno è l’Akathistos destinato a celebrare insieme le due icone sopramenzionate. Il testo è anonimo, ma figura nei libri liturgici slavi. Si compone, come al solito, di tredici kondak e di dodici iki (plurale di ikos). I primi, più brevi, si chiudono con l’Alleluja ripreso in coro dai fedeli; gli ikoi, invece, sono più lunghi, contengono una serie di cheretismì (salutazioni) e terminano con un ritornello comune indirizzato ad ambedue le icone: “Rallegrati, Ricerca delle anime perdute e Gioia di tutti gli afflitti”. Il testo, che si ispira a molti inni mariani della Chiesa bizantina, contiene anche numerose espressioni e invocazioni che si ritrovano tali e quali in molte preghiere occidentali, a conferma che la Vergine Maria è Madre di tutti, Regina dell’Oriente e dell’Occidente, Ausilio dei Cristiani e Promotrice di unità. Proviene dalla chiesa di S. Nicola a Tolmaci di Mosca un icona nella galleria Tretiakov a Mosca copia dell’icona miracolosa della Madre di Dio “La gioia di tutti gli afflitti” che fu glorificata nel 1688 dopo l’intercessione e la miracolosa guarigione della sorella del patriarca Ioachim. L’icona fu scritta nella chiesa della Trasfigurazione (Preobrazhenskaja) dopo la ricostruzione nel 1685. Il destino dell’icona non è chiaro. Secondo una delle versioni, l’immagine fu portata a San Pietroburgo nel 1711 e a Mosca rimase solamente una copia. L’icona di Mosca e di San Pietroburgo sono molto diverse nella loro iconografia. Nel XVIII secolo l’iconografia della Madre di Dio “Gioia di tutti gli afflitti” conosce molte varianti influenzate da più elementi iconografici cattolici. La caratteristica comune di tutte le varianti è l’immagine degli afflitti che rivolgono le loro preghiere verso la Madre di Dio, loro protettrice e patrona. Nel centro della composizione c’è sempre la Santa Vergine coronata, spesso è posta sulla luna e nella mano sinistra tiene il Bambino coronato. L’immagine è circondata dalla luce, tutti segni presi dal libro dell’Apocalisse “una donna vestita nel sole con la luna sotto i suoi piedi.” (Ap. 12:1). A volte il popolo che invoca la Madre di Dio è diviso in sei gruppi: glistaretz, gli ignudi, i malati, gli afflitti, gli affamati e i pellegrini; tutti sono consolati dagli angeli mandati dalla Madre di Dio. Questa immagine rappresenta direttamente il testo del tropario scritto sul rotolo nella parte bassa della composizione. L’icona dalla galleria Tretjakov è una delle copie più antiche di questo tipo. L’immagine raffigura la Madre di Dio al centro di un’aura a forma di mandorla, in piedi sopra una nuvola. La Madre di Dio regge il Cristo infante, benedicente, ed è circondata da schiere di persone sofferenti e di angeli. Gli afflitti reggono rotoli su cui sono scritte le suppliche da loro dirette alla Madre di Dio: “Santissima Signora, Madre di Dio, superiore agli Angeli e agli Arcangeli, più onorabile di tutte le creature, tu sei l’aiuto di chi è ferito, la speranza di chi è debole, l’intercessione di chi è povero, la consolazione di chi è triste, la nutrice di chi ha fame, colei che veste chi è nudo, la guaritrice di chi è ammalato, la salvezza dei peccatori, l’aiuto e la difesa di tutti i cristiani!”. Sotto alla nuvola, è scritta questa invocazione: “O Madre glorificata, portatrice del Verbo Santissimo, accetta ciò che ti offriamo, liberaci da ogni attacco malvagio, e libera dalle tribolazioni tutti coloro che gridano a te”. Dipinta sopra la Madre di Dio, si trova la Trinità, in un’aura luminosa. Alla destra Dio Padre, alla sinistra Dio il Figlio, e tra loro una colomba, simboleggiante lo Spirito Santo. Sopra ai sofferenti è dipinta una schiera di Santi, che possono variare a seconda del committente l’icona. Nel caso dell’icona qui raffigurata vediamo da sinistra S. Gregorio della Decapoli, S. Teodoro Vescovo, San Sergio di Radonez e San Valaam taumaturgo.

(dal sito Icona immagine di Dio)

La festa della Protezione della Madre di Dio
La festa della Protezione della Madre di Dio